"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

76 | dicembre 2009

9788898260218

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L'alabastro melleo e la 'tomba di Alessandro'

Lorenzo Lazzarini

Una delle pietre decorative usate nell'antichità che hanno la più lunga storia d’uso è l'alàbastron, una pietra egizia che i romani denominavano lapis alabastrites e lapis onix, e che estrassero in notevoli quantità per ricavarne colonne, lastre, vasche, urne, et sim.

Plinio dice che l'alabastro è “la pietra che più si avvicina al colore del miele”, da cui il nome di 'alabastro melleo' (Naturalis Historia XXXVI, 61).  Secondo Del Bufalo 2000, p. 2, Svetonio (Aug.18), riferisce che Augusto visitò la tomba di Alessandro Magno, trovandovi il corpo "intatto e immerso nel miele", e questo 'miele' sarebbe da interpretarsi come l'alabastro melleo egiziano di cui parla Plinio. Ma, di fatto, Svetonio non dice nulla del corpo del grande macedone, e Del Bufalo ha forse confuso con un'altra fonte antica che effettivamente dà un'informazione simile: nelle Silvae Stazio ci riferisce che l'Emathios manes, una perifrasi per indicare la tomba di Alessandro, era perfusus Hyblaeo nectare, altra perifrasi per indicare il miele (Silvae III, 117-118)*. Ma questo miele si può anche intendere come il miele usato per la mummificazione del corpo del grande condottiero. Va comunque tenuto conto che Strabone ci informa  che Tolomeo (probabilmente Tolomeo IV, Kokkis) aveva sostituito il sarcofago d'oro di Alessandro con uno di alabastro (Geogr. XVII, 793), e quindi il problema dell' 'interpretazione del miele' rimane aperto.

Tenendo conto di queste fonti, l’archeologo Achille Adriani, quando negli anni '30 del secolo scorso restaurò nel cimitero latino di Alessandria d’Egitto (località nota come Mustafà Pashà) una grande tomba di tipo macedone costruita con enormi lastroni monolitici proprio del nostro alabastro, pensò di riconoscerla come un relitto superstite del sema del grande condottiero macedone (Adriani 2000; v., in questo stesso numero di "Engramma", il contributo di Cinzia Dal Maso). La preziosità del materiale autorizzò tale interpretazione e la rende tuttora plausibile, anche se la tomba potrebbe ben essere riferibile a un qualsiasi altro Tolomeo.

Per comprendere appieno tale preziosità e il costante prestigio goduto nel corso dei secoli dall’alabastro, val la pena di ricostruire brevemente la storia d’uso della pietra del (presunto) Sema alessandrino.

Alessandria d'Egitto, Cimitero Latino, 'Tomba di Alessandro', dettaglio del materiale lapideo (archivio@classicA)

L’alabastro egiziano è stato usato in Egitto già nel IV millennio a.C., nel periodo della cultura di Nagada, per la manifattura di vasi per unguenti (alàbastra) e altri piccoli oggetti, che continuarono a essere prodotti anche successivamente nel periodo cosiddetto etiopico e proto-dinastico specie per usi funerari, che si materializzeranno più tardi nei vasi canopi dinastici (si ricordino quelli bellissimi di Tutankamen) (Aston et all. 2000). Già nell’Antico Regno l’alabastro venne utilizzato per statuaria ufficiale: è giustamente famosa la bella statua di Micerino (2494-2472 a.C.) ritrovata nel 'Tempio della Valle' di Giza, come pure quella di Seti I da Karnak, nel Nuovo Regno. Esso venne anche usato per la massiccia costruzione di un tempietto edificato a Karnak sotto Amenhotep, e impiegato per lastricare il citato 'Tempio della Valle' costruito sotto il faraone Kefren a Giza, dove grandi e spessi lastroni rivestono il pavimento e alcune pareti. L’uso per la statuaria è ulteriormente documentato dai colossali simulacri del dio-coccodrillo Sobek a Luxor, mentre il sarcofago di Seti I, ora al Soane’s Museum di Londra, testimonia una volta di più dell’associazione tra questa pietra e il potere faraonico.

Alàbastra di alabastro egiziano sono stati rinvenuti in quantità nelle più ricche tombe lidie, greco-arcaiche ed ellenistiche, nonché etrusche e romano-repubblicane. Ma l’alàbastron è anche tra le prime pietre colorate a essere utilizzate dai greci in età ellenistica in lastre di rivestimento nei palazzi alessandrini e pergameni, lastre che vengono anche imitate in pitture tombali (I stile pompeiano). L’alabastro venne importato a Roma dopo la conquista dell’Egitto del 30 a.C. e fece probabilmente la sua comparsa in edifici pubblici e privati nella tarda età augustea. La sua presenza non rara nelle domus di Ercolano (ad es. nella Casa dei Cervi) e Pompei indica che era sicuramente pietra già affermata a Roma prima del 79 d.C. Nella capitale l’alabastro è stato usato anche per rare e bellissime colonne (si vedano le quattro grandi di età romana reimpiegate nel ciborio della Chiesa di San Lorenzo in Damaso, presso il Palazzo della Cancelleria), e altrettanto belle mattonelle per opera sectilia che ora si vedono in pavimenti per lo più staccati e musealizzati. Altri usi romani sono per urne cinerarie, rinvenute anche lontano da Roma, come ad esempio a Pompei, ad Aquileia e a Pola.

Non sappiamo sino a quando l’alabastro venne cavato, comunque almeno sino alla tarda età imperiale. Se con il nome alabastresio si deve intendere proprio l’alabastro egiziano, allora esso compare nell’Editto dei Prezzi di Diocleziano del 301 (Gnoli 1988), riportato a 75 denari per piede cubo, una cifra piuttosto bassa, intermedia tra i marmi bianchi e le pietre colorate più a buon mercato; a mio parere, tuttavia, questa cifra non è in linea con il pregio e la provenienza esotica della pietra egiziana: non credo pertanto che nell'Editto dei Prezzi si stia facendo riferimento all'alabastro. Va oltretutto specificato che la disponibilità di grandi blocchi, come quelli della tomba di Alessandria, era, ed è, piuttosto esigua in tutte le cave antiche, ciò che rende ancor più preziosa la tomba stessa.

L’alabastro venne poco impiegato in età bizantina e araba; riprese in un certo senso il suo importante ruolo nel Medioevo quando venne ampiamente reimpiegato in monumenti di varie città antiche (ad esempio a Ravenna dove, tra l’altro, due belle colonne sono all’interno di San Apollinare Nuovo), specie in chiese romaniche di molte città italiane. A Venezia è presente nei pavimenti di XII secolo di San Maria Assunta di Torcello e della Basilica di San Marco.

Nel primo Rinascimento prende il nome di “alabastro cotognino” dagli scalpellini romani, che vi vedono una diretta somiglianza con la mela cotogna, e viene molto ricercato dai Medici per la decorazione dei tavoli a commesso fabbricati nell’Opificio Granducale delle Pietre Dure. Nell’Ottocento vengono riaperte le cave e viene ripresa anche l’esportazione di questa pietra verso l’Europa. Attualmente essa è ancora estratta, ed alimenta una fiorente produzione artigianale di vasi e altri oggetti per turisti, oltre che di belle lampade che sfruttano la marcata semitrasparenza della pietra. Circa quest’ultima è utile sottolineare che essa è tale solo quando i manufatti di alabastro egiziano sono ricavati dalla varietà 'massiva', ma comunque limitata al massimo a spessori di pochi decimetri, dipendendo dalla presenza di bande, vene, macchie (quest’ultime condizionate alla modalità di taglio della pietra) di colore bianco latteo e del tutto opache. Altri tipi di alabastri, come il 'ghiacciane' del Circeo noto ai romani, erano del tutto uniformi e ben più trasparenti di quello egizio.

Sono note nove località estrattive antiche di alabastro egiziano (Aston et all. 2000; Klemm & Klemm 2008):

1) Uadi Gerrawi (presso la città di Helwan), con tracce di coltivazione risalenti all’Antico Regno;
2) tra Uadi Araba e Uadi Aseikhar, sfruttata solo dai romani;
3) Uadi Umm Argub (vicino a Sannur), forse sfruttata solo in età pre-tolemaica;
4) area di el-Qawatir (sulla sponda opposta del Nilo presso el-Minya), con ampie testimonianze di cavatura dell’Antico e Nuovo Regno;
5) Uadi Barshawi, sfruttata nel Medio e nuovo Regno;
6) Uadi-el-Zebeida, come per il 5);
7) tra quest’ultima località e Amarna, coltivata solo nel Nuovo Regno;
8) Hatnub, come per il 4), e forse il sito estrattivo più importante;
9) vicino a Uadi el-Asyut, con cave del Nuovo Regno.

Aston non riporta dati di età romana, ma Hatnub è stata sicuramente 'officina' romana, e probabilmente altre località hanno visto attività estrattive romane (Aston et all. 2000). Le cave moderne a sud di Beni Suef vennero sfruttate da Mohamed Ali (1811-1849), e fornirono le quattro grandi colonne che decorano l’interno della Basilica di San Paolo fuori le mura a Roma (Gnoli, 1988) e i due grandi vasi donati uno al papa (ora ai Musei Vaticani) e uno ai Borbone (ora nella Reggia di Caserta).

L’alabastro cotognino si può classificare petrograficamente come un alabastro calcareo (terminologia europea) o un travertino (terminologia americana). Esso si è formato in età quaternaria per dissoluzione di calcari eocenici e riprecipitazione lenta da acque fredde di calcite pura di varia granulometria, che ha dato luogo a tre principali tipi di alabastro: opaco, latteo, massivo. Esso si confonde del tutto con l’alabastro di Thyatira (Asia Minore), anch’esso estratto in età romana. La determinazione delle cave di provenienza di manufatti alabastrini, proprio per la loro vasta diffusione geografica, riveste un grande interesse archeologico, e si può ottenere mediante l’analisi chimica quantitativa di elementi in traccia e/o lo studio degli isotopi dello stronzio. La prima ha consentito allo scrivente prima (nota non pubblicata), e ad altri studiosi poi (Alaimo et all. 2000), la identificazione della provenienza dei grandi blocchi-lastroni della tomba di Mustafà Pasha dalle cave di Zawiet Sultan. Il secondo, di distinguere l’alabastro microasiatico da quello egiziano (Çolak e Lazzarini 2002) e da altri consimili italiani (Lazzarini et all. 2006).

*ringrazio la dott.ssa Maria Novella Pagnotta per la segnalazione del passo delle Silvae di Stazio.

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