"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

185 | ottobre 2021

97888948401

Pensare nel bunker

3 domande a Lara Favaretto sui Clandestine Talks (Biennale d’arte di Venezia 2019)

Maria Stella Bottai, Antonella Sbrilli

English abstract

La guerre est à la fois un résumé et un musée… le sien.
Paul Virilio, Bunker archéologie

Durante la 58. Biennale d’arte di Venezia nel 2019, l’artista Lara Favaretto presentò Clandestine Talks, in cui “un gruppo di intellettuali partecipa, all’interno di un bunker in una location segreta, a incontri clandestini, incentrati su parole che l’artista e i suoi collaboratori ritengono fondamentali nel momento presente”. Si trattava di uno spin off del progetto di lunga data - nella ricerca dell’artista - e ancora in corso, dal titolo Thinking Head: un’indagine reticolare e proteiforme intorno ad alcune parole chiave (fra cui threshold, algorithm, transhuman, opacity, random, ruins, reality, amnesia, education) che raggruppano intorno a sé delle serie di immagini, di testi, di eventi, connessi fra loro da suggestioni, legami, memorie, in una sorta di laboratorio reticolare del pensiero. Nel percorso intrapreso da Lara Favaretto nelle vaste miniere della memoria per immagini, collegate da nessi a volte inaspettati, continuamente modificabili e risistemabili in mappe visive e verbali, colpisce un’affinità con il pensiero e le pratiche di indagine che Aby Warburg ha lasciato. L’atlante della memoria, le tavole di riproduzioni di immagini di origine disparata, la ricerca di affinità e parentele fra le cose (le opere, i libri) sotto l’egida del “buon vicinato” e del continuo spostamento, l’uso ripetuto di un concetto come spazio del pensiero, che rimanda al tedesco Denkraum.

Torniamo ai Clandestine Talks. Da maggio a novembre 2019, in un bunker in zona Arsenale, hanno conversato intorno a parole chiave proposte dall’artista numerosi interlocutori. Nascoste paradossalmente nel contesto di una delle vetrine espositive più in vista del contemporaneo, queste conversazioni fra persone che si conoscevano per gradi di separazione diversi, trasformavano lo spazio del bunker in un laboratorio del pensiero, schermato dall’esterno, un luogo in cui il vincolo della separatezza e della clausura poteva scatenare risonanze e suggestioni illimitate, aprire al libero gioco delle associazioni mentali, mnemoniche, relazionali. La scelta di Lara Favaretto di far convenire persone di diversa provenienza in un punto preciso, nascosto alla vista, per “un’azione particolare”, riporta alla mente quanto scriveva Virilio riguardo alla funzione del bunker:

La fortification est une construction spéciale; on n’y loge pas à demeure, on y va pour des actions particulières, à un moment précis, au cours d’un conflit ou pendant une époque troublé (Virilio [1975] 2008, 50).

Per questo numero di Engramma, abbiamo chiesto all’artista di parlarci del progetto, e lei ha affidato le sue risposte ai testi e alle immagini che seguono, da lei selezionate e aggregate in insiemi, che espandono le risposte in direzioni multiple e aperte. Chi guarda queste sequenze di immagini senza didascalie è chiamato a un lavoro di avvicinamento, di presa in carico di ciascuna, alla ricerca del suo contesto d’origine, della relazione con il testo e con le altre immagini, da quelle più vicine e simili a quelle più remote.
Il dialogo che ne è nato conferma la metamorfosi che il termine bunker vive, soprattutto quando incontra l’arte contemporanea, acquistando nuove accezioni, radicate in parte nell’antica matrice della parola (contenitore, deposito) e nella storia militare del manufatto, ma anche aperte a una rete di risonanze impreviste, diagonali. Lo spazio del bunker diventa l’agente provocatore di un pensiero in formazione, di una rete che si autoalimenta anche e soprattutto su temi sensibili quali lo spazio intermedio fra l’intelligenza umana e quella della macchina, le neuroscienze, il network, l’archivio, la moltiplicazione delle immagini.

[Maria Stella Bottai, Antonella Sbrilli] Il bunker riporta alle due guerre mondiali, che hanno lasciato tante tracce sul territorio italiano. La tua attenzione per questo manufatto ha a che vedere con i luoghi (Alto-Adige, Veneto, Friuli, Emilia Romagna e altro) dove i bunker si incontrano ancora? Ne hai visitato qualcuno?

Il lavoro sul bunker deriva da una fascinazione particolare per questo ambiente e da un approfondimento del concetto di bunker e del suo portato, più che da una fruizione vera e propria o per la peculiare estetica.

Per la sua stessa natura, il bunker è un luogo invisibile, occultato nel territorio, un luogo che si mimetizza e che resiste alla libera fruizione.

Oltre a essere un ambiente chiuso, isolante, che garantisce una protezione dall’esterno in caso di guerre e catastrofi di vario genere, il bunker rimanda anche all’idea di laboratorio, uno spazio segreto di incontro, un luogo di sperimentazione di nuove tecnologie, di formulazione di strategie, non solo militari, di idee non (ancora) condivisibili con il resto del mondo. Questa accezione del bunker genera un rovesciamento delle intenzioni: non più protezione da minacce esterne, ma ambiente che non lascia trapelare all’esterno quello che accade al proprio interno. Un luogo schermato che permette di pensare senza interferenze, in solitudine, indisturbati.

           

            

    

              

[MSB, AS] I Clandestine Talks si sono tenuti in un luogo clandestino e inaccessibile, all’interno del contesto della Biennale di Venezia, vetrina prestigiosa orientata alla visibilità. Sembra una capriola, un rovesciamento di aspettative... Puoi spiegarci come sei arrivata a questa scelta ‘controcorrente’?

Il progetto presentato alla Biennale di Venezia era articolato in tre diversi momenti, ognuno dei quali tendente all’auto-negazione, all’occultamento, all’offuscamento.

Thinking Head, grazie all’installazione di un macchinario che produce vapore sul tetto del Padiglione Centrale ai Giardini della Biennale di Venezia, avvolgeva costantemente l’edificio di una vaporosa nebbia. L’ingresso ufficiale della mostra, la facciata principale dove campeggia la scritta “la Biennale” era in questo modo annebbiato, velato, appannato.

L’installazione, che strizza l’occhio alla nota scultura di Alighiero Boetti, Mi fuma il cervello (1993), allude proprio al funzionamento del cervello: meccanismo misterioso, invisibile, ma che produce energia, qui materializzata in un impalpabile vapore, imprevedibile nelle sue forme, nella sua propagazione. Il cervello come una macchina, un generatore di pensieri, di associazioni, vagamente evocato persino nella forma dalla nuvola con le sue volute.

Annidato in un ambiente poco visibile all’interno dello stesso Padiglione vi era il suo motore: una raccolta di oggetti, provenienti dal mio archivio o suggeriti da alcune persone. Questi oggetti erano collegati a 50 parole chiave, anche queste scelte insieme ad alcuni collaboratori, con l’obiettivo di mettere a fuoco temi urgenti, distillati in parole rilevanti nella definizione di questo momento presente.

La relazione tra gli oggetti raggruppati in questa stanza (laterale, quasi nascosta) e ogni parola è incerta, esitante e provvisoria e a sua volta può suggerire associazioni più o meno chiare. L’accostamento tra parole e oggetti e la rete di rimandi che si innesca simula, ancora una volta, il ragionamento, le sinapsi, un pensiero in formazione e non esplicitato, stimolando nel visitatore nuove connessioni, nuove associazioni mentali.

Una di queste parole è proprio “opacity” che suggerisce oltre all’offuscamento, una velatura, una non chiarezza aperta alla possibilità dell’errore.

Queste 50 parole sono state oggetto di discussione dei Clandestine Talks, un programma di conversazioni che si sono svolte nel corso della Biennale in un bunker risalente alla Seconda guerra mondiale, situato all’Arsenale. Un altro motore che, da remoto, alimenta Thinking Head attraverso un brainstorming.
Il bunker in questo progetto è da intendersi nella sua accezione di laboratorio: un luogo in cui si creano le condizioni per coltivare un pensiero indipendente, sviluppare una conoscenza fuori dal mainstream, circoscrivere uno stato di guerriglia del pensiero.

 

            

            

            

    

   

    

[MSB, AS] Le persone invitate ai talk sono professionisti ed esperti che hanno dato vita a interessanti e approfondite conversazioni intorno a vari temi: la soglia – legata simbolicamente al tema del bunker -, l’educazione, l’algoritmo, l’amnesia, la realtà, lo humour, ecc. Immaginiamo che la scelta dei partecipanti e la loro combinazione sia stata una parte importante del lavoro, visti gli stimolanti risultati. Ce ne puoi parlare?

Ho messo a disposizione dei partecipanti un luogo senza contesto, neutro, senza pubblico, senza dare direzioni né limiti di tempo, e senza che vi prendessi parte. Un primo nucleo di partecipanti è stato invitato a scegliere individualmente una parola da approfondire, decodificare, sviscerare, tra le cinquanta indicate.

I singoli partecipanti sono stati invitati a formare, a loro volta, il gruppo di lavoro (da 3 a un massimo di 7 persone) ad aggregarsi, secondo la propria volontà di incontro e confronto, ho lasciato che il network si costituisse da sé. Unica condizione posta e indispensabile era quella di radunare studiosi provenienti da campi del sapere disparati, esperti di discipline diverse, con esperienze differenti alle spalle, in modo che la discussione, sebbene articolata intorno a un singolo soggetto, potesse attivare un confronto di punti di vista, linguaggi e modi di ragionare distanti e prendere pieghe davvero imprevedibili.

Alcuni hanno accettato di partecipare con entusiasmo; altri hanno rifiutato perché non apparivano: solo l’audio delle tavole rotonde è stato trasmesso e registrato ed è confluito nel sito dedicato al progetto, insieme alle trascrizioni delle conversazioni, e sarà contenuto in una pubblicazione. C’è da precisare che il progetto non comincia né si esaurisce con la Biennale di Venezia: è stato avviato prima, nel 2017, in occasione della mostra Absolutely Nothing al Nottingham Contemporary ed è in divenire. A settembre 2021, per esempio, continuerà al Mudam di Lussemburgo.

                

    

                

                

            

    

            

        

                

[MSB, AS] E poi – se ti va - una tua opinione sulla dimensione dell’audio, tanto importante nei Clandestine Talks e che è sempre più ricercata, vedi la diffusione dei podcast.

La dimensione dell’audio è legata, ancora una volta, all’invisibilità, ed è per me un’altra maniera per evocare il meccanismo del ragionamento, la formazione di idee che non hanno ancora trovato la loro forma esplicita finale, una articolazione definitiva. L’audio allude allo stato vaporoso del processo del pensiero colto nel suo stesso farsi – pervasivo, multiforme, mutevole, in espansione – una bruma che avvolge le parole oggetto di discussione conferendo loro sfumature inusitate. Insieme all’isolamento, alla separazione, all’invisibilità, la dimensione dell’audio forse incoraggia il pensiero a spingersi più in là: elude la complicità, gli affronti o i compromessi che si innescano con l’incontro dello sguardo, con il linguaggio del corpo.

    
Riferimenti bibliografici
  • Virilio [1975] 2008
    P. Virilio, Bunker archéologie [1975], Paris 2008.
  • Favaretto 2010
    L. Favaretto, Momentary Monument. The Swamp, Berlin 2010.
  • Favaretto 2015
    L. Favaretto (a cura di), Ageing Process, Milano - Berlin 2015.
English abstract

At the LVIII Venice Art Biennale (2019) the artist Lara Favaretto presented Clandestine Talks, a series of conversations performed by intellectuals and experts in a bunker in Venice. Focusing on keywords provided by the artist, the debates spanned a range of sensitive aspects of our living today: education, algorithm, amnesia, AI, just to name a few. The talks are part of Favaretto’s wider project, Thinking Head.
For this issue of Engramma, we asked her to tell us about the project, and she entrusted her answers to the texts and images published here.
We would like to thank Lara Favaretto for her openness to contribute to this issue of Engramma, suggesting affinities with Warburg’s method. We would also like to thank Sara de Chiara, who helped collect the texts, putting the artist in contact with the journal.

keywords | Lara Favaretto; Venice Biennale; Thinking; Net; Performance; Brainstorming; Bunker; Cluster of images.

doi: https://doi.org/10.25432/1826-901X/2017.185.0020