"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

197 | dicembre 2022

97888948401

Ali di Massimo Scolari

A proposito di Aliante 1991

a cura di Anna Ghiraldini e Chiara Velicogna

English abstract

Vista dal canale della Giudecca della sede dell’ex Cotonificio a Santa Marta dell’Università Iuav di Venezia con le “Ali” Massimo Scolari.

Presentazione

Ripubblichiamo in questo numero di Engramma la relazione di progetto elaborata da Massimo Scolari per la sua opera Glider realizzata nel 1991 per la Quinta Mostra Internazionale di Architettura di Venezia (8 settembre–6 ottobre 1991). Questo testo è stato inizialmente pubblicato assieme a La parola alata. La scultura di Massimo Scolari all’Arsenale di Venezia di Ennio Concina nei cataloghi delle due mostre “Massimo Scolari. Glider” alla Galleria d’arte Antonia Jannone Disegni di Architettura (Milano, 26 novembre–24 dicembre 1991) e alla Galleria del Barbacan (Treviso, 22 maggio–22 giugno 1992); la presentazione era stata inizialmente pubblicata su “La Nuova Venezia” del 2 Novembre 1991 (Sulle ali di Massimo Scolari 1991). I due contributi sono apparsi successivamente anche nel n. 11 di “Eidos” (1992), ultimo numero della rivista ideata e diretta dallo stesso Scolari a partire dal 1987. Infine, la sola relazione di progetto è apparsa sul catalogo Scolari, a cura di Giovanni Marzari, della mostra “Massimo Scolari” al MAG Museo Alto Garda (Riva del Garda, 9 settembre–4 novembre 2007).

Le ali dell’Aliante sono un’immagine icastica nell’opera pittorica dell’architetto, ripresa da Daniele del Giudice nella sua introuzione al catalogo Scolari: al culmine della serie di ali dipinte c’è proprio l’“oggetto imponente, icona misteriosa” realizzata nel 1991 (Del Giudice 2007, 26). In occasione della Quinta Biennale di Architettura, di cui è direttore Francesco Dal Co, le ali vengono costruite e collocate in Campo della Tana, in prossimità delle Corderie dell’Arsenale, “introducendo nel quieto equilibrio empirico delle fabbriche intorno un segno forte e assertivo” (Concina 1992, 98). Le ali segnalano la rassegna “Venice Prize. Quarantatrè scuole d’architettura nel mondo”, iniziativa che, sulla spinta del corpo studentesco dello Iuav, raccoglie studenti di architettura provenienti da tutto il mondo (Carraro, Domenichini, 144). L’opera è uno dei pochi esempi in cui un oggetto immaginato e disegnato da Scolari supera la cornice della pittura per concretizzarsi in un’opera scultorea dalla forte valenza simbolica. Il profilo a tre gradini delle ali è ripreso dalla parete obliqua dell’Arca che l’architetto realizza per la XVII Triennale di Milano del 1986: in questo caso, mediante il raddoppio della linea obliqua nelle ali accoppiate, l’opera si sottrae alla gravità della materia per rimandare alla leggerezza del volo (Carraro, Domenichini 2016, 144-145).

Ciascuna ala è lunga 15,4 m e misura 5,2 m alla base e 1,7 m all’estremità, per una superficie totale di 204 m2; l’apertura alare è di 25 m; il peso della scultura, comprensivo del giunto in acciaio che le unisce, è di 10 705 kg. Contestualmente, si realizzò anche un modello in scala dell’opera, progettato da Scolari e realizzato da Venini in pasta di vetro nei colori giallo, rosso e arancio,  come premio ai vincitori della Biennale dello stesso anno. Così si legge nella presentazione dell’opera:

II ligneo volo mostra di toccare un muretto di laterizi rossi che accenna a un’arcatella interrotta, dunque una rovina immaginata e trascritta in opera: la struttura e insieme le allusioni, le evocazioni ch’essa porta e offre allo sguardo “poggiano” perciò su di un rimando all’Antico, su di un richiamo dichiarato alla storia (le ali si adagiano su di un testimone del Tempo). [...] Le ali che nell’immaginario mitico e poetico sono anche I’analogo di vele, appaiono definibili quali metaforica carpenteria aeronavale, progettualità simbolica e insieme figurazione di sapere atto ad andare oltre – lavorando di peso, di equilibrio e di vento – sospese proprio sulle acque che per un arco plurisecolare di tempo sono state il luogo conclusivo delle capacità produttive dello strumento fondamentale della grandezza di Venezia: l’Arsenale, il costruttore delle ali marine del Leone di San Marco (Concina 1992, 99).

La scultura è contemporaneamente una testimonianza del passato produttivo dell’Arsenale, luogo in cui si svolge la mostra di architettura, e una metafora del nuovo. Ennio Concina dà parole anche al contrasto tra la vivacità della facies produttiva di Venezia, attiva nel corso dei secoli nell’impresa del cantiere navale, e l’immobilità che caratterizza ora la città:

Alle ali progettate da Massimo Scolari è chiesto di parlare della Biennale d’Architettura. Assai più, pensano ai luoghi, e lo dicono. E così, il discorso delineato nella brezza della fine estate veneziana va inteso come uno, di singolare pressanza figurale, fra quelli che si son fatti e che si faranno ancora intorno a una parte già così vitale – e oggetto ora di così immota controversia – d’una città come Venezia, bella, dall’ardua ventura e forse davvero vizza nell’anima (Concina 1992, 98).

A conclusione della mostra Marino Folin, allora rettore dell’Istituto Universitario di Architettura di Venezia, ottiene di poter avere la scultura in comodato d’uso e riesce nell’intento grazie al supporto di molte voci autorevoli – come quelle di Vittorio Gregotti e Giorgio Muratore – che ne raccomandano la conservazione (Carraro, Domenichini 2016, 146). Aliante è così rimontato e collocato nella sede Iuav dell’ex Cotonificio Olcese a Santa Marta, a siglare l’importante opera di restauro e ampliamento dell’edificio condotta da Gino Valle.

L’installazione di Aliante, sulla copertura piana dell’edificio prospiciente il canale della Giudecca, ha contribuito a cambiare i connotati della zona, imprimendo alla parte sud-occidentale del Sestiere Dorsoduro un segno importante, ben visibile e identificabile sia dalla prospettiva della Giudecca sia dai molti mezzi che attraversano quotidianamente il canale. Così scriverà nel 2007 Kurt W. Forster, 

Se questa artificiosa farfalla di una paleostorica tecnologia è in grado di stare in bilico su un tetto di Venezia, può certo anche fluttuare nei mille secoli colmati dal silenzio (Forster 2007, 43).

Nel tempo, le ali sono diventate uno dei simboli dell’Università Iuav e sono state adottate come logo di uno degli appuntamenti salienti sul piano internazionale dell’università veneziana, i workshop di architettura W.A.Ve.: di anno in anno le ali sono riprodotte in forma stilizzata, legata di volta in volta al tema annuale del workshop.

Le ali di Scolari sono state oggetto di varie pubblicazioni e hanno ricevuto diversi riconoscimenti in ambito italiano e internazionale: nella nota bibliografica in calce abbiamo raccolto le voci più significative, che possono costituire una buona base di partenza per futuri studi sull’opera.

Relazione di progetto

Massimo Scolari

Si potrebbe spiegare questa scultura come espressione di quella libertà che il volare suscita in ognuno di noi, come ricordo dei voli di carta tra i banchi di scuola o degli incanti di fronte alle vertiginose evoluzioni delle rondini e al veleggiare maestoso dei rapaci. E forse riusciremmo solo a velare l’evidenza rammentandoci gli aerei che ogni giorno solcano i cieli dipingendo la modernità con le bianche scie impastate al respiro delle nuvole, o i punti troppo luminosi dei satelliti che deformano le antiche prospettive della volta stellata. In realtà questo oggetto ha sorvolato per anni i miei paesaggi, attraversandone lentamente le rappresentazioni. Nella Porta per città di mare (Biennale, Venezia 1980) si librava tra nuvole sfilacciate sopra un’architettura che proteggeva una tranquilla insenatura. Dopo undici anni di immobili acrobazie quell’aliante si è posato qui, al limite dell’architettura costruita, ormai liberata dal rimpianto di una eroica utilità.

Nessuna altra cosa come il volo mi ha attratto in modo così silenzioso ed enigmatico e forse l’aliante ha imprigionato quella primordiale aspirazione alla leggerezza che la nostra libertà non ci ha potuto concedere. Possiamo cadere dal cielo, ma non innalzarci; possiamo galleggiare o immergerci, ma non possiamo librarci nell’aria come il più modesto dei volatili.

I voli di Icaro e di Simon Mago punteggiano la storia di questa aspirazione disumana, ne costeggiano le impossibilità tecniche fino a cadere nel riso degli dei. Ma possiamo però volare sopra la nostra corporeità con l’immaginazione. Altri hanno inventato le macchine che scivolano sulla gravità e indossano le ali, come fece Otto Lilienthal per la prima volta, cento anni fa, planando dalle colline berlinesi di Derwitz.

Questa scultura vuol solo comprendere tutte quelle impossibili costruzioni infrante; non vuole rappresentarle ma ricordarle, evaporate da ogni antropomorfismo e prive di rumorose rotazioni. Due elementi architettonici identici sottratti all’architettura obliqua dell’Arca (Triennale, Milano 1986) sono qui stati ricongiunti senza mutare il loro significato individuale. Dal loro accostamento è scaturito questo arcaico veleggiatore posato davanti all’Arsenale della Serenissima, in questo luogo dedaleo per eccellenza dal cui ventre sciamava il potere di Venezia, “cité umide, sexe femelle de l’Europe” (Apollinaire).

In una grande mostra di architetti questa scultura inutile, non funzionale neppure a se stessa, trova nell’orgoglio della sua inutilità la ragione di esistere. E nel suo esibito fuori scala questa scultura mostra immediatamente una frattura tra quello che è e quello che vorrebbe essere in questo luogo.

Due idee si compenetrano e si incorporano senza scegliere se non l’incertezza. Una appartiene alla pesantezza della parete, alla costruzione dell’architettura; l’altra, nata dal semplice raddoppio simmetrico della prima, rinvia alla leggerezza aerea, al volo. L’assenza di una corposa giunzione tra le due ali è stato imposto dal principio compositivo della rinuncia, innanzitutto della rinuncia a ogni soluzione periferica: solo in virtù di questa limitazione gli effetti non eccedono le cause. L’immagine dell’aliante posato silenziosamente tra muraglie squarciate appare come una catastrofe intatta che redime l’incidente dietro le quinte del senso comune. Avrei voluto imprimerle un impalpabile sorriso e trattenere il tagliente enigma dell’artificio. Ma se nulla di tutto questo riuscirà a congiungersi con il reale, vorrei almeno lasciare il desiderio sospeso sui bellissimi versi di Melville:

Non vastità, non profusione,
ma la Forma — il Luogo;
non l’ostinato innovare,
ma il rispetto per l’Archetipo.

Massimo Scolari, scultura, edizione d’arte Venini, 1991.

Nota bibliografica
  • Carraro Domenichini 2016
    M. Carraro, R. Domenichini, Documentare l’architettura, in F. Castellani, M. Carraro, E. Charans (a cura di), Lo Iuav e la Biennale di Venezia. Figure, scenari, strumenti, Padova 2016, 123-146.
  • Concina 1992
    E. Concina, La parola alata, “Eidos” 11 (dicembre 1992), 98-105.
  • Forster 2007
    K.W. Forster, I voli dell’aliante, in G. Marzari (a cura di), Scolari, Milano 2007, 241-248.
  • Irace 1991
    F. Irace, Una babele e un ballo per architetti, “Il Sole  24 ore”, “Domenica”, 8 settembre 1991.
  • Massimo Scolari. Glider 1991
    Massimo Scolari. Glider, catalogo della mostra (Milano, Galleria d’arte Antonia Jannone Disegni di Architettura), Milano 1991.
  • Massimo Scolari. Glider 1992
    Massimo Scolari. Glider, catalogo della mostra (Treviso, Galleria del Barbacan), Treviso 1992.
  • Scolari 1991
    M. Scolari, L’ingresso alle Corderie dell’Arsenale, in Quinta Mostra Internazionale di Architettura, catalogo della mostra, Venezia 1991, 40-45.
  • Scolari 2005
    M. Scolari, Il disegno obliquo. Una storia dell’antiprospettiva, Venezia 2005.
  • Scolari 2007
    M. Scolari, Ali. Biennale di Venezia 1991, in G. Marzari (a cura di), Scolari, Milano 2007, 144-152.
  • Scolari 2012
    M. Scolari, Oblique Drawing. A History of Anti-Perspective, Cambridge MA 2012.
  • Scolari, Marzari 2012
    M. Scolari, G. Marzari (eds.), Massimo Scolari. The Representation of Architecture, Milano 2012.
  • Sulle ali di Massimo Scolari 1991
    Sulle ali di Massimo Scolari, ”Casabella” 585 (dicembre 1991), 40.
English abstract

The text we republish in this issue of Engramma concerns Massimo Scolari’s Glider and its Aliante, exhibited in 1991 at the entrance of the Vth Biennale International Architecture Exhibition. Then, Scolari’s Wings ‘flew’ to the roof of the building of the Università Iuav in Santa Marta. 

keywords | Massimo Scolari; Glider; Iuav; Architecture Biennale. 

doi: https://doi.org/10.25432/1826-901X/2022.197.0004