"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

12 | novembre 2001

9788894840100

titolo

9.11.2001. 'Occidente' negli echi di guerra

a cura della Redazione di Engramma

English version | Compedium

I. Atene 472 a.C. - New York 2001 d.C.

Nel tempo precario della guerra, dopo l’attacco devastante contro i due simboli geometrici del potere occidentale – i parallelepipedi gemelli che disegnavano lo skyline di New York e il Pentagono – e dopo la conseguente strage di migliaia di vite, tornano prepotenti nel lessico del dibattito culturale coppie oppositive elementari come 'noi' e 'gli altri', amico/nemico, civile/barbaro.

Si agita una temperie incandescente di ragionamenti e di passioni tenuti sopiti da cinquant'anni di 'pace ufficiale': 'Occidente', 'tradizione occidentale' sono il tema teorico e il refrain retorico intorno a cui si riorganizza la sintassi dell'identità nel tempo della guerra.

Ma che cos'è 'Occidente'? La determinazione è ab initio relativa. Occidente è una prospettiva dialettica rispetto a un punto di vista originario: "occidente" è un pensiero arcuato rispetto a un "oriente". Se a Oriente il limes sfugge alla cattura, anche l'Occidente è senza confini certi e stabili: la determinazione negativa del non plus ultra delle Colonne d'Ercole sembra essere stabilita come provocazione alla trasgressione del limite. Trasgressione già molte volte praticata dall'antichità, e poi progettata proprio nel tempo in cui lo sprofondamento di Bisanzio nell'Asia sconvolse l'orizzonte del mondo e costrinse a trovare un nuovo disegno delle coordinate spaziali. Da là, in cerca di Oriente, si scoprì quella che doveva diventare la terra di deriva dell'Occidente. Ma l'errore di Colombo riflette un'ambiguità profonda ed essenziale: dove finisce 'Occidente'? A occidente di Occidente non si trova il 'primo' Oriente?

Nell'Iliade, primo testo della letteratura che dovrebbe raccontare di una guerra tra 'noi-Greci' e 'loro-Troiani', la parola barbaros non compare mai. Si parla di eroi, di onore, di guerra. Di ferocia e di pietà. Non si parla di 'noi' e di 'altri'. I Troiani condividono con gli Achei un linguaggio etico ed estetico: nomi, dei, forme, valori. Atena e il suo palladion proteggono Troia, ed è quel talismano potente che Odisseo tenta nella notte di sottrarre alla città per renderla vulnerabile. "Il tuo corpo non avrà sepoltura, ma sarai divorato da cani e uccelli": gli eroi prima del duello si scambiano minacce efficaci perché parte di un lessico simbolico condiviso; Glauco e Diomede si scambiano le armi, anziché combattersi, perché riconoscono segni di antica ospitalità tra i loro antenati. Il troiano Ettore sottrae a Patroclo le armi di Achille e le indossa, per presentarsi in campo con la sua sagoma: Achille contro Achille.

La morte di Ettore annuncia per figura la morte di Achille, elusa dal taglio narrativo dell'Iliade: il pianto di Teti, la madre di Achille, su Patroclo vestito delle armi di Achille, ma anche su Ettore, che indossa le stesse armi, conferma che la morte del campione troiano non è altro che una prefigurazione, un gioco di specchi che sfonda il tempo narrativo.

Omero – come già notava Tucidide – non conosce il significato di "barbaro": gli "altri", in Omero, "altri" non sono da nessun punto di vista; lo schema identitario greci/barbari è più recente, tutto iscritto nella 'storia'.

Come insegna magistralmente Santo Mazzarino, l'idea di una alterità, culturale e istituzionale, fra Oriente e Occidente nasce paradossalmente nello spazio liminare dell'incontro: sulla costa dell'Asia minore della precoce colonizzazione ionica. Le colonie originariamente allargano i confini del concetto di identità, pur esportandolo nell'altrove orientale. Feconda risulta l'integrazione e contemporaneamente l'attrito con la potente istituzione politica e istituzionale dell'Impero persiano. Là sul limes della costa asiatica, dove i greci sono sudditi delle satrapie persiane, ma dove la cultura achemenide, dalla lingua all'architettura, è pesantemente infiltrata di elementi greci, nasce l'idea di 'noi' e di 'altri': nascono i primi, precocissimi, esperimenti di demokratie (con tutta l'ambiguità e la difficoltà interpretativa che il termine comporta fin dalla sua prima attestazione in Erodoto VI, 43, in riferimento alle "democrazie" istituite d'autorità da Mardonio, genero di Dario, nelle colonie greche dell'Asia Minore "dopo aver deposto tutti i tiranni degli Ioni"). Ad Alicarnasso, colonia asiatica, nasce Erodoto, e con lui l'invenzione della storia. E quindi dell'idea di una contesa ancestrale tra Asia ed Europa che affonda le sue radici nel mito.

Le guerre persiane sono il momento in cui i Greci si riconoscono come tali: in cui si chiamano, per la prima volta, tutti insieme Hellenes. L'identità occidentale – il pericoloso pronome "noi"– sorge dunque da un preciso conflitto. Le battaglie difensive degli Elleni contro l'invasione persiana, avvenuta tra il 490 e il 480 a.C. – una campagna di consolidamento del fronte occidentale di un impero sterminato che si affacciava sul Mediterraneo con le ricche satrapie di lingua e cultura greca della Ionia – scatenano un meccanismo narrativo che, nella forma tutta nuova della scrittura in prosa, prende il nome di "storia". La storia nasce in Occidente dal racconto di Erodoto che prende avvio da una catena di vendette, con un andirivieni di donne rapite e trasportate dalla costa orientale a quella occidentale e viceversa.

Tra i testi teatrali che ci sono pervenuti, il termine barbaros risuona per la prima volta nel teatro di Dioniso di Atene nel 472 a.C. nelle parole del coro dei Vecchi dignitari dei Persiani di Eschilo, tra i resti della distruzione recente dell'acropoli avvenuta nel 480 (il nemico tremendo e potente che pochi anni prima aveva incendiato i templi del cuore simbolico di Atene e aveva fatto evacuare la città) nella locuzione antifrastica "barbara chiarezza". Non c'è polemos, insegna il linguaggio tragico, che non riveli al fondo un grumo di stasis, di conflitto intestino irriducibile al gioco facilitato dell'identità/alterità – che include in sé l'antinomia fondativa dell'identità: la consapevolezza che il nemico è sempre 'una forma del mio problema'; e che non si dà 'altro', non si dà 'nemico' in cui non sia riconoscibile un riflesso della mia identità (un'immagine di questo riflesso nello sguardo che si scambiano, nel momento fatale in cui Eros prevale su Thanatos, i nemici-amanti: Achille e Pentesilea).

Ma se ha un senso parlare di 'tradizione occidentale' è necessario far riferimento alle peculiarità di una cultura che dalle sue origini, fuori da uno schema retorico primordialmente bellicista, ha saputo pensarsi come luogo di confine: non pacifica accentuazione del dato identitario, ma orizzonte critico della definizione della propria identità dinamica che non si lascia mai fissare in una forma rigidamente chiusa.

Eschilo, fiero soldato a Salamina, decide di non inscenare la vittoria del proprio popolo, ma l’arrivo della notizia della sconfitta subita da parte dei Persiani. Nel momento dell’attesa celebrazione della gloria, nella città distrutta dallo stesso esercito ora sbaragliato, il pubblico ateniese assiste alla tragedia altrui: la scena allontana dalla propria catastrofe – il rogo di Atene, l’acropoli, il simbolo della polis – la proietta sul dolore altrui e la riplasma su di esso.

Inevitabile, dopo l’attacco al cuore di New York, l’ideale sovrapposizione della distruzione sacrilega del Partenone con la distruzione che ha colpito nel suo centro nevralgico la città contemporanea per eccellenza. I simboli antichi e i miti della tragedia non si lasciano però semplificare e ridurre, come insegna in prima istanza il ribaltamento scenico eschileo – immaginiamo le scene del bombardamento di Kabul proiettate in uno schermo installato al "Ground Zero". Ma il gioco di attualizzazione si presta a uno scarto ulteriore.

I Persiani sono il popolo potente di uno sterminato impero conquistato con la forza di un imbattibile esercito di terra, la cui influenza si spinge oltre i confini delle terre possedute. Nei versi della tragedia le genti ‘barbare’ si caratterizzano per l’opulenza e la ricchezza delle vesti, per lo sfoggio dell’oro, per la struttura politica gerarchica che pone il re, un uomo solo, al di sopra del popolo intero. Tutto è giocato in un sistema che oppone questi tratti caratteristici a quelli degli Elleni che vestono il peplo di lana grezza non tinta, e, nel sistema politico ‘democratico’, riservano il potere supremo e la giustizia unicamente agli dei, a cui soli spetta l’attributo dell’oro.

Ancora: i Persiani sono il popolo che dietro la figura di un re "furioso di guerra" (thouròs, così Eschilo in Persiani definisce Serse) si spingono oltre i confini – pur così generosi – concessi loro dalla mòira e in questa corsa scellerata e ingenua, sono colpiti nel cuore delle proprie forze, i giovani guerrieri dell'esercito: un esercito di terra empiamente spinto oltre i limiti delle proprie capacità verso le agili forze ellene esperte del mare. Se la dolorosa icona delle torri sventrate si sovrappone all’immagine del rogo di Atene, altrettanto il colonialismo economico-militare americano ricorda l'hybris persiana. Allora quali sono i barbari, chi è l’ "altro"? Il mito tragico dell’alterità ci insegna che non dovremmo credere all’esistenza di una risposta sola.

Formulate le fondamentali questioni di alterità (Oriente come altro di Occidente) e di indeterminatezza (dove finisce Occidente? dove incomincia Oriente?), se iniziassimo a considerarci un punto costantemente intermedio tra i due poli di Oriente e Occidente, potremmo in un certo senso sfatare alcuni luoghi comuni e scoprire l'anima di queste 'geografie' nel loro divenire sorgenti e matrici di civiltà e di storia.

II. Dioniso migrante

Da Oriente a Occidente viaggia Dioniso, il due-volte-nato, il dio venuto da lontano, che riconduce sempre alla radice duale e plurima delle cose, e impedisce che l'Occidente marcisca, appaesandosi fissamente nell'assoluta certezza della propria identità. Per quanto esibita in forma dialetticamente mossa, per quanto retoricamente autocelebrativa, la civiltà occidentale non può essere solo 'identità', se non rischiando, paradossalmente, di assomigliare troppo a qualsiasi altra civiltà.

    

"La contrapposizione geografica tra Oriente e Occidente è qualcosa di fluttuante e indeterminato: è soltanto un contrapposto fluire di una minor quantità di notte e di luce. La nostra terra ha un polo nord e un polo sud, non però un polo orientale e uno occidentale. Sul piano geografico in rapporto con l'Europa, l'America è l'Occidente; in rapporto con l'America, Cina e Russia sono l'Occidente; in rapporto con Cina e Russia, a sua volta Occidente è l'Europa. Sul piano puramente geografico, quindi, non ne scaturisce affatto una polarità, e tanto meno una spiegazione sensata delle ostilità, né la possibilità di riconoscerne la struttura peculiare" [Carl Schmitt, Il nodo di Gordio].

Da Occidente a Oriente viaggia Alessandro, nuovo Dioniso, e sciogliendo il mitico nodo di Gordio unifica per un tempo breve e folgorante non solo politicamente, ma simbolicamente il cosmo, riconnettendo Oriente a Occidente. Alessandro si appropria dello splendore delle regge dell'Asia e nelle illustrazioni orientali il re greco è identico al re persiano sconfitto, di cui acquisisce il potere.

     

Giunto alla fine della sua agonia il Virgilio di Hermann Broch confonde i luoghi della sua vita: Roma e l’Oriente gli appaiono incerti nella loro effettiva collocazione, ogni cosa velata dalla nebbia dell'origine, nebbia nativa che confonde i confini. Da sempre nel Mediterraneo ogni luogo si è confuso con altri e poi si è trasferito secondo rotte spesso imprevedibili fino a rigenerare altrove la propria realtà. Dove Roma è apparsa più splendente che in Africa o nel Vicino Oriente? Nelle città di Leptis o Palmira dove la tradizione dell’impero si è conservata intatta nel tempo e ancora i colonnati svettano nel deserto. Dove l’Islam ha brillato più che a Granada, il cui ricordo si fissa nelle lacrime dell’ultimo moro che la lascia per tornare a materializzarsi a Fès o Marrakech? Dove la Grecia si rivela più che nelle sue colonie oltre il mare o nei sentieri delle montagne d’Oriente o ad Alessandria? E dove l’Inghilterra o la Spagna sono più reali che in India o nelle Americhe?

Nelle collocazioni originarie le architetture rimangono presto icone vuote se la vita si separa dalle forme, impronte o rovine che la storia pedantemente si incarica di decifrare: forme e significati si trasferiscono invece altrove, dove il rallentamento del tempo ne permette la conservazione o dove la semplicità del vivere affida ancora un senso alle cose. I luoghi, tòpoi della fissità, sono invece per loro natura quanto di più mutevole e fluttuante esista e i loro segreti percorsi tracciano sul mondo una trama che sovverte la geografia convenzionale e rende impossibile stabilire appartenenze radicate.

E ciò non cambia granché attraverso il tempo, anche se la progressiva omologazione delle abitudini, delle religioni o ideologie di massa, dei prodotti rendono il mondo sempre più uniforme. Anche oggi, incessantemente, i significati dei luoghi si muovono nello spazio e sfidano il tempo e così le loro immagini vivono, seppur sballottate qua e là da flussi commerciali o turistici. E quasi nulla è più ciò che sembra. Sempre più sono i luoghi che assomigliano ad altri e Oriente e Occidente hanno ormai talmente incrociato i propri sentieri e le proprie tradizioni da ospitare spesso paradossalmente al proprio interno ognuno la scintilla dell'essenza dell’altro. Lo dimostrano i grattacieli che stravolgono il profilo delle città d’Africa e d’Asia o le enclaves asiatiche o magrebine in America o in Europa.

     

Se è vero che i luoghi, al più, conservano ad oltranza il proprio passato reso ormai snervato e sterile dalla migrazione delle forme e dei significati, è solo il sovvertimento topografico, che genera una geografia inquieta all’interno delle denominazioni di sempre, che può far scaturire il rinnovamento e la rigenerazione di luoghi ormai usurati dalle troppe rappresentazioni e dalle troppe parole.

Ma ciò che è fuori luogo, rispetto alle ondate unificanti di ogni tipo, turistiche, consumistiche o religiose, è anche immediatamente in pericolo. Ciò che simboleggia ancora qualcosa che non rientra nei processi di omologazione di tutti i generi deve essere cancellato. Così è per i Buddha di Bamiyan la cui distruzione era già profeticamente paventata nel 1980 da Bruce Chatwin:

"Gli afghani faranno qualcosa di assolutamente terribile ai loro invasori – magari ridesteranno i giganti addormentati dell'Asia centrale […]. Non saliremo sulla testa del Buddha di Bamiyan, dritto nella sua nicchia come una balena in un bacino di carenaggio".

Si distrugge ciò che non può essere del tutto controllato perché simboli o luoghi inconciliati non si prestano facilmente a significati univoci. Nel continuo tentativo di neutralizzazione dell'altro, c’è chi i propri luoghi o gli altrui simboli li distrugge diffondendo modelli infestanti ma rassicuranti e c’è chi li attacca frontalmente non potendo sopportare la diversità. Ma l'annullamento dell'altro non può che condurre alla negazione di sé nell'inconscia identità con l'altro rimosso.

Il termine stesso identità pare incongruo; rinvia a un'immagine fissa, fotografica, più che alle sequenze di un film d'azione drammatica quale è la storia occidentale: ma la natura ossimorica e paradossale di questa tradizione si manifesta nella trama tecnicamente tragica, che stilizza l'identità come una specifica e individuale tensione tra poli contrapposti.

Storicamente connotata per l'atto di ‘decidersi da’ qualcosa, per il gesto storico di dislocarsi dall'Asia, l'identità nasce dal movimento, e deve, per esistere, continuare a seguire quest'inquietudine eraclitea. La distanza dal pieno dell'origine asiatica e dal vuoto dell'inizio greco – l'ebbrezza di Dioniso e la chiara misura di Apollo – segna continuamente le oscillazioni di una tradizione che si vuole contraddittoria, perché trova senso solo nella sfida a governare – con vie plurali – le energie suscitate dalla contrapposizione polare che la attraversa.

La crucialità dell'identità occidentale si svolge tra l'attitudine a superare ogni limite e il continuo richiamo al "luogo di provenienza". L'attrito tra le due coordinate sviluppa esiti puntuali, storicamente delimitati, e le forme culturali di volta in volta provocate dai diversi modi di incontro tra le due tendenze sono sempre diverse, e deperibili.

L'Impero romano ha visto i suoi migliori prìncipi alternativamente cadere uccisi durante le campagne d'Oriente o morire organizzando il limes contro i barbari del nord. E se l'impegno militare di imperatori filosofi come Marco Aurelio testimonia, al di là di qualsiasi tentazione pacifista, la natura costitutivamente conflittuale dell'Occidente, adeguata alla durezza richiesta dalla lotta per la creazione di grandi forme, rimane vero, nello stesso tempo, che il limes più che escludere i barbari, li attrae nel mondo degli uomini civili. Il limes potenzia la dinamica di un desiderio che attiva attrazione e aggressione.

III. Attacco simbolico

Un aereo all'improvviso nel cielo azzurro di Manhattan e una torre del World Trade Center è inesorabilmente colpita; diciotto minuti dopo la scena si ripete. Fiamme rosso e arancio esplodono come un magnifico fuoco d'artificio. Poi la terribile e diabolica bellezza della caduta, all'improvviso i muri si gonfiano, il crollo e una nube che tutto avvolge. È uno spettacolo drammaticamente bello: "è un film" tutti ci ripetiamo.

"C'è un'ipertrofia irragionevole di esattezza simbolica, di purezza del gesto, di spettacolarità, di immaginazione. Nei diciotto minuti che separano i due aerei, nello sgranarsi degli altri veri e falsi attentati, nella invisibilità del nemico, nell'immagine di un Presidente che se ne parte da una scuoletta della Florida per andare a rifugiarsi nel cielo, in tutto questo c'è troppa maestria drammaturgica, c'è troppo Hollywood, c'è troppa fiction. La Storia non era mai stata così. Il mondo non ha tempo di essere così. La realtà non va a capo, non concorda i verbi, non scrive belle frasi. Noi lo facciamo, quando raccontiamo il mondo. Ma il mondo, di suo, è sgrammaticato, sporco, e la punteggiatura la mette che è uno schifo" (Alessandro Baricco).

Quelle immagini perfette ci colpiscono per la ferocia, i morti, la paura ma è la perfezione della realizzazione di quella catastrofe che ci attrae e ci incolla al video. "La più grande opera di tutti i tempi". Il giudizio non è di un fanatico fondamentalista ma del compositore tedesco Karlheinz Stockhausen a una radio di Amburgo. "Che degli spiriti – dice – compiano una cosa del genere, che delle persone provino per dieci anni come pazzi in modo totalmente fanatico per un concerto e poi muoiano: questa è la più grande opera d'arte che in assoluto esiste nel cosmo". E ancora: "Gente così concentrata su una recita e poi 5.000 persone che vengono cacciate nella resurrezione in un momento; al confronto noi compositori non siamo niente". Lo stesso musicista mentre parla si accorge di avere esagerato. "Dove mi ha portato Lucifero? È folle...", si giustifica e prega di non diffondere l'intervista.

Aisthànomai: estetica, ha a che fare con i nervi, con il costruire il mondo sentendolo, disponendolo con politica responsabilità in una rete di nessi, richiami, nascondimenti. Non c'è alcuna morale né alcuna autonomia del 'valore' artistico: il giudizio di Stockhausen è politicamente giusto, perché un grande compositore agisce come un sismografo warburghiano e – ingenuus ed esattamente visionario – trasmette la grandezza energetica delle catastrofi, obliando inconsapevolmente il filtro profilattico della premessa di condanna morale, cultuale, maniacale. Intanto il Musikfest di Amburgo comunque cancella subito i due concerti programmati.

Il film Indipendence day: negli States un flop. Gli americani non avevano creduto, neppure per divertimento, al superamento del limite: la distruzione dei luoghi simbolo, dei luoghi del potere, dei luoghi che esprimono la loro identità. L'11 settembre 2000, l'inverosimile fantascienza diventa fuoco, polvere e sangue:

"I disprezzatori dell'umanità che hanno scelto le Torri gemelle non sono rozzi abbastanza da non riconoscere il valore più profondo dei nostri simboli" (Adriano Sofri).

Le Twin Towers sono Manhattan, come la Tour Eiffel è Parigi, San Pietro è Roma: così New York, con l'amputazione del suo skyline unico al mondo, soffre la perdita traumatica di un'immensa parte di sé. Manhattan è uno dei luoghi nevralgici dell'interscambio finanziario e decisionale del pianeta: come Londra, Bangkok, Tokyo, Francoforte, si tratta di nodi della "città globale" dove si fa e si pianifica tutto dappertutto. Il World Trade Center è il simbolo più evidente e più ovvio, la concentrazione visibile di potenza economica e di sistemi di trasporto pubblico: sotto le due torri passavano varie linee della metropolitana, il treno per il New Jersey, collegamenti cruciali per la città.

   

I nodi del potere e dell'economia sono stati colpiti, ma, se ripensiamo a quella "esattezza estetica" che ci ha impressionato e che spesso ritorna nel nostro immaginario, dobbiamo ammettere che il regista che ha messo in scena l'attacco terroristico (non con effetti speciali ma reali) ha afferrato appieno il messaggio che le città trasmettono. Avere colpito le Torri, il Pentagono, significa colpire non solo economia e politica, ma centrare il bersaglio della comunicazione, centrare l'identità di quella civiltà che attraverso alcuni punti di riferimento architettonici si rappresenta. Attraenti segni sbrilluccicanti della civiltà occidentale contemporanea.

La definizione di un'identità non può darsi senza l'attribuzione di un'immagine. Questo è particolarmente vero per la civiltà occidentale, che soprattutto a partire dalla benjaminiana epoca della "riproducibilità tecnica delle immagini", ha fatto dell'iconismo lo strumento per eccellenza dell'espressione di sé: per l'Occidente, e non per l'Oriente, possiamo parlare di "civiltà dell'immagine". E proprio questo è l'obiettivo che l'estremismo islamico ha inteso colpire, facendo dell'attacco terroristico soprattutto un attacco simbolico – cogliendo tra l'altro un suggerimento hollywoodiano del 'nemico'.

Ma l'eccessiva perfezione nel scimmiottare l'esatta tecnologia occidentale è negazione ultima del proprium dell'Occidente: che è fondamentalmente frattura, imperfezione, ferita. Ancora una volta purezza monoteistica e iconoclasta versus pericolo politeista immaginale, tratto peculiare della civiltà occidentale.

Una civiltà ancora viva che trasforma e mette in discussione i suoi simboli attraverso metamorfosi che nel tradimento perpetuano la tradizione e permettono la fuga dall'immobilismo. Qualità o caratteristica che distingue questa civiltà dalle altre, compresa quella islamica che ha creato tante meraviglie, che ora però, raggelate, sembrano essersi spente. Seppur lontana la fine e lo spegnimento della nostra civiltà, dobbiamo ammettere che oggi più che mai mostra le sue crepe:

"Da tanto tempo l'occidente, così brillante di marchi ed emblemi e logo, perde la guerra dei simboli. Lancia missili da elicotteri marziani, mentre gli altri mandano padri di dieci figli imbottiti di esplosivo e chiodi, ragazze incinte della propria bomba. Ora, per spingere fino al cielo l'aggressione simbolica, gli uomini del terrore hanno messo insieme il suicidio fanatico con la potenza tecnica" (Adriano Sofri).

Questo è il momento della richiesta di sicurezza: matura in questo clima la tentazione di leggi restrittive per tutti i canali della comunicazione. Ogni censura viene giustificata dalla necessità di bloccare il terrorismo. Prevale nuovamente il 'valore' della sicurezza con i suoi corollari: incapacità di rapporto creativo con l'altro, difensivismo psicologico, concentrazione del potere di declinazione di ciò che è identità in una o più caste specializzate, ossessione sospettosa dello stato verso gli stranieri. Anzi, hobbesianamente, verso tutti i cittadini.

Proiettando compattamente all'esterno la carica conflittuale, ponendosi con rigidità assoluta nei confronti dell'altro, l'Occidente finisce con l'assomigliare all'altro. Che, appunto, vede nell'innovazione un pericolo, delega ad un potere teocratico l'interpretazione universale del mondo, diffida a priori del popolo vicino. Cade così la differenza – e l'autolegittimazione della tradizione occidentale: per timore del rischio (cioè per stanchezza di sé, per esaurimento della tensione creativa votata all'experimentum mundi) si torna alla purezza, all'idea dei popoli Eletti, all'omogeneità etnica, all'immunità ecologica, alla fedeltà al Libro. Il regime del rigore è allertato contro il pericolo mercuriale della comunicazione libera e incontrollabile.

Limitare e vigilare Internet, perché possibile "arma da guerra", significa ammettere che i terroristi hanno saputo vincere anche questa battaglia. Guerra, sicurezza, controllo della rete, il mausoleo al posto delle Twin Towers: non sono queste le risposte che possono rianimare una civiltà che vuole continuare a essere vitale. Sono, al contrario, il decreto di condanna a un immobilismo del tutto estraneo all'essenza dinamica della tradizione occidentale.

IV. Architettura verticale

E i grattacieli? E il vuoto che ora si è aperto a New York?

"Spero che l'offensiva del terrorismo non sradicherà il grande tema dell'architettura con tutto il suo potenziale simbolico […] Rinunciare significherebbe dargli ragione. È inammissibile, sul piano etico e su quello politico" (Jean Nouvel).

La catastrofe libera spazi e prospettive: se questo è Occidente, non di commemorazioni immobilizzanti abbiamo necessità ma di architetti che vogliano riempire i vuoti e di politici che, come Pericle, anche quando ricordano i caduti trascinano gli interlocutori a nuove imprese: che è poi l'unico modo dinamico di elaborare il lutto, di dare eco ai sacrificati.

Spetta al senso tragico l'ulteriore compito di impedire grossolane interpretazioni dei fatti, di riscattare dalla dimenticanza la genealogia dei conflitti, l'ordito interiore di Oriente e Occidente, il suo fulgido intarsio: ancora, contro gli animaleschi sentimenti di paura o di vendetta, si pone il sentire politico.

Si intende che per sua natura il sentire politico è l'opposto di ogni furbesca mediazione, che esige affermazioni irruenti: può benissimo diventare conflitto o guerra. Ma sempre per portare a compiuta espressione un teso artificio umano. No, le nazioni avanzate non rinunceranno ai grattacieli. Le megastrutture dal 1990 in poi hanno vissuto un rilancio impressionante, negli Usa, in Estremo Oriente e in alcune città europee. Le massime espressioni simboliche della potenza finanziaria, dell'audacia creativa e tecnologica, non cesseranno di puntare al cielo.

L'attacco a Manhattan non fermerà la corsa all'altezza, come alla fine del XIV secolo i crolli delle cattedrali non furono la fine dell'architettura ecclesiastica, interviene Kurt W. Forster e Massimiliano Fuksas, autore delle due torri Wienerberger a Vienna.

"Basta ricordare la Mile High Tower di Wright, la torre ha un contenuto di provocazione. Ma soprattutto, nella società globalizzata, sottile stratosfera che funge da conduttore tra grandi centri finanziari, è il punto dove convergono i fili della rete. La corsa sarà limitata dai Dioscuri, Economia e Struttura. New York non sceglierà mai il Memorial, un'idea tipicamente europea; già il valore economico dell'area lo esclude" (Kurt W. Forster).

"Che si fa, torniamo alla città-giardino per paura dei terroristi? Non si può rinunciare alla creazione. Siamo costretti a salire dalla densità planetaria. In Cina si inurberanno nei prossimi anni 600 milioni di abitanti, a Pechino sono previsti oltre 140 edifici alti. A Manhattan mancano 6 milioni di metri quadrati: quante decine di ettari coprirebbero, se fossero suddivisi in edifici di sei piani? […] Negli anni Settanta, quando le autobombe attaccarono le ambasciate Usa, il Dipartimento di Stato volle decentrare le nuove sedi diplomatiche verso siti periferici e inappariscenti. Possiamo ridurci a questo? Ripiegare su cittadelle blindate ipersorvegliate? O avremo il coraggio di difendere l'ideale democratico della città densa e vitale?"(Massimiliano Fuksas).

     

Nessuna neutralità quindi, e sia chiaro che non alberelli commemorativi devono essere piantati al posto delle Twin Towers, ma nuovi e più ardimentosi grattacieli devono sorgere in questa terremotata radura, in questa sorgiva agorà. Il tentativo, compiutamente teorizzato, di colpire l'orgoglio costruttore troverà smentita solo nella futuristica dimensione della città verticale. Ma la sconnessione storica, l'energia che si sta liberando chiama una nuova sensibilità artistico-politica. Solo la tradizione occidentale può produrre la risposta, rielaborando il repertorio di tracce, cicatrici, intraprese, che la connotano e del quale pare non ricordarsi più.

           

"L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrire. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio" (Italo Calvino).

Nessun gendarme mondiale può limitare le comunicazioni, non si può evitare di viaggiare, e non ci si può allontanare dalle città: perché la città è per l'uomo occidentale il più grande artificio da lui inventato, carico della sua presenza e dei suoi segni. Non si può rinunciare alla memoria di ciò che è stato ed è, per allontanarsi in un mondo isolato e immobile, tranquillo, sicuro, senza desideri. Le città si possono dividere in due specie:

"[Le città] che continuano attraverso gli anni e le mutazioni a dare la loro forma ai desideri e quelle in cui i desideri o riescono a cancellare le città o ne sono cancellati" (Italo Calvino).

V. Icone in rete

Dall’11 settembre i nostri occhi e le nostre menti sono stati raggiunti da migliaia di immagini. Carta stampata e televisione ci hanno propinato in un primo momento immagini documentarie di ciò che stava accadendo. Nell’arco di due mesi però queste immagini sono cambiate: spinti da una sorta di voyeurismo della tragedia, i media sono andati in cerca delle inquadrature migliori, delle scene più strazianti, del dolore più patinabile e più patinato.

A questo voyeurismo si contrappone l’ironia (e in alcuni casi il cinismo) delle immagini digitali dei forward di Internet. Tali immagini, proiezione immediata e mediatica dell’immaginario occidentale, produzione casalinga e artigianale di fantasiosi quanto anonimi maghi del computer, nonché oggetto di una divulgazione confidenziale e un po’ goliardica, sono uno dei segnali di come l’occidente veda e interpreti l’attuale crisi. È subito interessante notare come queste immagini riguardino esclusivamente l’attacco di New York. Ciò è significativo del maggior potere simbolico di un’icona economico-politica (il cuore della polis) rispetto all'icona militare. Il repertorio delle immagini create dall’onda emotiva causata dall’attentato a New York è vastissimo. In questa sede tuttavia ne analizzeremo solamente alcune tipologie specifiche, particolarmente utili per la comprensione della distanza che intercorre fra il fatto in sé e la sua rappresentazione.

V.1 "Auto-rappresentazione per scarto" del Rogo del Terrore

Alle immagini spettacolari e cinematografiche dello skyline di New York avvolto da coltri di fumo si affiancano visioni demoniache. Nell'immenso calderone qual è la Rete, amplificato dal tam-tam della posta elettronica, valanghe di immagini, filmati e animazioni sui tragici avvenimenti dell'undici settembre e sugli inizi dei combattimenti in Afghanistan, si sono riversate nei desktop di molti. Gran parte del materiale in circolazione risulta essere tutt'altro che tragico o drammatico: un sarcasmo feroce subentra spesso a scene di estrema pietà. La provenienza stessa delle immagini (europea per lo più, ma anche nord americana) palesa una "auto-rappresentazione per scarto", la capacità di distacco e l’ironia insita nell'homo Occidentalis. Proprio in queste settimane l'Occidente ha fatto sfoggio in più occasioni di una autoironia pungente, come a esorcizzare la paura e lo sgomento. Il grande 'nemico', l'Oriente, appare invece freddo e rigido e per questo in netta contrapposizione alla 'leggerezza' tragica dell'Occidente: l'integralismo, ogni integralismo, si presenta tutt'altro che disposto ad accettare il sarcasmo e l'ironia.

Gli Americani, infatti, considerati "senza dio", sembrano vittime di una morbosa attrazione per il demonio: i sintomi sono visibili non solo nel proliferare delle sette sataniche, ma anche nella proiezione attuata attraverso la ricchissima filmografia di genere. Anche nel caso dell'11 settembre sembrano credere che chi li attacca, il barbaros, non sia altri che Satana, il cui ghigno malefico fa capolino in ben due inquadrature della CNN.

In verità tali visioni demoniache non sono del tutto estranee alla tradizione occidentale. Ad esempio un fatto analogo, testimoniato da documenti d’archivio (ma ritenuto frutto di fantasia già dai contemporanei), avvenne alla morte di Alessandro VI, il biasimato Papa Borgia, dal cui corpo gonfio e fumante fuoriuscirono ben sette demoni. Davanti alle immagini in questione, però, può sorgere un dubbio: dove alloggiava il demone malefico a cui appartiene il volto? Nel corpo dei dirottatori o nel World Trade Center? Qualunque sia la risposta, a dar credito a questo tipo di immagini, se non proprio santa, questa guerra è per lo meno ultraterrena.

V.2 Il Futuro sul luogo del Rogo

Un’altra tipologia di immagini legate ai fatti degli ultimi tempi raffigura l’area del World Trade Center nel futuro. Nella mentalità americana non è immaginabile uno spazio obliterato nel cuore della Grande Mela. L’acropoli non può restare bruciata e sgombra, nemmeno per il tempo di rappresentare una tragedia catartica. In questa sorta di horror vacui lo spazio vuoto va riempito e ripristinato subito. Ed ecco quindi che le immagini digitali mettono già in scena come potrebbe essere la New York del futuro.

Alcune immagini raffigurano il complesso edilizio del World Trade Center ricostruito ed incrementato: le torri da due sono diventate cinque e simulano il gesto offensivo di una mano indirizzato ai terroristi. Altre immagini, invece, offrono una visione dello skyline di New York in caso di sconfitta: minareti e moschee fra i grattacieli. 

         

V.3 Iconomachia della Libertà 

La statua della Libertà è simbolo per eccellenza di New York e degli Stati Uniti. Non si tratta dell’agalma di una dea, e nemmeno di un palladion (se lo fosse andrebbe cambiato in quanto inefficace). In essa non si riconosce l’immagine di nessuna divinità e forse proprio per questo si identifica così bene con la mentalità americana. Unitamente a questa neutralità "politically correct", la cinematografia e la ritualità turistica hanno fatto di questa raffigurazione un’icona potente, non statica ma oltremodo versatile, in grado di scendere in campo attivamente nella guerra delle immagini.

La statua della Libertà, a differenza, ad esempio, del Cristo di Rio, può infatti alzare la mano al cielo in un gesto volgare indirizzato ai terroristi (lo stesso gesto da una delle ipotesi di ricostruzione del World Trade Center). Anche per Miss Liberty (come viene chiamata dagli abitanti di New York) è stato ipotizzato un futuro in caso di sconfitta: continuerà a esistere seppur coperta dal burqua. Anche qui gli americani hanno fatto male i conti con i loro avversari: per l’islam monoteista non può esistere sincretismo religioso o iconografico.

     

V.4 Altri Personaggi Icona

Qualcuno ha detto che questa guerra è una guerra sorta attorno al problema della donna. Ed ecco quindi che anche l’icona topica della foemina Occidentalis è scesa in campo: Barbie.

Questa volta non si tratta di una Barbie-Marilyn mandata dal governo in Vietnam a sollevare gli animi dei marines, ma di una Barbie Talebana. Attenzione però: non una Barbie con il burqua, ma una Barbie androgina, barbuta e armata che (come sempre accade) trasmette accessori e attributi al suo eterno fidanzato, rinominato per l'occasione Ken Ben Laden. L’icona-Barbie (detestata dalle donne, adorata dalle bambine, desiderata in carne dagli uomini, idolatrata dai gay) non può farsi mulier Orientalis, né coprirsi con un velo dal quale non esiste anakalypterion: e si fa allora uomo, negando in questo modo il suo genere, ma non il suo potere.

Fra le tante altre immagini, e in particolare fra quelle ciniche, ne segnaliamo una che ben illustra la distanza di queste raffigurazioni dalla rappresentazione dei Persiani di Eschilo sull’Acropoli bruciata: l'ex Spice Girl Geri Halliwell canta il suo successo della scorsa estate "It's Raining Men", piovono uomini, mentre dietro di lei, sullo sfondo, gli impiegati del World Trade Center si gettano nel vuoto per sfuggire alle fiamme. Un uso retorico-scenografico di scene di sangue come questa non rientra nel sistema di valori etici ed estetici della tradizione culturale occidentale e, per tanto, va considerato barbaro in senso assoluto.

Nessuna tragedia in cui parlassero anche i nemici è stata messa in scena nei luoghi distrutti dagli attentati, ma si è organizzato un imponente concerto benefico in cui, fra centinaia di candele accese, star della musica pop e rock, attori, attrici, giornalisti e personaggi pubblici di ogni genere cantavano a ripetizione "God Bless America". Nell’ego-monoteismo americanocentrico l’altro non è forma del mio problema, non è il nemico da cui difendersi, ma l’avversario da eliminare.

V.6 Icona di Osama Bin Laden

Il leader del terrorismo islamico che ha fatto inginocchiare gli Stati Uniti sceglie un'immagine video per presentarsi ufficialmente al mondo intero, studiatissima, eloquente e calcolata sapientemente. Analizzandola emergono ancora non pochi, interessantissimi dubbi e considerazioni sul valore di un'immagine, sul suo potere comunicativo, sulle stratificazioni culturali ed iconografiche che possono comparirvi.

L'immagine usata estende a tutti i campi, culture e popoli il suo potere, proprio perché sfrutta una postura che più estesa e riconoscibile non c'è: Bin Laden compare come un'icona nella sua ieraticità, il volto (ovviamente) mediorientale, l'espressione sofferta e intensa, la compostezza nei gesti, ma che affida la carica espressiva (e aggressiva) all'apparato iconografico: la tuta mimetica, il fucile, il bunker per esaltare la sua "militanza" nella fede, ma anche il turbante e la lunga barba per sottolineare l'assoluta obbedienza alla tradizione. Certo è così perché mediorientale e islamico, ma la scelta di comparire come un santone, figura rediviva del profeta che lotta fino al sacrificio per la sua religione, non è che derivazione del martire cristiano, il quale a sua volta deriva la sua figura proprio dall'Imitatio Christi.

     

L'evidenza del confronto è sconcertante, e si può approfondire il livello di lettura. La mano destra di Cristo è sollevata in una benedizione che ricorda comunque il dolore del sacrificio: secondo la tradizione iconografica bizantina infatti, il pollice, l'indice e il mignolo sollevati formano una croce, mentre la sinistra tiene aperto il Libro, la Parola di Dio. La figura di Bin Laden si presenta speculare rispetto a quella di Cristo: la sinistra levata in un gesto di ieratica ammonizione, mentre la destra sostiene il microfono con cui proclama il suo messaggio al mondo. L'immagine arriva nelle case e negli occhi di ogni abitante dell'Occidente e del Medioriente carica di tutto questo, e anche per questo è subliminarmente tanto incisiva.

Davanti a tale studiata complessità sorgono molti interrogativi: si potrebbe riflettere ancora sul valore carismatico-totalitario che hanno le immagini riprodotte in serie con Walter Benjamin; oppure rianalizzare che valore può avere un'immagine tale negli occhi dell'Islam iconoclasta, e chiedersi con André Grabar come mai nell'VIII secolo sono le grandi dispute per le immagini e proprio nell'VIII secolo nasce l'lslam iconoclasta.

Ma soprattutto ci si domanda se quest'immagine è indirizzata al mondo occidentale, che ormai vive in una totale assuefazione e inflazione di immagini (molto spesso dentro l'abito del proverbiale monaco non c'è nessuno!); oppure se è destinata al mondo orientale, seguendo allora gli schemi di un simbolismo propagandistico tipico dei grandi tiranni e dei grandi imperatori d'oriente. In ogni caso Osama Bin Laden, che ha studiato in Occidente, ha imparato bene entrambe le lezioni.

VI. Ferita

Una ferita è stata aperta nel nostro immaginario. Qualcuno invoca terapie psichiatriche di massa per adulti egoisti, benestanti e paurosamente infantilizzati e – dall'altra parte – qualcuno coltiva in forme terroristicamente superstiziose il rancore/nostalgia per l'esaurimento creativo della propria civiltà. Ma dietro i Beni e i Mali assoluti, dietro le loro favole indiscrete e primitive, si agitano grandi trasformazioni ancora indecifrabili, che meritano adeguata accoglienza: Occidente si dà soltanto per figura e per scrittura di un'inquietudine geologica e vitale che scuote la tellurica immobilità di una certa concezione orientale dell'Essere, che si vuole sempre uguale a se stesso, afflitto dalla paranoia dell'Ordine immutabile.

L'errore è negare la ferita, rifiutarla, cercare di ripararla con atti affrettati di ricostruzione del proprio corpo lacerato o con devastazioni del corpo di chi viene arbitrariamente indicato come "nemico". Ma la ferita può essere "un'apertura, una bocca, una qualche parte di noi che sta dicendo qualcosa. Se potessimo ascoltarla!" (James Hillman). La ferita mette alla prova la vitalità del tessuto, la sua sensibilità e reattività, la sua capacità di sopportare il colpo e il segno.

L'anima Occidentalis, offesa profondamente per figura, ha davanti a sé due alternative:

"Può reagire vittimizzandosi eccessivamente e ritenendo la ritorsione necessaria alla guarigione, al ripristino dello status quo ante. Oppure può elaborare e incorporare quella ferita come un segno permanente, come un'iniziazione che possa ricollegarci ai valori fondamentali facendoci vedere quanta bruttezza e ingiustizia l'America è arrivata a rappresentare" (James Hillman).

Dalle immagini delle città distrutte, dall'atrofia espressiva propria dell'afasia – artistica e culturale – contemporanea, dal confronto svantaggioso con la capacità degli antichi di trascrivere l'evento nel linguaggio tragico, si apre una prospettiva che ha a che fare con la storia recente delle nostre catastrofi ancora in cerca di dignità di rappresentazione. Essenziali, infine, nella ricerca di parole e immagini adatte a questo tempo, le suggestioni del filosofo americano:

"Dal pomeriggio dell'11 settembre corro continuamente con la mente fra New York e Berlino, come le ho viste allo scadere del secolo, l'una intatta nel suo splendore, l'altra tutta rifatta eppure con tutte le sue ferite aperte ed esposte, i buchi aperti dalle bombe durante la guerra, il Reichstag decapitato e ricoperto con la cupola trasparente della speranza democratica, le tracce del Muro lasciate a futura memoria, la memoria ebraica lacerata nel museo di Liebenskind. In fondo, mi dico, la differenza fra le due sponde dell'oceano nel passaggio di secolo, di là una festa di luce, di qua una festa segnata da un'ombra, stava tutta in queste ferite della memoria che segnavano il paesaggio mentale europeo e risparmiavano quello americano. La ferita di Manhattan annulla d'un colpo questa differenza, riporta l'America alla sua matrice europea. Forse, invece che dilaniarci su quanto ci sentiamo americani o antiamericani, avremmo da pensare questo effetto del taglio dell'11 settembre, l'impossibilità per qualunque propaggine della coscienza europea trapiantata nel Nuovo Mondo di esentarsi d'ora in poi dall'essere anch'essa una coscienza infelice"(James Hillman).

9.11.2001. The Western World: echoes of war 

by Engramma, edited by Elizabeth Thomson

I. Athens 479 BC — New York 2001 AD

During this disturbing time of conflict; after the devastating attack on the two geometrical symbols of Western power — the Twin Towers that defined the skyline of New York, and the Pentagon — and after the resulting deaths of thousands of people, opposing notions of us/other, friend/enemy, and civilized/barbarian have reappeared in the lexicon of scholarly debate.

Heated discussions and raging passions have been kept in a state of slumber throughout fifty years of 'official peace'. 'The West', and 'the Western Tradition' are the theoretical themes and the rhetorical catchphrases around which the syntax of identity has been rationalized during this period of warfare. However, what is the ‘West’? The definition of the term is, from the outset, relative. The 'West' is a dialectical perspective in relation to an original point of view, and represents a distinctive concept when compared with the 'East'.

If the boundaries of the East are fugitive, the West too has no boundaries that can be defined as stable and fixed. The notion of the pillars of Hercules being the 'NON PLUS ULTRA' would appear to have been established as an inducement to infringe the limits of the permissible, an infringement that was often put into practice during ancient times, and was planned when Byzantium gave way to the East, turning the horizons of the world into chaos. The land that would become a germ seed of the West was discovered as a result of the search for the East. However, Columbus' mistake was a manifestation of a basic and unfathomable uncertainty: where does the West end? Is the beginning of the ‘East’ not west of the 'West'?

In the Iliad, the first written text that tells of war between 'us-Greeks' and 'them-Trojans', the word barbaros never appears. The terms of reference are 'heroes', 'honour', 'war', 'rage' and 'compassion', 'us' and 'them' are not. The Trojans share with the Achaeans the language of ethics and aesthetics: names, gods, and values. Athena and her palladium, the powerful talisman that Odysseus attempted to steal from the city in order to make it defenceless protected Troy. The threat that the other's body will never be buried, but will be eaten by dogs and birds is the powerful threat that heroes exchange before facing each other in combat: they share the same symbolic language; Glaucus and Diomedes exchange weapons rather than fight each other because they acknowledge the ancient laws of hospitality respected by their forebears.

Hector, the Trojan hero, removes Achilles' armour from Patroclus, and dons it himself in order to present himself on the battlefield in the guise of Achilles: Achilles against Achilles. Hector's death prefigures the death of Achilles, which the narrative structure of the Iliad circumvents. However, the tears of Achilles' mother, Thetis, for the death of Patroclus as he wears her son's armour, and for Hector the Trojan hero who later also wears it, prefigure her son's death, using mirrored events to break through the temporal barriers of the narrative.

Homer, as Thucydides observed, does not acknowledge the existence of 'barbarians'; the 'others', in Homer are never part of the narrative; 'Greek' and 'barbarian' are defining terms of recent origin, that have everything to do with history. As Santo Mazzarino has authoritatively pointed out, the concept of 'otherness' between West and East, whether cultural or institutional, rather paradoxically stems from the liminal spaces where they came into contact — on the coast of Asia Minor during the early stages of Ionian colonization. Initially, the colonies extended the boundaries around the notion of identity, whilst exporting it eastward and elsewhere.

Friction and fertilization with the powerful political institutions of Persia were both equally fruitful. The boundaries of the Asiatic coast where the Greeks were subjected to the power of Persia, but where the influence of ancient Greek culture, from language to architecture, was immensely powerful, gave rise to the concept of 'us' and 'others'; it is where the first experiments in democracy took place, with all the difficulties and ambiguities that interpreting the term entailed, from the first time it is mentioned in Herodotus VI, 43, where he refers to the democracies instituted in the Greek colonies of Asia Minor by Mardonius, the son-in-law of Darius, after he deposed all tyrants of the Ionians. Herodotus, the father of history, was born in Halicarnassus, an Asiatic colony, and with him, the idea of the ancestral feud between Asia and Europe with its origins rooted in myth comes into being.

The Persian wars are when the Greeks acknowledge themselves as such, and call themselves, collectively, for the first time "Hellenes". Western identity comes into being as a result of a specific conflict. The defensive wars of the Hellenes against the Persian invasions that occurred between 490 and 480 BC — a campaign intended to consolidate the Western front of a boundless empire that reached the shores of the Mediterranean with its wealthy Greek satrapies based in Ionia — unleashed the narrative device of prose writing that would be termed 'history'. The idea of history has its origins in the West from the writings of Herodotus, which begin with a series of revenge attacks in which women are abducted and taken East or West.

The term "barbaros" is mentioned for the first time in the theatre of Dionysus in 472 BC, in the theatrical writings produced in the aftermath of recent war and destruction. It appears in the words of the chorus of the old Persians, the fearful enemy who a few years earlier had burned the temples in the symbolic heart of Athens and had caused the city to be evacuated. The language of tragedy explains that there is no polemos that in the end does not prove to have a core of stasis, an internal, irreducible conflict promoted by notions of identity and otherness that include the essential paradox of identity: the awareness that the enemy is always a reflection of one's own anxiety, that one does not call 'other' or 'enemy' one who does not possess a recognizable reflection of one's own identity (as seen in the exchanged glance between Achilles and Penthesilea at the fatal moment when Thanatos overcomes Eros).

However, if there is any sense in talking about a 'Western tradition', it is necessary to refer to the peculiarities of a culture that from its origins, beyond the primordial rhetoric of war, thought of itself as a place of frontiers, not as an expression of fact, with a vital awareness of its own dynamic identity that refused to allow itself to be fixed and forcefully circumscribed.

Aeschylus, an intrepid warrior during the Battle of Salamina, decided not to stage the victory of his own people, but the arrival of the news of the defeat suffered by the Persians. At the moment of the expected celebration of victory, in the very city that was destroyed by the army now defeated, the Athenian people watched another people's tragedy. The stage distanced them from their own disaster - as Athens and the acropolis, the symbol of the polis, smouldered.

After the attack at the heart of New York, it is impossible not to equate the sacrilegious destruction of Athens, the undying symbol of antiquity, with the destruction of the city par excellence that represents the contemporary era. Ancient symbols and tragic myths do not allow themselves to be simplified or reduced, as Aeschylus' upended stage version proves — let us try to imagine scenes of the assault on Kabul projected on to a screen at "Ground Zero".

However, the exercise of bringing things up to date lends itself to a further variation. The Persians were a powerful nation and part of a vast empire conquered by the strength of an unbeatable land army, whose influence went beyond the boundaries of the territory they possessed. In the tragedy, the barbarous people are characterized by their wealth and the opulence of their garments, their display of gold, and their hierarchical political structure that placed a king, one man alone, above the entire people. Everything is brought into play to draw a distinction between their characteristics and those of the Hellenes who wore a peplos of undyed raw wool, and who in a democratic political system, reserved supreme power and justice exclusively for the gods, to whom alone attributes in gold could be made.

Furthermore, the Persians were a people who, led by a king hungry for war, pushed themselves beyond the albeit generous boundaries permitted them by the Moira. In their impious and ingenuous show of aggression, the young warriors of the army are beaten — a land army is impiously pushed beyond the limits of its ability towards the agile forces of the Hellenes and their proficient handling of the seas. If the distressing symbol of the gutted towers is superimposed on the image of Athens burning, the economic and military colonialism of America can be seen as a reminder of the hubris of the Persians. So who are the barbarians, who is the "Other"? The tragic myth about otherness teaches us that we should not believe there is only one answer.

Having formulated the basic questions about otherness (the East as other in relation to the West), and vagueness (where does the West end? Where does the East begin?), if we begin to think of ourselves as a constant middle point between the two poles of East and West, we could in a certain sense debunk some common places, and reveal the heart of these geographical identities as the sources of civilization and history.

II. Dionysus the Wanderer

Dionysus, the twice-born god from afar, travels westward from the East, always leads the way back to the dual and multiple beginning of things, and prevents the West from decaying by firmly determining for himself an identity which is absolute. Western culture, no matter how dialectically obscure or rhetorically self-celebratory, cannot only be about 'identity' without, paradoxically, running the risk of resembling to an excessive degree, any other culture.

  

In The Gordian Knot, Carl Schmitt reasons that the geographical opposition between East and West is something that fluctuates and remains indeterminate, and is merely a matter of reduced night and light. The earth has a north and a south pole, but not an East and a West. In relation to Europe, America is West; in relation to America, China and Russia are the West, and once again, Europe becomes the West. In purely geographical terms, therefore, there are no polarities, and no rational explanations for the current hostilities.

Alexander the Great, the new Dionysus, travelled westward from the East, and by loosening the mythical Gordian knot, united the universe, politically and symbolically, for a brief yet extraordinary period. Alexander the Great appropriated the splendour of Asian royalty and in Eastern illustrations, the Greek king is also identifiable with the vanquished Persian king, whose power he has acquired.

  

At the end of his long-protracted struggle, Hermann Broch’s Virgil confuses the places he has lived in during his life: Rome and the East are unclearly located; everything is veiled in a mist that blurs the boundaries of time and place. Everywhere in the Mediterranean has always been interchangeable with somewhere else, and often, via unpredictable routes, cities have been born anew elsewhere. Where was Rome more resplendent than in Africa or the Near East? In the cities of Palmyra and Leptis where the traditions of Empire have been preserved intact through time, and where colonnades rise up in the desert. Where was Islam more glorious than in Granada? Where does Greece reveal herself better than in her overseas colonies or in the mountain paths of the East or Alexandria? And where are England and Spain more real than in India and the Americas?

On their original sites, buildings, if life is separated from form, soon become empty icons, imprints or ruins that history pedantically takes upon itself to decipher. Forms and meanings, however, transfer themselves elsewhere, to places where time allows them to be preserved, or where a simpler way of life can still assign meaning to things. Places, the topoi of permanence, are by their very nature mutable and unsteady, and their secret journeys map courses that subvert conventional geography and make it impossible to determine rigidly established affiliations. This barely changes with the passage of time, even if the progressive homologation of customs, religions, mass ideologies and products make the world increasingly uniform.

Even today, the meanings of places incessantly move about in space, challenging time, but their forms survive intact, even if buffeted by the influence of commerce and tourism. Almost nothing is any longer what is appears to be. Everywhere is increasingly like everywhere else. East and West have crossed paths and exchanged traditions so often that, paradoxically, each has within it the spark of the essence of the other. The skyscrapers that blot the skylines of African and Asian cities, and the Asiatic or Maghrebian enclaves in Europe and America are proof of this.

     

If it is true that places, at most, preserve to the bitter end their history made weak and sterile by the migration of forms and meaning, it is only topographical subversion that, by generating an unstable geography of names, can give rise to the renewal and regeneration of places long since worn down by over-representation and too many words. However, what is out of place in relation to the various forms of unifying waves of tourism, consumerism, and religion is also in imminent danger. 

What still symbolizes something that does not form part of the process of standardization has to be eliminated. So it has been for the Buddhas of Bamiyan, whose destruction was prophetically feared by Bruce Chatwin in 1980, when he wrote that the Afghans would do something absolutely terrible to their invaders, and wondered whether they would awaken the sleeping giants of central Asia.

That which cannot be totally controlled is destroyed — symbols and places do not lend themselves readily to unequivocal meanings. In the unremitting endeavour to neutralize the ‘other’, there are those who will destroy their own towns and the symbols of others, and promote models that are oppressive yet reassuring; and there are those who attack them head-on unable to tolerate diversity. The annihilation of the ‘other’ can only lead to the negation of self via the removal of the unconscious identification with the ‘other’.

The term ‘identity’ itself is incongruous, and has connotations of a fixed, photographic image rather than of a sequence in a dramatic action-packed film that more accurately describes the history of the West. The paradoxical and contradictory nature of this tradition is evident in the technically tragic design that stylizes identity as a specific and individual tension between two opposing poles.

The annihilation of the ‘other’ can only lead to the negation of self via the removal of the unconscious identification with the ‘other’. The term ‘identity’ itself is incongruous, and has connotations of a fixed, photographic image rather than of a sequence in a dramatic action-packed film that more accurately describes the history of the West. The paradoxical and contradictory nature of this tradition is evident in the technically tragic design that stylizes identity as a specific and individual tension between two opposing poles.

Historically described by the act of deciding against something, by the historical act of breaking away from Asia, the idea of identity was born from movement, and must, in order to survive, continue to comply with this Heraclitean restlessness.

The crucial aspect of Western identity is manifest in its determination to exceed all limits and the constant recall to its 'place of birth'. The friction between the two co-ordinates has definite, historically defined repercussions, and the cultural forms brought about from time to time by encounters between the two extremes are always different and perishable.

The Roman Empire lost its best leaders — they were either killed during the Eastern campaign or died whilst defining the northern frontiers against the barbarians. As Marcus Aurelius, the emperor philosopher, testifies, the fundamentally aggressive character of the West was suited to the brutality essential for the struggle to mastermind a grand design. Regardless of any attempts at peaceful solutions that may have been made, it remains nonetheless true that the boundaries, rather than excluding them, attracted the 'Barbarians' into the world of civilized people. Boundaries intensify the dynamics of desire, attraction and aggression.

III. Symbolic attack

Out of the blue, in the sky over Manhattan, a plane appears and a tower of the World Trade Centre is hit. Eighteen minutes later the same thing happens again. Flames, orange and red, explode like wonderful fireworks, followed by the awesome, hell-like beauty of the tower disintegrating. Suddenly the walls expand, the tower falls, and a cloud embraces the whole scene. The spectacle is dramatically stunning, and we repeat amongst ourselves, "It’s a film!".

According to Alessandro Baricco, the events represent an irrational hypertrophy of symbolic precision, of purity of action, of spectacularity and imagination. He has observed that the eighteen minutes that separate the two planes, the revelation of the lies and truths behind the other attempted attacks, the enemy's invisibility, and the image of the President leaving a small school in Florida to take refuge in the skies — in all this there is involve too much theatrical competence, too much Hollywood, too much fiction. He says that history was never like this, that the world does not have has not got time to be like this. Reality has no new paragraphs, does not use verbs that agree, or write beautiful sentences. We ourselves do it when we inform the world. The real world is ungrammatical, dirty and its punctuation stinks.

These images affect us because of their violence, the number of dead, and the fear they generate, but it is the perfection of the execution of the catastrophe that draws us and keeps us glued to the video. "The greatest work of art of all time" is not the verdict of a fanatic fundamentalist but of the German composer, Karlheinz Stockhausen announced on a Hamburg radio station. "That minds can accomplish a thing of this kind, that people can rehearse like crazy for a concert, quite fanatically, for ten years and then die: this is in an absolute sense the greatest work of art in the world". He also remarked […], "People who are so concentrated on a performance and then in one minute 5,000 people are sent off to their resurrection, in comparison, we composers are nothing". Whilst talking, Stockhausen realized that he had been exaggerating. He justified himself by saying, "Where has Lucifer taken me? It's crazy", and he asked that the interview not be broadcast.

Aisthanomai: aesthetics has to do with nerves, with building a world by perceiving it, and arranging it with political responsibility within a network of connections, suggestions and concealments. Artistic value has no morality or autonomous value. Stockhausen's assessment is therefore politically correct, because a great composer reacts like a Warburghian seismograph and — just like a visionary who is a free man, communicates the dynamic scale of disasters, unconsciously forgetting the preliminary prophylactic filter of moral and cultual condemnation. Nonetheless, the Musicfest in Hamburg immediately cancelled its programme of concerts.

The film Independence Day was a flop in America. Not even for amusement do the Americans believe in exceeding the limits: the destruction of symbolic places, of places of power, of places that are expressions of their identity. On 11 September 2001, an unlikely science fiction film became fire, dust and blood...As the writer Adriano Sofri has observed, those haters of humanity who chose the Twin Towers are not sufficiently uncivilized as to be unable to recognize the immeasurable value of our symbols.

The Twin Towers are Manhattan, like the Eiffel Tower is Paris and St. Peter's Rome. New York with her unique skyline amputated has suffered the traumatic loss of a vital part of herself. Manhattan is one of the major financial and decision nerve centres of the world. Like London, Bangkok, Tokyo and Frankfurt, it is one of the intersections of the global city, where everything is done and planned everywhere. The World Trade Centre is a most obvious and recognisable symbol, a visible concentration of economic power and public transport systems: crucial connections throughout the city, various lines of the underground system and the train for New Jersey used to pass under the two towers.

   

The seat of power, economic and otherwise, has been hit, but if we think again about the aesthetic truth that has so affected us that we find it hard to forget, we have to admit that the director who filmed the terrorist attack, using real not special effects, fully grasped the messages that cities communicate. To have struck the towers and the Pentagon signifies not only striking a blow at politics and the economy. It also signifies targeting the means of communication and the identity of a culture that expresses itself through its architecture whose points of reference are alluring signs that positively conjure up the essence of contemporary Western culture.

An identity is impossible to define without an image. This is particularly true of Western culture which, since images could be mass-produced, has made of iconism the instrument par excellence of self-expression. For the West, but not the East, we can talk about the cult of images - it was this very objective that became the focus of Islamic extremism, making the terrorist attack a chiefly symbolic one that also drew on the American notion of 'the enemy'. However, this extreme perfection, in aping the technological precision of the West is tantamount to the ultimate negation of what is distinctive of the West: fracture, imperfection, and injury.

Once again, monotheistic and iconoclastic purity is set against the imagined danger of polytheism, a characteristic that is peculiar to Western culture. Still vital, it transforms and questions its symbols by metamorphosing them. The resulting transformations perpetuate tradition by enabling them to circumvent inactivity, a trait that sets Western culture apart from others, including Islam, whose many marvels, frozen in time, seem lifeless. 

Although far from coming to an end and dying away, we have to acknowledge that Western culture is more than ever showing its flaws: 

""For some time, the West, outstandingly endowed with signs, emblems and logos, has been losing the battle of symbols. The West launches missiles from Martian helicopters, whilst the others use the fathers of multiple sons stuffed with explosives and nails, and girls pregnant with bombs as their ammunition. And now, in order to push symbolic aggression as far as the sky, the men of terror have combined fanatical suicide with technical power" (Adriano Sofri).

The time has come for greater security; in the current climate, the temptation to adopt restrictive rules for all channels of communication is flourishing. All censure is justified by the need to stop terrorism. Once again, the 'value' of security prevails, with all it entails: the inability to enter into a creative relationship with the other; psychological defensiveness; the concentration of authority to rebut the beliefs and identity of particular social groups; the cynical obsession of the state towards foreigners, or rather, in the Hobbesian sense, towards all citizens.

By projecting the conflict outwards and with a united front, by placing itself with absolute rigidity in opposition to the 'Other', the West is beginning to resemble the 'Other'. It is seeing in this transformation a danger, and has delegated to a theocratic authority the power to interpret the world, and, without requiring evidence to support its view, mistrusts neighbouring nations. The notion of difference is disintegrating and with it the self-legitimization of the Western tradition.

Fear (or rather disillusionment, and the depletion of the contributions of creative tensions to the experience of the world) makes us return to the notion of purity, the idea of a chosen people, ethnic homogeneity, and submission to the Book. A regime based on rigidity is set against the uncontrollable dangers of free speech.

Restricting and policing the Internet because it is a potential instrument of war is tantamount to admitting that the terrorists have also won this battle. War, security, controlling the network, the mausoleum on the site of the Twin Towers are not reactions that can reanimate a culture that wants to continue to be vital. The reverse is true — they are a like a verdict that sentences it to an inactivity to which it the Western tradition is alien.

IV. Vertical architecture

What about the skyscrapers and the emptiness that has opened up in the New York skyline? The French Architect Jean Nouvel has stated that he hopes the terrorist attack will not put an end to the great architectural theme of sky-rise buildings with its potential for symbolic meaning; he argues that surrender would be tantamount to admitting the terrorists are right, which would be politically and ethically unacceptable.

The disaster has opened up new spaces and perspectives. We do not need the immobilizing forces of commemorations. We need architects to fill the voids, and politicians who, like Pericles, even as they remember the dead, sweep their interlocutors to new enterprises, the only dynamic way to process mourning, and to give a voice to those who have been sacrificed.

The ultimate requirement when making sense of a tragedy is to prevent crude interpretations of the facts, and to rescue from oblivion the roots and causes of conflicts, and the way the East and the West are vividly and profoundly interwoven. Political insight has to be set against animal feelings of fear and revenge. By its very nature, political insight is the opposite of cunning mediation, and requires vehement declarations that can easily turn into conflict or war in order to bring an end to an uneasy state of affairs of man's making. No, the advanced nations of the world will not give up their skyscrapers. Mega structures built from the 1990's onwards have had an extraordinary relaunch in the USA, the Far East and some European cities. The greatest symbolic expressions of financial clout and creative and technological daring will not cease to rise in the sky. As Kurt W. Forster has declared, the attack on Manhattan will not stop the quest for the tallest building, just as the disintegrating cathedrals of the 14th century did not bring ecclesiastical architecture to an end.

One just has to think of Wright's Mile High Tower that contains an element of provocation: it is the point of convergence of the various financial centres that form the global society. The quest will be limited by the twin components of Economy and Structure. New York will never choose a memorial — a typically European idea — the financial value of the area rules out the possibility.

As Maxmilian Fuksas, the architect of the Twin Towers in Vienna says:

"What are we to do, are we to return to the city-cum-garden for fear of terrorists? We cannot abandon the act of creating. We are compelled to go upwards by the population density of the entire world. In China alone, 600 million people will move to the cities, and in Peking over 140 high-rise buildings have been planned. Manhattan needs 6 million square meters — how many acres would they cover if they were subdivided into six-storey buildings? During the seventies, when car bombs were used to attack American embassies, the State Department wanted to decentralize the new seats of diplomacy to peripheral and unglitzy locations. Is this what we are reduced to? Retreating to armoured and closely guarded strongholds? Or will we have the courage to defend the ideal of a densely populated and vital city?"

We cannot be neutral, and it should be clear that on the site of the Twin Towers no little trees should be planted. New and more daring skyscrapers should rise up from this devastated piece of land, in this to-be-again meeting place. The attempt to strike at the city's architectural pride will be denied only through the futuristic dimension of a vertical city. The incoherence of what is past, and the energy that is being released calls for a new political and artistic sensibility. Only the Western tradition can produce the necessary response, by re-working the repertory of the traces of the past, and the scars and enterprises that connote it, a repertory that it appears to no longer remember.

     

“A living hell is not something that will come in the future; if there is one, it is the one that exists already, the hell that we live every day, that we create by being together. There are two ways not to suffer. Many find the first easy: accepting hell and becoming part of it to the point they no longer see it. The second is risky and demands continuous caution and wisdom: looking for and recognising who and what, in the middle of hell, is not hell, then giving them space and ensuring they survive“. (Italo Calvino)  

No worldwide gendarmerie can restrict communications, it is impossible not to travel, and one cannot move away from the city — the city is Western man's greatest invention and is full of his presence and signs. One cannot forsake the memory of what has been and still is, and move into a world that is static and isolated, calm, safe and without aspirations. According to Italo Calvino, cities can be divided into two kinds: those that over years and transformations continue to give form to aspirations and those in which aspirations either manage to cancel cities or are cancelled by them.

V. Icons on the net

Since 11 September 2001, thousands of images have assailed our eyes and minds. At first, printed paper and television provided documentary images of what was happening. Within four months, however, these images changed: driven by a kind of voyeurism, the media went in search of the best shots of the tragedy, the most harrowing scenes, and the glossy, glossiest images of pain.

This voyeurism was contrasted by the irony (and in some cases, cynicism) of the digital images circulated on the Internet. These images, immediate and imaginary projections of the Western imagination, home produced and handcrafted by imaginative albeit anonymous computer wizards, and then privately and playfully disseminated, exemplify how the West perceives and interprets the current crisis.
It is now interesting to note that these images are exclusively of the attack in New York. This is significant as it concerns the most potent symbol of an economic and political icon, (the heart of the polis) rather than a military icon. The repertoire of images created by the emotional upsurge caused by the attack in New York is vast. However, we will analyse only certain specific types particularly appropriate for understanding the distance between the fact itself and its representation.

V.1 “Self-representation through detachment” and the Inferno

The spectacular images and films of the New York skyline shrouded in smoke are flanked by images of demons. The vast melting pot of the Internet, augmented by the email grapevine, has ensured that many a desktop has been deluged by images, videos and animations of the tragic events of September, and the beginning of fighting in Afghanistan. Much of the material in circulation is anything but tragic or dramatic: ferocious sarcasm often replaces extremely pitiful scenes.

The source of the images (mostly European but also North American) reveals a mode of "self-representation through detachment", and the capacity for irony inherent in homo occidentalis. In recent weeks, the West has often flaunted pungent self-mockery, as if to exorcise fear and dismay. The great 'enemy', the East, appears rather cold and hard and therefore in sharp contrast to the 'lightweight' tragic West: fundamentalism, every fundamentalism, is far from ready to accept sarcasm and irony.

In fact, Americans, considered "godless", seem victims of a morbid fascination with the devil: the symptoms are visible not only in the proliferation of satanic cults, but also in the abundance of films dedicated to the subject. Even in the events of 11 September, it would seem they believe that the aggressor is none other than Satan, whose malevolent sneer appears in at least two CNN shots showing the faces of the presumed perpetrators of the attacks. 

In fact, such diabolical images are not extraneous to the Western tradition. A similar case, supported by historical documents (but considered by contemporaries the product of the imagination), occurred at the death of Alexander VI, the much-condemned Borgia pope from whose swollen and smoking body seven demons made their exit. The images in question, however, raise certain doubts. Where did the malevolent devil to which the face belongs reside? In the bodies of the hijackers or in the World Trade Centre? Whatever the answer, if one gives credence to these kinds of images, the war in Afghanistan, if not exactly holy, is at least otherworldly.

V.2 The future of the site of the inferno

A further typology of images linked with the events of recent times portrays the site of the World Trade Centre in the future. In the mind-set of the Americans, an obliterated space at the heart of the Big Apple is unthinkable. The acropolis cannot remain charred and bare, not even for the time it would take to stage a cathartic tragic play. In this kind of horror vacui, the empty space should immediately be filled and revived, and to this end digital images have already shown how the New York of the future could look.

Some images show the complex of buildings that make up the world Trade Centre rebuilt and extended. The towers have increased from two to five and simulate an offensive middle finger salute to the terrorists. Other images, on the other hand, offer a view of the New York skyline in the event of a defeat: minarets and mosques amongst the skyscrapers.

   

V.3 The battle of the icons and the statue of Liberty

The battle of the icons and the statue of Liberty. The statue of Liberty is the symbol par excellence of New York and the United States. It is neither a goddess nor a palladium (if it were, it would have to be changed because ineffective). Perhaps it is because the statue is not a recognizable goddess that it is so identifiable with the American mind-set. Together with this politically correct neutrality, the cinema and the rituals of tourism have turned this image into a powerful, versatile icon that can maintain its own in the war of images. The statue of Liberty unlike, for example, the Christ in Rio, can raise its arms to the sky in a vulgar gesture aimed at terrorists, the same gesture that is proposed in the plans for the reconstruction of the World Trade Centre.

  

In the event of defeat, a future for Miss Liberty, as the inhabitants of New York like to call her, has also been thought of. She will continue her existence wearing a burqa. Here too the Americans have judged their enemy badly: monotheistic Islam would find religious and iconographic syncretism quite unacceptable.

V.4 Other iconic characters

Someone has observed that this war is a war that has arisen around the problem of women. Here too the typical icon of the foemina occidentalis has entered the battlefield: Barbie. This time it is not a Barbie-Marilyn sent by the government to Vietnam to lift the spirits of the marines, but a Taliban Barbie. Note however that she is not a Barbie with a burqa, but an androgynous Barbie, bearded, and armed and she is handing accessories and weapons to her eternal boyfriend, renamed for the occasion Ken Ben Laden. Barbie the icon (loathed by women, adored by little girls, desired in the flesh by men, worshiped by gays) has become a man, negating her gender, but not her power.

Amongst the many other images, particularly the cynical ones, we wish to point out one that illustrates the distance of these images from the portrayal of the Persians by Aeschylus on the burnt out Acropolis. The ex-Spice Girl, Geri Halliwell, sings her successful hit from last summer, 'It's raining men', whilst behind her, in the background, the employees in the World Trade Centre throw themselves out of the windows to avoid the flames. The rhetorical and theatrical use of bloody scenes such as this has no place in the ethical and aesthetic values of the cultural tradition of the West, and is therefore to be considered barbarous in the extreme.

No tragedy in which the enemy speaks has been staged on the sites of the attacks, but a moving charity concert was organized in which, among the hundreds of lighted candles, pop and rock stars, actors and actresses, journalists and public figures of all kinds sang repeatedly "God Bless America". In a culture based on the centrality of self and America, the 'other' is not 'my' problem; he is not the enemy to defend oneself from but an adversary that needs to be eliminated.

V.5 Osama Bin Laden as icon

The leader of Islamic terrorism who has brought America to its knees has chosen a video image for his official introduction to the whole world — an image that is eloquent, calculated and skilfully considered. An analysis raises several interesting questions and considerations on the value of an image for its power to communicate, and for the cultural and iconographic stratifications it can contain.

The image used extends his, Bin Laden's, authority to all areas, cultures and nations precisely because it uses a posture that is widely decipherable. He appears as a hieratic icon, his face quite naturally middle-eastern, his facial expression showing his intense suffering, and his gestures composed. However, the expressive and aggressive charge of the image is assigned to the iconographic apparatus of combat jacket, rifle, and the bunker that emphasizes his militant faith, whilst the turban and long beard underline his total obedience to the tradition of his faith.

The image appears this way unquestionably because he is middle-eastern and Islamic. However, his decision to appear in the guise of a major saint, a new-born prophet fighting for his faith, derives from Christian martyrdom, itself derived from figures of the Imitatio Christi.

  

The evidence of this comparison is disconcerting, and a more complex reading of the image can be made. Christ's right hand is raised in a gesture of benediction that is also a reminder of the agony of his sacrifice. Indeed, in accordance with the Byzantine iconographic tradition, the raised thumb, index and little finger form a cross, whilst the left hand holds an open book, the Word of God. The figure of Bin Laden is a mirror image of Christ: his left hand raised in a hieratic gesture of admonition, whilst the right holds a microphone through which he proclaims his message to the world. His image reaches the eyes and homes of all those who live in the West and the Middle East, and for this reason too it is so supremely incisive.

In the face of such studied complexities, one is prompted to ask several questions. One could reflect on the charismatic-totalitarian value of the images mass produced with Walter Benjamin, or re-interpret the possible value of such an image in the eyes of iconoclastic Islam, and ask oneself along with Grabar, how come it was in the C8th that the major battle of images began and that it was in the 8th century that the iconoclastic Islamic faith came into being. 

Above all, one has to ask oneself if this image is directed at the Western world, where we now live in a climate of inurement to inflated images, or whether it is directed at the Eastern world, and is therefore using symbolism as propaganda epitomized by the great tyrants and emperors of the East. In any event, Osama Bin Laden, who was a student in the West, learnt both lessons well.

VI. Wounds

A wound has been opened up in our collective psyche. Some people are calling for mass psychiatric therapies for self-centred, prosperous adults reduced to child-like states of panic, whilst others encourage nostalgia and sorrow for the collapse of the creative impulse in their own culture. Behind absolute Good and absolute Evil, behind the primitive and unsubtle tales that attempt to explain them, still undecipherable transformations are beginning to awaken, and deserve to be properly acknowledged: the West exists as a cultural identity that, described in geological terms, is characterized by a certain telluric restlessness that is the opposite of the stillness that is the feature of the oriental concept of 'Being', a state that is constant and unchanging, and beset by the paranoid ideal of an immutable Order.

It would be a mistake to ignore the wound that has been opened up, to deny it, and to try to restore it by speedily reconstructing the wounded body, or by ravaging the bodies of those who are arbitrarily identified as the 'enemy'. 

According to the philosopher James Hillman, the wound can be seen as a sort of opening, a mouth, and a part of us that has something to say, if only we could listen to it. The wound acts as a vitality test of our tissue, of its sensibility and ability to react, and its capacity for tolerating assault and the mark it leaves.

The Western spirit, profoundly and visibly wounded, has two alternatives. It can react by becoming a victim and insisting that retaliation is essential for cure and the restoration of the status quo. On the other hand, as James Hillman has also suggested, it can elaborate and incorporate the wound as a permanent sign, like an initiation that can reconnect us to fundamental values that will make us see how much ugliness and injustice America has come to represent.

From the images of the destroyed cities, from the atrophication of expressive forms – artistic and cultural – typical of the aphasia afflicting the world today, from the unfavourable comparison with the ability of the ancients to transcribe such an event into the language of tragedy, one can see that there is an occasion arising from these recent disasters to portray them in a dignified way.

Finally, in the search for words and images suitable for this time, what James Hillman has to say is essential. He has written that since the afternoon of 11 September he has, in his thoughts, been flitting between New York and Berlin and recalling how he has seen them during the course of the century. One, intact and still magnificent, the other completely rebuilt yet still exposing its open wounds, the gaping holes made by the bombs during the war; the decapitated Reichstag now covered with its transparent dome, a symbol of democratic hope; the traces of wall left for future memory; and the lacerated memory of the Jews re-assembled in the Liebenskind museum. 

He reflects, in the end, that the difference between the two shores of the Atlantic during the course of the century – a festival of light on one side while the other was disfigured and overshadowed – is due to these wounded memories scarring the mental landscape of Europe whilst sparing that of America. The wound inflicted on Manhattan has cancelled this difference at one blow, restoring America to its European matrix. Perhaps, rather than tormenting ourselves over how American or otherwise we feel ourselves to be, we should consider the consequences of the events of 11 September: it is now impossible for any descendants of European consciousness transplanted to the New World to be excused from also having a tragic inner self.

Compendium

Mense Septembri in Nova York 'Geminae Turres' media in urbe a duobus machinis aeromobilibus, quae contra eas se fregerunt, dirutae sunt.

Insidiae vindicatae sunt a Talebanis qui symbola eminentia in Occidentalium hominum mentibus eorumque modum vivendi funditus vulnerare voluerunt.Cum antea USA regio finesque numquam violatae essent, a terrificis vastatoribus islamicis incolumitas omnium gentium periclitata est. In orientali orbe ab USA bellum susceptum est ubi videas unam traditionem contra alteram in acie stantem.

Quod eventum efficit ut oriatur prima ac necessaria quaestio de nobis ipsis aliisque agnoscendis: quis fuerit hostis? Quis est? Hostisne videtur an inimicus? Ad noscendos nos ipsos non oportet aliquem barbarum appellare. In traditione occidentali varia testimonia dantur quod exstiterunt plurimae relationes inter orbem occidentalem orientalemque et conversationes per aevum continuatae sunt cum eodem Levante a quo nunc videatur opportunum nos defendi.

At ubinam gentium est Occidens? Quousque orbis orientalis extenditur? Et quid est Occidens? Dicitur nunc nihil futurum esse ut antea; tamen in hac atroci tempestate, necesse est ut Aristotelica "pathematon katharsis", sicut in tragoedia, efficiatur utque traditio e vinculis oblivionis alia alio modo semper in fieri servetur.

temi di ricerca

indici

colophon

archivio