"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

Argilla. Storie di Viaggi. Un itinerario scientifico e didattico fra mari e millenni

Presentazione della mostra, Gallerie d’Italia, Vicenza (dal 29 settembre 2022 al 8 giugno 2023)

a cura di Monica Salvadori, Monica Baggio e Luca Zamparo

English abstract

Nella splendida cornice di Palazzo Leoni Montanari a Vicenza prende il via il percorso scientifico-didattico Argilla. Storie di viaggi (settembre 2022-giugno 2023), curato da Monica Salvadori, Monica Baggio e Luca Zamparo, che si propone di affrontare il tema del viaggio dei vasi dalla Grecia all’Occidente ma anche di riflettere sul ruolo aggregatore giocato della ceramica greca nell’ambito mediterraneo, non solo come fonte di ispirazione, contaminazione e sviluppo di altre produzioni vascolari, ma anche sull’essere essa stessa un vettore culturale, sia per gli antichi sia per i contemporanei [Fig. 1].

1 | In foto, Palazzo Leoni Montanari. Inizio del percorso espositivo della mostra Argilla. Storie di viaggi.

Nato in seno alla collaborazione fra il Dipartimento dei Beni Culturali dell’Università degli Studi di Padova e la Direzione Arte, Cultura e Beni Storici di Intesa Sanpaolo, il percorso è uno dei frutti del Progetto MemO. La memoria degli oggetti. Un approccio multidisciplinare per lo studio, la digitalizzazione e la valorizzazione della ceramica greca e magno-greca in Veneto, sostenuto dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo nell’ambito del bando “Progetti di Eccellenza 2017”. Questo progetto, avviato nel maggio del 2018, è nato dalla considerazione della rilevante presenza di vasi greci e magnogreci nelle collezioni museali del Veneto, il più delle volte frutto di donazioni private, e si è sviluppato sui binari della consapevolezza del ruolo sociale e culturale che il patrimonio ceramico greco ha giocato e continua a giocare non solo nella storia dell'archeologia ma anche nella definizione dell'identità occidentale, di cui è parte integrante un immaginario di forme e miti, derivati dal corpus dei vasi attici e magnogreci, che è alla base della nostra cultura umanistica. Lo stesso J.J. Winckelmann, storico e archeologo, dichiarava che “Nulla ha influito sulla nostra immagine della grecità quanto la pittura vascolare”.

I vasi esposti provengono dalla collezione di ceramiche greche e magnogreche di Intesa Sanpaolo e da alcuni musei veneti, fra cui il Museo di Scienze Archeologiche e d’Arte di Padova, il Museo Archeologico Nazionale di Venezia, il Museo Archeologico Nazionale di Adria, il Museo dei Grandi Fiumi di Rovigo e il Museo Civico di Bassano del Grappa.

La prima sezione di Argilla. Storie di viaggi, ospitata presso la Sala dell’Antico Testamento del palazzo vicentino, affronta il tema degli Approdi: l’arrivo delle ceramiche greche sulla Penisola, il movimento di persone, conoscenze e abilità attraverso il Mediterraneo e la diffusione di schemi figurativi legati a questi eventi. Dall’età orientalizzante, infatti, lungo le antiche rotte già tracciate dai Micenei prima – quindi – dai naviganti greci protagonisti della seconda colonizzazione, il Mediterraneo racconta storie di viaggi: di uomini e donne, di mercanti, poeti ed artigiani che nello spostarsi da Oriente verso Occidente hanno portato con loro un ricco patrimonio di storie mitiche, di pratiche sociali, di ideali politici e di capacità tecniche. Con gli uomini hanno viaggiato anche gli oggetti, i più diversi, frutto di un artigianato che andava via via specializzandosi in attraenti prodotti di lusso. È così che nei fondi delle barche trovano il loro posto anche le ceramiche, prodotte in un materiale semplice, l’argilla, ma affascinanti per la ricchezza delle forme e per il variopinto immaginario delle decorazioni.

La ceramica prodotta nella polis di Atene a partire dalla fine del VII secolo a.C. fino a tutto il IV secolo a.C., prima nella tecnica a figure nere poi – a partire dalla fine del V secolo a.C. – in quella a figure rosse, approda così in tutto il bacino del Mediterraneo, con un ampio volume di importazioni che raggiungono la Magna Grecia e quindi le regioni adriatiche. I vasi venivano apprezzati dalle comunità locali per la forma, le immagini, l’impegno decorativo che ne fa un veicolo di modelli culturali e di narrazioni. Rinvenute per la maggior parte nelle necropoli e, in misura minore, in luoghi di culto e di abitato, le ceramiche spesso assolvevano al compito di sottolineare lo status e il livello culturale di chi le possedeva. Queste ceramiche decorate sono state dunque recepite dalle differenti comunità, che le hanno integrate nei loro usi e costumi.

La Sala si apre con una analisi introduttiva del fenomeno a livello spaziale e cronologico, oltre a una resa grafica del famoso Cratere del naufragio, datato all’VIII secolo a.C. Il vaso fu rinvenuto nel 1953 dall’archeologo Giorgio Buchner in una tomba della necropoli di San Montano nell’isola di Ischia, l’antica Pithecusa, il primo grande emporio fondato dai Greci in Occidente nella prima metà dell’VIII secolo a.C., quale punto terminale di una linea che da Al Mina (altro importante emporio in Siria) attraversa l’intero Mediterraneo, collegando il Vicino Oriente con l’Etruria. Prodotto di una bottega locale che imita la ceramica corinzia, il vaso era destinato a contenere il vino, preziosa bevanda, ed è famoso per molti motivi: si tratta del più antico, tra quelli trovati in Italia, dipinto con figure e non solo con motivi geometrici; inoltre, è decorato con una delle pochissime scene di naufragio, a noi giunte dal mondo greco. La scena è dominata da una nave capovolta, con i marinai che cercano scampo dai flutti nuotando tra i pesci, mentre uno di loro sta già per essere divorato da un pesce enorme.

All’interno della sala, un focus particolare è dedicato alle ceramiche di Intesa Sanpaolo, provenienti da Ruvo di Puglia, fiorente centro indigeno ellenizzato dell’antica Peucezia, dalle cui necropoli provengono numerosi vasi attici – alcuni di qualità elevatissima – destinati a celebrare l’élite aristocratica ai vertici del potere, che andava adottando modelli culturali greci. Se la presenza di ceramica attica a figure nere attesta sin dalla fine del VI secolo a.C. la pratica di deporre questa a scopo funebre, si osserva tuttavia una maggiore concentrazione di prodotti attici a figure rosse nel secondo quarto del V secolo a.C., presenza che continua ininterrotta tra gli ultimi decenni del V e primi del IV secolo a.C. Tra le forme ceramiche rinvenute un ruolo chiave è giocato dal cratere, vaso principe del simposio greco, espressione di rango e prestigio sociale: straordinario il cratere attico con scena di simposio, attribuito al Pittore di Leningrado. Sono attestate anche la kylix e lo skyphos attico a figure rosse, si veda a tal proposito l’esemplare attribuito alla bottega del Pittore di Penelope, entrambi parte del set del simposio; mentre la lekythos e la pelike rimandano ai molteplici usi dell’olio nelle comunità greche.

Altri due approfondimenti presentano i materiali rinvenuti in alcuni luoghi strategici dal punto di vista commerciale del Veneto, regione che si pone come importante testimonianza per la ricezione di questi manufatti nel corso della storia, dal mondo antico sino al contesto contemporaneo. Il vasto territorio del Delta Padano ha costituito infatti, sin dall’età micenea, una zona di facili approdi per le rotte marittime provenienti dall’Egeo e dal Mediterraneo orientale. Un ruolo importante in questa zona venne assunto da Adria, emporio greco-etrusco, la cui fondazione risale alla metà del VI secolo a.C., dove è documentata una precoce presenza di Greci, venuti forse dalla Ionia, alla ricerca di nuovi mercati. È ricchissimo il patrimonio di ceramica attica a figure nere e rosse, ora conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Adria, proveniente quasi esclusivamente dall’area dell’abitato antico e dalla zona di necropoli: l’elevato numero di importazioni rinvenute rende evidente il fatto che il sistema di scambio, che fa capo alla rotta adriatica e al Delta Padano, è stabile e consolidato con il contesto greco. 

Significativa risulta la selezione delle forme: particolarmente amate sono quelle destinate al servizio del simposio, quali crateri, kylikes, skyphoi che documentano l’adesione a comportamenti ellenizzanti mediante la mediazione etrusca. In linea con quanto abbiamo visto anche per Ruvo, risulta il comportamento manifestato dalla città di Adria durante il IV secolo a.C.: di fronte ad una generale flessione delle importazioni ateniesi nel Mediterraneo, il centro veneto attesta ancora la persistenza di vasi attici nelle necropoli. Sono differenti, tuttavia, le forme selezionate: compaiono, infatti, la pelike, vaso destinato a contenere liquidi, e la lekanis, una particolare tipologia di contenitori frequentemente rinvenuti nelle sepolture femminili, probabilmente destinati a contenere oggetti di cosmetica o adornamento. Risulta interessante anche l’immaginario selezionato in questa fase, che rimanda a miti e luoghi lontani: protagonisti spesso sono gli Arimaspi, un popolo il cui territorio – come ci racconta il famoso storico greco Erodoto (Storie IV, 13 e 27) – si trovava lontano nel Nord della Scizia, tra il Caucaso e il Mar Nero. Gli Arimaspi, nome che nella lingua scita significherebbe “quelli che hanno un occhio solo”, come i Ciclopi, erano perennemente in lotta con i Grifoni per il possesso delle miniere d’oro, di cui gli animali fantastici erano custodi.

Adria si configura non solo come un centro di ricezione delle ceramiche attiche; oltre a un uso locale, queste erano destinate anche alla redistribuzione verso l’entroterra padano, come mostra il caso della tomba 1 rinvenuta nella necropoli etrusca di Balone (RO), località riferibile alla presenza di una piccola comunità etrusco-padana, che ha restituito un cratere a colonnette attico a figure rosse attribuibile al Pittore di Deepdene (475-450 a.C.), decorato con un famosissimo episodio mitico: il ratto della nereide Teti da parte di Peleo, dalle cui nozze nascerà in seguito l’eroe Achille. Il vaso è presentato in mostra dopo un accurato restauro conservativo sostenuto da Intesa Sanpaolo.

2 | A destra, alcuni vasi attici a figure rosse presentati al pubblico durante il percorso espositivo. A sinistra, supporto con forme vascolari tattili, ideato dall’architetto Michele Franzina.

Le opere della seconda sezione, Percorsi, esposte nella cosiddetta Sala dell’Antica Roma, documentano come le casuali scoperte di ceramiche tra Settecento e Ottocento nei siti dell’Italia meridionale abbiano dato il via a ricerche frenetiche che appassionavano i collezionisti del tempo (così come i contemporanei) andando a costituire quelle che, adesso, risultano essere alcune fra le più importanti raccolte museali a livello internazionale [Fig. 2].

In particolare l’area veneta, per la moltitudine di studiosi formati nel tempo dall’ateneo patavino così come per il ruolo di Venezia, tradizionale crocevia di persone e merci, è da sempre importante anche per la circolazione dei vasi antichi, generando e rigenerando continuamente un notevole interesse: dal Cinquecento sino ai nostri giorni, la regione rappresenta un caso straordinario nel panorama italiano, grazie alla ricca possibilità di approvvigionamento di materiale attraverso i collegamenti con l’Italia meridionale, la Grecia e l’Oriente.

La seconda sezione documenta, dunque, la continuità di interesse per la ceramica antica attraverso le forme del collezionismo. In Veneto, in particolare, la commistione di antico e presente nelle città, la predisposizione ai viaggi e al commercio della Serenissima Repubblica, l’importanza dello Studio patavino, la volontà veneziana di lasciare traccia ai posteri del proprio splendore e passaggio sono alcuni degli elementi che portarono a una rapida diffusione del fenomeno collezionistico in Veneto già dal XVI secolo, quando comparve a Venezia il primo “antiquario publico”.

Dal cardinale Domenico Grimani al nipote Giovanni, dal procuratore di San Marco Federigo Contarini a Zuane Mocenigo, da Pietro Morosini a Girolamo Zulian, numerosi sono i nomi di coloro che donarono alla Repubblica le proprie collezioni di marmi, sculture e monete antiche, andando a costituire la collezione dell’attuale Museo Archeologico Nazionale di Venezia, istituito ufficialmente nel 1523. A queste donazioni, frutto di raccolte private legate spesso alla storia familiare, si aggiungono almeno altre settanta collezioni che, tra la fine del XVI secolo e i primi decenni del XVIII, vengono create nelle principali città del Veneto. In ambito patavino, si segnala la raccolta di Marco Mantova Benavides (1489-1582) emblema di una ricerca del dettaglio, del particolare, del piccolo oggetto e del frammento, oggi costituente uno dei nuclei centrali del Museo di Scienze Archeologiche e d’Arte di Palazzo Liviano.

Anche grazie alla tradizione di studi introdotta a Padova con l’istituzione dell’Orto botanico nel 1545, una interessante eccezione rispetto alle antichità riguarda i reperti naturali che, dalla fine del XVII secolo, vengono introdotti nelle collezioni esistenti oppure formano nuove raccolte. Con personaggi illustri come Antonio Vallisneri (1661-1730) cambia il paradigma del collezionismo che, accanto alla curiosità e al riconoscimento di un passato dorato, ora si concentra sull’osservazione dei cambiamenti e dei comportamenti. Il XIX secolo, d’altro canto, vede una proliferazione delle pubblicazioni e dei cataloghi di tutte queste collezioni e, dopo la nascita del Regno e l’annessione delle terre venete, la costituzione di innumerevoli musei civici di cui possiamo godere ancora oggi.

Infine, caso emblematico dell’interesse ancora vivo nel XX secolo per l’Antico è quello di Virgilio Chini (1901-1983), medico e docente universitario, che nel 1978 dona circa 600 vasi magnogreci al Museo Civico di Bassano del Grappa: questi manufatti contribuiscono a ricostruire la cultura artistica e materiale delle popolazioni che abitarono l’area pugliese (Dauni, Peucezi e Messapi) tra la fine del VII e il II secolo a.C., entrando in contatto con la cultura greca.

L’esposizione si caratterizza per la forte volontà di risultare ampiamente inclusiva e accessibile, con l’obiettivo di ridurre, se non abbattere, le barriere culturali, motorie e sensoriali e, al contempo, di creare uno spazio condiviso e confortevole: supporti audio, video (realizzati con la traduzione nella lingua italiana dei segni) e tattili (da una replica di un vaso antico ai libri tattili ideati da Elisa Lodolo) sono stati realizzati appositamente per l’esposizione [Fig. 3]; inoltre attraverso il ricorso alle più innovative tecnologie per il rilievo 3D, l’allestimento, ideato dall’architetto Michele Franzina, si è dotato di un supporto tattile progettato e realizzato per agevolare sempre più l’accesso al patrimonio archeologico ceramico.

3 | Replica della pelike Merlin 39 e libro tattile, ideato da Elisa Lodolo.

English abstract

Argilla. Storie di viaggi is the title of a new exhibition and the second part of an in-depth study whose first edition was entitled Argilla. Storie di vasi. Thanks to the inspiration provided by the Intesa Sanpaolo vase collection, the exhibition brings non specialists closer to the archaeological ceramic heritage by highlighting those aspects of it which are still relevant today. This scientific-educational project – curated by Monica Salvadori, Monica Baggio, and Luca Zamparo, with installation design by Michele Franzina – reflects on the aggregating function of Greek ceramics in the Mediterranean basin. Greek ceramics were not only a source of inspiration, exchange, and development for new vascular production in Southern Italy, but also a medium to channel ideas, cultural and social practices, as well as economic relations.

keywords | Argilla. Storie di viaggi; Intesa Sanpaolo; Greek ceramics.