"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

185 | ottobre 2021

97888948401

Bunker ante litteram

Architetture domestiche in sottosuolo di epoca romana

Maddalena Bassani

English abstract

La necessità di possedere un luogo appartato e con accesso limitato a persone selezionate, in cui nascondersi o celare individui e oggetti e dove svolgere attività riservate, ha accompagnato nei millenni la storia degli insediamenti antichi, e i Romani furono maestri nell’inventare tecniche e tecnologie per tale scopo, con particolare riguardo allo sfruttamento del sottosuolo. 

Negli ultimi decenni del Novecento sono stati pubblicati diversi studi di ambito archeologico che hanno evidenziato la rilevanza dell’utilizzo della dimensione subterranea e quanto esso abbia interessato le pratiche edilizie e ingegneristiche in maniera sistematica e razionale, a livello sia infrastrutturale sia strutturale (Cryptoportiques 1973; Lavagne 1988; Utilitas necessaria 1994; Via per montes excisa 1997). Focalizzando però l’attenzione su quelle costruzioni che possono a tutti gli effetti rientrare in un’accezione di ‘bunker’ quale viene presa in considerazione in questo numero di “La Rivista di Engramma”, come evoluzione del rifugio che nato in area di guerra, diventa successivamente uno spazio protetto, nascosto, in cui rifugiarsi, le pubblicazioni sono piuttosto limitate, soprattutto se ci si concentra sulla sfera privata: il vivere in un luogo protetto, poco visibile e riservato a pochi, è un tema affrontato in maniera puntiforme nella letteratura archeologica (Ghedini, Bassani 1998-1999; Bassani 1999; Basso, Bonetto, Ghedini 2001; Subterraneae domus 2003), mentre è di più recente edizione una miscellanea di studi dedicata ai rifugi antiaerei all’epoca dei due conflitti mondiali, ricavati in un sottosuolo già sfruttato nell’evo antico (Basilico et al. 2011, su cui v. recensione di Bassani 2013). Infine, risale al 2018 un interessante workshop svolto all’Università ‘G. D’Annunzio’ di Pescara sul tema della ‘tana’ (coordinamento di Lorenzo Pignatti; responsabili scientifici Virgilio Cesarone, Carla Danani, Andrea Mammarella), i cui atti non sono stati pubblicati. 

In questa sede si intende presentare una panoramica di come in epoca romana poteva essere sviluppato il concetto di ‘bunker’ nell’accezione di spazio nascosto e di limitato accesso ricavato in sottosuolo per fini abitativi, sulla base di lavori già editi ai quali si avrà modo di rinviare per un approfondimento. Esula evidentemente dal presente articolo la trattazione relativa alle catacombe paleocristiane, che pure si avrà modo di richiamare in sede conclusiva, né si parlerà dei percorsi in sottosuolo nelle principali città del centro-Italia (ad es.: Roma; Napoli). 

Nella discussione sul concetto di bunker e sulle sue diverse declinazioni può in effetti risultare di un qualche interesse delineare, pure per tratti generali, come in epoca antica la dimensione subterranea sia stata percepita come lo spazio ideale in cui realizzare rifugi che non dovevano essere visti: essa si presentava sì come un luogo altro rispetto all’areale in superficie, ma poteva essere reinterpretata attraverso la tecnica come uno spazio da utilizzare in vari modi, ad esempio per transitare da un luogo all’altro risparmiando tempo e quindi fatica, per collocare infrastrutture ingombranti ma necessarie alle attività quotidiane, per ricavare spazi di vita aggiuntivi e polifunzionali rispetto a quelli sopra terra. Nello specifico, là dove sfruttato a fini residenziali, il sottosuolo si configurò per i Romani come una vera e propria ‘tana’, come un nascondiglio in cui trovare protezione, ma anche come un ‘posto alternativo’ in cui trascorrere piacevolmente momenti di relax e di piacere, sovente caricato di valenze particolari. 

Al fine di fornire un quadro d’insieme sul fenomeno del vivere sottoterra in età romana, verranno presentati in prima istanza alcuni elementi introduttivi circa le modalità attuate per realizzare edifici ipogei, e verrà illustrata poi una panoramica delle principali soluzioni residenziali messe in atto nelle abitazioni. Infine, saranno esaminati alcuni casi di ambienti di lusso attestati nelle residenze imperiali, che potranno fornire interessanti prospettive sulla valenza di questi ‘bunker ante litteram’ osservandoli anche mediante la lente discreta di alcune testimonianze letterarie: un’eco della percezione degli antichi di questo particolare fenomeno abitativo, amplificherà, si crede, lo spettro semantico che connotava tali esempi di ‘rifugi’.

1. Aspetti terminologici, ingegneristici e architettonici

I lavori citati in apertura dell’articolo hanno definito in prima istanza che cosa può essere considerato sotterraneo, dal momento che, com’è ovvio, a uno sguardo contemporaneo tutto ciò che si trova oggi sottoterra può sembrare ipogeo, ma non necessariamente lo era in antico, né dunque può essere interpretato come un ‘nascondiglio’ (Basso, Bonetto, Ghedini 2001, pp. 149-153; Ghedini 2003).

Come ben esemplifica il disegno illustrativo [fig. 1], è possibile riconoscere sostanzialmente due tipi di costruzioni in sottosuolo. Il primo tipo (casi a-c) contempla vani ipogei ottenuti scavando il terreno in senso verticale oppure orizzontale, che possono essere definiti sotterranei in quanto posti totalmente sottoterra, ovvero interrati se si trovano al di sotto del piano di campagna. Il secondo tipo mostra invece esempi di locali seminterrati realizzati grazie a uno sbancamento verticale parziale del piano di campagna, oppure in senso orizzontale del versante (casi d-e), ai quali si aggiunge la soluzione di un vano che diventa sotterraneo artificialmente (caso f) perché viene ricoperto da ingenti quantità di riporto di terreno, con il risultato che il piano di campagna è rialzato rispetto al livello di calpestio interno del locale.

1 | Esemplificazioni di ambienti in sottosuolo: a, b vani sotterranei; c vano interrato; d, e vani seminterrati; f, vano sotterraneo artificiale (Basso 2003a, 59, fig. 1).

La casistica studiata nei decenni passati ha altresì dimostrato, sulla base delle attestazioni archeologiche, che i Romani non costruirono sempre e dovunque in sottosuolo, ma dove la geomorfologia dei luoghi lo permetteva e soprattutto là dove erano prevalenti i banchi tufacei. Questi ultimi erano infatti facili da lavorare perché costituiti da un pietrame complessivamente tenero ma allo stesso tempo solido e compatto, idoneo a garantire nel tempo la tenuta della struttura o della infrastruttura ivi realizzata: non stupisce dunque che soprattutto nel centro-Italia, fra l’Etruria, il Lazio e la Campania, vi siano numerosissimi esempi di costruzioni ipogee, benché se ne contino anche in altre zone dell’Impero, nelle province occidentali e nell’Africa proconsolare. In particolare, il caso africano di Bulla Regia si presenta come una scelta edilizia specifica: le dépendances totalmente ipogee, destinate quasi esclusivamente a sale di soggiorno e di riposo di età imperiale, sono presenti in nove abitazioni su ventuno domus censite (Amplissimae atque ornatissimae domus 2003, 33-72) e costituiscono una peculiarità di questa città (esigui gli altri esempi a Cartagine, Althiburos e Thugga: per una efficace sintesi v. Bonetto 2003). Esse sembrano rispondere a istanze di adattamento climatico, ovvero a una ‘moda’ architettonica che qui ebbe particolare fortuna e che poté contare su un terreno facile da scavare e da lavorare (ulteriori dati sulla città tunisina nel progetto coordinato dal Getty Museum dedicato alla città africana). 

Quanto alla terminologia impiegata in antico per definire i diversi luoghi ipogei, peraltro non sempre utilizzabile tout court (Lavagne 1988; Basso 2003a; Bassani 2003a) va evidenziato, sintetizzando, come il vocabolario greco adoperasse le parole κατάγειος e ὑπόγειος come aggettivi riferiti agli ambienti del primo tipo, cui si può aggiungere la parola ἄνθρον in riferimento alle grotte. I Romani, a loro volta, traducevano subterraneus da κατάγειος e traslitteravano in hypogeum il secondo termine, ὑπόγειος. Ma è interessante rilevare come, a parte la parola antrum e specus per definire gli antri e le spelonche, il vocabolario latino abbia inventato anche altre parole, create ad hoc in concomitanza delle soluzioni ingegneristiche messe in atto appositamente per il sottosuolo. Infatti, con la parola substructio, -onis si indicava un vano seminterrato o ubicato sottoterra artificialmente [fig. 2], che dunque corrispondeva al secondo tipo edilizio: la sostruzione serviva come elemento di sostegno e di sviluppo per una platea sopra terra, su cui si estendeva un corpo edilizio. In alcuni casi, le sostruzioni potevano essere provviste di soffitti a volta ed erano dette concamerationes (Mari 2003).

2 | Roma, ipotesi ricostruttiva delle sostruzioni della Domus Flavia (Mari 2003, 102, fig. 19).
3 | Vicenza, Domus del Criptoportico. Veduta del corridoio ipogeo (Noto 2003, 321, fig. 112).

Con la parola cryptoporticus, invece, ci si riferiva propriamente a un passaggio coperto, nell’accezione di ‘riparato / appartato’, che risultava ubicato nella parte ipogea di un edificio, fosse esso pubblico o privato [fig. 3]: il vocabolo latino (maschile), traducibile alla lettera come ‘portico nascosto’ rappresenta una parola ibrida, essendo essa composta dal greco κρυπτός (‘nascosto’, ‘segreto’, anche nel senso di ‘riparato’) unita al sostantivo latino (femminile) porticus. Questi ambulacri, come vedremo, potevano configurarsi sia come semplici corridoi secondari, con scarso rilievo decorativo, sia come vere e proprie ‘passeggiate coperte’, che, come tali, erano degne di elementi di sfarzo e potevano presentarsi quali luoghi ideali per l’esposizione di statue e di oggetti preziosi, riproducendo, sottoterra, l’ostentazione di lusso di norma riservata ad alcuni vani in superficie.

2. Tipologie di ambienti in sottosuolo nell’edilizia residenziale romana

Rinviando ai lavori specifici inerenti alle strutture residenziali in sottosuolo (Subterraneae domus 2003, passim), vale ora presentare una sintetica panoramica delle principali tipologie di locali ipogei attestati fra la tarda età repubblicana e l’età imperiale. L’accesso al sottosuolo era garantito da rampe e soprattutto da scale, che dal piano di campagna scendevano a diverse profondità. A Roma, esemplificativo è il caso della domus di Largo Arrigo VII, sull’Aventino, di tarda età repubblicana ma utilizzata fino alla media età imperiale [fig. 4] (Bassani 1999; Boldrighini 2003): scendendo una rampa ora a 12 m di profondità dal piano di calpestio, si entrava in un criptoportico con lucernai a bocca di lupo, pavimentato in tessellato e con pareti dipinte, su cui si affacciava un prestigioso oecus corinthius e altri vani con la medesima decorazione normalmente utilizzata nelle sale di ricevimento poste in superficie. Intorno al II secolo d.C., nell’Egitto romano, ad esempio, le abitazioni potevano essere dotate di una botola che conduceva al sottosuolo, dove erano realizzati per lo più locali di deposito: lo chiarisce un disegno su un papiro di Ossirinco nel quale è indicata la mappa di una dimora provvista di una porta per scendere al κατάγειοv (si veda la scritta θύρα κατάγ(ειον) [fig. 5]: Bassani 2003a, in particolare 42-44).

4 | Roma, Domus di Largo Arrigo VII. Veduta delle colonne dell’oecus corinthius (Boldrighini 2003, 30).
5 | Ossirinco, pianta di una abitazione antica tracciata sul Papiro di Ossirinco n. 2406. Sono indicati alcuni ambienti e la porta che conduceva al piano sotterraneo (Oxyrinchus Papiri 1957, p. 142).

Ma sottoterra potevano svolgersi anche pratiche cultuali, come pure di servizio. Uno straordinario esempio di sacrario ipogeo realizzato agli inizi del IV secolo d.C. è quello scoperto l’8 gennaio 1613 nel Vicus Patricius, fra L’Esquilino e il Quirinale, del quale sono stati fatti uno schizzo e una accurata descrizione, ma che fu poi totalmente distrutto [fig. 6] (Bassani 2003, 415, con bibliografia). A pianta basilicale, con altare dentro l’abside e provvisto di colonne in granito, il sacrario era decorato da marmi preziosi sulle pareti (serpentino e porfido) e da mosaici policromi sui pilastri e nell’abside: secondo gli scopritori qui vi era la rappresentazione dei Luperci e della Lupa che allattava Romolo e Remo. Era forse una sorta di riproduzione a livello privato della grotta dei Lupercalia presso il Palatino, tra i miti fondativi più importanti della città e della società arcaica di Roma (Coarelli 1996, 198-199; Carandini 2010): di certo era stato realizzato appositamente in sottosuolo come locale appartato e distinto dalle normali attività abitative poste in superficie, quasi a voler creare una dimensione altra in cui prestare devozione.

6 | Roma, Esquilino, Vicus Patricius. Schizzo del sacrario sotterraneo privato di L. Creperius Rogatus Secondinus, 1613 (Bassani 2003c, 400).

Rispetto a tanto sfarzo costruttivo e decorativo, è opportuno ricordare che esistono varie attestazioni di vani in sottosuolo destinati a fungere da dormitori o da luoghi di lavoro per le classi subalterne. In questo caso, la finalità di edificare sotto terra è totalmente invertita rispetto agli esempi fin qui citati, dal momento che collocando le persone di rango inferiore in uno spazio non visibile, le loro stanze, dunque la loro stessa presenza, venivano tolte simbolicamente e fisicamente dai piani riservati al dominus, a rimarcare la distanza fra lo spazio per le persone libere e quello per gli schiavi. Emblematica è la famosa domus di M. Emilius Scaurus alle pendici del Palatino, a Roma, costruita su una basis sostruttiva alla metà del I sec. a.C. [fig. 7]: in essa erano state ricavate circa sessanta stanzette di anguste dimensioni (1,2x1,5 m, h 2 m circa), cui si accedeva da corridoi. All’interno vi poteva essere una base in muratura con funzione di giaciglio e qualche traccia di decorazione pittorica, in cui, al momento dello scavo, si notavano scene di amplessi tanto da far interpretare quei vani come parte di un lupanare. In questo piano ipogeo oltre all’ergastulum vi era anche un luogo di culto domestico e un impianto termale, ubicati nel settore sud-ovest della parte seminterrata (Basso 2003b, 448-450; Carandini 2012, 232). La domus, che comportò l’acquisto di altre abitazioni per crearne una di grandissima estensione, passò alla storia (Plin. nat. hist. 36 7-8 e 114-115) perché Scauro, dopo aver fatto posizionare 360 colonne in marmo luculliano per abbellire la scena del suo teatro effimero in Campo Marzio, usò le 4 più alte in marmo nero (11,2 m = 38 piedi romani) per il suo enorme atrio tetrastilo: di quest’ultimo, il piano interrato per gli schiavi rappresentava la base sostruttiva, su cui poggiava il centro propulsivo di quella gigantesca abitazione.

7 | Roma, Palatino. Planimetria e sezione della Domus di L. Emilius Scaurus, con evidenziato il piano sotterraneo destinato agli alloggi servili (Carandini 2012, II, Tav. 66).

Il sottosuolo, dunque, si prestava a essere utilizzato per moltissimi impieghi e la consapevolezza dei romani di essere in grado di dominare anche questa dimensione sotterranea, oltre che quella in superficie, è ben esplicitata da alcune fonti letterarie, su cui si intende ora rivolgere l’attenzione.

3. Il vivere in sottosuolo agli occhi degli antichi: dall’età classica all’età augustea

In effetti, come guardavano gli antichi questi spazi nascosti e poco visibili, e soprattutto, come li percepivano? Uno studio specifico sull’argomento ha evidenziato come nel corso del tempo sia possibile registrare un sostanziale mutamento nella percezione del sottosuolo e del vivere nascosti sottoterra, almeno a livello concettuale e di filosofia dello spazio (Bassani 2003a).

Il mondo greco conosce ovviamente spazi di vita ipogei, benché risultino collocati in luoghi esotici e lontani, come le case degli Egizi, degli Etiopi e dei Traci descritte da Erodoto (Hdt. II, 100, 1-3; III, 97, 2; IV, 95, 1-5), oppure le abitazioni degli Armeni ricordate da Senofonte, in cui risiedevano insieme uomini e animali (Xen. an. IV, 5, 25-27). Anche le grotte naturali potevano essere frequentate per trascorrere le calde giornate estive, come era in uso presso i Sibariti nel VI secolo a.C., i quali però, secondo Timeo, si abbandonavano a ogni tipo di piacere ovvero di lussuria (πάσα τρυφή: la testimonianza è riferita da Ateneo: Ath. deipn. XII, 519b). Questa valutazione negativa sembra anticipare una prospettiva moraleggiante e limitativa del vivere in sottosuolo, che sarà tipica, come vedremo, di alcuni filosofi e pensatori di epoca imperiale, mentre in precedenza, in età ellenistica e tardo-repubblicana, molta letteratura d’evasione aveva ambientato negli antri naturali amori furtivi e struggenti, frutto di passioni intense quanto fugaci (si pensi al mito di Polifemo e Galatea o a quello di Didone ed Enea, ad esempio), che però esulano dal concetto di ‘bunker’ in quanto non costruiti ad hoc come rifugi.

In effetti, fra il IV e il II sec. a.C. le conquiste tecnologiche e le innovative capacità edilizie avevano permesso di raggiungere straordinari traguardi (in generale sulla tecnologia antica v. Russo 1996; sulla figura di Archimede v. Archimede, ieri e oggi 2018) e di sfruttare il sottosuolo come una dimensione polifunzionale, secondo teorizzazioni pratiche e architettoniche di cui Vitruvio ci conserva una testimonianza certa. Scrive il trattatista:

Sin autem hypogea concamerationesque | instituentur, fundationes eorum fieri debent crassiores, quam quae in superioribus aedificiis structurae sunt futurae … Maxima autem esse debet cura substructionum, quod in his infinita vitia so|let facere terrae congestio. Ea enim non potest esse semper uno pondere, quo solet esse per aestatem, sed hibernis temporibus recipiendo ex imbribus aquae multitudinem crescens et pondere et amplitudine disrumpit ey extrudit structuram saeptiones (Vitr. VI, VIII, 1-5).

Se si devono costruire ambienti sotterranei e stanze a volta [le concamerationes di cui abbiamo parlato in apertura], occorre che le loro fondazioni siano più spesse delle superiori… Un’attenzione particolare si deve avere per le sostruzioni, in quanto l’ammassamento di terra può causare vari danni, non avendo questa lo stesso peso sia d’estate che d’inverno, quando per le piogge assorbe una gran quantità d’acqua e aumenta di peso e di volume fino a premere sui muri di sostegno e a incrinarli.

Occorreva costruire edifici molto solidi nelle fondamenta qualora si volesse sfruttare l’hypogeum per evitare cedimenti e infiltrazioni che potessero mettere a repentaglio la costruzione stessa, ovvero i suoi abitanti. E al riguardo è interessante ricordare che proprio il sottosuolo sembra potesse essere percepito come un vero e proprio bunker da personaggi di primordine della Roma della prima età imperiale, come ci ricorda Seneca, che visse all’epoca di Nerone (Bassani 1998-1999). A suo avviso alcuni si facevano costruire subterraneae domus per sfuggire a fulmini e saette, ritenendo che lì il fuoco della folgore non potesse colpirli (Sen. nat. quaest. VI 1, 6):

Adversus tonitruum et minas coeli subterraneae domus et defossi in altum specus remedia sunt (ignis ille caelestis non transuerberat terram sed exiguo eius obiectu retunditur).

Erano costoro dei pavidi, che confidando nella impenetrabilità del suolo, si ritenevano scioccamente al sicuro:

Quid enim dementius quam ad tonitrua succidere et sub terram correpere fulminum metu? (Sen. nat. quaest. VI 2, 6).

Ma chi erano questi paurosi? una categoria generica e indefinita o piuttosto persone specifiche, di cui Seneca, per opportunismo, non ci tramanda il nome? Dall’incrocio della lettura delle fonti sembra probabile che il precettore di Nerone avesse in mente un personaggio in particolare, il quale, essendo famoso e importante, era meglio non nominare, per non rivelarne debolezze che ne avrebbero potuto compromettere l’auctoritas e la fama. Si trattava probabilmente del Princeps, dell’iniziatore dell’impero, Ottaviano Augusto, il quale aveva una particolare codardia, come ci racconta esplicitamente il più noto biografo degli Augusti, Svetonio, sempre alla ricerca di pettegolezzi e di fatti che potevano colpire i suoi lettori.

Circa religiones talem accepimus. Tonitrua et fulgura paulo infirmius expavescebat, ut semper et ubique pellem vituli marini circumferret pro remedio atque ad omem maioris tempestatis suspicionem in abditum et concamaratum locum se reciperet, consernatus olim per nocturnum iter transcursu fulgoris, ut praediximus (Svet. Aug. 90).

Circa le sue superstizioni, abbiamo raccolto quanto segue. Aveva paura dei tuoni e dei fulmini con debolezza un po’ eccessiva, e per questo motivo portava con sé, sempre e dappertutto, una pelle di vitello marino come amuleto, e a ogni sospetto di temporale cercava rifugio in qualche luogo chiuso e nascosto, perché, come abbiamo detto sopra, una volta, mentre era in viaggio di notte, era stato atterrito dalla caduta di un fulmine. 

La notizia è confermata indirettamente da Plinio, il quale, pur non riferendosi nemmeno lui in maniera esplicita ad Augusto e non volendo rivelare le sue fonti, afferma che i paurosi (pavidi) ritenevano estremamente sicuri gli specus e si proteggevano con pelli di animali particolari come i vituli, cioè le foche, perché fra tutte le specie questa era ritenuta quella che meglio resisteva alle furie del mare e quindi ai pericoli più temibili (Plin. nat. hist. II 146, 56).

Quanto siano affidabili queste tre testimonianze non è dato sapere; certo è che la corrispondenza fra i tre passi merita, si crede, una considerazione importante, tanto più se si osserva che Augusto e la moglie Livia possedevano a Prima Porta, lungo la Via Flaminia, una famosa villa provvista di ipogeo, nota con l’appellativo ‘ad gallinas albas’ per via di un evento straordinario capitato a Livia durante il tragitto alla residenza suburbana (è sempre Plinio a narrarlo: nat. hist. XV, 136-137, confermato da Svet. Galba 1). Dal cielo, infatti, un’aquila aveva fatto cadere nel grembo della Augusta una gallina candida avente nel becco un rametto di alloro e tale prodigio era stato ovviamente interpretato come un pronostico celeste di prosperità e benessere dell’impero attraverso Livia, progenitrice di una stirpe predestinata agli allori – e non a caso ella fece trapiantare il ramoscello da cui nacque poi un folto bosco di lauro.

La villa, articolata attorno a un atrio e a un peristilio con ambienti di rappresentanza e di riposo, fu frequentata fino all’età tardoantica, subendo nel tempo ampliamenti (un’area balneare) e rifacimenti nell’apparato decorativo e strutturale (Calci, Messineo 1984; Busana, Bonini, Rinaldi 2003, passim [fig. 8a-b]). Nel 1863, quando si effettuarono i primi sterri, emerse anche la statua marmorea detta poi dell’Augusto di Prima Porta, che mostra il Princeps in vesti marziali, sulla cui corazza è raffigurata la restituzione da parte dei Parti delle armi sottratte a Crasso nel 53 a.C. nella battaglia di Carre.

8a-b | Roma, Prima Porta, Villa di Livia. Planimetria complessiva con particolare dei vani interrati e delle pitture di giardino nella sala 2 (Busana, Bonini, Rinaldi 2003, 203, fig. 67 e Salvadori 2017, 19, fig. 2).

Ma nella prospettiva che qui si sta affrontando il dato che più interessa è che nella villa esisteva un vano di ricevimento totalmente interrato, che appare di estrema importanza alla luce delle testimonianze più sopra ricordate. Si tratta della famosissima sala decorata mediante preziose e raffinate pitture di giardino, staccate nel 1951 perché non venissero danneggiate e che sono oggi conservate al Museo Nazionale Romano ([fig. 8b]; Salvadori 2017, 17-29, con bibliografia precedente). Il giardino dipinto su tutti i lati della sala (dimensioni: 5,9 x 11,7 m) si crede riproducesse le specie vegetali e animali presenti sopra terra, attraverso un gioco di rimandi fra il paesaggio reale e una vegetazione ideale che doveva richiamare ancora una volta l’idea di benessere e di riposo, ma anche di ricchezza e di simbiosi fra una natura rigogliosa e la prosperità umana.

Difficile pensare che Augusto avesse scelto di farsi costruire un vano totalmente interrato (del primo tipo: v. supra, fig. 1) per essere soltanto alla ‘moda’, ovvero per poter godere del fresco in estate al riparo dalla calura. C’è da chiedersi piuttosto se tale ambiente non costituisse una vera e propria tana, un ‘bunker ante litteram’ di estrema raffinatezza: tanto la statua di Augusto simboleggiava la potenza marziale del pacificatore dell’Impero, altrettanto la sala sotterranea mascherava, forse, paure e superstizioni di colui che aveva dedicato un tempio a Giove Tonante sul Campidoglio, perché lo aveva salvato dalla morte dopo la caduta di un fulmine (v. Svet. Aug. 29, su cui già Bassani 1998-1998 e più di recente Carandini 2012, p. 171).

4. Il vivere in sottosuolo agli occhi degli antichi: l’età imperiale

Il caso della villa di Prima Porta è certo un esempio particolare, che potrebbe essere stato realizzato per seguire una consuetudine edilizia ma forse anche per rispondere a istanze personali del Princeps. Tuttavia, la prassi edificatoria che permetteva di ampliare le superfici abitabili costruendo in sottosuolo e qui collocare spazi di vita talora sontuosi, è una realtà archeologica molto ben documentata per la piena età imperiale (Subterraneae domus 2003, passim). Tra i casi più noti merita di essere ricordato il nucleo scoperto a Roma nel 1875 fra l’attuale Piazza Vittorio Emanuele-Via Emanuele Filiberto-Piazza Dante, dove un tempo erano gli Horti Lamiani [fig. 9], i cui reperti sono esposti in una delle sale dei Musei Capitolini, a Roma (La Rocca 1986, in particolare 27-28).

9 | Roma, Piazza Vittorio Emanuele-Via Emanuele Filiberto. Planimetria dei resti archeologici appartenenti agli Horti Lamiani: criptoportico 1, ambiente 2, ninfeo 3, vano circolare 6 (Cima di Puolo 1996, 400, fig. 35). 

L’area, di proprietà di L. Aelius Lamia console nel 3 d.C. e poi passata sotto la proprietà imperiale, con Caligola conobbe uno straordinario sviluppo architettonico e decorativo, poi accresciuto durante i regni successivi (Cima 1986b, 105-128; Cima Di Puolo 1996, 61-64; Carandini 2012, 329). Vi erano infatti numerosi padiglioni, se pur non coerentemente uniti tra loro, alcuni con vani ipogei. Fra questi il meglio conservato è un criptoportico lungo almeno 80 m e largo 7 m, terminante in due absidi e collegato ad altri locali. Aveva superfici riccamente decorate: il pavimento era in lastre di alabastro [fig. 10] e di altri marmi pregiati, le venti colonne erano in giallo antico, mentre per le basi e i capitelli era stato scelto uno stucco dorato. Nel tempo gli Horti Lamiani continuarono a essere utilizzati dalla corte imperiale: lo attestano sia i ritrovamenti di sculture e di altri materiali di altissimo pregio riferibili all’età di Commodo, sia alcuni restauri riconducibili ad Alessandro Severo. Dalla sala ipogea 2 nel corso del 1874 si trassero un torso di Dioniso semi-recumbente, due busti di Tritoni e il famoso ritratto di Commodo sotto le spoglie di Ercole [fig. 11], oltre che due Muse e la nota Venere Esquilina. Si ritiene che tale ambiente possa essere stato adibito a deposito temporaneo delle sculture in una situazione di pericolo, forse da individuarsi nel 192 d.C. quando Commodo venne ucciso e il Senato ne decretò la damnatio memoriae (Cima 1986a, 53).

10 | Roma, Palazzo dei Conservatori, Musei Capitolini. Particolare del pavimento in alabastro dal nucleo sotterraneo degli Horti Lamiani (©wikicommons).
11 | Roma, Palazzo dei Conservatori, Musei Capitolini. Veduta di Commodo come Ercole e dei Tritoni scoperti nel vano sotterraneo 2 degli Horti Lamiani, Roma (©wikicommons).

E se è certo possibile che in un determinato momento qui possano essere stati riposti statue e oggetti preziosi per salvarli da razzie e distruzioni, dunque nella vera e propria accezione di un ‘criptoportico come bunker’, resta il fatto che tutto il piano interrato fu realizzato per fini residenziali: ciò è confermato tanto dalla presenza di un sontuoso ninfeo, il vano 3, con nicchie per i giochi d’acqua e un prezioso pavimento di marmi che creavano l’effetto di ‘occhio di pavone’, quanto dal locale circolare 6, rivestito di lastre di pavonazzetto. A ulteriore riprova che questo insieme di vani sotterranei fosse pensato per una committenza altissima, spiccano le numerosissime gemme di corniola, topazio, ametiste e lapislazzuli, oltre che i resti di lamine di bronzo dorato, lastrine di agata e altri elementi di fissaggio, che furono recuperati durante gli scavi del 1874-1875 [fig. 12]. Essi potevano decorare sia un trono o una kline, sia porzioni di pareti, di soffitti e di colonne: benché non sia stato indicato con esattezza il luogo del loro rinvenimento, a confronto sono state rievocate le famose pitture di II stile dalla Villa di Oplontis, dove talora le colonne dipinte risultano abbellite da elementi vegetali inframezzati da pietre preziose [fig. 13] (Cima 1986b, 105-144; Ciardiello 2010).

12 | Roma, Palazzo dei Conservatori, Musei Capitolini. Alcune delle gemme (ametiste, lapislazzuli, quarzi microcristallini verdi) recuperate durante lo scavo del criptoportico sotterraneo 1 degli Horti Lamiani (Cima di Puolo 1986, 118 e 122).
13 | Oplontis, Villa di Poppea Sabina. Particolare dell’affresco sulla parete ovest del triclinio con le colonne decorate da gemme (©wikicommons).

Si trattava, insomma, di un lussuosissimo rifugio ipogeo concepito a un tempo come luogo per l’otium, in cui passeggiare ammirando tanto grande sontuosità decorativa, e un vero e proprio nascondiglio. Se davvero al figlio di Germanico e di Agrippina Maggiore si deve ricondurre sia il progetto architettonico sia lo sfarzo decorativo, se ne può trovare un’eco ancora nelle pagine di Svetonio, il quale attesta che anche in altre costruzioni fatte realizzare da Caligola erano state usate pietre preziose: fra tutte, nelle navi-palazzo che tanto piacevano all’imperatore, le cui poppe erano ornate di gemme e avevano ogni genere di comfort (Svet. Cal. 37: Fabricavit et deceris Liburnicas gemmatis puppibus, versicoloribus velis, magna thermarum et porticum et tricliniorum laxitate magnaque etiam vitium et pomiferarum arborum varietate, quibus discumbens de die inter choros ac symphonias litora Campaniae peragraret. Sulle straordinarie e ricchissime navi recuperate nel lago di Nemi attribuite a Caligola, distrutte da un incendio doloso nel 1944, v. Ucelli [1940] 1983).

All’imperatore, infatti, piaceva stupire:

In extructionibus preaetorium atque villarum omni ratione posthabita nihil tam efficere concupiscebat quam quod posse effici negaretur. Et iactae itaque moles infesto ac profundo mari et excisae rupes durissimi silici et campi montibus aggere aequati et complanata fossuris montium iuga, incredibili quidem celeritate, cum morae culpa capite lueretur (Svet. Cal. 37).

Quando si faceva costruire dei palazzi e delle ville, quello che particolarmente lo seduceva era di riuscire a costruire quanto dicevano fosse irrealizzabile. Per questo motivo furono gettate delle dighe in mare profondo e tempestoso, tagliate delle rupi di durissimo selce, spianate montagne e colmate vallate. Il tutto, poi, con incredibile rapidità, perché faceva mozzare la testa per qualsiasi ritardo.

Non desta meraviglia, quindi, che egli si fosse fatto realizzare un complesso e ricchissimo nascondiglio in sottosuolo nei giardini di Lamia, portando all’estremo le capacità edificatorie raggiunte a quei tempi. Anzi, leggendo le pagine conclusive di Svetonio (Svet. Cal. 58-59), si sarebbe addirittura tentati di riconoscere proprio in quella galleria ipogea la crypta che l’imperatore attraversò prima di essere colpito a morte dai suoi assassini, recandosi a pranzo; e se ovviamente si tratta solo di una suggestione, di sicuro in quegli horti fu trasportato “di nascosto” (clam) il suo cadavere, che qui venne posto su un rogo improvvisato per poi celarlo sotto un sottile strato di erba, per nasconderlo ai suoi nemici (Cadaver eius clam in hortos Lamianos asportatum et tumultuario rogo semiambustum levi caespite obrutum est).

Nel sottosuolo dei giardini di Lamia finiva così il regno di Caligola. 

5. Spunti di riflessione

La panoramica proposta, che certo non è esaustiva ma illustrativa di curiosi esempi antichi di ‘bunker’ e di nascondigli ipogei, attesta il livello raggiunto dalla pratica ingegneristico-architettonica e dalle tecniche decorative, capaci di creare in una dimensione oggettivamente non facile rifugi sotterranei (o seminterrati), che potevano essere impreziositi da apparati di altissimo livello.

La molteplicità dei casi attestati nell’impero conferma la diffusione di una pratica declinata a seconda delle possibilità economiche e delle istanze dei diversi committenti, i quali vollero sfruttare il sottosuolo come uno spazio vitale, come un luogo in cui trascorrere momenti di piacere ma anche come vani in cui svolgere attività di lavoro o di culto: oltre al sacrario sotterraneo per i Luperci di cui si è detto, numerosi sono gli esempi di altri vani per i culti tradizionali e per il culto di Mitra, sopra i quali, sovente, furono poi erette chiese cristiane (Bassani 2003b).

Non è forse un caso che Ambrogio, sul finire dell’evo antico, abbia tuonato contro questo tipo di edifici non visibili in superficie, che ai suoi occhi erano soprattutto luoghi dove agere otia e operiri flagitia. Scrive in una lettera a Ireneo:

… venit in mentem illud, quod dominus in manu Aggaei prophetae locutus est dicens: Si tempus vobis est, ut habitetis in domibus caelatis? Quid ergo istud est nisi in superioribus habitandum, non in vallestribus et subterraneis habitaculis? Qui enim infra terram habitant, non possunt aedificare templum dei et dicunt: Non venit tempus ut aedificetur domus domini, simul quia luxuriosorum est hypogaea quaerere, captantium frigus aestivus, eo quod resoluti deliciis aestus aliter ferre ac tolerare non queant, et ideo requirant umbrosa penetralia, vel quod desidiosi ignava sub terris agant otia, deinde quod tenebrosa illos et opaca delectent magis, quibus operiri flagitia sua credant secundum illud: Tenebrae circumdant me et parietes, quem vereor? Sed frustra hoc sperant, cum ‘profunda abyssis’ et ‘abscondita’ deus cernat et omnia depraehendat, antequam fiat (Ambr. epist. XII (30), 1-2).

… Mi venne in mente quello che il Signore disse per bocca del profeta Aggeo: È questo il tempo per voi di abitare in case con i soffitti a cassettoni? Che cosa significa questo, se non che bisogna abitare in luoghi elevati e non in valli e in dimore sotterranee? Coloro che abitano sottoterra, infatti, non possono costruire il tempio di Dio, e dicono: Non è giunto il tempo per costruire la casa del Signore, anche perché cercare gli ambienti sotterranei è tipico dei dissoluti che, d’estate, vanno a caccia del fresco in quanto indeboliti dai piaceri non possono altrimenti sopportare adeguatamente la calura e perciò cercano i recessi ombrosi, o perché - infingardi - si abbandonano sotto terra a ozi imbelli; inoltre, perché quei luoghi immersi in un’ombra tenebrosa riescono a loro più graditi, giacché credono che le loro turpitudini rimangano nascoste secondo il detto: Mi circondano le tenebre e le pareti: chi devo temere? Ma invano sperano questo, perché Dio vede le ‘profondità dell’abisso’ e i ‘luoghi nascosti’ e tutto conosce prima che avvenga.

L’epistola si dilunga ancora molto sul confronto fra chi si rintana sottoterra e chi invece abita sopra terra: l’arringa contro quella vita appartata e nascosta in sottosuolo, che tanta fortuna aveva avuto nella storia di Roma, serviva a rovesciarne la prospettiva, a ‘infangare’ quelle funzioni e quelle capacità costruttive e decorative degradandole a sinonimi di eccesso, lussuria, falsità, assenza di verità. Agli ‘infingardi’ pagani potevano ora essere contrapposti i ‘solerti’ cristiani, i quali, secondo Ambrogio, facevano ogni cosa alla luce del sole contemplando Dio e dunque imboccando la via della salvezza. Il padre della chiesa, però, sembra dimenticare – intenzionalmente, è chiaro – che gli stessi cristiani avevano utilizzato a loro volta ‘bunker’ sotterranei passati alla storia come ‘catacombe’: erano sì luoghi di sepoltura che potevano raggiungere profondità considerevoli, ma in molti casi vi erano stati ricavati anche edifici di culto per celebrazioni comunitarie, così come cubicoli con relativi dispositivi per le libagioni e i banchetti in onore dei morti, soprattutto se illustri. Lo esemplificano le basiliche ipogee nelle catacombe di Priscilla, di San Sebastiano, di Callisto e di Ippolito a Roma ([fig. 14], dove era possibile svolgere rituali di commemorazione unitamente a celebrazioni particolari nei casi in cui lì vi fosse la tomba di martiri.

14 | Roma, Catacombe di Ippolito presso la Via Tiburtina. Disegno della basilica ipogea (Ghilardi 2004, p. 407, fig. 188).

Nei sotterranei delle catacombe di S. Sebastiano, ad esempio, si celebravano i santi Pietro e Paolo e il loro martirio, mentre la basilica semi-ipogea delle catacombe di Domitilla era dedicata ai santi Nereo e Achilleo, il cui culto veniva qui praticato con grande enfasi e sontuosità (sulla storia delle scoperte delle catacombe a Roma v. Ghilardi 2004; per una sintesi sul fenomeno si veda Origine delle catacombe romane 2006. Ampia documentazione anche nella voce dedicata nell’Enciclopedia Treccani). Al riguardo, uno studio abbastanza recente (Fasola, Fiocchi Nicolai 1989) fornisce una esauriente panoramica dell’impianto ‘urbanistico’ delle catacombe paleocristiane, sparse in tutto l’impero [fig. 15]: esse erano provviste di cubicoli per i pasti comunitari con cisterne, pozzi, banchine, mense, ma erano pure dotate, dal IV d.C., di strutture santuariali presso cui convergevano i pellegrini per venerare i martiri e i più famosi personaggi della cristianità (nella formula ‘itinera ad sanctos’): da qui prese forma quello straordinario fenomeno del pellegrinaggio votivo diffuso in tutta Europa e nell’Africa settentrionale (su cui v. ancora Fasola, Fiocchi Nicolai 1989, in particolare 1194-1205), di cui rimangono oggi testimonianze importanti nei tre principali percorsi europei (la Via Romea Strata, la Via Francigena e la Via Germanica).

15 | Falerii Novi (Civita Castellana, Viterbo), Catacombe dei SS. Gratiliano e Felicissima. Planimetria dei resti ipogei (Fasola, Fiocchi Nicolai 1989, p. 1189, fig. 16).

La prospettiva negativa contro quei ‘bunker ante litteram’, di cui Ambrogio è per noi uno dei massimi testimoni della tarda età imperiale, è dunque il sintomo di una ‘criticità’ non risolta circa le modalità con cui osservare (e abitare) i rifugi ipogei. E al riguardo, in chiusura, vale proporre un’ultima osservazione. L’etimologia incerta di ‘catacombe’, forse dal greco tardo κατακoῦμβαι ovvero κατὰ κoύμβας, ‘sotto le grotte / presso gli avvallamenti (le cave)’, appare oggi come una ulteriore testimonianza, lontana nel tempo ma non per questo meno interessante, della necessità sempre impellente di inventare parole nuove per (ri)definire l’abitare in sottosuolo: e questo perché, in fondo, quella dimensione restava, allora come oggi, il nascondiglio migliore.

Riferimenti bibliografici
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English abstract

The article offers an overview on rooms and buildings underground, realized as real secluded and hidden places similar to ‘bunker ante litteram’ to shelter from the summer heat, to be with few people, to carry out worship and work activities, but also as places to have a relaxing walk, often reproducing in the subsoil the same decorative luxury guaranteed to the rooms built on the surface. A dialogue between the archaeological documentation and some literary sources allows us to perceive the breadth of a predominantly Roman building phenomenon, that at the end of Antiquity, in the eyes of new Christian beliefs, still appeared extraordinary and therefore dangerously fascinating.

keywords | Underground; Augustus; Caligola; Antiquity; Hypogeum spaces.

La Redazione di Engramma è grata ai colleghi – amici e studiosi – che, seguendo la procedura peer review a doppio cieco, hanno sottoposto a lettura, revisione e giudizio questo saggio.
(v. Albo dei referee di Engramma)

doi: https://doi.org/10.25432/1826-901X/2017.185.0004