"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

Se Venezia muore, dodici anni dopo

Rilettura del volume di Salvatore Settis, Se Venezia Muore (Torino 2014)

a cura di Mario De Angelis

English abstract`

“In tre modi le città muoiono: quando le distrugge un nemico spietato (come Cartagine, rasa al suolo da Roma nel 146 a.C.), quando un popolo straniero vi si insedia con la forza, e, infine, quando la città perde la memoria di sé”. Così si apre Se Venezia muore di Salvatore Settis. Il libro, uscito per Einaudi nel 2014, riprende una conferenza tenuta dall'autore nel novembre 2012 presso la sede dell’Ateneo Veneto, ampliandola e approfondendola attraverso una solida ricostruzione storico-demografica, sostenuta da dati statistici aggiornati. Tra questi, il più allarmante riguardava già allora il drastico calo della popolazione residente: "Una sola volta", scrive Settis, "negli ultimi sei secoli Venezia conobbe un calo di popolazione comparabile a quello di oggi: e fu per la peste del 1630, dopo la quale ci volle più di un secolo per tornare al livello di prima. Analoga fu la devastazione della peste del 1348, quando la popolazione passò da circa 120.000 abitanti a 58.000: una soglia non lontana da quella attuale. Ma una nuova peste si è insediata a Venezia a partire dagli anni Settanta del Novecento".

Questa nuova peste, “post-moderna" – non biologica ma culturale (con quanto di opaco e sospetto quest'ultimo aggettivo reca con sé) – può essere descritta come un dispositivo di ‘disappropriazione’ sistemica. Intendiamo, con questo termine, qualcosa di diverso, di più oscuro e profondo rispetto alla semplice espropriazione: disappropriarsi di qualcosa vuol dire vedersi separati dalla possibilità stessa di esserne soggetti mentre se ne è ancora, almeno in apparenza, attori. Non tanto e non solo esserne privati sul piano della disponibilità materiale, ma essere “presi” nel processo del suo svuotamento; vederlo diventare, questo qualcosa, estraneo dall’interno, partecipando in definitiva al suo annichilimento. Turistificazione selvaggia, espulsione progressiva dei residenti, mercificazione del patrimonio: questi i principali ingranaggi del dispositivo sopra descritto, che agisce da ormai più di cinquant’anni per erosione continua, non più così lenta com’era, o quantomeno sembrava, fino a qualche decennio fa, che strappa anzi ogni giorno pezzi sempre più ingenti e vitali di un corpo ormai al collasso, privandolo della sua linfa e della possibilità stessa di rigenerarsi. Contro questo scempio, Settis articola il suo atto d’accusa, la cui urgenza appare oggi più stringente che mai. A distanza di dodici anni, infatti, la situazione si è ulteriormente aggravata. Il silenzio della pandemia, che per un attimo aveva lasciato intravedere la possibilità di un cambio di rotta radicale (non solo per la città ma per l’ecosistema della laguna nel suo insieme), è stato invece sfruttato per legittimare, alla ripresa, una versione mostruosamente intensificata delle vecchie pratiche: da un lato l’avidità estrattiva; dall’altro, una forma di consumo sempre più al ribasso, sempre più sciatta e incurante delle qualità specifiche del territorio, del suo genius loci. Nel mezzo, una comunità che si fa e si scopre sempre più mancante – per citare Klee –, mentre le sue immagini peggiori - replicate, diffuse e consumate all'istante - si moltiplicano, la avvolgono, la dis-identificano senza tregua.

Ma accanto al J’accuse, Settis propone anche un esercizio di immaginazione politica. Mi riferisco a ciò che lo studioso, nelle ultime pagine del suo libro, delinea come un "nuovo patto di cittadinanza”: un patto non fondato esclusivamente sullo ius sanguinis o sullo ius soli, ma su ciò che definisce ius voluntatis,“la consapevole volontà di sentirsi cittadini”. “Per Socrate (nel Critone), ricorda Settis, la cittadinanza è un patto fra il cittadino e la sua patria, implica una scelta e comporta obblighi: chi resta nella polis (nella comunità) deve seguirne le leggi, o se no adoperarsi perché vengano cambiate”. Questa concezione, che ad Atene era legata alla condizione di cittadino nativo (non-schiavo, non-forestiero), dev’essere oggi riempita di nuovo contenuto, estendersi agli immigrati che scelgano di restare, farne membri di una stessa comunità di saperi e d’intenti. Da questo principio discende una costellazione di suggerimenti concreti: invertire la logica dell’esodo, favorendo la residenzialità - soprattutto giovanile; limitare la conversione turistica del patrimonio edilizio; sostenere il lavoro creativo e le attività produttive; ricucire il rapporto tra città storica, laguna e terraferma; investire nella formazione, nella ricerca, nell’università. In una frase: restituire priorità al valore d’uso della città rispetto al suo valore commerciale. Tutte iniziative che esigono un intervento serio e radicale, capace di sottrarsi alla subalternità che finora la classe politica dirigente – complici, talvolta per inerzia o convenienza, gli stessi individui – ha mostrato nei confronti dei grandi investitori e delle logiche del turismo globale, che riducono Venezia a superficie di rendita, scenografia consumabile e marchio da valorizzare. Un intervento che sappia finalmente anteporre la tenuta del tessuto urbano e sociale della città alla redditività immediata, opponendosi così e anzi invertendo la rotta del progressivo spopolamento residenziale. 

In questa prospettiva, l’istituzione di un contributo di accesso, peraltro irrisorio, non può che rivelarsi non solo inutile, ma del tutto controproducente: lungi dal correggere il fenomeno, rischia di legittimarlo, istituzionalizzando l’idea che la città sia un parco a tema, visitabile - e saccheggiabile - previo pagamento di una tariffa. Per queste ragioni, rileggere Se Venezia muore oggi, a dodici anni dalla sua pubblicazione, resta un gesto necessario: per ricordarci che spetta anzitutto a noi che Venezia la abitiamo, come responsabilità non più derogabile nè delegabile, il compito di trovare la forza e gli strumenti per interrompere il processo di oblio di sé in cui la città sembra essere precipitata. “Perché se Venezia muore non sarà solo Venezia a morire: morrà l’idea stessa di città, la forma della città come aperto e vario spazio di vita sociale, come creazione di civiltà, come impegno e promessa di democrazia”.

English abstract

The article presents Se Venezia muore by Salvatore Settis as an urgent and still highly relevant reflection on the crisis of Venice. First published in 2014, the book diagnoses the city’s dramatic depopulation and interprets its decline as a form of “post-modern plague”: not biological, but cultural, driven by mass tourism, speculative investment, and the commodification of urban heritage. The article reframes this condition through the concept of systemic “disappropriation,” describing a process by which inhabitants are progressively alienated from the possibility of truly inhabiting and shaping their city. At the same time, it highlights Settis’s proposal for a “new pact of citizenship” grounded in ius voluntatis—the conscious will to belong to and care for the civic community. Revisiting Se Venezia muore twelve years after its publication, the article argues for the continued urgency of imagining political and social alternatives capable of restoring Venice’s value as a lived city rather than a consumable spectacle.

keywords | Salvatore Settis; Venice; Urban depopulation; Cultural heritage; Citizenship;

questo numero di Engramma è a invito: la revisione dei saggi è stata affidata al comitato editoriale e all'international advisory board della rivista

Per citare questo articolo / To cite this article: Se Venezia muore, dodici anni dopo. Rilettura del volume di Salvatore Settis, Se Venezia muore (Torino 2014), a cura di Mario De Angelis, “La Rivista di Engramma” n. 234, primavera/estate 2026.