"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

66 | settembre/ottobre 2008

9788898260119

titolo

Alcune precisazioni su carattere e funzione dell'arco onorario romano: le testimonianze nelle fonti antiche

Katia Mazzucco

L'Arco di Druso in una incisione di Piranesi, 1765

Le origini dell'arco onorario romano

Il dibattito critico sulle origini dell'arco era impostato fino a pochi decenni fa su basi tipologico-formali o 'genetiche' e in certo senso mirato a soddisfare il desiderio di stabilire un archetipo architettonico assoluto. I principali fronti interpretativi erano rappresentati, da un lato, dai sostenitori della derivazione del tipo dal mondo greco-orientale, ossia dal modello dei propilei ellenistici; dall'altro, dai sostenitori dell'invenzione autoctona, in relazione alla porta-arco etrusca.

A sostegno della tesi sulla derivazione orientale dell'arco onorario, e del rapporto dei primi fornices con i propilei ellenistici, è di frequente chiamato in causa un passaggio dal I Libro di Pausania sulla porta dell'Agorà di Atene, eretta nel 304 a.C. dopo la vittoria su Pleistarchos:

I, 15, 1
ἰοῦσι δὲ πρὸς τὴν στοάν, ἣν Ποικίλην ὀνομάζουσιν ἀπὸ τῶν γραφῶν, ἔστιν Ἑρμῆς χαλκοῦς καλούμενος Ἀγοραῖος καὶ πύλη πλησίον· ἔπεστι δέ οἱ τρόπαιον Ἀθηναίων ἱππομαχίᾳ κρατησάντων Πλείσταρχον, ὃς τῆς ἵππου Κασσάνδρου καὶ τοῦ ξενικοῦ τὴν ἀρχὴν ἀδελφὸς ὢν ἐπετέτραπτο.

Andando al portico, che prende il nome di Pecile dalle pitture, si vede l'Ermes di bronzo detto Agorios, e, vicino, una porta; sopra la porta c'è un trofeo degli Ateniesi che vinsero in uno scontro a cavallo Plistarco, il quale, in quanto fratello di Cassandro, era stato investito del comando della cavalleria e dei mercenari al servizio di quegli.

Si tratterebbe di un'importante testimonianza di monumento tropaico del IV sec. a.C. con funzione di porta e passaggio: il trofeo, a memoria della vittoria, è collocato in posizione elevata, al di sopra della soglia.

Ancora esempi di edifici greci con valore di ingresso monumentale, su modello del propileo ma già interessati dal linguaggio trionfale romano, si trovano in Pausania nella descrizione del Foro di Corinto. L'arco sulla strada per il Lecheo, oggetto di rifacimenti attorno al 144-45 d.C., è testimoniato in monete di Domiziano e Adriano a un fornice, in altre di Antonino Pio e Marco Aurelio a tre fornici; certo – attraverso il filtro dello sguardo del Periegeta – è l'elemento di coronamento, ovvero i cocchi di Fetonte e Elio:

II, 3, 2
ἐκ δὲ τῆς ἀγορᾶς ἐξιόντων τὴν ἐπὶ Λεχαίου προπύλαιά ἐστι καὶ ἐπ' αὐτῶν ἅρματα ἐπίχρυσα, τὸ μὲν Φαέθοντα Ἡλίου παῖδα, τὸ δὲ Ἥλιον αὐτὸν φέρον.

Uscendo dalla piazza per la via che conduce a Lecheo, si trovano propilei, e, sopra questi, due cocchi dorati: il primo porta Fetonte, figlio di Elio, l'altro Elio stesso.

La formula adottata a Corinto è quella che caratterizza anche l'arco onorario romano: l'apertura-passaggio monumentale che si 'conclude' in verticale con la maestosa quadriga.

Al di là delle discussioni relative all'origine dell'arco e alle parentele con altri tipi di edifici orientali o autoctoni, è utile evidenziare sul piano storico la connessione, fra III e II sec. a.C., tra la crescita di importanza non solo militare dei primi imperatores e dei viri triumphales, l'influenza politica e culturale, questa sì, dei regni ellenistici sulla repubblica, e il significato dei primi fornices: nel corso della tarda repubblica, Roma va cambiando struttura e sistema politico in favore di una maggiore accentuazione dei ruoli individuali; anche il linguaggio artistico e architettonico risponde a, ovvero riflette, queste dinamiche (su trionfatori, rito del trionfo e monumenti trionfali si rimanda al contributo specifico Fontana Morachiello in questo numero di "engramma").

Un ruolo centrale nell'evoluzione del tipo dell'arco è svolto dunque dal modello della Porta Triumphalis. Tra le fonti letterarie più significative per comprendere questo monumento nella sua funzione di soglia all'Urbe per il trionfatore, ma anche per coglierne il valore a livello di immaginario culturale, possiamo leggere un passaggio della celebre Orazione ciceroniana contro Lucio Calpurnio Pisone:

23
Sic iste a tanto exercitu, tanta provincia, triennio post, Macedonicus imperator in urbem se intulit ut nullius negotiatoris obscurissimi reditus umquam fuerit desertior. In quo me tamen, qui esset paratus ad se defendendum, reprendit. Cum ego eum Caelimontana introisse dixissem, sponsione me ni Esquilina introisset homo promptus lacessivit; quasi vero id aut ego scire debuerim aut vestrum quisquam audierit aut ad rem pertineat qua tu porta introieris, modo ne triumphali, quae porta Macedonicis semper pro consulibus ante te patuit; tu inventus es qui, consulari imperio praeditus, ex Macedonia non triumphares.

Così costui, che dopo tre anni lasciava un tale esercito e una tale provincia col titolo di imperator conquistato in Macedonia, fece ritorno nell'Urbe più solo del più oscuro dei mercanti. E tuttavia, da uomo capace a difendersi, mi ha ripreso proprio su questo punto. Io ho detto che è entrato per la [porta] Celimontana e lui, uomo dai riflessi pronti, mi ha sfidato a scommettere di essere entrato per l'Esquilina: come se io fossi tenuto a saperlo o qualcuno di voi ne avesse mai sentito parlare o avesse qualche importanza da quale porta sei entrato, purché non si tratti di quella trionfale, la porta che prima di te si è sempre aperta ai consoli di Macedonia; tu sei il solo, tra quelli investiti di potere consolare, a non trionfare di ritorno dalla Macedonia.

Dall'invettiva ciceroniana comprendiamo come nessuna porta dell'Urbe, dunque nessuna strada o area urbana, sia segnalabile come interessante ai fini della riconoscibilità (dell'ingresso in città) di un personaggio pubblico. Nessuno è tenuto a sapere quale distinzione sussista tra porta Esquilina e Celimontana; unica distinzione significativa è quella tra la porta trionfale e tutte le altre. E ancora: se da qualunque porta può fare ingresso anche il più umile dei mercanti, solo all'imperator che abbia conseguito gli onori del trionfo – come prima di Pisone avevano ottenuto tutti gli altri consoli di Macedonia – si aprirà la Porta Triumphalis.

Fornix, ianus, arcus

In corrispondenza della nascita del tipo architettonico si registra nelle fonti una coesistenza e una oscillazione fra i termini fornix, ianus e arcus.

Ianus, come testimoniato ancora da Cicerone nel De natura deorum proprio in riferimento alla divinità latina – ma senza accenno alla struttura tetrapila – era il termine usato per indicare strutture voltate all'interno di edifici o all'esterno: transitiones perviae, "passaggi attraversabili".

II, 67
Cumque in omnibus rebus vim haberent maxumam prima et extrema, principem in sacrificando Ianum esse voluerunt, quod ab eundo nomen est ductum, ex quo transitiones perviae iani foresque in liminibus profanarum aedium ianuae nominantur.

E siccome in ogni cosa l'inizio e la fine hanno grande importanza, si volle che Giano fosse il primo nei sacrifici, perché il nome è derivato da ire (andare): da qui, i passaggi attraversabili vengono chiamati iani e le porte sulla soglia degli edifici profani ianuae.

Ancora in Cicerone si trovano diverse menzioni dell'arco di Quinto Fabio Massimo – console nel 121 a.C. e vittorioso sugli Allobrogi – sulla Via Sacra con il termine fornix (Verr. I, 19: "fornicem Fabianum"; Pro Planc. VII, 17: "ad Fabianum fornicem"; De Orat. II, LXVI, 267: "ad fornicem Fabianum"), ma lo stesso monumento, sotto il regno di Nerone, è già detto da Seneca arcus Fabianus (Dialogi, II, 1, 3).

In ambito pre-augusteo è noto che anche il termine fornix indicava un passaggio ad arco. Nelle fonti relative scarseggiano o mancano del tutto informazioni su struttura e ornamento di questi edifici. È infatti comune l'ipotesi di una valenza generica di fornix e ianus seguita, non tanto formalmente quanto cronologicamente, dal tipo architettonico detto arcus. La più antica testimonianza epigrafica del termine arcus con questo significato scioglie in parte il nodo:

C.I.L. XI, 1421
Utique [ar]cus celeberrimo coloniae nostrae loco constituatur orna / -tu[s sp]oleis devictarum aut in fide receptarum ab eo gentium, super / eu[m st]atua pedestris ipsius triumphali ornatu circaque eam duae / eq[uest]res inauratae Gai et Luci Caesarum statuae ponantur.

Nel 4 d.C. i decurioni di Pisa deliberarono l'erezione di un arco in onore di Augusto, votato dalla Colonia Obsequens Iulia Pisana a Gaio e Lucio, Cesari nel 6 d.C. Pur non sapendo nulla della forma architettonica dell'edificio – non più esistente – abbiamo un dato molto importante: il monumento era dotato, oltre che di lastra dedicatoria (rinvenuta nel 1606 in Santa Maria della Spina), di quadriga e di ritratti.

A distinguere chiaramente l’arco dalla porta monumentale non è l’isolamento dell’edificio – condizione, per altro, spesso disattesa – e non sono forma, struttura, elementi architettonici, spesso perfettamente sovrapponibili a quelli di una porta. Sono piuttosto dedica, insegne, statue a rappresentare il vero elemento distintivo dell'arco, che nasce come monumento onorario: la dedica è parte integrante del monumentum e dell’edificio, ne determina il senso e spesso ne condiziona la forma.

Il termine usato per la struttura ad arco, con funzione di passaggio come elemento denotativo, appare in un certo senso neutro fino a che dedica, ritratti votivi, quadriga trionfale, e in generale apparato ornamentale, non concorrono con la forma del fornix quali componenti costitutive e connotative, nelle parole di Plinio, di un "novicio invento" (Nat. Hist. XXXIV, 27). "Arco" non indicherà più solo l'elemento curvilineo innestato su due sostegni verticali, ma sarà il nome proprio di un particolare edificio onorario, anche nei casi eccezionali – è l'esempio dell'Arco degli Argentari dedicato a Settimio Severo – di strutture con passaggio architravato.

Funzione e significato, struttura e ornamento

Columnarum ratio erat attolli super ceteros mortales, quod et arcus significant novicio invento

Senso delle colonne era innalzare al di sopra degli altri mortali: questo è il significato anche degli archi, nuova invenzione.

Il celebre passaggio plianiano (Nat. Hist. XXXIV, 27) sembra quindi registare il momento in cui, in età augustea e in coincidenza con una fase cruciale di arricchimento del linguaggio artistico romano, l'arco assume una vera e propria valenza simbolica e programmatica che permette di distinguerlo dai precedenti esempi di fornices repubblicani.

Per quanto concerne gli elementi funzionali e denotativi all'origine del tipo architettonico, il passo di Plinio fornisce almeno un altro dato fondamentale. Inserito in una sezione del testo dedicata ai metalli – bronzo, rame, ferro, piombo – il brano fa esplicito riferimento alle statue, e, nel caso specifico, alla quadriga o alle altre sculture in bronzo che coronavano gli archi. Come la colonna, l'arco – nella valenza di basamento monumentale – associa dunque alla funzione del passaggio quella dell'elevazione, ed è dotato di una qualità spiccatamente verticale e ascensionale.

La doppia funzione di passaggio/elevazione dell'arco onorario – a lungo negata dalla critica in quanto contraria ai principi astratti di nascita di un tipo architettonico – è ampiamente testimoniata nelle fonti sin dai primi esempi di fornices dell'età repubblicana. Leggiamo in Tito Livio:

XXXIII, 27, 3-4
L. Stertinius ex Ulteriore Hispania, ne temptata quidem triumphi spe, quinquaginta milia pondo argenti in aerarium intulit, et de manubiis duos fornices in foro bovario ante Fortunae aedem et matris Matutae, unum in maximo circo fecit et his fornicibus signa aurata imposuit.

Di ritorno dalla Spagna Ulteriore, Lucio Stertinio, senza neppure fare qualche tentativo nella speranza di un trionfo, versò all'erario cinquantamila libbre d'argento e con la sua parte di bottino eresse due archi nel Foro Boario, davanti al tempio della Fortuna e a quello della Mater Matuta, e uno nel Circo Massimo, e su questi archi pose delle statue dorate.

Nelle sue Storie Livio menziona la costruzione dei due archi di Lucio Stertinio (196 a.C.) – i più antichi di cui si abbia notizia – precisando la loro ubicazione, in seguito quasi tipica, presso edifici templari o come accesso monumentale a foro o circo, e una sola altra caratteristica: la presenza alla sommità (dell'attico, possiamo ipotizzare) di statue dorate.

Accanto a un personaggio poco noto come Stertinio, all'origine dell'arco alla fine della Roma repubblicana si trova anche la figura leggendaria di Scipione l'Africano, a proposito del quale leggiamo ancora in Livio:

XXXVII, 3, 7
P. Cornelius Scipio Africanus, priusquam proficisceretur, fornicem in Capitolio aduersus viam, qua in Capitolium escenditur, cum signis septem auratis et equis duobus et marmorea duo labra ante fornicem posuit

Cornelio Scipione l'Africano, prima di partire, eresse un arco sul Campidoglio, di fronte alla via per la quale si sale in Campidoglio stesso, con sette statue dorate e due cavalli, e due vasche di marmo davanti all'arco.

Anche in questo brano, nessuna menzione della struttura del fornix di Scipione (190 a.C.), ma notizie esatte sulla collocazione, che contribuiva alla funzione e al senso dell'edificio, e sull'ornamentazione, in questo caso ricchissima: sette statue dorate, due cavalli e, ai piedi dell'arco eretto in Campidoglio, due vasche di marmo.

La funzione dell'arco risiede anche nella celebrazione, se non esaltazione, di una personalità – l'elevazione "al di sopra dei mortali", appunto – sin dalle origini del monumento e prima che il culto imperiale e dinastico si innesti in questo discorso.

È così nel caso degli esempi appena citati, nel caso del fornice di Fabio Massimo sulla Via Sacra, e, ancora, nel caso di Verre (70 a.C.), oggetto degli attacchi ciceroniani della famosa orazione:

II, 154
[...] huius fornix in foro Syracusis est, in quo nudus filius stat, ipse autem ex equo nudatam ab se provinciam prospicit.

Nel foro di Siracusa vi è un arco a lui dedicato, sul quale è raffigurato il figlio nudo, stante, e lui che contempla, a cavallo, la provincia che ha denudato.

L'atto di Verre – accusato da Cicerone per parte dei siciliani di corruzione, frodi, concussione – è tanto più scandaloso in quanto l'elevarsi in effigie al di sopra dei propri sottomessi gli permette di osservare, con accanto la figura nuda del figlio, le spoliazioni imposte alla terra governata. La nudità è in arte attributo dell'eroe e della divinità – ed è propria della figura sul cocchio trionfale posto in cima all'arco – ma qui si riflette tristemente nell'eredità lasciata da Verre alla Sicilia.

Per quanto concerne l'arco come struttura per l'elevazione della figura del personaggio esaltato, la consuetudine di associare arco e quadriga trionfale – e dunque il nesso dell'arco con propilei, porta trionfale e altri monumenti tropaici – trova conferma in un altro brano pliniano, che ci conduce alle soglie dell'età augustea:

Nat. Hist. XXXVI, 36
Ex honore apparet, in magna auctoritate habitum Lysiae opus, quod in Palatio super arcum divus Augustus honori Octavi patris sui dicavit in aedicula columnis adornata, id est quadriga currusque et Apollo ac Diana ex uno lapide.

Dagli onori tributati, appare chiaro che l'opera di Lisia che il divo Augusto dedicò in onore del padre Ottavio sull'arco del Palatino, in un'edicola sorretta da colonne, fu tenuta in grande considerazione: si tratta di una quadriga con carro, di un Apollo e di una Diana scolpiti in un solo marmo.

Sull'arco che Augusto fece erigere sul Palatino in onore del padre Ottavio era posta, in una edicola marmorea columnis adornata, un gruppo scultoreo portato a Roma da Rodi. Si trattava di un'operazione in linea con la tradizione ma anche ardita: rispetto a una fusione in bronzo, normalmente adottata per le quadrighe e materialmente più preziosa, la scultura, ad opera di Lisia, di un gruppo così complesso era frutto di grande virtuosismo (sulla sezione dell'opera pliniana dedicata al marmo e sull'espressione "ex uno lapide" si rimanda al n. 50 di "engramma" dedicato al Laocoonte).

Edificato in prossimità del Tempio di Apollo – come nei pressi del Tempio del divo Iulio sorgeranno l'Arco Aziaco e quello Partico – questo arco augusteo ne rappresentava una sorta di soglia monumentale, ponendosi anche in corrispondenza simbolica con il tempio attraverso l'immagine della quadriga di Apollo. E, ancora, l'esempio dell'aedicola columnis adornata, che esaltava il carattere ascensionale e la funzione di elevazione del monumento, anticipava nelle forme casi eclatanti nella storia dell'arco onorario e trionfale romano: la Porta di Adriano ad Atene e poi gli archi antoniniani del santuario di Eleusi, sino all'Arco di Tebessa, con edicola distila su ogni faccia e statue di Caracalla, Geta, Settimio Severo e Giulia Domna.

In piena età imperiale l'arco, oramai fissatosi come tipo, diviene oggetto di continue invenzioni e variazioni strutturali e formali: architrave progressivamente articolato sopra gli ordini; sviluppo di attico e frontone; piloni con nicchie e rilievi.

Come vero e proprio strumento di propaganda, nell'Urbe e soprattutto nelle province, l'arco alimenta a livello urbanistico un discorso di retorica dell'ingresso – alla città, al foro, al circo – e diventa oggetto strategico di scansione delle aree urbane o di rimarcazione di tratti stradali.

In questo senso, la rapida carrellata qui proposta può chiudersi con un brano dalle Vite dei Cesari di Svetonio. Coerentemente al vasto progetto di glorificazione della gens Flavia, Domiziano fece disseminare Roma di preziose statue d'oro e d'argento, verificandone persino il peso, e fece costruire nei vari quartieri della città volte e archi – ianos arcusque – tanto sontuosi e così numerosi da indurre un graffitista ante litteram a lasciare su uno di essi un messaggio di protesta:

Dom., XIII, 2
Statuas sibi in Capitolio non nisi aureas et argenteas poni permisit ac ponderis certi. Ianos arcusque cum quadrigis et insignibus triumphorum per regiones urbis tantos ac tot extruxit, ut cuidam Graece inscriptum sit: 'arci.'

Non consentì che venissero poste in Campidoglio statue di lui, se non d'oro e d'argento e di peso determinato. Fece erigere per i vari quartieri dell'urbe un tale numero di volte e archi enormi con quadrighe e insegne trionfali, che su uno di essi si trovò scritto in greco: "basta!"

"Archi enormi, con quadrighe e insegne trionfali", e, inciso su una di queste preziose lastre marmoree, il calembour che gioca sul bilinguismo latino/greco e sull'assonanza tra arci (plurale sgrammaticato, forse popolare, di arcus) e ρκεῖ (basta!).

Un problema di definizione: arco onorario, arco trionfale

Per concludere, un'ultima precisazione. La consuetudine ormai consolidata dell'associazione tra arco e rituale del trionfo va messa in discussione, e, come nesso funzionale, smentita. L'arco ha raramente funzione trionfale, ovvero l'erezione di un arco onorario è di rado contestuale alla celebrazione di un trionfo – come nel caso dell'Arco di Tito nel Foro. Ma è nel rituale del trionfo, nel rapporto con la Porta Triumphalis, e, soprattutto, nel linguaggio artistico trionfale dell'impero, che vanno ricercati connotazione e significato di questo edificio.

Le prime testimonianze testuali di associazione tra i termini "arco" e "trionfo" – non riferito solo a ornamentazione o apparti – si hanno relativamente tardi. L'espressione arcus triumphalis compare infatti nel III sec. d.C. nelle dediche degli archi delle province africane e la prima attestazione letteraria si rintraccia nell'opera dello storico del IV secolo d.C. Ammiano Marcellino.

XXII, 16, 15
Vt autem in externis bellis hic princeps fuit saucius et adflictus, ita prospere succedentibus pugnis civilibus tumidus, et intestinis ulceribus rei publicae sanie perfusus horrenda: quo pravo proposito magis quam recto vel usitato, triumphalis arcus ex clade provinciarum sumptibus magnis erexit in Galliis et Pannoniis, titulis gestorum affixis, se (quoad stare poterunt), monumenta lecturis.

Se questo sovrano nelle guerre esterne riportò sconfitte e fu sfortunato, divenne invece superbo per i sucessi riportati nelle lotte civili, e del sangue orrendamente sgorgato dalle ferite interne dello stato. Con decisione malvagia, anziché retta e in accordo con la tradizione, eresse maestosi archi di trionfo nelle Gallie e nelle Pannonie, a memoria delle stragi perpetrate a danno delle province, e vi fece apporre iscrizioni delle proprie gesta, che saranno lette fino a quando dureranno i monumenti.

Costanzo II, augusto della pars Orientis dell'impero tra il 337 e il 361, infrange l'uso, secondo tradizione, della dedica da parte del senato di un monumento onorario per le imprese del princeps. Gli archi trionfali sono fatti erigere dallo stesso imperatore per celebrare pugnis ciivlibus e non externis bellis, dunque per celebrare ingiustamente, sottolinea Ammiano, vittorie che non godevano del diritto agli onori del trionfo.

Si dovrà notare, comunque, che a partire dall'età augustea, è possibile registrare uno slittamento dal triumphus militare di età repubblicana alle celebrazioni delle vittorie riportate dall'imperatore, che quasi di diritto acquistano un'aura – e apparati – di carattere trionfale. Una tendenza contraria si riscontra poi nel II sec., quando l'arco onorario presta i propri connotati trionfali alla celebrazione della divinizzazione del princeps.

A consolidare stabilmente il nesso semantico tra arco e trionfo saranno poi le raccolte medievali di Mirabilia Urbis Romae che, in forma di cronache di viaggio per pellegrini, perpetueranno la fama dei monumenti della Roma antica, divenendo una sorta di catalogo della 'sopravvivenza critica' dei simboli di Roma pagana. Nella redazione più antica dei Mirabilia (metà del XII sec.), tra questi elenchi è compresa la sezione De arcubus (3), che si apre a una rassegna di archi chiamati "trionfali": "Hii sunt arcus triumphales".

Una tappa decisiva di questo percorso, alle soglie dell'epoca moderna, è segnata dall'opera di Flavio Biondo De Roma triumphante (1457-59): la struttura intera dell'opera – una ricostruzione dei trionfi romani e una proposta di analisi dell'arte trionfale – e la sua relativamente fortunata tradizione consolidano nella critica l'associazione tra arco onorario e trionfo. In questo testo, che presta lo sguardo antiquario dell'umanista alle prime descrizioni analitiche dei monumenti antichi ancora esistenti, ivi compreso l'arcus triumphalis, si fissa dunque l'associazione del tipo architettonico dell'arco – monumentum di imprese civili o militari, di valore funerario, o ancora di autocelebrazione o di omaggio (al princeps) – con il rito del trionfo romano.

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