"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

65 | giugno/luglio 2008

9788898260102

titolo

From Medea. Maternity blues

Recensione dello spettacolo From Medea di Grazia Verasani (con Francesca Mazza)

regia di Riccardo Marchesini, Arena del Sole, Bologna, rappresentazione del 24 aprile 2008; in questo stesso numero di "Engramma" vedi anche Francesca è Medea. Intervista a Francesca Mazza

Silvia Veroli

Scrive canzoni Grazia Verasani, oltre a racconti di donne sempre in chiaroscuro, e si vede, si sente anche in questo From Medea. Maternity blues - non per niente - storia corale greca, tragedia femminile che è coraggioso e difficile raccontare e rappresentare se non ti chiami Euripide, specie nel paese dove le mamme son tutte belle e dove rimangono l’ultimo baluardo nazionale, da quando Pavarotti non c’è più e la mozzarella ha la diossina.

Cantano molto le quattro madri infanticide chiuse nel carcere psichiatrico giudiziario, chiedono conforto alla radio, uccellacci senza uccellini a sbattere sulle pareti della gabbia (e la più intonata e cattolica, Vincenza, alle sbarre della gabbia si impicca, alla fine); nel trentennale della legge Basaglia, nella nuova era buissima della messa in discussione del diritto acquisito delle donne a scegliere della possibilità di ospitare un progetto di vita, l’antica storia di Medea acquista senso nuovo e più fitta complessità.

Nella messa in scena pulita e un filo didascalica di Marchesini rimangono intatte le suggestioni dell’atto unico della Verasani pubblicato nel 2004 e tutto il bagaglio di riflessioni che il tema suscita; dietro il reato odioso e la condanna e il senso di colpa, soprattutto il verdetto che accompagna certe parabole di vita femminili dalla nascita: partorirai con dolore (il dolore la cui esperienza “ti fa entrare ufficialmente diplomata al mondo” dice una delle recluse); e sarai madre, che ti piaccia o no, che qualcuno condivida o meno con te questo mistero struggente. E ancora la morbosità del mondo foraggiata da media scellerati, il vuoto a forma di amore che buca tante anime e le lascia solissime, in salute e in malattia (perché la depressione post partum è una malattia).

“Perché si vuole un figlio?”, “Dove ero io?”: la narrazione è costellata di interrogativi insostenibili che rimbalzano tra le quattro versioni della maga della Colchide (la maliarda, la bambina, l’intellettuale, la mater familias), quattro piccolissime donne atrofizzate nella scatola carceraria.

Nella versione anni 2000 di Medea, a differenza di quanto accade di solito nelle riletture del mito (da Grillparzer ad Alvaro, Pasolini, Lenormand, Anouilh) non ci sono Giasoni in scena, non c’è interlocutorio, non c’è eroico furore, non c’è sete di vendetta, non c’è scontro. Il tema dell’alienazione dello straniero (della straniera) sopravvive solo di tragico riflesso in quello di una solitudine senza scampo, che pervade anche la scena essenziale di Leonardo Scarpa.

Non c’è la conquista del potere, non è neanche simbolizzata la consumazione del delitto che lo fonda: se è risparmiata la terribile rappresentazione della tragedia, persiste insostenibile il dopo, appiattito dallo schiacciasassi di un “passato che non passa mai”, con brevi eco di antefatti di agghiacciante normalità (la mancata realizzazione di sé, l’annichilimento familiare, rapporti coniugali anaffettivi, una molestia subita, uno strazio che non si può dire). E’ il post - parto, omicidio, clamore televisivo - attonito e rarefatto come un limbo, il protagonista di From Medea, evocato con accenti e talenti diversi da Susanna Marcomeni, Francesca Mazza, Federica Fabiani (molto convincente) ed Elisa Rampon. Sono Elosia, Marga, Vincenza, Rina, ma anche Medea, sua zia Circe, le alienate nei manicomi prima del maggio del 1978, quelle imprigionate oggi nei talk show e nella pagina della cronaca locale. Tutte finite inesorabilmente “sotto a un treno di cui erano alla guida”. Come Anna Karenina.

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