"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

61 | gennaio 2008

9788898260065

titolo

Il Tempio Malatestiano di Rimini come 'invenzione' dell'antico nella medaglia di Matteo de' Pasti

Giacomo Calandra di Roccolino

La medaglia qui raffigurata è una delle più note fra quelle fuse da Matteo de’ Pasti per celebrare il suo committente, Sigismondo Pandolfo Malatesta Signore di Rimini. Il motivo di questa notorietà sta nella raffigurazione del rovescio, sul quale è tratteggiato il fronte principale del Tempio Malatestiano, così come si tramanda fosse stato concepito nel primo progetto di Leon Battista Alberti, progetto che non ci è noto da altre fonti (sulla vexata quaestio del progetto albertiano per il Tempio vedi Pasini 2000 e Bulgarelli 2006).

Come si cercherà di argomentare in questo contributo, questa medaglia è importante anche perché tra tutte le medaglie volute da Sigismondo, sia quelle firmate da Pisanello sia quelle di de’ Pasti, è quella che più direttamente risente della suggestione del modello iconografico della monetazione del primo impero romano, e si rifà specificamente ai bronzi di età Giulio Claudia. Sigismondo, del resto, aveva già dato prova della sua cultura antiquaria nel campo della numismatica antica, scegliendo come propria impresa, tra le altre, l’elefante: animale che già i Metelli, poi gli Scipioni, e infine Cesare, avevano posto sulle loro monete come simbolo di forza e di tenacia.

La medaglia con il simbolo dell’elefante di Sigismondo a confronto con tre denari di Cecilio Metello, Cornelio Scipione e Giulio Cesare

Francesco Gaetano Battaglini nelle sue Memorie istoriche di Rimino, riportando un passo della Cronica di Broglio, ricorda come lo stesso Sigismondo, in occasione di un discorso d’incitamento alle truppe prima di una battaglia, avesse richiamato alla mente dei soldati – per infondere loro coraggio – la propria discendenza da Scipione Africano:

Or considerate, se la vittoria è nostra, che jeri sera un’aquila gientile se posò sulla cima del nostro padiglione. Grandemente li antichi e valenti romani davano fede a questi annuntii chiamati agurii; per la quale parte ne pigliamo gran conforto, perché essendo noi disciesi dalla progenie e sanguinità dello illustrissimo Publio Cornelio Scipione Affricano nobile romano però l’onnipotente Dio n’a fatto tale dimostratione considerato che avemo ragione. (Battaglini [1789] 1976, p. 263)

Del resto Scipione Africano compare anche all’interno del Tempio, in un rilievo posto sull’arca degli antenati dello stesso Sigismondo, nella prima cappella a sinistra: il rilievo mostra il trionfo del generale accompagnato dalla Fama che suona la tromba.

Il ‘tipo’ costituito dalle medaglie rinascimentali può essere considerato genuina invenzione di Pisanello, che nel 1438-39 realizzò quella che viene ritenuta la prima medaglia moderna – ovvero ‘all’antica’ – per Giovanni VII Paleologo, che ancora nella prima metà del XV secolo era il legittimo rappresentante dell’Impero romano in quanto ΒΑΣΙΛΕΥΣ ΚΑΙ ΑΥΤΟΚΡΑΤΩΡ ΡΟΜΑΙΩΝ. Le medaglie celebrative avevano, come noto, diverse funzioni: innanzitutto rendevano note le sembianze del committente, e ne esaltavano le gesta e le opere; inoltre, in virtù della loro facile trasportabilità, erano oggetto di omaggio e di scambio fra principi delle corti italiane e straniere, come dono tra pari e tra amici. Ma le medaglie ebbero anche un’altra funzione simbolica importante: nell’antichità erano poste nelle fondamenta degli edifici, al fine di perpetuare il nome di chi si era fatto carico dell’opera, celebrandone, con la precisione della prova numismatica, l’impresa (sul valore simbolico delle medaglie rinascimentali vedi Squillaro 2005, pp. 284-297). La pratica antica – con la sua forte connotazione sia celebrativa che simbolica – fu ripresa almeno a partire dal XIII secolo, e per quanto riguarda specificamente il Tempio Malatestiano numerosissimi furono i ritrovamenti di monete in occasione della ricostruzione dell’edificio dopo i devastanti bombardamenti della II guerra mondiale (sulle vicende belliche dell’edificio riminese vedi il saggio di Giulia Sebregondi in questo stesso numero di “Engramma”).

Filarete nel suo Trattato di architettura spiega i motivi di quest’uso:

La ragione per che io metto queste cose in questo fondamento si è che come ogni uomo sa che tutte le cose che hanno principio hanno a ‘vere fine, quando sarà quel tempo, si troveranno queste cose; e per questo da loro saremo ricordati e nominati, come che noi nominiamo o per cavamento o ruina, si truova alcuna cosa degna; noi abbiamo cara e piaceci avere trovata quella cotal cosa che rapresenti antichità e il nome di quegli che l’hanno fatto. (Filarete, Trattato di architettura, IV,15)

Oltre alla testimonianza letteraria di Filarete, ve n’è un’altra di grande interesse, riferita proprio all’inserimento di un deposito di medaglie in un’intercapedine all’interno della rocca malatestiana di Rimini. Marin Sanudo annota nei suoi Diarii che una figlia naturale di Sigismondo, l’unica a conoscenza dell’esatta collocazione di questo deposito all’interno di Castel Sismondo, morendo, ne avrebbe svelato il segreto alla badessa del proprio convento, che a sua volta lo riportò, alla sua morte, a un’altra suora ancora vivente nel 1504. I Veneziani speravano di entrare in possesso del tesoro, ma non vi riuscirono (Sanudo, Diarii, V, coll. 848-849).

Un’ultima annotazione va fatta sul valore attribuito a queste medaglie rinascimentali già all’epoca della loro fusione. Esse, in particolare quando firmate dall’artista che le aveva ideate, erano considerate opere d’arte non meno pregevoli di dipinti o sculture, e venivano fatte oggetto di collezionismo non solo da parte delle corti, ma anche di privati cittadini particolarmente benestanti, come ad esempio il mercante riminese Ludovico Mengozzi, che, come riportato nel suo testamento, possedeva dodici medaglie di Sigismondo e Isotta degli Atti (v. Battaglini [1789] 1976, pp. 264-265).

Per tornare alla medaglia che stiamo analizzando, essa rappresenta al diritto l’effigie di profilo di Sigismondo Pandolfo Malatesta: dal XV secolo (e fino ai nostri giorni) il canone del ritratto numismatico si fissa sul ritratto di profilo secondo l’inventio pisanelliana, che si rifà direttamente al modello delle monete imperiali romane e non alle immagini trasmesse dalla numismatica tardo-antica, medievale e bizantina che prevedeva il ritratto frontale dell’imperator.

Ritratto di Sigismondo sulla medaglia col Tempio; Solido con ritratto frontale di Costantino II (351-355 d.C.)

Sigismondo compare qui, diversamente che in tutti gli altri pezzi a noi noti (ma secondo l’iconografia adottata anche nel Tempio per il proprio ritratto: v. infra), con il capo coronato di foglie d’alloro: la corona è tenuta insieme da un lungo nastro le cui due estremità ricadono sulle spalle del Signore di Rimini. Dal confronto con le monete antiche si ricava la certezza del riferimento di questa particolare acconciatura: anche Augusto, subito dopo la vittoria sull’Egitto e la conseguente presa del potere, fece coniare una serie di denari sui quali, per la prima volta, oltre alla corona d’alloro già usata da suo padre Cesare, compaiono i nastri, retaggio della tradizione dei principi ellenistici (sarà Cleopatra l’ultima sovrana a mostrarsi decorata da quel nastro). La corona con nastri entra da questo momento nel repertorio dell’iconografia numismatica a cui gli imperatori romani attingeranno, sebbene non continuativamente, fino al tardo impero.

La medaglia di Sigismondo tra un denario di Augusto e un medaglione Aureo di Costanzo I

Tondo marmoreo con il ritratto di Nerone opera di Agostino di Duccio (Pavia, Museo Civico); Sesterzio di Nerone (ca. 65 d.C.)

Sebbene la presenza di una collezione numismatica alla corte dei Malatesta non sia attestata con certezza, è certo però che Sigismondo fu attento e sensibile alla moda della ripresa dei modelli romani per la coniazione di monete e medaglie ‘all’antica’. Una testimonianza in tal senso ci è fornita da Flavio Biondo, che ricorda in una lettera a Lionello d’Este di essere stato presente a una cena offerta dal cardinale Prospero Colonna a Sigismondo. Durante la cena Sigismondo raccontò che Lionello aveva fatto coniare diecimila monete di bronzo a imitazione di quelle romane, con il suo ritratto e il suo nome, suscitando l’entusiasmo del cardinale:

Rem de te gratissimam cardinali et mihi Malatesta narraverit: nummos te ad decem millia aëneos vetustorum principum Romanorum more cudi curavisset, quibus altera in parte ad capitis tui imaginem tuum sit nomen inscriptum, altera autem pars quid habeat, cum diu oblivioni reclutatus voluerit dicere, nequivit. Laudavi Columna ingenium, laudavit vetusti moris imitationem, quae videatur te impulsura, ut, quorum aemularis gloriae et famae amorem, vestigia quoque in ceteris, quae veram ac solidam afferunt gloriam, sequaris. (Flavio Biondo, lettera a Lionello d’Este, cit. in Pasini 1973, p. 44)

É attestato lo stretto collegamento tra la corte di Rimini e quella di Ferrara e, grazie ai documenti e alle lettere rimasteci, siamo a conoscenza del fatto che molti degli uomini di cultura giunti alla corte di Sigismondo erano stati precedentemente ospiti della corte estense. Anche il veronese Matteo de’ Pasti, come Agostino di Duccio, prima di giungere a Rimini era stato ingaggiato come artista a Ferrara, dove sappiamo essere esistito, appunto, il medagliere di Lionello: si trattava di una collezione di monete antiche e medaglie contemporanee che, certamente, erano state viste e studiate dallo stesso Matteo. Due tondi marmorei presenti nei musei civici di Pavia e di Rimini e attribuiti ad Agostino di Duccio ce ne offrono una conferma indiretta, e per il tondo raffigurante Augusto siamo addirittura in grado di stabilire con assoluta certezza quale sia il tipo monetale cui Agostino si ispirò.

Tondo marmoreo con il ritratto di Augusto divinizzato opera di Agostino di Duccio; Sesterzio di Tiberio (14 d.C.)

Si tratta dell’unica serie di monete nelle quali Augusto appare coronato dal diadema solare e in cui compare la legenda “DIVVS AVGVSTVS PATER”, che testimonia l’avvenuta divinizzazione dell’Imperatore. Questa serie fu fatta coniare da Tiberio, subito dopo la morte del patrigno (14 d.C.). Il modello resta quello dei grandi bronzi dei dodici Cesari, che molto spesso (come in questo caso) fanno effigiare al rovescio un tempio o un edificio di culto, con un significato politico e ideologico ben preciso.

Tornando alla medaglia che raffigura il Tempio, essa, come abbiamo detto, è unica per la presenza della corona d’alloro, che caratterizza anche tutti i ritratti di Sigismondo presenti all’interno del Tempio albertiano.

I sette ritratti di Sigismondo presenti all’interno del Tempio Malatestiano

Quest’anomalia ha incuriosito molti studiosi, che si sono chiesti perché Sigismondo decise di farsi rappresentare proprio nel Tempio con la corona d’alloro (sulla questione v. Masignani 2002; Pasini 1973; Restani 1997). La maggior parte dei critici collega questa scelta alle vittorie ottenute dal Signore di Rimini per conto dei Fiorentini, che lo assoldarono per le loro guerre e che gli tributarono grandi riconoscimenti, tra i quali il bastone di comandante in capo dell’esercito. In una miniatura presente sul codice dell’Hesperis del consigliere di Sigismondo, Basinio (su cui vedi il contributo di Fabrizio Lollini in questo stesso numero di “Engramma”), il Signore di Rimini è sul carro del trionfatore, mentre porta il bastone e la corona con nastri. Alcuni hanno ritenuto che la medaglia, datata 1450 ma fusa in realtà nel 1453, sia stata realizzata dopo l’assedio e la vittoria su Vada, una città della costa tirrenica, con la quale si concluse il secondo scontro tra Sigismondo e Alfonso I d’Aragona, re di Napoli.

A queste due attendibili ipotesi, se ne aggiunge, a mio avviso, una terza. Proprio nel 1453, con la presa di Costantinopoli, finiva per sempre ad opera degli Ottomani l’Impero Romano d’Oriente. Questo momento importantissimo sancì la fine di un’era e l’inizio di una nuova epoca, permettendo per la prima volta, anche sul piano concreto della storia e della politica, la presa di coscienza della distanza tra antico e moderno, e con essa il riconoscimento di quella soluzione di continuità che permetteva di assumere l’antico, il classico, come modello, e dargli dignità di tradizione. Ciò che potrebbe aver convinto Sigismondo ad effigiarsi con corona e nastro fu, forse, il desiderio di iscriversi nella genealogia degli imperatori romani come successore e continuatore di quella tradizione, così come Ottaviano, sconfitto l’ultimo regno ellenistico, effigiandosi con il nastro, si era simbolicamente presentato come unico erede di Alessandro Magno.

Per quanto riguarda l’immagine del Tempio Malatestiano, il modello è riferibile, nella sua tipologia, alle molte emissioni antiche che rappresentano edifici sacri. In questo caso però, naturalmente, il riferimento non è altrettanto puntuale. Se il ritratto di Sigismondo, infatti, è assimilabile in tutto al ritratto di un imperatore romano, altrettanto non si può dire per quanto riguarda la rappresentazione del Tempio Malatestiano: si tratta in effetti di un progetto architettonico originale e totalmente moderno, benché fortemente improntato ai modelli classici. La raffigurazione del Tempio, benché mostri alcune varianti, appare quanto mai approssimativa se confrontata con il progetto realizzato. Ciò comprova che forse l’intenzione di Sigismondo e di Matteo (corresponsabile, varrà la pena ricordare, del progetto del Tempio) non era quella di fissare una rappresentazione realistica dell’edificio, che per altro al tempo della fusione della medaglia era ancora nella prima fase di ristrutturazione. Il principe e il suo artista usano piuttosto la medaglia per celebrare genericamente la grande impresa del Tempio, riprendendo puntualmente l’impostazione iconografica della numismatica imperiale romana, e rispondendo così alla temperie culturale e al gusto per l’antico delle avanguardie intellettuali del tempo.

La maggior parte delle monete antiche con la rappresentazione di templi era stata coniata in un arco temporale che va dall’88 a.C. circa all’epoca costantiniana, e aveva la funzione di propagandare l’‘impresa’ dell’imperatore o della gens che aveva commissionato la raffigurazione dell’edificio. Solo in pochi casi la rappresentazione assumeva altri significati, come ad esempio nei sesterzi di Nerone rappresentanti il tempio di Giano o quelli di Vespasiano con il tempio di Iside Campense, in cui gli edifici sacri identificano precisi avvenimenti: nel primo caso la chiusura delle porte del tempio; nel secondo, il ritorno dell’imperatore dalla campagna giudaica e la notte da lui trascorsa in quel tempio.

Sulla medaglia di Matteo de Pasti la raffigurazione del fronte del Tempio è del tutto diversa da quella che ci viene presentata nell’unica altra medaglia di Sigismondo che rappresenta un’‘impresa architettonica’ del Signore di Rimini, ossia quella con Castel Sismondo, raffigurato in modo prospettico.

Medaglia con la vista prospettica di Castel Sismondo; Medaglia con il fronte principale del Tempio Malatestiano

La rappresentazione frontale del Tempio nella nostra medaglia, al pari del ritratto di profilo del diritto, sarebbe sufficiente a richiamare alla mente il modello romano: sulle monete antiche, infatti, la grandissima maggioranza delle rappresentazioni architettoniche è di tipo piano e frontale.

Cistoforo dell’imperatore Adriano (128 d.C.); Sesterzio di Vespasiano con il tempio di Isis Campensis (71 d.C.).

Un’altra prova della ‘contaminazione’ con il modello numismatico antico è un disegno della fine del ‘400 appartenente alla collezione dell’architetto John Soane (su cui vedi il contributo di Massimo Bulgarelli in questo stesso numero di “Engramma”), nel quale il Tempio è inserito in un contesto urbano immaginario, caratterizzato da architetture romane. La particolarità del disegno sta nella scritta che è ben leggibile sotto la trabeazione del ‘Tempio’. Essa riporta le parole “PROVIDENT SC” (Senatus Consulto) che riprende, senza darne una lettura critica, la legenda di un sesterzio di Tiberio appartenente alla stessa serie di quello incontrato precedentemente, sul rovescio del quale appare l’Altare della Provvidenza, ovvero un altro esempio di architettura come ‘impresa’ imperiale.

Anonimo, Facciata del Tempio Malatestiano, Londra, John Soane’s Collection, ms. 122; Dupondio di Tiberio (14 d.C.), al rovescio l’Altare della Provvidenza

Matteo de’ Pasti, infine, rappresenta nella medaglia la cupola del tempio in secondo piano ma, per dare l’idea della sua convessità, utilizza delle linee curve. Gli storici dell’architettura hanno molto dibattuto su quale potesse essere l’effettiva forma della cupola progettata da Alberti (sulla questione v. Cassani 2005, pp. 172-173). La rappresentazione che ce ne dà il medaglista è sicuramente schematica, ma si presta, in ogni caso, a diverse interpretazioni. Le linee rappresentano forse dei costoloni simili a quelli della cupola di Santa Maria del Fiore, o sono piuttosto l’indicazione delle giunture di lastre in piombo. Risulta chiaro che il primo obiettivo dell’artista-architetto era quello di rappresentare in prospetto la convessità della cupola: non è quindi da escludere che egli abbia utilizzato quelle linee come mero strumento di resa grafica, non volendo dare una visione prospettica del complesso, come invece fece per Castel Sismondo. Ancora una volta, può darsi che in questa scelta figurativa Matteo de’ Pasti sia stato significativamente suggestionato dal modello iconografico delle monete antiche, in particolare di quelle raffiguranti templi circolari come quello di Vesta o di Iuno Martialis, che presentano soluzioni grafiche del tutto simili a quella poi adottata nella medaglia malatestiana.

Alcune cupole rappresentate su monete romane a confronto con la cupola del Tempio Malatestiano

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