"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

90 | maggio/giugno 2011

9788898260355

titolo

Tesori d’Afghanistan in mostra a Londra

Claudia Daniotti

>> english abstract


Minareto di Jam, XII secolo

Tra i primi occidentali a penetrare, nel 1968, nella valle remota e isolata non lontana da Herat in cui, come dal nulla, sorge il Minareto di Jam, Freya Stark tracciò un lungo, memorabile ritratto di quella che resta una delle meraviglie architettoniche più sorprendenti ed enigmatiche dell’intero Afghanistan:

The whole slender structure stands as its builders saw it, eight centuries passing over it as over the Sleeping Beauty, with little except the rustle of the poplars and the voice of birds and water to disturb its sleep.

Appena due generazioni più tardi, nessuna immagine come questa – una torre solitaria che sembra emergere da secoli di storia come intatta, circondata da un silenzio appena scalfito dai rumori della natura – potrebbe essere più lontana dalle immagini che oggi associamo automaticamente al nome ‘Afghanistan’. Dopo l’occupazione sovietica, la lunga e sanguinosa guerra civile, l’ascesa al potere del regime talebano e, soprattutto, dopo l’11 settembre, l’Afghanistan è diventato, agli occhi degli occidentali, il teatro di guerra e lo scenario della barbarie fondamentalista per eccellenza. Eppure, senza che l’interesse per il passato faccia chiudere gli occhi sul presente, andrebbe forse ricordato, come di recente a Londra è stato fatto, che questi ultimi, tormentati decenni sono “a blip in time” nella millenaria storia di questo paese – seppure si tratta di un “blip” particolarmente funesto, che ha segnato una cesura difficilmente sanabile nell’immagine dell’Afghanistan. Certo all’Afghanistan come a tutte le terre di frontiera non si è mai attagliata la qualifica di terra pacifica, ma è proprio qui, sul punto di snodo e raccordo tra l’Asia e il sub-continente indiano, che è fiorita una straordinaria civiltà artistica e culturale, nata all’incrocio tra il mondo persiano, quello centro-asiatico e quello indiano, di cui l’eclatante distruzione dei Buddha di Bamiyan ha provocato il mondo non solo occidentale a ricordare, traumaticamente, l’esistenza.


Corona d’oro, da Tillia Tepe, I secolo d.C., Kabul, Museo Nazionale dell’Afghanistan

E proprio a questa ricchissima, e ancora in gran parte misconosciuta, eredità culturale è dedicata la mostra Afghanistan: Crossroads of the Ancient World, al British Museum fino al 17 luglio, tappa londinese della mostra itinerante che a partire dal 2006 ha portato in diverse città d’Europa e degli Stati Uniti una selezione di opere tra le più preziose del Museo Nazionale di Kabul. Quando, tra l’estate e l’autunno 2007, questa stessa mostra fu allestita negli spazi del Museo di Antichità di Torino, con un’attenzione e una cura di rara suggestione che resta ineguagliata, il titolo scelto fu Afghanistan. I tesori ritrovati. Quanto esposto a Torino, e ora a Londra, è stato per anni, infatti, ritenuto perduto: considerato disperso, fuso o distrutto nel corso di uno dei numerosi episodi di saccheggio e devastazione del Museo di Kabul che si sono susseguiti nell’arco di questi ultimi drammatici trent’anni di “blip in time” e che hanno risparmiato ben poco delle ricchissime collezioni del paese. Ma nel 2004 è stato il presidente Karzai ad annunciare pubblicamente un ritrovamento inatteso che ha quasi del miracoloso: segretamente nascosti anni prima dai dipendenti del Museo per sottrarli alla distruzione, dalle casse sigillate nei sotterranei del palazzo presidenziale sono riemersi intatti gioielli d’oro e coppe d’argento, statuette di bronzo ed elementi decorativi in avorio, vasi di vetro dipinti e iscrizioni funerarie in greco. Una selezione ampia e significativa di questi tesori ritrovati è ora in mostra al British Museum e proseguirà poi per altre mete, fino al ritorno al Museo, ora restaurato, di Kabul.
Permeabile alle diverse culture con cui si è trovato a essere via via in contatto, privilegiato bacino di raccolta e trasmissione, e insieme fucina di invenzione e rielaborazione, nell’esposizione ora a Londra, per casi esemplari, l’Afghanistan si rivela quale portatore di una complessità culturale e di una preziosità stilistica ed espressiva insospettabile. Gli oggetti esposti, che spaziano lungo un arco cronologico che va dal II millennio a.C. al I secolo d.C., provengono da quattro diversi siti archeologici posti a nord e nord-est del paese: Tepe Fullol, che ha restituito reperti d’oro e argento tra i più antichi mai ritrovati in Afghanistan e accostabili a stilemi chiaramente mesopotamici; Ai-Khanum, città schiettamente greco-ellenistica nel cuore dell’Asia, l’unica di quelle fondate da Alessandro o dai suoi immediati successori ad essere stata oggetto di scavi; Begram, in cui uno accanto all’altro sono stati ritrovati vetri romani, avori di fattura indiana e lacche cinesi; e infine Tillia Tepe, la “collina d’oro” da cui l’archeologo Viktor Sarianidi ha riportato alla luce oltre 20.000 pezzi, in oro e pietre semi-preziose, parte di corredi funerari di nobili kushana che restano il più stupefacente esempio di quell’arte dei popoli nomadi, sorta lungo la Via della Seta, di cui possediamo così poche e frammentarie testimonianze.


Vaso di vetro dipinto, da Begram, I secolo d.C., Kabul, Museo Nazionale dell’Afghanistan

Ognuna di queste località, e delle corrispondenti sezioni della mostra, contribuisce con la sua propria voce a delineare il profilo di quel “crocevia del mondo antico” che è stato per secoli l’Afghanistan. Se a Tepe Fullol motivi decorativi dell’antica Mesopotamia vengono riplasmati da artigiani locali nella materia con tutta probabilità ricavata dalle sabbie aurifere del vicino Amu-Darja, quanto ritrovato a Begram tra 1937 e 1939 è un tesoro costituito da generi di lusso giunti da ogni dove fin qui, alle pendici dell’Hindu Kush, e che ben illustra quella compresenza di linguaggi e tradizioni diverse che portarono alla nascita dell’arte del Gandhara. Ai ritrovamenti di Begram dobbiamo quindi i manufatti di vetro decorato provenienti dall’Egitto romano e gli oggetti di lacca realizzati in Cina, i piccoli bronzi raffiguranti divinità del Pantheon ellenistico e gli elementi di arredo in avorio importati dall’India (i più antichi, peraltro, ad essere giunti fino a noi).


Piatto d’argento e d’oro, da Ai-Khanum, II secolo a.C., Kabul, Museo Nazionale dell’Afghanistan

Fondata probabilmente da Seleuco generale di Alessandro, scoperta casualmente nel 1961 e scavata a partire dal 1964, Ai-Khanum ha permesso di aprire la prima, e almeno fino ad ora la più importante, finestra sulla storia della conquista greca dell’Afghanistan. Se è difficile guardare ai capitelli corinzi, alle antefisse di terracotta, alle erme, alle meridiane, alle maschere teatrali lì ritrovate senza dimenticare, almeno per un attimo, che siamo nel cuore dell’Asia e non in Grecia, da Ai-Khanum proviene anche un piatto d’argento raffigurante Cibele su un carro trainato da leoni: esempio particolarmente eloquente di quella commistione sincretica di elementi orientali e occidentali tipica dei regni indo-greci nati sulle rovine dell’impero di Alessandro e che presto contagerà anche l’impero romano.


Pendente d’oro e turchesi raffigurante il cosiddetto ‘Signore dei Dragoni’, da Tillia Tepe, I secolo d.C., Kabul, Museo Nazionale dell’Afghanistan

Ma sono senza dubbio gli ori di Tillia Tepe che a Londra esercitano sul visitatore il fascino maggiore, non solo per l’effettiva preziosità del materiale (in un caso, come pochissime altre volte avviene nell’antichità, si tratta di oro puro), ma anche per l’oggettiva, incomparabile bellezza, quando non assoluta unicità, dei pezzi esposti. Proveniente da un gruppo di sei tombe del I secolo d.C. appartenenti a una famiglia nobile, se non principesca, di nomadi kushana, questo straordinario insieme noto come “oro della Battriana” costituisce senza dubbio una delle scoperte archeologiche più importanti mai compiute. Tra gli esempi più sorprendenti vale almeno la pena ricordare una statuetta di Afrodite alata modellata secondo le forme sinuose di una divinità indiana, due fermagli decorati da figure di soldati macedoni, una corona completamente smontabile e trasportabile come si conviene a un popolo nomade e due fibbie da calzatura che raffigurano un uomo su un carro forse volante che nelle forme, come pure per i dragoni che lo guidano, rivela un’ispirazione chiaramente cinese.

Andrà sottolineato come buona parte di questi oggetti – e i molti altri che la selezione in mostra rappresenta per exempla – abbiano assunto, per le condizioni drammatiche in cui sono state recuperati, il carattere di vere e proprie reliquie. Alle campagne archeologiche bruscamente interrotte e mai più riprese – come a Tillia Tepe, scoperta nel 1978 alla vigilia dell’occupazione sovietica e solo parzialmente scavata prima di essere frettolosamente abbandonata – vanno aggiunti i casi in cui il contesto di origine è oggi totalmente perduto o gravemente compromesso. È questo il caso della parte bassa di Ai-Khanum, lungo il corso dell’Amu-Darja che fu l’Oxus dei greci di Alessandro, esposta ai colpi di mortaio e artiglieria e alla devastazione degli scavi clandestini e oggi ridotta a una desolata distesa costellata di piccoli e grandi crateri, che molti testimoni descrivono come “lunare”. Di fronte all’insufficienza o alla parzialità del contesto di provenienza, la maggior parte di questi manufatti sono tutt’ora enigmi da risolvere, disiecta membra di un insieme perduto che non sappiamo ricomporre; per molti di questi pezzi è difficile stabilire dei confronti convincenti con reperti già noti e resta sfuggente e del tutto ipotetica la ricostruzione del contesto. È anche in questo senso che, laddove possibile, gli interventi di studio, indagine tecnica e restauro su alcuni dei pezzi in vista dell’esposizione internazionale si sono rivelati particolarmente importanti.

A chiusura della mostra, un pannello conclusivo getta uno sguardo su “Afghanistan Today”, illustrando le attività di salvaguardia, recupero e protezione attualmente in corso in cinque luoghi simbolo del paese. Sono presenti il Giardino di Babur a Kabul e la cittadella di Herat, i Buddha di Bamiyan (per i quali è in corso un’operazione di scavo ai piedi e intorno alle statue perdute) e il Minareto di Jam descritto da Freya Stark. E, anche, il più recente allarme per Mes Ainak, monastero buddista da cui, in una corsa contro il tempo, si cerca di recuperare il salvabile prima dell’apertura, sul sito stesso, di una miniera di rame. A ricordarci che i tesori dell’Afghanistan sono oltremodo fragili ed esposti alla violenza degli uomini (>vedi in engramma nr. 8, maggio 2001, il racconto della distruzione dei Buddha di Bamiyan da parte dei Taliban): più ancora dei tesori della memoria di altre civiltà oggi, ancora e sempre, in pericolo.

English Abstract

Claudia Daniotti
Afghanistan treasure shown in London

One of the most fascinating London exhibitions of the year, Afghanistan: Crossroads of the Ancient World (British Museum, 3 March-17 July 2011) explores the extraordinarily rich cultural heritage of a country which is nowadays unjustly considered as “a barbarous backwater”. A selection of the surviving treasures from the National Museum in Kabul explores over 2000 years of Afghan history, presenting four sites which are among the most important and exciting archeological discoveries in Central Asia. From the gold and silver hoard found in 1966 at Tepe Fullol to the Greek city of Ai-Khanum built at the very edge of the Empire of Alexander the Great, from the royal treasury of Begram to the breathtaking gold jewellery discovered in the nomad cemetery at Tillia Tepe, this exhibition casts a new light on the history of Afghanistan. Here, in the very heart of Asia, was the crossroads of cultures where Greece and Persia, India and China once met.

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