"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

185 | ottobre 2021

97888948401

Une machine à émouvoir

Bunker e / è architettura

Andrea Iorio

English abstract

1 | Scala di accesso a un bunker (Ilagam/Pixabay 2017).

Quello del bunker rappresenta probabilmente l’ultimo significativo contributo che l’architettura ha offerto al campo dell’arte militare, poi trasferito a un mondo più vasto di costruzioni legate a temi emergenziali. Macchine concepite per resistere agli shock più violenti, atte a controllare passaggi strategici ed eventualmente condurre operazioni controffensive, o anche solo a dare riparo a soldati o civili, migliaia di bunker hanno popolato il territorio fisico europeo e poi mondiale, per entrare ben presto, in modo estremamente vivido, anche nel territorio dell’immaginario collettivo. La loro fortuna si è consolidata su un’ampia adattabilità del tipo, declinato in tempi e luoghi diversi nelle forme di volta in volta più adatte, ad assorbire condizioni topografiche, funzionali e tecnologiche mutevoli, determinandone una prolifica diffusione nei paesaggi più vari, ancora evidente ai giorni nostri.

Avvicinarsi al tema dal punto di vista architettonico e dichiarare l’appartenenza del bunker al campo dell’architettura, tuttavia, non ha semplicemente a che fare con il suo essere spazio costruito. La relazione tra forma e costruzione svolge senza dubbio un ruolo primario, così come la varietà di configurazioni attraverso cui si manifesta racconta una singolare storia di rapporti serrati tra forma e funzione, la cui evoluzione ha a che fare con gli sviluppi tecnologici nel campo degli armamenti e più in generale con quelli dell’arte militare. Ma è soprattutto sul piano simbolico che il tema del bunker sembra offrire gli spunti più interessanti per un discorso sulle sue valenze architettoniche: il bunker si rivela da questo punto di vista un manufatto capace di parlare, il quale non afferma semplicemente in modo tautologico la propria funzione specifica ma dischiude un panorama di effetti psicologici ed emozioni primordiali capaci di caricarlo di un’intensità di matrice archetipica.

A tal fine può risultare utile partire dall’iniziale radicalizzazione dei suoi tratti costitutivi individuabili nella coppia antinomica muro-feritoia. I due termini non soltanto schematizzano i più evidenti dei pochi elementi di cui in genere un bunker è fisicamente fatto, ma richiamano due mondi di suggestioni e, soprattutto, due narrazioni che ne hanno accompagnato, e continuano ad affiancarne, la vita.

Il primo termine, quello di muro, rappresenta probabilmente la componente di maggiore immediatezza e si manifesta a sua volta attraverso le due modalità della superficie continua e degli spessori eccezionali: la netta prevalenza in prospetto del pieno sulle bucature e la consapevolezza, ribadita da ogni varco, delle masse attraversate sono i caratteri mediante i quali il muro dichiara, in modo si potrebbe dire iperbolico, il suo risvolto difensivo. L’uso del riferimento retorico, tuttavia, permette di introdurre una questione non secondaria riguardo il messaggio che il bunker veicola e il suo destinatario. Mostrandosi idealmente impenetrabile il guscio murario è portatore di un esplicito avvertimento che viene trasmesso in due direzioni opposte – verso l’esterno e verso l’interno - perché due e opposti sono i soggetti che lo fruiscono: chi per trovarvi riparo, chi con l’intenzione di affrontarlo. Così come avviene nel mondo animale, la muscolosa esibizione di solida prestanza contiene in sé stessa un primordiale nucleo aggressivo che scoraggia l’aggressore e, allo stesso tempo, infonde audacia nel difeso. Nel bunker moderno, amplificando un principio già proprio dell’architettura difensiva precedente, il muro acquista la duplice natura di fatto tecnico, dimensionabile quantitativamente in funzione della potenza balistica del colpo che potrebbe ricevere ma anche, e soprattutto, di dispositivo retorico che sposta il discorso dal piano reale di una resistenza letterale a quello psicologico di una resistenza che, parafrasando Colin Rowe e Robert Slutzky, potremmo dire fenomenica. Richiamando un concetto come quello di ‘deterrenza’, destinato ad assumere nel corso del Novecento un ruolo sempre più rilevante nei discorsi su difesa ed equilibri militari, il bunker dimostra già nella sua stessa concezione il condensarsi di aspetti costruttivi, legati alle prestazioni dirette che fisicamente deve svolgere, e di ragionamenti meno tangibili ma altrettanto solidi sulla sua efficacia indiretta.

Se la comparsa del bunker è generalmente ricondotta alle vicende della Prima guerra mondiale, quasi conseguenza inevitabile delle estreme condizioni della nuova ‘guerra di posizione’, le sue origini possono tuttavia essere già intrecciate al lungo dibattito che ha avuto corso tra la seconda metà dell’Ottocento e il primo decennio del Novecento riguardo le effettive possibilità di realizzare costruzioni ancora capaci di resistere all’urto delle sempre più temibili artiglierie. A partire dalle inaspettate sorti della guerra franco-prussiana, nella quale avevano fatto sistematica comparsa le tanto potenti quanto precise artiglierie rigate, e nei decenni successivi con le ulteriori scoperte in merito all’azione esplosiva e ritardata dei proiettili, ci si interrogava con sempre maggiore urgenza se fosse ancora ragionevole cercare soluzioni difensive nell’ambito delle fortificazioni permanenti. La frenetica rincorsa a cui si assiste in quegli anni tra progressi nella tecnologia degli armamenti – che rendevano presto superati molti forti appena costruiti - e corrispondenti innovazioni nella progettazione delle fortificazioni, si condensa attorno a due distinti principi solo apparentemente divergenti ma in egual modo fondamentali nello sviluppo del bunker moderno.

2 | Un ufficiale della RAF ispeziona il buco lasciato da una bomba Grand Slam da 22.000 libbre a penetrazione profonda che ha perforato il tetto in cemento armato del bunker per sottomarini tedeschi a Farge, a nord di Brema, nel bombardamento del 27 marzo 1945 (Pilot officer Wilson, Royal Air Force official photographer, Imperial War Museum, cat. n. CL 2607).

Il primo, che consiste nella ricerca di una sempre maggiore robustezza dell’involucro protettivo, si rivolge in modo concreto ai materiali e alle tecniche costruttive secondo una concezione basata sull’uso della forza. A colpi sempre più dirompenti non può che opporsi altrettanto vigorosamente, con l’introduzione di nuovi e più performanti materiali quali il calcestruzzo e le corazze d’acciaio. All’interno del dibattito in corso, tra i sostenitori della difesa permanente figura di riferimento è quella del generale Henri-Alexis Brialmont, autore di importanti progetti realizzati a difesa delle maggiori città in Belgio e poi in Romania ma anche di numerosi trattati dedicati al tema dei campi trincerati. Convinto sostenitore della possibilità di raggiungere un equilibrio tra potere distruttivo e resistenza fisica, a chi sosteneva la definitiva fine delle fortificazioni e il loro destino di rovine – paragonabile a quello della Grande muraglia cinese - Brialmont risponde con una logica stringente che sembra non contemplare alternative. Nel suo Les régions fortifiées, per esempio, afferma che:

Les substances qui, d’après l’expérience, paraissent seuls pouvoir entrer dans la préparation des explosifs, sont en nombre limité comme le corps simple qui les composent. Une foule de combinaisons ont été réalisées et mises à l’épreuve. Or le résultat a prouvé que toutes les poudres brisantes employées jusqu’ici dans les obus produisent à poids égal des effets différant peu l’un de l’autre. Il existe cependant des explosifs d’une puissance beaucoup plus grande. Tels sont les éthers perchloriques et éthyliques; mais leur préparation est si coûteuse et si dangereuse, leur conservation si incertaine, leur maniement expose à tant de périls, qu’on ne peut songer, dans l’état actuel de nos connaissances, à les employer pour le chargement de projectiles (Brialmont 1890, XI).

Finito è il numero di elementi chimici di cui sono fatti gli esplosivi come finito è il numero di materiali utilizzabili nelle costruzioni delle fortificazioni: alle combinazioni dei primi non può che corrispondere un’uguale e contraria combinazione dei secondi e dunque l’equilibrio è inevitabile. Si tratta evidentemente di un ragionamento che ostenta una sicurezza almeno pari al bisogno di rassicurazione espresso dai governi e dalle alte sfere militari di quasi tutti gli stati europei, impegnati in quegli stessi anni nel difficile compito di assegnare sempre più consistenti risorse economiche agli sforzi fortificatori che stavano interessando tutte linee dei confini nazionali.

Allo stesso tempo una seconda modalità si intreccia alla prima nel riconoscere che la resistenza non è esclusiva funzione dell’esercizio di due forze uguali e opposte e che il problema può essere parzialmente aggirato giocando d’astuzia: parare il colpo ma prima ancora cercare di evitarlo e, potendo, di anticiparlo. Da un punto di vista planimetrico, il principio su cui erano concepiti i campi trincerati - i quali ebbero una certa fortuna nella seconda metà dell’Ottocento e per la cui elaborazione teorica Brialmont aveva svolto un ruolo fondamentale - prevedeva la progressiva frammentazione della massa compatta delle precedenti strutture fortificatorie: a esse era preferita la dislocazione di un sistema organico di elementi autonomi, opportunamente collocati in relazione balistica gli uni con gli altri, in grado di battere un perimetro senza doverlo ergere fisicamente. A farsi sempre più rilevante è anche un ragionamento che trova nella sezione lo strumento grafico più efficace per concepire e progettare le nuove opere fortificatorie, capace di dare forma all’emergere di nuovi principi quali occultamento e difesa attiva. Nel contesto italiano l’opera di Enrico Rocchi, autore nel 1908 del corposo trattato Le fonti storiche dell’architettura militare, costituisce un riferimento fondamentale. Dopo aver ripercorso l’evoluzione storica dei rapporti tra opere costruite e modalità di combattimento, cercando di risalire ai paradigmi culturali su cui di volta in volta erano conformate, Rocchi delinea i principali criteri che avrebbero dovuto supportare una vera e propria svolta nel campo delle fortificazioni: “Il principio della massa che, a varie riprese nella storia, ha prodotto le mura di Ninive, la Rocca d’Ostia, i forti della Mosa, racchiude in sé il germe della precarietà” (Rocchi 1908, 489). Perché quelle sono opere “destinate a vedere menomata la loro facoltà di resistenza a ogni aumento di efficacia dei mezzi stessi [di distruzione]. Eppertanto, anziché nelle grandi masse di calcestruzzo e di metallo, l’architettura militare deve, oggidì, come sempre, rinvenire il modo di soddisfare alle esigenze della difesa, colla forma e colla disposizione più conveniente delle opere” (Rocchi 1908, 489) Spiegando di seguito che “occorre adottare il concetto della resistenza indiretta o dell’occultamento del bersaglio, ridotto ai minimi termini di rilievo e di profondità” (Rocchi 1908, 489).

Declinazione particolare del tema del muro è dunque quella che lo vede avvicinarsi progressivamente a un’articolazione della sezione del suolo. La superficie esposta si riduce gradualmente, mentre gli spigoli si smussano in modo da deviare eventuali colpi. Nei confronti del nemico, il manufatto - o ciò che ancora ne emerge - si oppone in modo radente e non più frontale. Il processo in atto trova evidente riscontro nelle successive evoluzioni del bunker. Se da un lato, nell’offrire riparo, esso si farà spazio concavo, arretrando idealmente fino a recedere sempre più in profondità entro le viscere della terra, dall’altro saranno messi in atto una serie di espedienti nel tentativo di farlo assorbire dallo sfondo: la sezione sarà lo strumento precipuo per attuare tale astuzia dell’intelligenza, il camouflage l’ultima ratio.

È interessante osservare come Rocchi chiarisca il senso di queste considerazioni, essenzialmente tecniche, facendo ricorso a un riferimento che si potrebbe dire archetipico:

Un’opera dovrà venire costituita da una striscia sottile, non emergente dal terreno. I locali di servizio, i ricoveri di presidio, i magazzini (il tutto da ridurre al minimo indispensabile) saranno interrati, e quanto non è strettamente necessario nell’interno dell’opera dovrà venire organizzato all’esterno ed occultato in pieghe del terreno od in caverne. Nelle fortificazioni d’oggidì le caverne prendono il posto delle caserme, delle polveriere, dei magazzini, e dei fabbricati diversi (Rocchi 1908, 489-490).

Quella della caverna o delle pieghe del terreno è una suggestione che risale indietro nel tempo, alle origini dell’architettura stessa, ma che si dimostra particolarmente vivida: Rocchi può così sostituirla alla tradizionale eloquenza delle possenti murature opera dell’uomo per ristabilire un rapporto quasi ancestrale con una terra capace di essere nuovamente protettiva, di accogliere ancora nel proprio ventre nonostante la rivoluzione copernicana e la moderna consapevolezza che la vita umana non si svolga altro che sulla superficie esterna del globo, ineludibilmente esposta. Si potrebbe per esempio confrontare un tale atteggiamento con quanto scriveva nel 1584 Giordano Bruno nel terzo dialogo di La cena delle ceneri, quando il filosofo Teofilo ricordava che “la convessitudine de la terra, la quale non è piana ma orbicolare, fa che non ne sii sensibile l'essere entro le viscere de la terra”.

3 | Soldato e cannone appostati in una feritoia di un bunker dell’Atlantikwall (Bundesarchiv Bildarchiv.)

All’esatto opposto del muro inteso come guscio protettivo sta la feritoia, l’elemento attraverso cui si esplicita l’altra metà della tensione tra l’interno e l’esterno del bunker: non più la separazione netta, idealmente ermetica e impenetrabile, ma la tensione che dispiega relazioni. Il livello è ancora una volta essenzialmente psicologico. Chi si ripara nel bunker è consapevole che la feritoia è la sua unica possibilità di controllare la minaccia: al minuscolo foro interno l’occhio si avvicina, bramoso e terrorizzato allo stesso tempo. Basterebbe ricordare la vicenda così ricca di suspense legata alla famigerata ‘Feritoia 14’ raccontata da Emilio Lussu in Un anno sull’Altipiano e poi ripresa nel film Uomini contro di Francesco Rosi: soltanto da quella feritoia è possibile controllare pienamente un vasto settore del campo di battaglia, sebbene dall’altro fronte sia appostato un cecchino che spara ogni volta – o quasi – un occhio osi avvicinarvisi. D’altra parte, il tema della tensione visiva si presenta nel mondo militare in modo quasi parossistico proprio a partire dalla Grande guerra, quando cioè il bunker sta facendo la sua comparsa. Inaugurando un topos di eccezionale frequenza nei racconti del fronte, un’enorme quantità di feritoie, punti di osservazione e postazioni mimetizzate viene realizzata nel corso del conflitto per spiare il nemico, pianificare assalti o anche solo prendere la mira, prestando però massima attenzione a non essere visti, spiati o presi di mira. Le tecniche messe a punto in modo talvolta spontaneo, in postazioni il più delle volte occasionali, costruiranno via via un bagaglio di soluzioni che d’ora in poi saranno sistematizzate e sviluppate nella successiva evoluzione del bunker. In generale, insistendo sulla sua funzione difensiva, si potrebbe dire che il bunker è la costruzione di involucro protettivo che si dichiara estremamente performante – indipendentemente dal fatto che lo sia o meno – e corredato da una serie di dispositivi di allerta sensoriale, sospeso tra la brama di percepire cosa sta avvenendo all’esterno e la consapevolezza che maggiore è la separazione maggiori le probabilità di salvezza.

Se il desiderio di visione rode e atterrisce chi si ripara all’interno del bunker, in modo speculare anche chi si accinge all’aggressione teme la feritoia da cui può arrivare azione uguale e contraria. Perché, contrariamente a quanto farebbe pensare la sua conformazione, la feritoia è l’esatto opposto del muro che si fa concavo e accoglie il difensore: la feritoia si protende idealmente verso l’attaccante, la sua natura è essenzialmente convessa, acuminata come i proiettili che preannuncia o comunque intimidatoria per gli strali visivi che lancia – anche a bunker vuoto. La feritoia è costruita sui meccanismi della visione: non solo in senso meramente funzionale, quello cioè di permettere lo sguardo dall’interno verso l’esterno, quanto a un livello ancora una volta psicologico, sotto forma di minaccia. Buco oscuro che si staglia severo sulla superficie tersa del guscio di calcestruzzo, la feritoia è essenzialmente dispositivo terrorifico, paralizzante come lo sguardo della Gorgone. Ancor più quando l’occhio profondo della feritoia emerge inaspettato dalla mimetizzazione sotto le cui vesti il bunker è nascosto, mettendo in scena un effetto simile al potere intimidatorio degli ocelli nel mondo animale. Provando una sortita ‘diagonale’ da un’analisi strettamente architettonica, si potrebbe spiegare il valore aggressivo della feritoia proprio ricorrendo alle osservazioni fatte da Roger Caillois nell’ambito del mimetismo animale e in particolare alle corrispondenze riscontrate con i meccanismi dell’immaginazione umana: se la mimetizzazione trova un parallelo nella mitologia dell’invisibilità, e quindi della sottrazione alla battaglia attraverso la temporanea assimilazione allo sfondo, al contrario l’esibizione di uno o due occhi rappresenta una minaccia rivolta verso l’avversario, perché:

L'uomo quasi universalmente, in virtù di una tendenza che si direbbe inestirpabile, ha paura dell'occhio il cui sguardo provoca lo stupore paralizzante, costringe a fissare un punto fisso, priva immediatamente di coscienza, volontà, capacità di movimento (Caillois [1960] 1998, 104).

Le feritoie come occhi sono il primo passo verso un’idea di bunker che, quasi un’arcaica figura apotropaica, deve ergersi monolitico – o comunque mostrarsi tale – per svolgere appieno la sua funzione, intimidatoria oltre che difensiva. Di qui, naturalmente, l’accostamento tra un certo antropomorfismo nel ‘disegno di facciata’ di molti bunker e il valore intimidatorio che la maschera svolge in moltissime società è piuttosto immediato e trova conferma in un processo di personificazione che vede spesso usare l’appellativo di ‘sentinelle’ per descrivere il ruolo di vari sistemi di bunker costruiti a custodia dei confini. Al corpo dei soldati si sostituisce ora il corpo iperbolico di queste avanzate quanto ancestrali macchine da guerra, al cui interno lo spazio si fa sempre più angusto, a contenere quasi soltanto il corpo del soldato-pilota, che la comanda come si farebbe con un automa prodotto dalla più fervida immaginazione fantascientifica ottocentesca. A partire dal rapporto tra bunker e corpo si aprono interessanti risvolti, a partire dal riconoscimento di una serie di coppie antinomiche in esso contenute:

Del monolite pieno e del contenitore vuoto, della luce e dell’oscurità, della macchina da guerra dove il corpo è un ingranaggio tra gli altri, e dell’edificio costruito sulla centralità del corpo, di uno o di molti soldati, e sui loro movimenti, di un’architettura costruita come un pozzo negli strati della terra e solo interno labirintico, piuttosto che oggetto cristallino che emerge dalla terra (Pizzigoni 2020, 145).

4 | Rifugio per aree residenziali (C.W. Glover, Civil Defence, New York 1941).

Se il risvolto intimidatorio permette di comprendere il funzionamento in ambito bellico, tuttavia, pensare più in generale al bunker come tipo architettonico la cui struttura logica è essenzialmente costruita sulla costante tensione tra interno ed esterno, permette di comprenderne anche le successive evoluzioni che lo vedono progressivamente sortire dal campo strettamente militare per diffondersi in modo pervasivo e duraturo anche nel mondo civile. Di pari passo con un processo di deterritorializzazione della guerra dovuta all’evoluzione della minaccia aerea e in seguito dei missili a lunga gittata, il bunker si sposta progressivamente dal mondo ‘altro’ dei campi di battaglia all’ordinario quotidiano dei quartieri residenziali e dei luoghi di lavoro. Tale trasferimento è accompagnato a livello iconografico da un parallelo processo di costruzione della sua immagine veicolata da innumerevoli manifesti di propaganda, articoli nelle riviste di argomento più vario – dall’architettura alla gestione domestica – e manuali di autocostruzione, a testimonianza del sempre più esteso processo di mobilitazione totale, “dalla fabbrica alla cucina” (Cohen 2011, 55), che avrà inizio con la Seconda guerra mondiale, ma durante la Guerra fredda troverà ulteriore terreno fertile. Scorrendo alcune di queste illustrazioni colpisce il contrasto tra ciò che accade in un esterno colpito inesorabilmente da bombe anonime, che cadono dal cielo senza che sia mai rappresentato il nemico, e la vita quotidiana che prosegue pacifica nei rifugi, abitati da uomini in giacca e cravatta o donne che giocano con i figli come nelle pubblicità dei primi elettrodomestici.

5 | Una madre e i suoi figli fanno pratica con il loro rifugio antiatomico da 5000 dollari in cemento e acciaio (Sacramento, CA, 1961, AP Photo/Sal Veder).

Tutto ciò ci racconta del paradossale processo, avvenuto nel mondo occidentale a partire dal secondo dopoguerra, dove al progressivo allontanamento del ‘pericolo’ bellico dal proprio vissuto fa da controcanto la graduale interiorizzazione del ‘rischio’ generico: l’incombere della catastrofe, che può avere indifferentemente origine nucleare, naturale o aliena, fino alle più recenti crisi finanziarie, climatiche o virali. In un tale mondo, dove il rischio diviene l’orizzonte costante, anche se non equamente distribuito, entro cui si muove la società di questa “Seconda Modernità” (v. Beck [1986] 2000), nessuno è un’isola e dunque, si potrebbe proseguire, ognuno ha bisogno di un bunker. Avendo perso la sua natura intimidatoria una volta divenuto il nemico più vasto e impersonale, il bunker si riduce a semplice riparo. Un guscio fatto di solo interno, che però assume progressivamente l’aspetto di un’intensificazione di uno o di pochi tratti del quotidiano: la casa minima iper efficiente, la dispensa iper fornita, addirittura il diorama di una natura paradisiaca. Frammenti del mondo che vengono salvati e traghettati nel post apocalisse come schegge esplose, atopiche. Come se il futuro non fosse destinato a continuare a riproporsi sul mondo attraverso l’infinita risacca delle stratificazioni che da sempre hanno trasformato lentamente i territori, sovrapponendo nuove relazioni alle trame esistenti, ma dovesse, presto o tardi, imbattersi in una cesura esiziale, dopo la quale ripartire da un nuovo inizio, sia esso un’arida tabula rasa o una lussureggiante natura selvaggia. Ma quasi sicuramente non più sul territorio come palinsesto.

Le considerazioni fin qui condotte, in forma ancora preliminare e sicuramente non conclusiva, hanno come obiettivo la dimostrazione di quanto possa essere proficuo intessere relazioni “diagonali” tra un tipo di manufatto assai specifico come il bunker con altri e più estesi ambiti del pensiero umano rivolto alle modalità dell’abitare. Intrecciarne la storia ad altre storie, tematizzarne i molteplici caratteri, esplorarne i valori psicologici latenti, sono tutte operazioni che intendono rendere conto di come nella costruzione del territorio anche fatti tecnici – appartengano essi alla tecnica militare a ad altre tecniche – non sono il prodotto esclusivo di scientifiche e conseguenti deduzioni, ma si costruiscono sulla base di specifiche concezioni del mondo, nell’inscindibile intreccio di aspetti materiali e immateriali.

Riferimenti bibliografici
  • Beck [1986] 2000
    U. Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità [Risikogesellschaft. Auf dem Weg in eine andere Moderne, Frankfurt am Main 1986], traduzione di Walter Privitera e Carlo Sandrelli, Roma 2000.
  • Brialmont 1890
    A.H. Brialmont, Les règions fortifiées, leur appliccation à la défense de plusieurs états européens, Bruxelles 1890.
  • Caillois 1998
    R. Caillois, L’occhio di Medusa. L’uomo, l’animale, la maschera [Meduse et Cie, Paris 1960], traduzione di Giovanni Leghissa, Milano 1998.
  • Cohen 2011
    J.-L. Cohen, Architecture in Uniform. Designing and Building for the Second World War, Montréal-Paris 2011.
  • Pizzigoni 2020
    A. Pizzigoni, Architettura senza città. Militari, cartografi e ingegneri nei territori di guerra, Torino 2020.
  • Rocchi 1908
    E. Rocchi, Le fonti storiche dell’architettura militare, Roma 1908.
English abstract

The bunker probably represents the last significant contribution that architecture has offered to the field of military art, then transferred to a wider world of constructions related to emergency themes. Machines designed to withstand the most violent shocks, capable of controlling strategic passages and possibly conducting counter-offensive operations, or even just spaces to give shelter to soldiers or civilians, thousands of bunkers have populated the physical territory of Europe and then the world, to enter, in an extremely vivid way, even in the territory of the collective imagination. Approaching the theme from an architectural point of view, and even declaring the bunker as belonging to the field of architecture does not, however, simply concern its existence as a built space. It is above all on a symbolic level that the bunker theme seems to offer the most interesting ideas for a discourse on its architectural values. From this perspective, the bunker turns out to be an artifact capable of speaking, which does not simply affirm its specific function in a tautological way, but instead discloses a panorama of psychological effects and primordial emotions capable of charging it with the intensity of an archetypal matrix.

keywords | Bunker; Military architecture; Concave-convex; Wall-loophole; Symbolic architecture.

La Redazione di Engramma è grata ai colleghi – amici e studiosi – che, seguendo la procedura peer review a doppio cieco, hanno sottoposto a lettura, revisione e giudizio questo saggio.
(v. Albo dei referee di Engramma)

doi: https://doi.org/10.25432/1826-901X/2021.185.0006