"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

196 | novembre 2022

97888948401

André Ravéreau architetto viaggiatore

Scoperta, indagine e proiezione dell’‘altro Mediterraneo’

Daniela Ruggeri

English abstract

“Viaggiando ci s’accorge che le differenze si perdono: ogni città va somigliando a tutte le città,
i luoghi si scambiano forma ordine distanze, un pulviscolo informe invade i continenti”
Italo Calvino, Le città invisibili, Torino 1972

André Ravéreau nella terrazza semi-coperta di un’abitazione tradizionale del M’Zab, la foratura orizzontale (chebeq) ideata per portare luce e aria a piano terra è incorporata alla galleria (iquomar), foto anni ’60, © Manuelle Roche/ADAGP. Paris, 2013.

Le esperienze di viaggio proposte in queste pagine sono state compiute da un architetto, André Ravéreau che, mosso da un’intuizione opposta a quella descritta da Calvino, ossia la ricerca delle differenze tra le architetture del mondo, giunge poi alla scoperta di quel “pulviscolo informe che attraversa i continenti”. Così analogie e differenze tra le città attraversate vengono alimentate e veicolate dalla proiezione mentale dell’architetto viaggiatore attraverso la sua opera.

Andé Ravéreau (Limoges 1919-Aubenas 2017), “architetto francese […], quasi del tutto ignoto in Italia, viaggiatore nelle isole e lungo le coste del Mediterraneo, alla ricerca di occasioni per affermarsi in modo autonomo nel proprio mestiere” (De Maio 2020, 6), a partire dagli anni ’60 si trasferisce in Algeria, dove lavorerà in maniera continuativa per circa vent’anni, ricoprendo anche cariche importanti, dal 1965 al 1973 è Architecte en chef des monuments historiques d’Algérie. I suoi numerosi viaggi corrispondono a momenti rilevanti di scoperta e acquisizione di una pluralità di informazioni e immagini di luoghi che vengono reinterpretate e trasferite nei suoi progetti e nella sua opera teorica.

Il viaggio come strumento di indagine: tra immaginazione e realtà

Particolarmente abile e prolifico nel disegno, Ravéreau durante gli studi lavora come illustratore, assicurandosi i primi guadagni. Se il disegno è il suo principale mezzo d’indagine critica e di comunicazione che lo faciliterà nel suo percorso di architetto, il viaggio, sia fisico che mentale, diventa il suo strumento privilegiato per conoscere le architetture dell’area mediterranea e poi progressivamente del mondo.

L’intera vicenda personale e professionale di Ravéreau è scandita da viaggi, a cominciare dal rocambolesco viaggio di fuga dai campi di prigionia tedeschi dove Ravéreau viene deportato nel 1940. L’esperienza di reclusione comporterà un’interruzione degli studi cominciati all’École des beaux-arts di Rouen di circa quattro anni. Tornato in libertà si reca a Parigi per completare gli studi all’École des beaux-arts, dove diventa allievo di Auguste Perret.

Durante i quattro anni di reclusione Ravéreau produce in segreto una serie di illustrazioni, che verranno raccolte e pubblicate nel 1950 con il titolo Captifs, “Prigionieri” (Ravéreau 1950). Le minuziose rappresentazioni non vengono eseguite direttamente ‘dal vero’, ma nei ritagli di tempo, lontano dallo sguardo delle guardie. Ravéreau avvalendosi del disegno comincia a compiere viaggi immaginari, che durante la condizione di reclusione sono viaggi di evasione ma che al contempo gli permettono di indagare e proiettare ciò che lo circonda, affinando la capacità di rappresentazione anche dei concetti astratti, come il lavoro mentale che si cela dietro ai gesti comuni, quali ad esempio i lavori manuali che venivano imposti ai prigionieri.

La relazione tra prigionia e processo creativo sottesa ai disegni è molto stretta: è a partire da quel momento che Ravéreau comincia a ricorrere alla matita e alla china per costruire un mondo fantastico che è la proiezione del mondo reale. Tale approccio lo distinguerà anche nella rappresentazione architettonica e inevitabilmente avrà ricadute anche nel suo modo di progettare. I suoi disegni architettonici saranno sempre animati dalla presenza di personaggi che compiono dei gesti, che interagiscono, così le sue architetture diventano un vero e proprio set scenografico in cui si compiono diverse vicende di vita quotidiana.

I viaggi di formazione e la scoperta del M’Zab

Nel corso degli anni di formazione, come da consuetudine diffusa tra gli studenti di architettura di allora e di oggi, André Ravéreau intraprende diversi viaggi per studiare da vicino le architetture dell’antichità e più in generale differenti da quelle presenti nel suo Paese, prediligendo mete nell’area mediterranea in voga al tempo: Italia, Grecia e Nordafrica. Tra questi viaggi, quello in Algeria sarà per il giovane Ravéreau particolarmente significativo, segnando l’inizio di una traiettoria progettuale e teorica del tutto personale e autobiografica. Egli vi arriva per la prima volta nel 1949 e in quell’occasione si spinge fino alle porte del deserto del Sahara per visitare la Pentapoli del M’Zab, un sistema insediativo composto da cinque città fortificate (ksour) fondate a partire dall’anno Mille da un gruppo di dissidenti religiosi, gli Ibaditi. Ravéreau ripercorre volutamente il viaggio compiuto circa venti anni prima da Le Corbusier, il quale ha reso nota la Pentapoli all’Occidente attraverso i suoi Albums d’Afrique du nord del 1931, alimentando un pellegrinaggio di architetti che verranno sedotti da questo luogo permeato da leggende, e soprattutto da usi e costumi religiosi che si riflettono sulla struttura insediativa. Tra tutti, André Ravéreau dedicherà al sistema Pentapoli-valle del M’Zab gran parte della sua ricerca e dei suoi progetti; nel M’Zab infatti aprirà il suo studio professionale, l’Atelier d’Études et de Restauration de la Vallée du M’Zab (1970). A lui si deve inoltre l’inserimento della valle del M’Zab nell’elenco dei Patrimoni dell’umanità dell’UNESCO (1982).

Non ancora diplomato, Ravéreau compie un secondo viaggio in Africa, dove svolge un periodo di lavoro ad Algeri presso lo studio di Michel Luyckx, al termine del quale decide di tornare nel M’Zab. Michel Luyckx era tra i migliori allievi di Auguste Perret, e segue negli anni ’30 diversi progetti per i fratelli Perret in Algeria (cfr. Culot, Peyceré, Ragot 2000, 342). Ravéreau trova estremamente interessante, quasi sorprendente, la capacità di adattamento dell’architettura tradizionale mozabita alle condizioni climatiche e geomorfologiche estreme del luogo. Le cinque città di fondazione – El Ateuf, Bou Noura, Beni-Isguen, Melika e Ghardaïa – poste nel raggio di cinque chilometri, sorgono sui rilievi montuosi dell’oasi algerina che si snoda lungo lo uadi M’Zab, un corso d’acqua a carattere non perenne. Si tratta di un’oasi complessa, dal terreno molto arido che ha reso necessarie opere di antropizzazione millenarie da parte degli Ibaditi per renderla abitabile. Attraverso la scoperta di un caso specifico geograficamente contestualizzato, Ravéreau comprende che non è possibile costruire ovunque con gli stessi criteri. A riguardo sono significative le parole di Ravéreau riferite a questi primi viaggi nel M’Zab:

Ho capito ciò che l’umidità arrecava alla Normandia solo dopo aver visto ciò che il clima secco apportava al M’Zab. Attraverso la differenza, il fenomeno del M’Zab mi è apparso più chiaro. Ho quindi lavorato per il mio diploma di Laurea sulla Normandia dove avevo vissuto dall’età di dodici anni (Raverau [1981] 2003, 18).

Il viaggio verso qualcosa lontano da sé, “l’‘altro’ Mediterraneo, il contro-Mediterraneo prolungato dal deserto” (Braudel 1984, 159), fa comprendere al futuro architetto qualcosa di profondamente vicino a sé.

Dopo queste prime esperienze nel M’Zab, Ravéreau scrive insieme al compagno di viaggio, l’architetto Pierre Genton, l’articolo Le M’Zab, une leçon d’architecture, pubblicato nel 1951 in “Techniques & Architecture” (Ravéreau, Genton 1951, 6-7). Il disegno che accompagna quest’articolo, come altri disegni successivi, differiscono profondamente da quelli di Le Corbusier sul M’Zab. Se Le Corbusier produce dei disegni astratti, che poi riutilizzerà per veicolare la sua idea di architettura, già dai primi disegni di Ravéreau è possibile riscontrare un approccio più analitico, finalizzato alla comprensione degli elementi costituivi dell’architettura mozabita, via via, infatti, i suoi disegni saranno sempre più fortemente contestualizzati.

I viaggi di lavoro e il mosaico Mediterraneo

Nel 1953 Ravéreau lavora a Parigi presso lo studio di Robert Auzelle, il quale gli affida il progetto di ricostruzione di due villaggi per i terremotati dell’isola di Cefalonia, commissionato dal Ministero degli Affari Esteri. Il progetto degli alloggi viene prodotto nello studio francese senza aver eseguito alcun sopralluogo. Una volta arrivato sull’isola lo stesso Ravéreau si rende conto delle lacune presenti nel progetto concepito in assenza di una conoscenza approfondita del contesto e dell’architettura tradizionale del luogo.

La scoperta della Grecia da vicino è per Ravéreau il ritrovamento di una tessera mancante in quel mosaico di architetture che è il Mediterraneo. Il viaggio in Grecia è contrassegnato da incontri: è sull’isola di Cefalonia che comincia il lunghissimo rapporto di collaborazione tra André Ravéreau e la fotografa franco-greca Manuelle Roche, che in quella circostanza svolge per lui il lavoro di interprete. Roche diventerà la sua compagna e il suo braccio destro; particolarmente dotata nella scrittura, collaborerà con Ravéreau non solo come fotografa ma anche come curatrice dei suoi scritti.

Ravéreau entra anche in contatto con Costantinos Doxiadis (per una trattazione esaustiva sull’architetto si rimanda a Kyrtsis 2006 e De Dominicis 2020), il quale gli propone di lavorare alle sue dipendenze; tuttavia, rifiuta l’offerta, desideroso di mettersi in proprio dopo l’esperienza di autonomia avuta nei cantieri di Cefalonia. Nello stesso periodo in cui Ravéreau si trova in Grecia, l’architetto Dimitris Pikionis comincia il progetto per la sistemazione dell’area archeologica attorno all’acropoli di Atene e al colle Filopappo (per una trattazione esaustiva sull’architetto: Ferlenga 1999). Ravéreau e Pikionis si incrociano ma non stringono mai contatti di collaborazione; i due appartengono a generazioni diverse e hanno alle spalle esperienze di viaggio opposte, eppure entrambi reinterpretano la lezione di Choisy sullo studio dei raggi visuali, riutilizzandoli come strumenti di progettazione. Entrambi inoltre sviluppano un interesse per l’architettura popolare che studiano attraverso la comparazione delle varie declinazioni in tutto il mondo.

Nel 1954 un evento sismico verificatosi in Algeria colpisce gravemente la città di Orléansville (Chlef). Ai lavori di ricostruzione partecipano numerosi architetti, protagonisti delle modernità nord-africane, tra cui Jean Bossu, Robert Hansberger e André Ravéreau, il quale segue i progetti per un breve periodo perché ancora impegnato con i lavori di ricostruzione intrapresi in Grecia. Robert Hansberger, architetto algerino pieds noir, fu tra i fondatori dell’Agence du Plan d’Alger. Nel corso della ricostruzione di Orléansville svolse il compito di reclutare e coordinare gli architetti partecipanti ai lavori, assegnando ad André Ravéreau la direzione dei lavori di Saint-Repanatus. L’architetto Jean Bossu (1912-1983) sostituì Ravéreau in seguito alla sua partenza per la Grecia (cfr. Deluz, 1988, 170-172).

Trasferitosi definitivamente ad Algeri insieme a Manuelle Roche, Ravéreau torna a lavorare da Michel Luyckx. Ad Algeri ritrova diversi amici architetti che ruotano intorno all’Agence du Plan d’Alger, alcuni dei quali aveva avuto modo di conoscere a Orléansville, che gli propongono di entrare nell’équipe dell’Agence. Nel 1960 gli verrà affidato, insieme a Jean Jacques Deluz (cfr. Cohen, Oulebsir, Kanoun 2003, 309) e Robert Hansberger, il Piano per la valle del M’Zab (Plan Directeur). Da quel momento Ravéreau farà la spola tra Algeri e la valle del M’Zab dove passerà la maggior parte del suo tempo assorbito dal lavoro, dagli studi e progressivamente dagli usi e dai costumi del luogo.

Dal viaggio all’indagine, verso la creazione di un’Africa immaginaria

Dal 1960 al ’63 Ravéreau lavora in equipe al Piano Directeur del M’Zab, mentre è il solo autore dei Plans Détail per l’espansione di Ghardaïa e Beni Isguen (1960-62). Questi lavori sono accompagnati da una serie di studi del sistema Pentapoli-valle che l’architetto compie attraverso il ridisegno critico e con il supporto della documentazione video-fotografica di Manuelle Roche. In questa fase, un viaggio iniziato come scoperta dell’‘altro’ assume sempre più una dimensione di strumento di indagine. Tuttavia non si tratta di una indagine convenzionale della città islamica e del sistema Pentapoli-valle ma un’indagine interpretativa e poetica che in qualche modo ha contribuito a costruire l’immaginario stesso della “città islamica ideale”.

Ravéreau accoglie nelle sue letture le molte leggende che ruotano attorno alla valle del M’Zab e all’origine degli ksour della Pentapoli – una tra tutte vuole che le cinque città della Pentapoli siano state fondate nel raggio di cinque chilometri progressivamente, in direzione nord-ovest risalendo lo uadi M’Zab, e nell’arco di cinquant’anni, individuando El Ateuf come la prima città di fondazione e Ghardaïa come l’ultima – mentre alcuni studi successivi a quelli di Ravéreau smentiscono questa ipotesi che anch’egli supporta (Didillon, Donadieu 1986). La precisione dei dati storici non è un elemento preponderante nella lettura del M’Zab di Ravéreau che, finalizzata all’elaborazione del Piano, mette a fuoco piuttosto altri aspetti; L’architetto studia la struttura urbana delle cinque città di fondazione “dal tessuto urbano compatto”, le relazioni che intercorrono tra queste e la valle, e ancora il supporto infrastrutturale con particolare attenzione per il sistema idraulico, fornendo interessanti chiavi di lettura. Egli ad esempio individua nel palmeto a fondo valle una struttura urbana diffusa e, nella sua lettura, funzionante nei mesi estivi per la raccolta dei datteri: la definisce una “città estiva”, ville d’eté. Per Ravéreau, gli ksour e le villes d’été sono città doppie, che funzionano ad alternanza stagionale, ma al contempo complementari. In realtà la raccolta dei datteri si svolge prevalentemente nei mesi autunnali, ma Ravéreau nella sua lettura insiste sul dualismo urbano il cui funzionamento è scandito dall’alternanza inverno/estate. In effetti, in origine gli ksour svolgevano anche il ruolo di ‘accumulatori’ di beni per la negoziazione transahariana, una sorta di ‘porti’ in cui scambiare merci. Una parte del ricavato serviva alla creazione dei palmeti, che garantivano il sostentamento per gli agglomerati urbani (cfr. Dubost 1989, Bisson 1991, 135). La valle del M’Zab rappresenta un caso di particolare interesse, poiché il modello città fortificata-città estiva si è sviluppato nonostante le condizioni geomorfologiche e climatiche particolarmente ostili, e si è esteso all’interno della stessa Pentapoli.

Cercando di comprendere la complessità del sistema Pentapoli-valle, Ravéreau lo scompone in parti, individuando i diversi elementi costitutivi, le componenti che poi riutilizzerà in maniera traslitterata nei progetti per il M’Zab, sia quelli realizzati – Hôtel des Postes di Ghardaïa (1966-67) dove ad esempio i pozzi o la porta segnaletica di una moschea, nell’intricato tessuto urbano, diventano il dispositivo di risalita dei telegrammi, e villa M a Beni Isguen (1968) dove le seguia, i canali di irrigazione a cielo aperto, diventano le grondaie di scolo per l’acqua – che quelli rimasti sulla carta.

La rappresentazione che Ravéreau offre del M’Zab, puntualmente documentata dai suoi disegni e dagli scatti fotografici di Manuelle Roche è filtrata dallo sguardo dell’occidentale che dopo aver attraversato il Mediterraneo in lungo e in largo ed essere giunto alle porte del Sahara, porta con sé le molte immagini dei luoghi attraversati che si riflettono nella proiezione di un mondo per certi versi immaginario. In questo senso, ha avuto un ruolo fondamentale anche l’attività di Manuelle Roche, che ricostruisce l’architettura del M’Zab in maniera quasi scenografica. Secondo i racconti di Maya Ravéreau, figlia della coppia, i genitori erano soliti imbiancare le abitazioni o sistemare la scena prima di compiere le sessioni fotografiche. Sarà inoltre Manuelle Roche ad assumersi il compito di divulgare la visione di Ravéreau, scrivendo un primo libro sul M’Zab pubblicato nel 1970 (Roche [1970] 2003). Il duo Ravéreau-Roche cede al fascino della scoperta dell’Oriente con un atteggiamento per certi aspetti influenzato dall’etnocentrismo occidentale. Gradualmente assorbiti dalla cultura del luogo, i due finiranno poi, in maniera del tutto inconscia, per costruire un’Africa immaginaria, realizzata innanzitutto a partire dallo studio dei luoghi. Lo sguardo sulla valle è infatti in parte orientato dall’immaginario ‘orientalistico’ dell’architetto francese. I disegni e gli studi effettuati da Ravéreau a partire dal 1960 sono per certi versi innovativi – considerata anche la lacuna bibliografica dell’epoca sull’argomento – ed ebbero una discreta diffusione anche tra i non addetti ai lavori, probabilmente per la loro dimensione poetica. Tuttavia questi rappresentano un riferimento importante per gli studiosi che in seguito hanno condotto ricerche sul M’Zab. Studi contemporanei si collocano in continuità con la sua lettura dell’organizzazione spaziale e sociale delle città della Pentapoli, tra cui quelli degli italiani Micara e Fusaro, quest’ultimo, descrivendo in La città Islamica il modello delle città della Pentapoli arriva persino ad affermare che “ciascun insediamento […] realizza il modello ideale della città islamica” (Fusaro 1984, 142).

I viaggi mentali fra le architetture del mondo

Parallelamente alle peregrinazioni nel Mediterraneo, Ravéreau compie altri viaggi immaginari attraverso le raffigurazioni dei libri, delle riviste ma soprattutto attraverso le cartoline, che si faceva inviare da parenti e amici da ogni parte del globo. La sua collezione di cartoline costituisce una vera e propria finestra sulle architetture del mondo; dopo l’incontro con Manuelle Roche, anche gli scatti della fotografa diventano per Ravéreau un mezzo atto ad ampliare ulteriormente il suo spettro di indagine.

A seguito di una giovinezza movimentata, l’architetto preferisce limitare gli spostamenti, dedicandosi completamente al lavoro in studio. Sebbene Manuelle Roche riuscisse a coinvolgerlo in alcuni viaggi, Ravéreau le commissionava dei servizi fotografici su architetture ben precise in giro per il mondo che gli servivano per alimentare i suoi studi. In questo modo Ravéreau riesce a collezionare durante la sua vita immagini di ogni sorta, foto, cartoline, libri e riviste, non limitate al solo settore dell’architettura, che in maniera meticolosa osserva, ritaglia e rimonta insieme ai suoi disegni tramite la tecnica del collage. I collage sono per Ravéreau il mezzo per indagare le relazioni che intercorrono tra le architetture del mondo realizzate in epoche diverse; raccolti in numerosissimi dossier che l’architetto colleziona per tutta la vita, costituiscono talvolta le bozze delle sue pubblicazioni. Trasferitosi in Francia nel 1975, a causa del difficile clima politico generatosi in Algeria dopo l’Indipendenza, Ravéreau decide di vivere una vita ritirata a Lentillères, lontano dalle città e circondato dalla natura dell’Ardèche. Qui egli si dedica prevalentemente all’attività teorica, che praticherà costantemente anche nell’ultimo periodo della sua vita, attraverso la scrittura accompagnata puntualmente dai suoi disegni, dalle foto della Roche e dai suoi collage. Il pensiero di Ravéreau emerge in maniera frammentaria attraverso le prime opere edite a partire dagli anni ’80. Nei suoi libri lo studio dell’architettura legata a un contesto specifico si sviluppa a partire dai relativi elementi costitutivi che la compongono; attraverso un processo induttivo restituisce le sue letture personali del M’Zab, della casbah di Algeri, del Cairo. In età avanzata, dopo aver a lungo ripensato agli insegnamenti ricevuti all’École des beaux-arts, torna a trattare l’architettura del Mediterraneo, attraverso lo studio del capitello e delle sue evoluzioni tra epoca greca e gotica (Ravéreau 2003).

Vista nel suo insieme l’opera teorica di Ravéreau, a partire dall’esperienza del M’Zab, mette a fuoco l’architettura di un’area geografica ben precisa, restituendo un’immagine ricomposta del mosaico mediterraneo. L’approccio comparativo lo induce ad ampliare lo sguardo, portando alla luce, in maniera trasversale, letture su altre aree geografiche, come nel caso degli studi sulle sedute o sulle porte che lo spingono a osservare sempre più a Oriente, fino al Giappone. Il suo pensiero arricchito con gli anni si ritrova in maniera più completa in Du local à l’universel, una raccolta di interviste rivolte a Ravéreau a opera dell’architetto Vincent Bertaud du Chazaud (che subentra al posto di Ravéreau come Architecte en chef des monuments historiques d’Algérie per sei mesi), e della figlia Maya Ravéreau. Nelle interviste, lo sguardo di Ravéreau si allarga definitivamente all’intero mondo: egli rifiuta la divisione convenzionale tra Oriente e Occidente, poiché a differenziare le culture e l’architettura è la latitudine, quindi il Nord e il Sud; ciò spiegherebbe come mai in diverse aree geografiche del mondo che si trovano alla stessa latitudine, e quindi in condizioni climatiche simili, esistono architetture analoghe. Inoltre Ravéreau chiarisce la distinzione tra architettura vernacolare, legata a un luogo specifico, e architettura popolare, ossia quella che nascendo dalle sapienze popolari obbedisce alle regole della struttura che è universale. Per Ravéreau la struttura è universale poiché le leggi della gravità sono uguali ovunque, mentre l’architettura può adattarsi ai cambiamenti climatici e quindi viene declinata nel particolare a seconda del contesto; la comprensione di queste relazioni hanno permesso all’architetto di operare in un ambito che è quello dell’Africa del Nord e, per estensione, dell’area del Mediterraneo, senza cedere nella copia del vernacolare. “Non posso copiare, non posso rifare, ma ho almeno l’ambizione di conoscere ciò che esiste. […] Non posso attenermi a un luogo specifico. […] Voglio estendere la mia riflessione all’insieme del Mediterraneo” (Ravéreau, Chazaud 2007, 113).

Il processo induttivo evidente nell’opera teorica di Ravéreau si riflette sui suoi progetti di architettura, nonché sui suoi disegni; il suo metodo progettuale procede attraverso il montaggio di elementi singoli, porzioni di progetto, ma è nella fase di rimontaggio che l’architettura tradizionale in qualche modo viene filtrata attraverso la visione personale. I progetti del M’Zab costituiscono la fase di gestazione di una visione che si affina nel tempo; il rimontaggio degli elementi architettonici, di volta in volta reinterpretati, attinge direttamente dal repertorio della valle del M’Zab. In altri progetti, come quello spettacolare ma non realizzato delle terme di Biskra (1968), la dimensione locale viene superata, ed è possibile ritrovare elementi che richiamano ora la valle del M’Zab, ora un Oriente più lontano, un Oriente fantastico che è la proiezione mentale dell’architetto. Tale processo insieme ai suoi principi teorici assumono per lui via via una valenza quasi perentoria, a tal proposito è emblematico l’ultimo dei suoi progetti, quello per la sua abitazione in Grecia, nel Peloponneso, iniziato nel 1998 e mai compiuto. Qui, ad esempio, la teoria che a una certa latitudine non vi sia bisogno di sedie, perché queste sono state inventate dall’uomo solo per proteggersi dall’umidità del suolo, viene estremizzata nella pratica, per cui l’abitazione è interamente pensata escludendo l’utilizzo di sedie e tavoli. I lavori della casa sono stati portati avanti a più riprese fino al 2017, diventando anche l’occasione per offrire a giovani architetti seminari di studio con un riscontro applicativo sul cantiere; l’opera tuttavia non è stata mai terminata. L’abitazione “dei suoi sogni” come la definiva chi gli era vicino – in particolare alcuni membri dell’associazione ALADAR che hanno lavorato al cantiere dell’edificio – è piena di riferimenti attinti da un repertorio mediterraneo, ora reale ora fantastico, così “un pulviscolo informe invade i continenti” materializzandosi in maniera evidente anche alla piccola scala nella sua casa in Grecia.

Nota

Questo articolo è una riproposizione rivista e aggiornata dei materiali del libro Ruggeri 2020.  

Riferimenti bibliografici
Nota sui documenti di archivio

L’associazione ALADAR, Les amis d’André Ravéreau, oltre a promuovere l’attività di Ravéreau attraverso eventi culturali e mostre ha compiuto un’importante operazione di raccolta e classificazione dei numerosi disegni presenti nell’archivio privato dell’architetto www.aladar-assoc.fr (ultimo accesso: novembre 2022). Nel 2013 una cospicua quantità di disegni di Ravéreau sono stati donati al Centre George Pompidou in occasione della mostra Parcours “Architecture”. Méditerranée, Amérique latine, Japon, Inde Modernités plurielles. Une nouvelle histoire de l'art moderne de 1905 à 1975, tenutasi al Pompidou dal 23 ottobre 2013 al 26 gennaio 2015. Dopo la sua scomparsa, il resto del suo archivio privato insieme a quello di Manuelle Roche sono stati trasferiti al MUCEM di Marsiglia.

  • Braudel 1984
    F. Braudel, La Méditerranée. L’espace et l’histoire, Paris 1984.
  • Calvino [1972] 1993
    I. Calvino, Le città invisibili, [Torino 1972] Milano 1993.
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    J.-L. Cohen, N. Oulebsir, Y. Kanoun (éds.), Alger: paysage urbain et architectures, 1800-2000, Paris 2003.
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  • De Dominicis 2020
    F. De Dominicis, Il progetto del mondo. Doxiadis, città e futuro. 1955-65, Siracusa, 2020.
  • Deluz 1988
    J.-J. Deluz, L’urbanisme et l’architecture d’Alger: aperçu critique, Liège 1988, 170-172.
  • De Maio 2020
    F. De Maio, In terre astratte, in D. Ruggeri, Tra mediterraneo e Sahara, André Ravéreau e la Valle del M’Zab, Siracusa 2020, 6.
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    H. e J.-M. Didillon, C. e P. Donadieu, Habiter le désert: les maisons mozabites: recherches sur un type d’architecture traditionnelle pre-saharienne, Bruxelles 1986.
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    D. Dubost, La ville, les paysans et le développement agricole au Sahara algérien, inJean Bisson (éd.) Le nomade, l’oasis et la ville, actes de la Table-Ronde, 21-23 settembre 1989, Université de Tours, URBAMA-CNRS n. 365 – Tours 1991, 135.
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    A. Ferlenga, Pikionis 1887-1968, Milano 1999.
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    F. Fusaro, La città Islamica, Roma-Bari 1984.
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    A.-A. Kyrtsis (ed.), Constantinos A. Doxiadis:Texts, Design Drawings, Athens 2006.
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    A. Ravéreau, V. Bertaud du Chazaud, M. Ravéreau, André Ravéreau. Du local à l’universel, Paris 2007.
  • Roche 1970
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  • Ruggeri 2020
    D. Ruggeri, Tra mediterraneo e Sahara, André Ravéreau e la Valle del M’Zab, Siracusa 2020.
English abstract

The travel experiences proposed in this essay were made by an architect, André Ravéreau, who, motivated by the search for differences between the architectures of the world, arrives at the discovery of a “formless dust that crosses the Continents”. The analogies and differences between the cities visited by Ravéreau are fuelled and conveyed by his mental projection through his work. André Ravéreau (Limoges 1919-Aubenas 2017), a French architect virtually unknown in Italy, travelled along the Mediterranean coasts as far as the Sahara Desert, looking for opportunities to establish himself in his profession. From the 1960s he moved to Algeria, where he worked for about twenty years, also holding important positions: from 1965 to 1973, he was ‘Architecte en chef des monuments historiques d’Algérie’ (Architect in charge of the superintendence for the architectural and historical heritage of Algeria). This essay aims to highlight how Ravéreau’s numerous journeys correspond to important moments of discovery and acquisition of a plurality of information and images of the places he visited. These were reinterpreted and transferred into his projects and theoretical work.

keywords | André Ravéreau; Discovery; Transposition; Imagination; Sahara; Mediterranean Architecture.

questo numero di Engramma è a invito: la revisione dei saggi è stata affidata al comitato editoriale e al comitato scientifico della rivista

doi: https://doi.org/10.25432/1826-901X/2022.196.0004