"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

Dalla città simulacro alla messa in scena del suo governo

Turismo, politiche dell’accesso e crisi dell’abitare nel caso veneziano

Giovanni Attili

English abstract
Sistemi monoc(o)ulturali

Le monocolture si fondano su una violenta riduzione della complessità. Nei sistemi agricoli, la progressiva sostituzione della diversità biologica con la coltivazione intensiva di una sola specie risponde a una logica di specializzazione orientata alla massimizzazione della produttività e della resa economica. Ogni forma di equilibrio pluri-colturale ed ecologico che potrebbe rallentare o ostacolare l’efficienza del sistema produttivo tende a essere eliminata. Se da un lato questa specializzazione estrema accresce la capacità di sfruttamento economico del territorio, dall’altro impoverisce il suolo, riduce la biodiversità e aumenta la vulnerabilità agli shock esterni. È proprio la biodiversità, infatti, a garantire resilienza, capacità di adattamento e possibilità di rigenerazione nel tempo (Altieri 2009; Tilman et al. 2006; Shiva 1993).

Qualcosa di analogo sembra oggi verificarsi in numerose città storiche europee investite dai processi di turistificazione. Anche in questo caso, una sola funzione economica tende progressivamente a diventare dominante, riorganizzando attorno a sé attività, spazi, politiche e forme di vita. La ricerca della massima valorizzazione economica tende così a subordinare la complessità urbana a un’unica logica estrattiva. Funzioni produttive, commercio di prossimità, servizi destinati ai residenti vengono progressivamente sostituiti o riconfigurati per rispondere alla domanda generata dalla monocultura turistica. Ciò che un tempo contribuiva alla riproduzione quotidiana della vita urbana si dissolve sull’altare della massimizzazione del profitto. La città perde così parte di quella pluralità di funzioni, pratiche e soggetti che ne costituivano la principale risorsa adattiva. Come negli ecosistemi monoculturali, la perdita di diversità rende dunque il sistema urbano più fragile, più rigido e con una ridotta capacità di adattamento e rigenerazione (Cristiano, Gonella 2020).

Per comprendere pienamente le implicazioni della monocultura turistica occorre considerare un ulteriore elemento. Il turismo non genera autonomamente le risorse da cui estrae valore. Esso si alimenta di patrimoni culturali, qualità paesaggistiche, sedimentazioni storiche, relazioni sociali e forme dell’abitare che sono il risultato di processi collettivi e storici di lunga durata. In questo senso, la turistificazione può essere interpretata come una forma di estrattivismo urbano: la sua capacità di produrre rendita dipende dall’appropriazione di un valore generato altrove. La logica della valorizzazione tende così a separarsi dalla logica della riproduzione: ciò che viene monetizzato non coincide necessariamente con ciò che viene mantenuto, rigenerato o riprodotto (Gago, Mezzadra 2017). Si manifesta qui una contraddizione fondamentale. Come la monocoltura agricola impoverisce il suolo da cui dipende la propria produttività, così la monocultura turistica tende a impoverire quella complessità sociale, culturale e territoriale che alimenta la sua capacità di generare rendita. L’espansione della monocultura turistica tende così a coincidere con l’erosione delle proprie condizioni di possibilità. Come può allora continuare a generare valore un sistema che consuma progressivamente ciò da cui dipende?

La città simulacro

Per poter essere valorizzata economicamente, l’attrattività urbana deve anzitutto essere resa appropriabile. A questo scopo, la monocultura turistica tende a separare le qualità che rendono desiderabile un luogo dai processi sociali, culturali e storici che le hanno generate, trasformandole in oggetti autonomi di consumo. Il patrimonio culturale viene isolato dalle pratiche che gli attribuiscono significato, le forme dell’abitare vengono dissociate dalle comunità che le producono, i saperi quotidiani vengono convertiti in esperienza da osservare, fotografare e acquistare. Ciò che era parte di una trama relazionale diviene spettacolo (Debord 2013); ciò che era espressione di una forma di vita diviene simulacro (Attili 2020). Come conseguenza, la città viene sempre più percepita, governata e consumata attraverso la propria immagine. In questo passaggio, il valore d’uso dei luoghi tende a essere subordinato al loro valore espositivo.

Questa dinamica appare particolarmente evidente nelle città storiche. Qui la monocultura turistica trasforma il passato in una teca reliquiaria: un repertorio di immagini sacre, stabilizzate e rassicuranti. Si tratta di un insieme limitato di figure altamente valorizzabili: scorci pittoreschi, atmosfere di autenticità, tracce monumentali del passato, forme rituali della tradizione. La città storica viene così progressivamente ricondotta a una costellazione di immagini che selezionano, depurano, isolano, cristallizzano alcuni aspetti dell’urbano, restituendoli come essenze stabili, riconoscibili e immediatamente consumabili. È proprio questa iconografia immobile e seducente, parodia di una storia che ha estromesso il divenire, ad offrirsi come merce pregiata, bene patrimoniale, marchio territoriale. Come osserva Choay ([1992] 1995), il rischio è che la città storica venga privata del proprio carattere di organismo storico e ridotta a una realtà congelata nella celebrazione delle proprie forme. L’insieme mutevole di pratiche, segni e manufatti attraverso cui una città produceva incessantemente nuovi significati lascia il posto a una rappresentazione semplificata del passato, privata delle ambivalenze e delle stratificazioni che l’avevano prodotta. In questo processo, le tracce della storia tendono a perdere il loro carattere generativo. Non sembrano più custodire “le tracce di un tempo continuamente operante”, né materializzare “un divenire che dura” (Decandia 2013, 611). Separate dai contesti che le mantenevano vive, esse si trasformano in immagini autoreferenziali, che non rinviano ad altro se non a loro stesse.

A bene vedere, il potere di queste immagini non deriva tanto dalla capacità di rappresentare il reale, quanto dalla pretesa di coincidere con esso. È proprio in questo slittamento che lo spettacolo prende il sopravvento. Il suo compito è quello di “erogare fantasmi e ologrammi, e di produrre oggetti in forma di apparenza” (Marinozzi 2009): idola spectaculi che esercitano il proprio potere nel momento in cui occultano il proprio carattere simulacrale, finendo con l’imporsi come realtà immediatamente accessibile. Proprio perché tendono a sostituirsi a ciò che rappresentano, la proliferazione delle immagini non coincide necessariamente con una maggiore capacità di vedere. Al contrario, la sovrabbondanza visiva può produrre una forma di derealizzazione. Quanto più l’immagine pretende di restituire il mondo nella sua immediatezza, tanto più rischia di sostituirsi all’esperienza diretta. Si produce così “l’illusione della realtà nella perdita di realtà, l’illusione della presenza nella perdita di presenza” (Gurisatti 2012, 104). Più il mondo si rende disponibile come immagine, più rischia di sottrarsi come esperienza.

La produzione dello spazio turistico

Quando una città viene progressivamente percepita, promossa e governata attraverso la propria immagine, anche le trasformazioni che investono il suo spazio materiale tendono a conformarsi a questa logica. Il simulacro non si limita a occultare la complessità della città: contribuisce a riorganizzarla, attribuendo una centralità crescente ad attività, servizi e pratiche maggiormente compatibili con la valorizzazione di alcune specifiche immagini urbane, mentre tutto ciò che sostiene la riproduzione ordinaria della vita urbana tende progressivamente a perdere spazio, visibilità e riconoscimento.

Questa riconfigurazione investe in modo particolarmente evidente l’abitare. La valorizzazione turistica trasforma infatti la casa da infrastruttura della riproduzione sociale a dispositivo di estrazione della rendita. Gli immobili cessano di essere valutati principalmente in relazione alla loro funzione abitativa e vengono sempre più considerati in funzione della loro capacità di generare reddito all’interno dei circuiti dell’ospitalità turistica. Si apre così una crescente competizione tra uso abitativo e uso turistico dello spazio urbano. Alloggi destinati alla residenza stabile vengono riconvertiti in strutture ricettive o locazioni brevi, mentre la disponibilità di abitazioni accessibili tende a ridursi. Il problema non consiste soltanto nell’aumento dei valori immobiliari, ma nella ridefinizione delle priorità che orientano l’uso della città: ciò che massimizza la rendita acquisisce un vantaggio crescente rispetto a ciò che garantisce la permanenza degli abitanti. Le conseguenze di questa trasformazione si distribuiscono in modo diseguale. A risultare maggiormente esposti sono spesso quei gruppi sociali che già abitano la città in condizioni di fragilità economica o precarietà abitativa. Qui, l’espulsione non assume necessariamente la forma dello sfratto, ma si manifesta attraverso una lenta erosione delle condizioni che rendono possibile l’abitare: aumento dei canoni, riduzione dell’offerta residenziale, progressiva sostituzione delle funzioni quotidiane con attività orientate ai visitatori. Interi quartieri rischiano così di perdere la popolazione che ne aveva costituito il fondamento relazionale, le pratiche d’uso e le forme di appartenenza (Semi 2015; Salerno 2020).

Questa trasformazione non riguarda tuttavia soltanto la dimensione residenziale, ma investe gli spazi attraverso cui la vita urbana si organizza e si riproduce. Con il venir meno di una parte della popolazione residente e delle pratiche quotidiane che la contraddistinguevano, anche gli spazi pubblici e il tessuto commerciale tendono a riconfigurarsi. Piazze, strade e percorsi urbani cessano di essere soltanto infrastrutture della convivenza per diventare componenti dell’esperienza turistica. La crescente centralità del turismo favorisce la proliferazione di attività economiche rivolte ai visitatori e, parallelamente, la progressiva contrazione di servizi e funzioni destinati alla popolazione residente. Strutture ricettive, ristorazione, commercio di souvenir, attività legate al tempo libero e all’intrattenimento finiscono con il colonizzare quote sempre più ampie dello spazio commerciale urbano. Del resto il commercio è uno dei principali veicoli attraverso cui la città simulacro viene prodotta e messa in vendita. Le esperienze di consumo, sempre più omogenee e standardizzate, tendono infatti a trasformare in merce una rappresentazione selettiva della città storica, fondata su immagini, simboli e narrazioni che assumono la forza di topoi capaci di imporsi come principi ordinatori del reale. Ciò che viene offerto al visitatore non è soltanto un bene o un servizio, ma una particolare interpretazione della città, continuamente riprodotta e resa riconoscibile attraverso le forme stesse del consumo (Attili 2020; Settis 2014).

Governare i flussi

Negli ultimi anni, di fronte all’intensificarsi di questi processi, numerose amministrazioni urbane hanno progressivamente cercato di introdurre strumenti di contenimento e regolazione dei flussi turistici con l’obiettivo di gestire i suoi effetti più evidenti: congestione degli spazi pubblici, sovraccarico infrastrutturale, pressione sui servizi urbani, deterioramento della qualità della vita degli abitanti. In questo quadro si collocano misure assai differenti tra loro: contingentamento dei grandi flussi crocieristici, regolamentazione degli affitti brevi e introduzione di dispositivi di controllo dell’accesso ai centri storici, attraverso sistemi di prenotazione obbligatoria e contributi economici d’ingresso.

È in questa cornice di crescente ricorso a dispositivi di regolazione che il caso veneziano assume una particolare rilevanza critica. La recente introduzione del contributo d’accesso è stata infatti presentata, nelle dichiarazioni ufficiali, come la messa in opera di uno strumento capace di governare gli effetti dell’overtourism, intervenendo sulla pressione esercitata dai flussi turistici sulla città storica. La misura sembrerebbe fondarsi sull’idea che l’introduzione di un filtro economico possa scoraggiare almeno una parte dei visitatori giornalieri e contribuire così a una più equilibrata gestione degli accessi.

Tuttavia, uno degli elementi più problematici della misura riguarda lo scarto tra la profondità della crisi che Venezia sta attraversando e la natura degli strumenti attivati per affrontarla (Russo 2025). Il contributo d’accesso, agendo quasi esclusivamente sul piano della regolazione dei flussi turistici, non riesce infatti a incidere sulle trasformazioni strutturali che alimentano la turistificazione e la riconfigurazione monoculturale della città (Wacogne, Salerno 2025). Rimangono infatti sostanzialmente intatti i processi di finanziarizzazione immobiliare che trasformano la casa in asset speculativo; l’espansione delle locazioni brevi e delle piattaforme turistiche; la progressiva espulsione della residenza stabile dal centro storico; la subordinazione del diritto all’abitare alle logiche della rendita turistica; la sostituzione di funzioni urbane ordinarie con attività economiche rivolte quasi esclusivamente ai visitatori temporanei (COSES 2009; Cocola-Gant, Gago 2019; Choay [1992] 1995; Jover, Díaz-Parra 2020; Salerno 2020; Semi 2015).

In altri termini, il contributo d’accesso finirebbe per operare prevalentemente come strumento di gestione dell’esistente, limitandosi a governare gli effetti più visibili della monocultura turistica senza mettere realmente in discussione le logiche territoriali ed economiche che la alimentano. In questa prospettiva, la misura rischia di configurarsi non come dispositivo di trasformazione del paradigma urbano dominante, bensì come meccanismo volto a rendere maggiormente governabile la prosecuzione di quello stesso modello. Tuttavia, il problema della misura non riguarda soltanto la sua incapacità di incidere sulle dinamiche strutturali della turistificazione. Anche rispetto al più limitato obiettivo di contenere i flussi turistici, i risultati appaiono estremamente limitati (Russo 2025). I primi bilanci disponibili sembrano infatti indicare che il contributo d’accesso abbia inciso solo marginalmente sui comportamenti dei visitatori.

Monetizzare la congestione

È proprio questa debole capacità regolativa ad aprire ulteriori interrogativi sul reale ruolo che verrebbe esercitato dal dispositivo. Se la misura non appare in grado né di trasformare il modello urbano che produce l’overtourism né di ridurre significativamente i flussi, diventa allora necessario interrogarsi su quali altre finalità, meno esplicitate nel discorso pubblico, essa possa assolvere. Appare infatti evidente come il contributo d’accesso sembrerebbe configurarsi sempre più come uno strumento di monetizzazione dell’accesso urbano, finalizzato alla produzione di nuove entrate economiche attraverso la tariffazione della città (Wacogne, Salerno 2025). In questa prospettiva, il problema dell’overtourism si trasformerebbe in una risorsa fiscale. La pressione turistica cesserebbe così di essere interpretata come esito problematico di un modello territoriale squilibrato, diventando invece una condizione economicamente valorizzabile. Il sovraffollamento turistico non costituirebbe più un limite da contrastare, bensì una fonte di rendita da amministrare e ottimizzare. Il rischio implicito in questo slittamento è particolarmente significativo, perché tende a inscrivere anche la crisi urbana dentro logiche di estrazione economica (Harvey 2013). Più la città viene investita da flussi intensivi, più aumenta la possibilità di produrre entrate attraverso dispositivi tariffari, sistemi di prenotazione, servizi di accesso e pratiche di controllo. Il governo dell’overtourism rischia così di trasformarsi progressivamente in una gestione economicamente produttiva della congestione urbana.

In questo senso, il contributo d’accesso appare inscriversi all’interno di dinamiche più ampie di monetizzazione dello spazio urbano contemporaneo, in cui l’accesso stesso alla città tende a essere ridefinito come servizio, esperienza o consumo regolato economicamente. La città non si configura più soltanto come spazio pubblico della convivenza civile, ma come infrastruttura da valorizzare economicamente attraverso la gestione selettiva della propria accessibilità.

La governance come performance

Un’ulteriore finalità, anch’essa tendenzialmente silenziata nelle arene discorsive che interrogano l’overtourism veneziano, riguarderebbe le crescenti pressioni esercitate su Venezia dall’UNESCO e al rischio di inserimento della città nella lista dei siti del patrimonio mondiale in pericolo. Si tratta di uno strumento attraverso il quale l’UNESCO segnala quei siti il cui valore universale risulta minacciato da trasformazioni ambientali, urbanistiche o socioeconomiche ritenute particolarmente critiche. Nel caso veneziano, le preoccupazioni espresse negli ultimi anni hanno riguardato soprattutto gli effetti della pressione turistica, dello spopolamento residenziale, della fragilità ecosistemica della laguna e dell’incapacità delle politiche urbane di contrastare efficacemente questi processi.

In questa prospettiva, il contributo d’accesso assumerebbe almeno in parte il carattere di un dispositivo dimostrativo: una misura capace di segnalare simbolicamente l’esistenza di politiche di gestione del turismo e di produrre un effetto di visibilità istituzionale sul piano internazionale, senza però incidere realmente sui violentissimi “effetti di luogo” prodotti dalla monocultura turistica nel contesto veneziano (Bourdieu 1993). Il rischio, in questo senso, è che la misura finisca per svolgere prevalentemente una funzione performativa e reputazionale, più orientata a mostrare l’attivazione di strumenti di governo della crisi che a trasformare concretamente le dinamiche territoriali che la alimentano. Del resto, le istituzioni sottoposte a forti pressioni esterne non sono chiamate soltanto a risolvere i problemi che affrontano, ma anche a dimostrare pubblicamente di possedere la capacità di affrontarli. In tali condizioni, la produzione di strumenti visibili, facilmente comunicabili e immediatamente riconoscibili assume una rilevanza strategica crescente, ma anche una funzione espressiva e rituale: contribuiscono a rendere intelligibili fenomeni complessi, a produrre l’impressione che esista un ordine capace di governarli e a rafforzare la percezione della presenza delle istituzioni all’interno di contesti caratterizzati da elevati livelli di incertezza e conflittualità (Edelman 1964).

Da questo punto di vista, il contributo d’accesso possiede caratteristiche particolarmente adatte a svolgere tale funzione. Si tratta di una misura facilmente identificabile, quantificabile e rappresentabile attraverso numeri, statistiche, e procedure di controllo. La sua introduzione non rende soltanto visibile l’esistenza di un intervento pubblico, ma contribuisce simbolicamente a trasformare una condizione percepita come caotica e incontrollabile in un fenomeno nominabile, misurabile e apparentemente governabile.

È qui che il contributo d’ingresso tende progressivamente a trasformarsi in una sorta di oggetto-sostituto capace di assorbire e riorganizzare il conflitto. Questioni strutturali come lo spopolamento del centro storico, la finanziarizzazione del patrimonio abitativo, la proliferazione delle locazioni brevi o la progressiva subordinazione delle funzioni urbane alle logiche della rendita turistica rischiano di retrocedere sullo sfondo del dibattito pubblico. Ciò che acquista visibilità non sono più le condizioni strutturali che alimentano la crisi, ma la presa in carico istituzionale dei suoi effetti più visibili. Si produce così una sorta di cortocircuito paradossale: mentre Venezia rischia progressivamente di trasformarsi in una rappresentazione consumabile di sé stessa, sempre più separata dalle forme di vita che storicamente l’hanno prodotta e abitata, anche le politiche chiamate a governarne la crisi sembrerebbero assumere una dimensione prevalentemente simbolica e scenografica. Il rischio è quello di una governance che finisce per mettere in scena la gestione dell’overtourism più che intervenire realmente sulle condizioni strutturali che lo rendono possibile, producendo così una sorta di simulacro (Baudrillard 2009) della regolamentazione urbana: una rappresentazione della capacità di governo che rischia progressivamente di separarsi dalla trasformazione concreta dei processi che dichiara di voler affrontare.

I dispositivi di regolazione rischiano in questo modo di trasformarsi essi stessi in idola spectaculi: condensazioni simboliche dell’azione pubblica che rendono visibile la presa in carico della crisi e attestano l’esistenza puramente ornamentale dell’intervento istituzionale. Come la città simulacro produce l’illusione della realtà nella perdita di realtà e l’illusione della presenza nella perdita di presenza, così la governance rischia di produrre l’illusione del governo proprio nel momento in cui si affievolisce la sua capacità di incidere sulle dinamiche che dichiara di voler governare.

Il controllo della circolazione

È proprio all’interno di questa trasformazione scenografica delle modalità di governo della città che assume particolare rilevanza, come ci ricorda Salerno (2023), la “smart control room”, localizzata nella nuova sede della polizia locale al Tronchetto e presentata trionfalmente dall’amministrazione come uno degli strumenti centrali per la gestione dei flussi e dell’accessibilità urbana. La smart control room viene concepita dal sindaco Luigi Brugnaro come una sorta di torre di controllo della città, offrendosi come infrastruttura, tecnologica e simbolica al tempo stesso, necessaria a ottimizzare la misura del contributo di accesso alla città storica. Parliamo di una centrale di coordinamento capace di integrare dati provenienti da sistemi differenti: videosorveglianza, sensori di monitoraggio, mobilità urbana, traffico acqueo e terrestre, telefonia mobile, trasporto pubblico. Più che un semplice strumento tecnico, la “smart control room” rende plasticamente visibile una trasformazione più profonda del rapporto tra spazio urbano, controllo e circolazione (Salerno 2023). In questa cornice, Venezia tende progressivamente a essere interpretata come una superficie leggibile e continuamente analizzabile attraverso flussi di dati elaborati in tempo reale: una macchina banale (von Foerster 2003), da monitorare, ottimizzare e regolare attraverso pratiche di controllo logistico delle circolazioni e dell’accessibilità. Un sistema complesso di estrazione di dati “che potrà essere utilizzato per segmentare l’accesso alla città nella forma del mero contributo d’accesso o persino della vera e propria realizzazione di uno sbarramento all’ingresso tramite tornelli fissi, attivabili con un QRCode” (Salerno 2023, 221).

D’altronde, l’orizzonte culturale e politico entro cui questi dispositivi vengono sviluppati appare sempre più orientato verso una concezione selettiva e performativa della mobilità urbana. In questa prospettiva, alcune forme di circolazione potranno essere considerate eccedenti o scarsamente funzionali rispetto agli obiettivi di valorizzazione economica della città, rendendo sempre più legittima l’idea di una loro riduzione o regolazione (Poli 2021). La mobilità tende così a essere interpretata non più come dimensione costitutiva del diritto alla città, ma come variabile da filtrare, gerarchizzare e ottimizzare sulla base della sua capacità di produrre valore economico. È evidente quindi che i sistemi di monitoraggio e regolazione dei flussi contribuiranno a costruire una precisa razionalità governamentale, all’interno della quale l’accessibilità urbana viene progressivamente subordinata a criteri di efficienza, sicurezza e valorizzazione economica, mantenendo sostanzialmente inalterato il paradigma di sfruttamento estrattivo operato dall’industria turistica.

La negazione dell’idea di città

Al di là della sua efficacia concreta e delle funzioni implicite che sembra progressivamente assumere, il contributo d’accesso finisce per sollevare una questione ancora più profonda, relativa alla trasformazione del significato stesso dello spazio urbano. Quale significato simbolico e politico implicito viene incorporato nell’idea di dover pagare per poter entrare all’interno di una città? Una misura di questo tipo non rappresenta infatti soltanto un meccanismo amministrativo: essa modifica il modo in cui lo spazio urbano viene concepito. Pagare per accedere a Venezia significa introdurre un principio di accesso condizionato economicamente che tende a riconfigurare la città come spazio delimitato, amministrato e selettivamente fruibile. La città smette progressivamente di apparire come una struttura aperta e porosa della convivenza per assumere i caratteri di un recinto regolato attraverso dispositivi economici di ammissione.

Questa trasformazione risulta particolarmente problematica se confrontata con la lunga tradizione teorica che ha interpretato la città come forma storica dell’apertura. Nella riflessione di Lewis Mumford (1967), la città rappresenta il luogo della massima intensificazione delle relazioni umane, un magnete in cui differenze, conflitti, scambi e interdipendenze si condensano producendo civiltà. La città non coincide mai semplicemente con un assetto fisico o amministrativo; essa costituisce piuttosto una struttura dinamica di attraversamenti reciproci. La sua natura è costitutivamente porosa. L’accessibilità rappresenta dunque una componente fondamentale dell’idea stessa di città. Non nel senso ingenuo di un’apertura illimitata e priva di governo, ma nel senso di una disponibilità dello spazio urbano all’incontro con l’alterità. La città storicamente si definisce attraverso la possibilità dell’attraversamento: è il luogo in cui una molteplicità di individui condivide uno spazio comune senza che tale condivisione debba essere continuamente mediata da una transazione economica.

Il contributo d’accesso introduce invece una logica differente. L’ingresso nello spazio urbano viene assimilato a una pratica di consumo. Il visitatore non attraversa più una civitas, ma accede temporaneamente a un’infrastruttura turistica. In tal modo, la relazione con la città tende a essere ridefinita nei termini di un rapporto cliente-servizio. Ciò produce un mutamento simbolico estremamente rilevante: la città viene implicitamente trattata come prodotto culturale da amministrare attraverso dispositivi tariffari.

Urbanicidio

Il contributo d’accesso può essere letto anche come il sintomo di una più ampia trasformazione urbana. La misura assume infatti come principale oggetto di governo la regolazione delle presenze temporanee, dei flussi e della mobilità dei visitatori. In questo senso, essa appare profondamente coerente con quella che Salerno e Russo (2022) definiscono short-term city. L’espressione rimanda, innanzitutto, a una città organizzata attorno alla temporalità breve: permanenze transitorie, affitti turistici di breve durata, consumi rapidi dello spazio urbano, mobilità accelerate, esperienze frammentarie e intermittenti dell’abitare. In questo quadro, il tessuto urbano tende progressivamente a riconfigurarsi per rispondere alle esigenze di una popolazione temporanea e mobile, mentre le funzioni ordinarie della vita quotidiana (residenza, commercio di prossimità, relazioni di vicinato, continuità sociale) vengono progressivamente marginalizzate. La short-term city appare così come una città plasmata dalla logica della circolazione continua e della valorizzazione immediata dello spazio.

Eppure, questa categoria analitica sembra contenere implicitamente anche un altro significato, più radicale e forse non pienamente tematizzato dalla stessa letteratura che la utilizza. Una short-term city non è soltanto una città organizzata attorno a tempi brevi; è anche, più profondamente, una città che rischia di avere un tempo breve. Una città che fatica sempre più a proiettarsi nel futuro, perché le dinamiche estrattive che ne governano la trasformazione tendono progressivamente a consumare le stesse condizioni che rendono possibile la riproduzione della sua vita.

Quando l’abitare viene espulso e lo spazio urbano viene subordinato quasi integralmente alla rendita turistica, la città continua certamente a sopravvivere come immagine, come superficie spettacolare, come destinazione, come icona globale, come esperienza consumabile. Ma rischia progressivamente di perdere il suo statuto ontologico originario. Il problema, allora, non riguarda soltanto la congestione turistica o il tentativo di limitare l’eccesso di visitatori, bensì la contrazione dell’orizzonte temporale della città stessa. Una città integralmente piegata sul presente del consumo rischia di smarrire la propria continuità storica e la propria possibilità di futuro. È in questo senso che il concetto di urbanicidio, evocato da Marco D’Eramo (2017), appare particolarmente significativo. L’urbanicidio non coincide necessariamente con la distruzione materiale della città. Non implica rovine o cancellazioni fisiche dello spazio urbano. Piuttosto, indica il progressivo svuotamento delle condizioni che rendono possibile la città come forma di vita collettiva.

Impossibilità dell’abitare

Una città che richiede un ticket per essere attraversata tende inevitabilmente a essere percepita come spazio eccezionale da visitare, contemplare e consumare, piuttosto che come luogo ordinario dell’abitare. Venezia rischia così di trasformarsi definitivamente in ciò che molti studiosi e comitati cittadini denunciano da tempo: un parco a tema (Davis, Marvin 2004), un museo a cielo aperto, uno spazio espositivo globalizzato nel quale la vita urbana sopravvive soltanto come traccia residuale (Settis 2014). Le riflessioni di Giorgio Agamben (2005) sulla perdita contemporanea della capacità di abitare appaiono particolarmente rilevanti. Secondo il filosofo, la museificazione non consiste semplicemente nella conservazione di uno spazio storico; coincide piuttosto con la sua separazione dalla vita. Il museo è infatti, per definizione, il luogo in cui gli oggetti vengono sottratti all’uso ordinario per essere esposti, contemplati e consumati. Applicata alla città, questa logica produce territori sempre più accessibili come immagini e sempre meno accessibili come forme di vita. Secondo Agamben, il museo non è:

Un luogo o uno spazio fisico determinato, ma la dimensione separata in cui si trasferisce ciò che un tempo era sentito come vero e decisivo, ora non più. Il Museo può coincidere, in questo senso, con un’intera città (Evora, Venezia, dichiarate per questo patrimonio dell’umanità), con una regione (dichiarata parco o oasi naturale) e perfino con un gruppo di individui (in quanto rappresentano una forma di vita scomparsa). Ma, più in generale, tutto oggi può diventare Museo, perché questo termine nomina semplicemente l’esposizione di un’impossibilità di usare, di abitare, di fare esperienza (Agamben 2005, 96).

In questo senso, Venezia rappresenta un esempio emblematico di un processo di museificazione che decreta l’impossibilità di fare esperienza (Benjamin [1962] 1995). Un processo che implica separazione. In un museo, infatti, è possibile contemplare ciò che è stato sottratto alla vita: reliquie, oggetti de-vitalizzati e cartoline. È l’esibizione di un’impossibilità d’uso. A cui si accede pagando, come quando si visita un museo.

Venezia finisce così per anticipare una condizione sempre più diffusa: città ridotte a immagini da consumare e sempre meno accessibili come forme di vita. La posta in gioco, pertanto, non riguarda esclusivamente la regolazione del turismo, bensì la difesa della città come spazio politico della convivenza. Problematizzare l’efficacia e le razionalità sottostanti il contributo d’accesso significa allora interrogare criticamente una forma simulacrale di governance che tende a intervenire sugli effetti più visibili della turistificazione senza riuscire a modificare le dinamiche che li producono. Una governance incapace di mettere in discussione quel modello urbano che riduce progressivamente la città a infrastruttura economica e la cittadinanza a semplice funzione residuale. Significa riaffermare che una città non può essere compresa soltanto come destinazione, ma deve continuare a garantire la possibilità di essere abitata, vissuta e attraversata da forme di vita che non siano interamente subordinate alle logiche del consumo turistico.

Riferimenti bibliografici
 English abstract

This essay analyses the Venetian contributo d’accesso (access fee) as a symptom of a broader transformation of the contemporary city under the pressure of tourism. Drawing an analogy with agricultural monoculture, it argues that touristification operates as a form of urban extractivism: it appropriates cultural, social, and historical value that it does not itself produce, progressively eroding the very conditions of urban reproduction. The city is thus reduced to a simulacrum — governed, perceived, and consumed through its own image — while housing is converted from social infrastructure into a device for rent extraction. Within this framework, the access fee appears unable to address the structural dynamics of touristification; rather, it functions as a tool for monetising congestion and as a performative, reputational gesture aimed at international audiences and institutional legitimacy.

keywords | Overtourism, Simulacrum, Urbicide, Short-term city, Venice

questo numero di Engramma è a invito: la revisione dei saggi è stata affidata al comitato editoriale e all'international advisory board della rivista

Per citare questo articolo / To cite this article: G. Attili, Dalla città simulacro alla messa in scena del suo governo. Turismo, politiche dell’accesso e crisi dell’abitare nel caso veneziano, “La Rivista di Engramma” n. 234, primavera/estate 2026.