"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

55 | marzo 2007

titolo

Considerazioni intorno ad alcune recenti edizioni di Michel de Certeau

Michel de Certeau, Storia e psicoanalisi tra scienza e finzione, [Histoire et psychanalyse entre sciente et fiction, 1987] tr. it. Bollati Boringhieri, Torino 2006
Michel de Certeau, Le lieu de l'autre. Histoire religieuse et mystique, Gallimard Seuil, Paris 2005

Giuseppe Cengiarotti

La psicoanalisi si struttura su un processo che costituisce il cuore della scoperta freudiana: il ritorno del rimosso. Questo 'meccanismo' mette in gioco una concezione del tempo e della memoria, essendo la coscienza al tempo stesso maschera ingannatrice e traccia effettiva di avvenimenti che determinano l'articolazione del presente. Se il passato (che ha avuto luogo e preso forma a partire da un momento decisivo nel corso di una crisi) viene rimosso, esso ritorna – ma in forma surrettizia – all'interno del presente da cui è stato escluso. Questo movimento di deviazione/ritorno trova rappresentazione in un esempio caro a Freud, che incarna l'inganno della storia stessa: dopo essere stato assassinato, il padre di Amleto ritorna, ma sotto la forma di fantasma, su un'altra scena, ed è soltanto allora che egli diviene la legge cui suo figlio obbedisce.

Così Michel de Certeau formulava il tema commissionatogli da Jacques Le Goff, Roger Chartier e Jacques Revel nel 1978 per un volume sulle trasformazioni in atto nella disciplina storica (La Nouvelle Histoire, Retz, Paris 1978). Di qui dunque le “due strategie del tempo” che governano la relazione tra psicoanalisi e scrittura della storia, i cui intrecci sono trattati nel volume Storia e psicoanalisi tra scienza e finzione, che raccoglie una serie di contributi di Michel de Certeau finora inediti in Italia, non solo La storia: scienza e finzione, ma anche l'importante L'assente della storia o i saggi su Foucault: Il riso di Michel Foucault, Il sole nero del linguaggio, Microtecniche e discorso panottico: un qui pro quo, Storia e struttura. Completano la raccolta Psicoanalisi e storia (da cui ho tratto la citazione inaugurale), Il 'romanzo' psicoanalitico. Storia e letteratura, L'istituzione dell'immondo: Luder e Lacan: un'etica della parola.

La raccolta dedicata al “luogo dell'altro” è suddivisa in tre sezioni: Ecrire l'histoire, Figures du religieux, Mystique et alterité, che rispecchiano alcuni degli interessi dell'autore. Infatti, se l'oggetto privilegiato del lavoro di storico si concentra nell'ambito religioso tra XVI e XVII secolo, de Certeau ha scosso l'ambiente degli studiosi con impegnative riflessioni sullo statuto della disciplina culminate ne La scrittura della storia del 1975 (tr. it. Jaca Book, Milano 2006, ma la prima edizione italiana è del 1977), di cui qui vengono ripresi alcuni temi nella prima sezione. Tra le “figure del religioso” troviamo analisi di Carlo Borromeo e dei Gesuiti, di Saint-Cyran e dei Giansenisti, ma anche dei caratteri della Riforma in Francia. Al riguardo, un ulteriore testo di riferimento è senz'altro La fable mystique, di cui è in preparazione una nuova versione italiana (Fabula mistica: la spiritualità religiosa tra il XVII e il XVIII secolo; la prima era stata edita da Il Mulino nel 1987).

Si tratta di una produzione densa, che spazia in diversi ambiti e che richiede una riflessione approfondita, da svolgere con ben altra ampiezza di quella consentita qui1. È però necessario almeno ricordare il carattere poliedrico della produzione di questo anomalo studioso, “figura ancora poco nota (e trascurata) del panorama culturale parigino degli ultimi trent'anni”2, che ora l'editoria italiana viene finalmente proponendo.

Scriveva dunque Michel de Certeau in apertura de La scrittura della storia: “Intendo per storia questa pratica (una 'disciplina'), il suo risultato (il discorso), o il loro rapporto sotto forma di una 'produzione'. Certo, il termine di storia nell'uso corrente connota, di volta in volta, la scienza e il suo oggetto – la spiegazione che si dice, e la realtà di ciò che è avvenuto o avviene”. Perché “lo spessore e l'estensione del 'reale' non sono mai designati e provvisti di senso se non in un discorso… Può anche darsi che, se ci si attiene al discorso e alla sua fabbricazione, si afferri meglio la natura delle relazioni che essa mantiene con il suo altro, il reale. Il linguaggio non ha per statuto di implicare, ma di porre come altro da sé, la realtà di cui parla?”3. Come nota Silvano Facioni, “'Faglia', 'cesura', 'limite', 'rottura', 'assenza': come una piramide che si regge sulla punta, il lessico storiografico di Michel de Certeau è appeso (non fondato) all'idea che scrivere la storia significhi raccontare un vuoto, vale a dire raccontare la sua inafferrabilità”4.

Nel saggio di apertura di Storia e psicoanalisi, ossia La storia: scienza e finzione, si legge: “La storiografia occidentale è in perenne lotta contro la finzione”; e ancora: “Per mezzo della critica dei documenti, lo studioso elimina l'errore della fabula”. Ciò però dà luogo a qualcosa di paradossale, perché è come se “cercasse di eliminare il falso piuttosto che stabilire il vero, quasi che gli fosse concesso di produrre la verità soltanto determinando la menzogna”. Si tratta di una sorta di dimostrazione in negativo che procede all'asserzione di una 'realtà' mediante la confutazione e l'eliminazione di tutto quanto, nella ricostruzione storica, sia riconoscibile come 'finzione', “il discorso tecnico capace di individuare gli errori che determinano la finzione si ritiene autorizzato a parlare in nome del reale”. Da una parte si tratta di “rendere plausibile qualcosa come vero dimostrando un errore e, al tempo stesso, nel far credere qualcosa come reale smascherando il falso”. Mi pare che l'espressione "al tempo stesso” stia alla base della riflessione sull'intreccio tra tempo logico e cronologico (Freud parlava in questo senso di “momento”) che impregna la Kulturwissenschaft. Ma seguiamo le implicazioni della prospettiva di de Certeau, secondo il quale, sulla base di questa doppia determinazione:

[Si] suppone dunque che ciò che non è falso debba per forza essere reale. Analogamente, nei tempi passati, argomentando contro i 'falsi' dèi si faceva credere all'esistenza del dio vero. Il medesimo processo si ripete fino alla storiografia attuale. È semplice: dimostrando degli errori, il discorso fa passare per reale ciò che si oppone a essi. Per quanto logicamente illegittimo, il ragionamento 'fila' e 'fa filare le cose'. A partire da questo momento, la finzione viene confinata nel regno dell'irreale, mentre al discorso tecnicamente predisposto per determinare l'errore viene attribuito il privilegio supplementare di rappresentare il reale. I dibattiti fra 'letteratura' e storia permetterebbero di illustrare agevolmente tale suddivisione5.

La problematicità del rapporto tra “scienza e finzione” – che ha anche stimolato le recenti indagini di Carlo Ginzburg (vedi, in questo stesso numero di Engramma, il contributo di Daniele Pisani) – si configura come un effetto di questo approccio alla peculiare forma di scrittura che è propria dello storico e che impone una analisi del “discorso” della storia stessa. Scrive de Certeau:

Questa mobilitazione della storiografia sui limiti che specificano e relativizzano il suo discorso si riconosce anche sotto la forma, più epistemologica, dei lavori consacrati ai modi di differenziazione tra scienze. Anche in questo caso, Michel Foucault ha valore di segno... Egli mostra come la storia venga ritagliata (e si definisca) in funzione di una combinazione sincronica di discorsi che si contraddistinguono reciprocamente e che rimandano a regole comuni di differenziazione. Indipendentemente dalle posizioni personali dell'autore, la sua opera descrive e accelera il movimento che porta la storia a diventare un lavoro sul limite6.

Lo storico, infatti, “vuole restaurare un dimenticato e ritrovare degli uomini attraverso le tracce che hanno lasciato. Comporta anche un genere letterario suo proprio: il racconto”7. In questa prospettiva, che pone con forza il nesso storia-struttura, de Certeau evidenzia il carattere visuale delle narrazioni di Foucault, riconoscendo in esse “il sole nero di 'teorie' che cominciano a stagliarsi all'orizzonte”, facendo in tal modo riemergere “ragioni dimenticate che baluginano in questi specchi” e che si vanno a comporre in una forma “il cui valore è di essere non una prova ma un'occasione di stupore”8.

Questa modalità ha influenzato più di recente anche l'operazione interpretativa di Georges Didi-Huberman – uno storico dell'arte che dialoga fittamente con gli storici puri – il quale, come dichiarato in Devant le temps, la fa dialogare con le più note tendenze della storiografia francese recente, dalle prime Annales alla nouvelle histoire, pervenendo per questa via alla figura, a lungo misconosciuta in Francia, di Aby Warburg9. E proprio l'ammirazione espressa nei confronti dell'opera di Michel de Certeau da Didi-Huberman induce a svolgere qualche riflessione più generale che investe anche i giudizi espressi da Carlo Ginzburg a proposito del "Linguistic Turn" e il rapporto tra storia e finzione: lo storico italiano rivolge infatti le sue critiche soprattutto nei confronti di Hayden White, ma il profilo di Michel de Certeau ricorre sottotraccia in diverse occasioni, specie in riferimento a La scrittura della storia (che è stato ripubblicato in Italia lo scorso anno). A proposito di questo modo di interlocuzione di sponda, viene in mente il giudizio di Salvatore Settis in merito a una recensione del 1946 a Jean Seznec, La sopravvivenza degli antichi dei in cui Benedetto Croce “tirando su Seznec, ha in mente in realtà tutti i 'warburghiani'”10. Qui dunque Ginzburg prenderebbe di mira White per criticare de Certeau11. Già in Rapporti di forza veniva stigmatizzato anche Foucault12, figura di riferimento decisiva per de Certeau accanto a Lacan13.

Al riguardo credo occorra aggiungere che, se è vero che l'apporto di questo studioso alla disciplina storica ha anche a che vedere con la cultura materiale (per esempio ne L'invenzione del quotidiano, del 1974), il vero perno è costituito proprio dal rapporto con Foucault e Lacan ovvero con quelle “due strategie del tempo” compresenti nella “scrittura della storia” sulla base della “Ichspaltung”. Su questo ritengo verta l'impasse e su questo è infatti centrata la necessità di una “temporalité à double face”, posta da Didi-Huberman in contrasto con altre letture.

Nel corso tenuto al Collège de France nel 1981-1982 Foucault dichiarava: “Quel che fa sì che le analisi di Lacan siano così interessanti e importanti dipende, precisamente, dal fatto che, dopo Freud, Lacan è stato il solo, mi pare, ad aver voluto ricentrare la questione della psicoanalisi proprio attorno al problema dei rapporti tra soggetto e verità... Facendo riemergere tale questione, credo che Lacan abbia effettivamente provocato la riapparizione, e proprio all'interno della psicoanalisi, della più antica tradizione, della più vecchia interrogazione, della più remota inquietudine di quell'epimeleia heautou che ha rappresentato la forma più generale della spiritualità”14. De Certeau si domanda come lo storico possa “servirsi della psicoanalisi” dal momento che in molti casi “l'uso dei concetti psicoanalitici rischia di diventare una nuova retorica. Essi vengono trasformati allora in figure di stile”. In tal caso “sono soltanto oggetti decorativi” che “non servono che a designare o a coprire pudicamente quello che lo storico non comprende”. Essi danno luogo a una “letteratura dell'ellissi, arte di presentare i residui, o percezione di un problema, sì; ma non certo analisi freudiana”15.

Per quanto riguarda in particolare il rapporto della storiografia con la psicoanalisi, ricordo che, presentando nel 1975 il volume di Alain Besançon Storia e psicoanalisi, Sergio Moravia osservava che in Italia “studi (teorici e/o pratici) sulla possibilità di impiegare tecniche psicoanalitiche nello studio degli eventi e dei documenti storici si può dire che manchino completamente”, a differenza di quanto avvenuto in altri ambiti, se “il lavoro, pur tutt'altro che omogeneo, svolto da studiosi come E. Kris ed E.H. Gombrich, M. Robert e C. Mauron, D. Fernandez e F. Orlando è giunto a risultati di sicuro rilievo”16. In Francia il quadro non si presenta in modo molto diverso, se “l'exception notoire que constitue l'oeuvre de Michel de Certeau ne saurait atténuer cette impression globale: l'école historique française a suivi, en toute – mauvaise – logique, les leçons de l'école psychologique française. Elle a donc adopté, sans discussion précise des concepts eux-mêmes, une position de rejet tacite, voire de ressentiment irrationnel, à l'égard de cette nouvelle 'science humaine' qu'était la psychanayse”17. A giudizio di Didi-Huberman ciò che impoverisce anche talune delle tendenze più produttive della storiografia novecentesca – tra cui la “storia della mentalità”, la “lunga durata” o la stessa psicologia storica – è dunque la mancanza di una “théorie du psychique”, che sarebbe capace di superare gli approcci di matrice positivistica e dare invece luogo, come ha scritto anche Roger Chartier, ad una “histoire culturelle du social” in luogo di una “histoire sociale de la culture”: la locuzione francese è propriamente un calco di quella warburgiana come per l'appunto ha fatto Warburg con la Kulturwissenschaft. Vengono in mente alcune riflessioni svolte da Paola Zambelli ne L'ambigua natura della magia, laddove, riferendosi proprio al Le Goff di Faire l'histoire, dichiara che “è certamente utile aggiornarsi alle problematiche dell'histoire des mentalités e di una sua più recente variante, l''historical anthropology', ma il nuovo approccio disciplinare andrà strettamente collegato alla storia della filosofia e alla intellectual history più che a un 'al di là della storia', ovvero 'all'etnologia e alla sociologia', e non alla psicoanalisi”18.

Meno critico rispetto ad Arnaldo Momigliano, spesso evocato dall'ultimo Ginzburg, anche Giuseppe Ricuperati ha di recente affrontato la questione del rapporto tra realtà e finzione così come quello con la fonte letteraria negli studi storici, ribadendo che “la sfida del Linguistic Turn costringe lo storico a una serie di operazioni che meritano di essere richiamate, perché è anche un nuovo rapporto con la memoria a essere investito”, un invito a ricercare le “memorie parallele” in vista di “una nuova storia culturale, che ripensi la stessa memoria tenendo conto degli apporti della psicoanalisi, della cultura di genere, dell'antropologia e della letteratura”19. Mi pare utile seguire qualcuna delle indicazioni contenute in questo volume e allargare lo sguardo sul “bord de la falaise” svolgendo qualche riflessione in merito ad alcune delle prospettive offerte da Georges Didi-Huberman, di cui è stato recentemente tradotto in italiano l'importante studio su Aby Warburg L'immagine insepolta.

Tuttavia, già in Devant le temps, apparso nel 200020 (di imminente traduzione in Italia per i tipi della Bollati Boringhieri), lo studioso francese ricostruiva lo stato degli studi storici rifacendosi a tanti contributi – alcuni di essi ricordati dallo stesso Ricuperati nella miscellanea citata – e auspicando per la disciplina una rivoluzione copernicana analoga a quella realizzatasi nel campo psicoanalitico con il “ritorno a Freud” di Jacques Lacan. Proprio di qui doveva prendere corpo la prospettiva warburghiana, recuperando in tal modo una figura negletta dalla scuola francese. Al cuore dell'analisi sta infatti – in evidente collegamento con de Certeau – una riflessione sulle diverse modalità della temporalità in rapporto all'immagine. In una prospettiva dialettica, così come è stata formulata da alcuni pensatori non accademici, Walter Benjamin, Carl Einstein e appunto Aby Warburg, la questione viene intesa alla luce della “pensée de l'anachronisme”, la quale a sua volta implica quella del montage, dunque una stratificazione di tempi diversi che coesistono in una forma: il “momento” (logico, non solo cronologico) di cui parlava Freud.

I tempi interattivi si configurano come sintomi, ossia elementi rivelatori di un “campo”, capaci di smontare le sue diverse dimensioni, in ritmi eterogenei. Da qui deriva l'esigenza di criticare, proprio attraverso l'anacronismo, una concezione unideterminata e lineare ancora prevalente nella concezione della storia. La “part maudite” di Didi-Huberman sarebbe proprio un nuovo modello di temporalità21. Egli intende l'imago (Bild) – sempre rispetto a una cosa (Ding) inafferrabile, “perduta da sempre”, direbbe Lacan. Ed è in questo filone della storiografia contemporanea che si innesta l'apporto, determinante, di Michel de Certeau, il primo che ha verificato sul campo proprio della disciplina storica (nello specifico la storia religiosa) la portata e l'efficacia ermeneutica di un tale metodo.

Note

1 In questo senso rimando alle introduzioni di Silvano Facioni (in de Certeau [1975] 2006) e di Luce Giard, Un viaggio fuori dalle rotte inserita in de Certeau [1987] 2006. L'urgenza di un rapporto fecondo con la psicoanalisi matura in de Certeau alla luce delle ricerche compiute sulla mistica cinque-seicentesca (vedi sezione terza di Le lieu de l'autre, Mistica e alterità). I cinque capitoli che la compongono muovono infatti dalla questione de L'espace du désir ou le 'fondement' des Exercices spirituel per dipanarsi in una serie di studi su Montaigne: 'Des Cannibales', Politique et mystique. René d'Argenson (1596-1651), Les magistrats devant les sorciers du XVII siècle (in cui viene discussa l'opera di Robert Mandrou) e Mystique.

2 Cfr. Tarizzo 2003, p. 132.

3 de Certeau [1975] 2006, p. 27. L'opera è articolata in quattro parti: Produzioni del luogo, Produzione di un'archeologia religiosa, Sistemi di senso: lo scritto e l'orale, Scritture freudiane, ognuna delle quali meriterebbe una discussione approfondita.

4 In de Certeau [1975] 2006. Infatti, “la frattura tra passato (l'oggetto della storia) e presente (il lavoro dello storico) diviene dunque il luogo in cui la storia non smette di trovare il presente nel suo oggetto e il passato nelle sue procedure”.

5 de Certeau [1987] 2006, p. 52.

6 de Certeau [1987] 2006, p. 52, dove discute Barthes, pp. 52-53: “Se infatti la storiografia può far ricorso alle procedure semiotiche per rinnovare le proprie pratiche, essa stessa si offre a loro come oggetto, in quanto costituisce un racconto o un discorso specifico”.

7 de Certeau [1987] 2006, p. 46. A proposito di Foucault osservava che “le sue 'narrazioni', come amava chiamarle, raccontano il modo in cui appaiono e si affermano nuove problematiche. Esse assumono spesso la forma della rivelazione, un po' come nei romanzi polizieschi” (Il riso di Michel Foucault, in de Certeau [1987] 2006, p. 126). Ne evidenzia anche “il loro carattere visuale; esse sono costellate di illustrazioni e incisioni, e il testo è scandito da scene e immagini: la Storia della follia si apre con l'immagine della Nave dei folli, Le parole e le cose con Las Meninas di Velázquez, Sorvegliare e punire con il racconto del supplizio di Robert-François Damien, e via dicendo”.

8 de Certeau [1987] 2006, p. 127.

9 L’ampia ricerca dell'autore, che si è condensata in una produzione assai rilevante e cospicua, lo ha posto prima davanti all'immagine (Devant l'image) e poi davanti al tempo: L'image survivante, il volume dedicato a Warburg (Didi-Huberman 2002), congiunge queste due modalità della spazialità e della temporalità, analogamente a quanto fece Giorgio Agamben già in Infanzia e storia. Qui lo storico dell'arte si rivolge allo storico puro per auspicare una nuova modalità di approccio alla fonte e mette in atto le modalità sopra indicate, servendosi di un autore che ha fornito una nuova prospettiva, poco seguita, specie dalla storiografia francese, anche quella delle Annales. Il volume si articola in momenti, sempre scanditi dalla image: “image-fantôme”, “image-pathos”, “image-sympthôme”. Nel primo, che articola la "survivance des formes et impuretés du temps", discutendo il Nachleben lo pone a confronto con Tylor e con Burckhardt; nel secondo, che individua le "lignes de fracture et formules d’intensité", confrontandolo con Nietzsche, discute "le cycle des contre-temps" nel Dynamogramm e nella Pathosformel per pervenire al confronto con Darwin. Nel terzo, Fossiles en mouvement et montage de mémoire, troviamo il confronto con Freud e poi con Binswanger, che l'autore privilegia, a scapito di un confronto con Jung, attraverso una concezione del sintomo semmai vicina a Lacan. Si trova qui la discussione di Vischer, Carlyle, Vignoli e viene problematizzato il nesso con Cassirer che possiamo intendere come matrice dell'"exorcisme du Nachleben" ravvisato successivamente in Panofsky e Gombrich. La figura del montaggio culmina nell'analisi conclusiva del progetto Mnemosyne. Lo studioso di "intellectual history" può senz'altro giovarsi di un lavoro che impone un confronto con la warburghiana "Kulturwissenschaft", intesa come modalità di una nuova percezione della storicità rispetto alla "Kulturgeschichte".

10 Salvatore Settis, Presentazione, in Seznec [1940] 1990, p. XXI.

11 Mi pare importante almeno accennare al fatto che il tema della “finzione della storia” costituisce l'ultimo capitolo de La scrittura della storia ed è una analisi de “la scrittura di 'Mosè e il monoteismo'”. Partendo dal “discorso di frammenti, o il corpo del testo”, la questione viene posta nei termini di uno “scrivere nella lingua dell'altro, o la finzione”, implicante La tradizione della morte, o la scrittura, per giungere a Il romanzo della storia attraverso “il qui pro quo, o la commedia del 'proprio'”. Sul carattere metaforico e sul rapporto tra proprio e improprio rimando ad Agamben 1978.

12 In proposito rimando alle note di Mauro Bertani nella post-fazione a Michel Foucault, Il discorso, la storia, la verità, tr. it. Einaudi, Torino 2001, in cui stigmatizza una sorta di mito dell'alterità nel cui segno sono state accomunate figure tra loro diverse (penso a Rella 1978, ma anche a definizioni come questa tratta da Massimo Cacciari: “Non è possibile liberare alcuna voce 'festosa della soggettività incondizionata', come avviene in Deleuze – né è possibile determinare l'inconscio (se esso è davvero comprensibile soltanto nel complesso delle sue trasformazioni) come Linguaggio in generale, come avviene in Lacan”, cosicché “definitive ci paiono le critiche di F. Rella sia all'interpretazione lacaniana che a quella Deleuze-Guattari” (Cacciari 1975, p. 184).
Lo studioso argentino Josè Burucúa, autore di Historia de las imágenes e historia de las ideas: la escuela de Aby Warburg (Centro Editor de América Latina, Buenos Aires 1992), ha evidenziato per l'appunto il nesso tra le aperture compiute da Michel Foucault e la nuova interpretazione "nietzscheana" di Warburg, soffermandosi anche sulla questione della magia (De Martino) per arrivare al tema della ninfa (Burucúa 2005, p. 14).

13 Il rapporto con l'insegnamento di Jacques Lacan e l'uso fattone da de Certeau nella pratica storiografica di per sé richiede, specie in Italia, un aggiustamento di rotta rispetto a letture fuorvianti non fondate su un effettivo confronto con i materiali del Seminario, ancora oggi solo molto parzialmente edito (cfr. qui Lacan: un'etica della parola, in de Certeau [1987] 2006, pp. 209-233). Pare plausibile una costellazione di riferimenti riconducibili a figure quali Blanchot (“Qualcuno che considero semplicemente il cantore delle nostre lettere”), Bataille, Klossowski, Hyppolite, Koyré e soprattutto Kojève. Se, come è stato detto, “la lettura svolta da de Certeau è tutta incentrata sull'impossibilità di trarre delle conclusioni su Lacan” e “sul carattere paradossale del suo insegnamento e sull'impossibilità di una maestria – e quindi di una scuola – lacaniana”, “d'altronde de Certeau utilizza categorie di impronta lacaniana nelle sue raffinate analisi dei mistici cristiani del Cinque e del Seicento” (Tarizzo 2003, p. 132). A giudizio di Silvano Facioni, “come illustrato dal lungo percorso compiuto insieme all'insegnamento di Lacan... sarà nella scissione fra il soggetto e la lingua che dovrà essere cercato il senso profondo dell'incontro tra la pratica storiografica e i precipitati più significativi del 'ritorno a Freud' compiuto da Lacan” (Introduzione, in de Certeau [1975] 2006, p. XXVIII). Se nel caso di Foucault la edizione dei corsi al Collège de France è avanzata, molto più a rilento procede la pubblicazione dei Seminari lacaniani nella edizione stabilita da Jacques-Alain Miller. Segnalo infine la recente lettura “nietzschiana” di Lacan proposta da Galimberti 2005 (vedi la recensione pubblicata in Engramma).

14 Foucault [1982] 2003, pp. 26-27 (lezione del 6 gennaio 1982). Dal canto suo, Lacan ha notato che Foucault “a montré sa parfaite information du sens tout spécial, du point clé que constitue ce retour à Freud par rapport à tout ce qu'il en est actuellement du glissement, du décalage, de la profonde révision de la fonction de l'auteur, de l'auteur littéraire spécialement” (Lacan 2006, pp. 188-189).

15 de Certeau [1975] 2006, p. 298 (Quello che Freud fa della storia).

16 Besançon 1975, pp. 8 e 7.

17 Didi-Huberman 2000, p. 47. Cfr. tuttavia Mannoni 1972.

18 Zambelli 1996, pp. XI-XII.

19 Ricuperati 2005, pp. 120-121.

20 Didi-Huberman 2000; nel saggio di apertura (Ouverture. L'histoire de l'art comme discipline anachronique) la questione viene affrontata allargando lo sguardo dalla disciplina della storia dell'arte in senso specifico alla storia generale (ricordo che la struttura del volume è scandita in due tempi: Archéologie de l'anachronisme che viene raffigurata ne “l'image-matrice”, “image-malice” e Modernité de l'anachronisme con “l'image-combat” e “l'image-aura”).

21 Didi-Huberman 2002, in particolare p. 183, che vale la pena citare ampiamente: “On ne s'étonnera pas que Warburg ait toujours manié ensemble les concepts de Dynamogramm et de Polarität. Il s'agissait, au fond, d'explorer toutes les façons possibles de donner forme à une tension contradictoire: comme si les images avaient précisément, selon Warburg, la vertu – peut-être la fonction – de conférer une plasticité, intensité ou réduction de l'intensité, aux choses les plus affrontées de l'existence et de l'histoire”. Dopo aver citato il manoscritto del 1927 Allgemeine Ideen, commenta: “De ce dynamogramme, l'historien se doit donc de retracer les séquences diversifiées de polarisations extrêmes et de 'dépolarisations'”: “Le dynamogramme antique advient dans la tension maximale" (das antikische Dynamogramm... in maximaler Spannung), mais il est capable aussi de se 'dépolariser', de traverser, par example, des phases d''ambivalence latente non polarisée' (unpolarisierte latente Ambivalenz)". Inoltre, si veda anche p. 306: "Près de nous, Lacan a cherché dans la notion de chaîne significante une réponse au double réquisit du symptôme et des formations de l'inconscient en général: elle conjugue effets de masque et effets de vérité, forces de transformation et forces de répétition, déplacements incessants et empreintes indestructibles... comme une immédiateté charnelle (un seul instant) douée de profondeur épique (une longue histoire)”.

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