"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

200 | marzo 2023

97888948401

Divagazioni foscoliane

Lorenzo Braccesi

English abstract

In Ithake, la lirica di Costantino Kavafis composta nel 1911, l’isola di Ulisse si trasfigura in estremo approdo di una vita vissuta, quindi nella metafora della saggia conclusione di una lunga esistenza andata arricchendosi per via. Isola la cui povertà solo allora non “deluderà” l’ipotetico lettore che vorrà giungervi (ki an ptōchikḗ tēn breis, Ithákē den se ghélase). Riandando all’assunto del poeta greco, non sarà inutile ricordare che un secolo prima un poeta, ellenico per nascita, ma italiano per lingua e per cultura, Ugo Foscolo, ci insegna nel sonetto A Zacinto come, viceversa, non possa essere ridotta a metafora l’evocazione di Itaca né dissociata da una dimensione epica che riconduce alla memoria di Omero (vv. 8-11):

[...] di colui che l’acque
cantò fatali, ed il diverso esiglio,
per cui, bello di fama e di sventura,
baciò la sua petrosa Itaca Ulisse.

Le acque, presumibilmente mediterranee, cantate da Omero sono “fatali” sia perché teatro del “diverso”, cioè molteplice, errare di Ulisse lontano dalla patria, sia perché tomba per tutti i suoi compagni, sia ancora perché la loro è una distesa marina su cui si disperdono, reduci da Troia, per ira degli dèi, le navi degli Achei vincitori. “Bello di fama e di sventura”, cioè omericamente kalòs kaì planḗtēs, è un Ulisse con non celate venature romantiche. Così definito per un riciclaggio con rinnovato vigore semantico di un aggettivo ormai sbiadito, perché troppo abusato, quale il “bello” che qui connota l’eroe.  E, questo, è uno di quei casi in cui il lessico del Foscolo riesce a conferire freschezza espressiva ed emotiva ad aggettivi o sostantivi ormai assorbiti e logorati nel lessico quotidiano, come il termine “amica” che nei Sepolcri (v. 248) la ninfa Elettra si attribuisce rivolgendosi a Giove che l’aveva amata (“la morta amica almen guarda dal cielo”). “Petrosa”, kranaḗ, è per Itaca consueto appellativo omerico, e omerico (N 354) è pure il gesto di baciare “la terra feconda” della patria ritrovata (kýse dè zeídōron árouran).
Questo, che abbiamo evidenziato, è il nesso indissolubile che per Foscolo salda in unico binomio “colui che l’acque cantò fatali” e l’Itaca di Ulisse, e per riflesso la patria di Ulisse e la propria patria Zacinto. Ma chi è il cantore delle acque “fatali”? Lo incontriamo altrimenti nella lirica foscoliana? A ben vedere, questi altri non è che l’Omero “sacro vate” della chiusa dei Sepolcri (vv. 288-291):

[...] Il sacro vate
placando quelle afflitte alme col canto,
i prenci argivi eternerà per quante
abbraccia terre il gran padre Oceàno.

Tra le due evocazioni di Omero il legame è profondo e tale da segnare una tappa né secondaria né irrilevante nell’evoluzione dei fantasmi poetici dai quali è pervasa la lirica foscoliana. Il sonetto A Zacinto è pubblicato nel 1803, il carme Dei Sepolcri nel 1807. Tra i due componimenti, nel riferimento a Omero, corre un nesso più stretto di quanto sbrigativamente segnalato, soprattutto se riflettiamo sul fatto che il suo canto si slarga su “quante / abbraccia terre il gran padre Oceàno”. Espressione che in forma generica può tanto indicare le regioni di tutta la terra, quanto in forma più incisiva le acque su cui naufraga o si disperde la più parte delle navi dei vincitori achei. Le cui peripezie nei mari dell’occidente ci sono narrate con ampio spazio da Licofrone e da Strabone; due autori ben presenti a Foscolo che, nelle note di autore ai Sepolcri, cita del primo lo scolio al v. 19 dell’Alessandra (a commento del proprio v. 238) e del secondo, Strabone, più luoghi sia nella premessa alla traduzione del Catalogo delle navi nel libro secondo dell’Iliade sia, soprattutto, nel commentario alla Chioma di Berenice. Orbene, se la seconda, alternativa, interpretazione qui proposta della frase “abbraccia terre il gran padre Oceàno”, ha un senso, ne possiamo dedurre una larvata e indiretta allusione all’Ulisse dell’Odissea, che è quello del sonetto A Zacinto. Eroe che certo, nella storia della tradizione, si impone quale capofila tra i vincitori achei, protagonisti dei nóstoi, che solamente con infinite sofferenze conosceranno - se mai lo conosceranno - il ritorno in patria.
Come il lettore avrà avvertito, il concetto più ricorrente nei versi che abbiamo ricordato è quello del ‘canto del poeta’, sia esso quello che immortala Ulisse “bello di fama e di sventura”, sia quello che si effonde sulle rovine di Ilio a placare le “afflitte alme” di quanti - nella profezia di Cassandra - sono solo destinati alla sopravvivenza nel dolore.
Ma il sonetto A Zacinto, che immortala Ulisse “bello di fama e di sventura”, si impreziosisce ancora delle note di un altro canto, quello del poeta (vv. 12-14):          

Tu non altro che il canto avrai del figlio,
o materna mia terra: a noi prescrisse
il fato illacrimata sepoltura.

Trascorriamo così, nella chiusa del celebre sonetto, dal canto del “sacro vate” a quello dell’emulo moderno, che alla patria zacinzia può offrire solo il proprio canto, giacché è destino che le proprie ossa riposino in una “illacrimata sepoltura”, che potrà essere tanto nell’auspicata Venezia delle Grazie (1, 48-51) o nella reale Londra del suo ultimo esilio. “Illacrimata” la sepoltura perché lontana dal sempre rimpianto nido natale, e quindi dal dovuto tributo di pianto per spontanea “eredità di affetti” come sentenzia nei Sepolcri (v. 41). Concetto ulteriormente riaffermato nel coevo sonetto In morte del fratello Giovanni dove, da un lato, egli esclama (v. 8) “e sol da lungi i miei tetti saluto” e, d’altro lato, prorompe nell’implorazione (vv. 13-14) “stranere genti, almen l’ossa rendete / allora al petto della madre mesta”.

English abstract

This article analyses similiarities and divergencies between Italian poet Ugo Foscolo and Homer when describing the island of Zakynthos, the ancient Ithaca.  

keywords | A Zacinto; Ugo Foscolo; Homer.

doi: https://doi.org/10.25432/1826-901X/2023.200.0015