Una città che non sa stare ferma
Rilettura del volume di Angela Vettese, Venezia vive. Dal presente al futuro e viceversa (Bologna 2017)
a cura di Mattia Angeletti
English abstract

Hugo Pratt raccontava di tre luoghi segreti — in Calle dell'Amore degli Amici, vicino al ponte delle Meravege, in Calle dei Marrani — dove i veneziani stanchi delle autorità aprono le porte in fondo alle corti e se ne vanno per sempre in posti bellissimi. A quasi dieci anni dalla pubblicazione di Venezia vive, e nel pieno di un regime di accesso che prevede sessanta giornate l'anno di QR code e contributo obbligatorio per mettere piede nella città antica (e viva), la citazione acquista un'urgenza che nel 2017 poteva sembrare retorica. Le porte in fondo alle corti ora hanno un tornello.
Vettese aveva scritto un libro che non era né guida, né saggio urbanistico, né manifesto, ma una costruzione intellettuale più rara: un racconto sentimentale costruito come la città stessa, per digressioni e scarti laterali, evocando Tony Musante che in Anonimo veneziano ricuce la memoria di un amore calle dopo calle. Il metodo era il montaggio — dal console Smith che nel 1735 fece un nastro di vedute del Canal Grande alla Madonna del videoclip di Like a Virgin, dai dagherrotipi della collezione Costantini al biscottificio dove Giorgio Camuffo stampava "Venice is not sinking" — perché Venezia è una città-montaggio, e chi pretende di raccontarla in modo lineare ha già smesso di vederla. Ma nel 2026 quel montaggio si rivela anche una forma di resistenza cognitiva: contro la riduzione della città a un percorso razionalizzato e segnalato con un flusso da gestire e un dato da tracciare.
Il nervo scoperto del libro era la gabbia percettiva costruita da secoli di vedutismo; da Canaletto a Instagram, fotografiamo ciò che ci aspettiamo di trovare: chi esce dalla norma desta sospetto, come nel test di Rorschach. Vettese opponeva a questa necrofilia dello sguardo la Venezia che nessuno vuole vedere: la prosa degli odori, i panni stesi tra due palazzi, le verande di alluminio anodizzato, il barocco che s'impenna accanto all'umiltà di un muro. Il codice di Venezia, scriveva infatti, non comprende la stabilità: la sua cifra è la necessità di essere smontata e rimontata continuamente. Il 12 novembre 2019 — centottantasette centimetri, la seconda acqua alta della storia — ha dato a queste parole un peso che nessun saggio poteva prevedere. E poi il Mose si è alzato, il 3 ottobre 2020, e da allora si è alzato più di cinquanta volte. L'opera di hybris biblica che Vettese raccontava con scetticismo lucido — l'ultimo atto di una battaglia plurisecolare con le acque — ha funzionato. Ma la città che il Mose protegge è la stessa che l'autrice attraversava a piedi sestiere per sestiere? Quella dell'Arsenale dove Cecchetto inventava le "case nella casa" in acciaio e vetro, della Querini Stampalia dove Scarpa e Botta si sovrapponevano in un gioiello tuttora celato al turismo di massa e patrimonio condiviso di generazioni di studenti, dei campielli dove un gruppo di cittadini correggeva i nisioeti restaurati con doppie che in veneziano non esistono?
La risposta di Vettese, già nel 2017, era che Venezia non muore più di quanto muoiano i centri storici di Londra o Parigi: il suo presunto spopolamento è quanto accade in ogni centro direzionale dell'Occidente, letto come peculiarità locale per confermare l'archetipo di una città-sarcofago. Chi vi abita — pendolari, studenti, immigrati che si fanno imprenditori — porta nel Canal Grande le tensioni vere del presente. La città inspira ed espira come un polmone.
Ma, il cuore politico del libro si trova nel quarto e nel quinto capitolo: la storia dei grandi no a Wright, a Le Corbusier, a Kahn, e dei sì ottenuti per mimetismo, da Scarpa a Gardella. La filosofia della chetichella - il nuovo piace solo quando non si vede - smascherata come il residuo di un Romanticismo che ha avvelenato la città più di qualsiasi acqua alta: quello per cui la si è voluta mitizzare come un pezzo raffermo dell'Europa preindustriale. E Vettese, dunque, opponeva al congelamento la lezione del Teatro del Mondo di Aldo Rossi — un giocattolo serio, senza fondamenta, in laguna nel 1980 — e la Biennale come dispositivo di rinascita urbana capace di innervare la città di economia viva, studi d'artista, gallerie, editori, facendo della cultura non ornamento ma una fonte di reddito.
Era un programma: tecnologia, ricerca, osmosi con la terraferma, studenti da trattenere, Arsenale da ripensare. La Biennale come prova che la cultura contemporanea può essere il polmone economico di una città d'arte. Il problema non è tenere il passato, ma cercare il futuro. Per chi sente il porto, i traffici, l'andirivieni di culture, l'acqua non è un confine ma una porta.
Invece abbiamo scelto il QR code. Il portale Rivo. Le sessanta giornate. Vettese citava Mazzariol: Venezia troverà sempre qualcuno disposto a interpretare il suo segno. Rileggendo Venezia vive nel 2026, la domanda non è se quel qualcuno arriverà. È se lo faremo entrare.
Riferimenti bibliografici
- Vettese 2017
A. Vettese, Venezia vive. Dal presente al futuro e viceversa, Bologna 2017. - Vettese 2017
A. Vettese, Contro la malinconia. Dal volume: Venezia vive. Dal presente al futuro e viceversa, Bologna 2017, “La Rivista di Engramma” n. 144, aprile 2017, 96-105.
English abstract
Nearly a decade since the publication of Venezia vive. Dal presente al futuro e viceversa by Angela Vettese, the city’s socio-urban landscape faces an unprecedented crisis, oscillating between its historical identity and a contemporary model of algorithmic governance. Vettese’s analysis challenges the "sarcophagus-city" paradigm, proposing instead a "montage" methodology that interprets Venice as a dynamic space of cognitive resistance. By examining architectural stratifications, the economic impact of the Biennale, and the controversial implementation of the MOSE system, the author rejects necrophilic preservation in favor of urban fluidity. In 2026, the transition toward tracked tourist flows and entry fees necessitates a critical re-reading of Vettese’s theories. This introduction emphasizes the urgency of prioritizing cultural production and institutional innovation over the mere commodification of heritage, questioning the city’s future viability.
keywords | Angela Vettese; Venice; Urban Sociology; Cultural Governance; Heritage Management; Post-industrial City
questo numero di Engramma è a invito: la revisione dei saggi è stata affidata al comitato editoriale e all'international advisory board della rivista
Per citare questo articolo / To cite this article: Una città che non sa stare ferma. Rilettura del volume di Angela Vettese, Venezia vive. Dal presente al futuro e viceversa (Bologna 2017), a cura di Mattia Angeletti, “La Rivista di Engramma” n. 234, primavera/estate 2026.