"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

I seminari della KBW

Un laboratorio di metodo

Katia Mazzucco

Il 29 febbraio del 1928 Aby Warburg conclude il seminario invernale della KBW con il breve e incisivo intervento, che pubblichiamo in questo stesso numero di Engramma in prima traduzione italiana integrale, dedicato al “metodo per una scienza della cultura storico-artistica” .

Da tempo la Biblioteca Warburg era impegnata attivamente nella collaborazione con l’Università di Amburgo attraverso l’organizzazione di seminari di storia dell’arte. I temi proposti e discussi nel corso degli incontri, concentrati in seminari invernali ed estivi, ripercorrono i nuclei centrali delle indagini warburghiane: del semestre estivo 1925 è un seminario sulla cultura artistica del Primo Rinascimento fiorentino; nel successivo semestre invernale 1925-1926 il seminario organizzato ha come tema la metodologia della Kulturwissenschaft; nel semestre estivo 1926 è proposta una indagine scientifico-culturale sul valore storico del libro; del semestre 1926-1927 e del successivo è la discussione dei tipi di ricerca nell’ambito della cultura rinascimentale, concentrato sulla figura di Jacob Burckhardt; segue nel semestre invernale 1927-1928 un altro ciclo sul metodo per una “Scienza della Cultura storico-artistica”; e ancora, prima del lungo soggiorno in Italia che vedrà Warburg impegnato soprattutto al lavoro per l’Atlante Mnemosyne, il seminario estivo del 1928 è dedicato al valore degli scambi culturali per la creazione artistica nel Rinascimento europeo. 

Significativamente, sono due motti a tratteggiare in sintesi concettuale la costellazione delle Kernfragen del metodo scientifico-culturale proposto da Warburg nell’inverno 1925-1926. In una lunga lettera al filologo Johannes Geffcken, lo studioso scrive di aver così indicato a un gruppo di quindici studenti di storia dell’arte ciò che dovevano aspettarsi dal lavoro alla KBW:

Andiamo alla ricerca della nostra ignoranza e scacciamola, con l’aiuto dei nostri amici, da dove l’abbiamo scovata.
Il buon Dio si cela nel dettaglio.

l’esercitazione finale prevista per il seminario era l’applicazione pratica dei due principi a un oggetto dato: un cassone nuziale quattrocentesco della Yale University con la rappresentazione di un torneo in Piazza Santa Croce a Firenze. Nelle carte sul seminario conservate in archivio, Warburg indica inoltre in questo lavoro una fase di perfezionamento del metodo già utilizzato per le proprie ricerche nel 1902. In Arte del ritratto e borghesia fiorentina, pubblicato in quell’anno, questi intenti metodologici sono dichiarati sin dalle prime righe del saggio:

È grande errore parlare delle cose del mondo indistintamente e assolutamente, e, per dire così, per regola; perché quasi tutte hanno distinzione ed eccezione per la varietà delle circumstanze, in le quali non si possono fermare con una medesima misura; e queste distinzioni e eccezioni non si trovano scritte in su' libri, ma bisogna lo insegni la discrezione.

La citazione dai Ricordi politici e civili di Guicciardini posta in apertura al saggio è il segnale di un preciso appello all’uso della ‘discrezione’ negli studi, contro l’applicazione indiscriminata di una griglia di regole precostituite. Subito dopo la citazione, lo scritto si apre con un diretto riferimento al lavoro di Jakob Burckhardt, pioniere di quegli studi culturali ai quali Warburg voleva dare fondamento e strumento nella propria Biblioteca. A legittimare l’allora giovane studioso nella prosecuzione del lavoro intrapreso dal grande storico basileese – cui sarà dedicato un intero ciclo seminariale nel 1927 – erano, nelle sue stesse parole, i lunghi studi fiorentini tra fonti d'archivio del genere più vario e i progressi di un supporto tecnico divenuto ormai indispensabile per lo 'studio nel dettaglio', ossia la fotografia.

Rifacendosi a questi primi anni di ricerca attraverso i due motti guida per le esercitazioni, Warburg proponeva così in filigrana una riflessione sulla 'interdisciplinarietà', resa attraverso la metafora delle lacune dello studioso – qualunque studioso – che il dovere e l’onestà della ricerca stessa impongono di colmare nel ricorso alla collaborazione discreta, o in senso più lato, alla mutuazione e al prestito da ambiti altri del sapere. La lettera a Geffken si apre infatti con una breve e intensa memoria delle ricerche dell’amico Franz Boll. I lavori di Boll avevano rappresentato per Warburg una sorta di antidoto contro alcune fissazioni degli studi storico-artistici, oscillanti tra il principio dello “sguardo stupito” e “produttore di chiacchiere”, e la tendenza alla classificazione stilistica – l’immagine usata da Warburg è quella del farmacista impegnato ad assortire sostanze in “Stylöpfe”.

La formulazione della seconda citazione – che nella letteratura critica è divenuta quasi il motto dell’intero pensiero di Warburg e del suo metodo – era ispirata a un altro ambito degli studi, ossia – scrive Warburg – all’esempio “dei grandi filologi tedeschi, e particolarmente di Usener”. La sensibilità per i dettagli apparentemente marginali della storia culturale indicava quello che da Carlo Ginzburg sarebbe stato accostato al “paradigma indiziario” e che in studi più recenti è stato opportunamente discusso nel contesto del pensiero morfologico ottocentesco – tra i titoli più indicativi in questo senso si segnala il lavoro di Andrea Pinotti Memorie del neutro (2001).

Ancora nella stessa lettera, Warburg indica nel proprio Istituto il luogo dove i giovani studiosi potevano trovare i sussidi tecnici e bibliografici da opporre all’ignoranza. Il dovere era dunque quello di una lotta all’ingenuità e al “dilettantismo” degli studi da combattere sul piano concettuale del metodo della ricerca come, molto concretamente, su quello pratico della gestione e, se necessario, dell’invenzione dei suoi strumenti. l’esempio veniva dalla stessa direzione della Biblioteca: la nuova organizzazione – il cantiere dell’edificio al 116 di Heilwigstraße era ormai a buon punto – doveva seguire principi di razionalità e funzionalità nella moderna dotazione tecnologica, nella campagna delle segnature dei libri in atto, nella generale gestione e promozione delle attività.

Nel 1926, con la conclusione del cantiere del nuovo edificio della Biblioteca, anche le attività seminariali si avvalgono di tutti i potenziali della strumentazione KBW: dall’uso della ricchissima e singolarissima collezione libraria, a quello delle dotazioni tecnologiche del nuovo edificio – come il laboratorio fotografico o i materiali per le proiezioni, sfruttati per tutte le occasioni di divulgazione dei risultati della ricerca– alla possibilità dei tutorati con suoi collaboratori abilitati.

In occasione dei seminari e delle esercitazioni degli studenti il metodo del montaggio di fotografie su pannelli, cifra propria del lavoro di ricerca warburghiano di questi anni, è ampiamente sperimentato e messo a frutto. I materiali di archivio che testimoniano i lavori seminariali della KBW comprendono infatti le liste e le bozze di relazione dei partecipanti, gli appunti di Aby Warburg e anche lunghe ed elaborate liste di immagini, organizzate precisamente per le proiezioni o inserite in schemi di montaggio di pannelli creati ad hoc per ciascun tema di discussione.

Se in conclusione della conferenza per la Camera di Commercio di Amburgo dell’aprile 1928 sulla storia delle feste Warburg identificava nel motto “all’immagine la parola” (Zum Bild das Wort) il metodo di ricerca promosso dalla Biblioteca, è particolarmente con questi lavori seminariali che lo studioso intraprende una discussione pratica e teorica del metodo che andava tracciando e consolidando.

 

Pannelli allestiti per i seminari della KBW, semestre estivo 1927, Forschertypen auf dem Gebiet der Renaissancekultur: Jacob Burckhardt

Gli appunti per il seminario invernale 1927-1928 testimoniano la struttura ‘tipica’ delle carte di lavoro di Warburg, riscontrabile in tutti i materiali di conferenze, visite o eventi: una lista di circa settanta immagini per l’'Epidiaskop' (il proiettore); il brano iniziale del discorso per la conclusione dei lavori; schemi di montaggio d'immagini; la parte conclusiva del testo; note sparse sui temi del seminario; una versione completa del discorso. Si tratta di una struttura che riflette un preciso intento registico: ciascun momento dell’incontro è organizzato secondo modi e tempi progettati con meticolosità. I testi di Warburg – semplici canovacci di discorso, spesso registrati solo attraverso la dettatura e non rielaborati – sono organizzati secondo la sequenza di immagini proiettate e, in forma di stesura compiuta, si concentrano solitamente in un “inizio” e in una “conclusione”: tra questi due momenti, si inserivano le diapositive e il commento dei pannelli realizzati per l’occasione.

Le carte che documentano il lavoro sulle "illustrazioni" per il seminario dedicato al metodo della Kulturwissenschaft comprendono oltre agli schemi dei pannelli per il 29 febbraio anche quelli approntati sin da dicembre – in serie da quattro o sei – per le relazioni dei partecipanti. Il lavoro è testimoniato anche nei Diari della Biblioteca, dove leggiamo ad esempio della preparazione di due tavole sulle figure di "Proserpina" e "Medea" (18 febbraio 1928) e poi di un riordino di materiali sul motivo della “Clemenza di Traiano” (27 febbraio 1928).

Questi alcuni dei fuochi su cui si concentrano le ricerche del seminario, riproposti nella sequenza d'immagini proiettate e ricomposti secondo criteri di lettura visiva sui pannelli nella sessione di chiusura di Warburg. Nel breve testo della Schlussübung lo studioso torna ancora sulla necessità di comprendere nelle ricerche gli elementi psicologici che concorrono al processo evolutivo dello stile e dunque a una critica della periodizzazione storica, in favore di una sovrapposizione di linee nella quale, ad esempio, ciò che comunemente è definito con l’habitus medievale non conosce aut aut, non si dissolve alla soglia dell’evo moderno, bensì persiste radicato in alcune espressioni. Nelle bozze del testo di chiusura Warburg spiega come il metodo illustrato nel corso del seminario fosse basato sul tentativo di comprendere il “Geist der Zeiten” attraverso l’esercizio del confronto tra diverse occorrenze, geografiche e storiche, di uno stesso oggetto – e tra gli esempi presenti negli appunti sparsi Warburg giunge sino alla pittura francese antiaccademica di Delacroix.

Nelle carte di lavoro col testo inframmezzato dalle liste di immagini, sul foglio che introduce gli appunti riferiti specificamente ai montaggi leggiamo:

Come conclusione stasera voglio illustrare ancora una volta questo metodo attraverso motivi intesi, per così dire, come fossili guida tra gli strati dei secoli: il Nachleben dell’arco trionfale romano, della forma greco-mitica dell’eroe morente, delle Muse e della Medea.

La determinazione dello “spirito del tempo” corrisponde in Warburg al tentativo – tratteggiato nel frammento di testo per il seminario, esposto in figura sui pannelli – di disarticolare l’unità lineare dello scorrere storico in favore di un sistema reticolare di radici e di circolazione di fluidi vitali. Nel disegno delle falde di stratificazione dei secoli a far da guida per la comprensione di una supposta evoluzione che ci appare solo nei suoi esiti sono, goethianamente, delle forme guida – Pathosformeln, radici del linguaggio gestuale – che nei punti di riaffioramento indicano intersezioni e nodi della rete di circolazione: accanto all’esempio dell’analisi stratigrafica si propone una “morfologia iconologica” costruita, anche praticamente e fisicamente, su una rete di immagini.

Fonti di archivio

Bibliografia di riferimento

Per citare questo articolo | To cite this article | K. Mazzucco, I seminari della KBW. Un laboratorio di metodo,  “La Rivista di Engramma” n.56, aprile 2007, pp. 15-20 | PDF.