"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

36 | ottobre 2004

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Nel tempio di Hestia

Recensione a: James Hillman, L'anima dei luoghi. Conversazione con Carlo Truppi, Rizzoli, Milano 2004

Daniela Sacco

A provocare il dialogo sull’anima dei luoghi è un luogo suggestivo per eccellenza perchè carico di memoria: Ortigia, cuore antico di Siracusa. Il progetto su “Le tecnologie di recupero per Ortigia” è l’occasione del confronto tra il filosofo-terapeuta chiamato alla cura della città e l’architetto detentore della techne. I due, nell’andirivieni tracciato da botta e risposta, attraversano con agilità i confini delle discipline e cuciono gli strappi del sapere frammentato.

Avevamo lasciato Hillman all’invocazione della necessità di una risposta estetica al mondo come azione politica (vedi la presentazione di James Hillman, Politica della bellezza, in Engramma n. 2), lo ritroviamo ora alle prese con una dimensione precisa d’intervento. La sensibilità filologica lo conduce all’etimo delle parole architetto/architettura per indagare sull’idea-radice che dà forma e senso ai termini: l’architetto è allora colui che “ha la capacità di eseguire, svolgere la techne delle archai”. Le archai orientano la disciplina come “principi fondamentali che governano il cosmo”, come “metafore radicali”, “modelli archetipici dei modi di operare, di costruire, di trattare le funzioni e gli spazi”. E la prima delle archai, il riparo, introduce una nuova divinità nel pantheon che costella il già affollato tempio analitico del filosofo della psiche: è Hestia, il nume tutelare del focolare domestico, protettrice della famiglia e dello Stato, divinità che introduce alla dimensione dell’’interno’ e dischiude a quella dell’’esterno’.

Se, nelle prime riflessioni di Hillman sull’esigenza di farsi sedurre dalla bellezza del mondo per uscire nella polis e attivarsi politicamente, la necessità di rompere con l’interiorità claustrofobica del personalismo psicologico richiede la demonizzazione dell’interiorità, ora, una nuova consapevolezza fa riconsiderare questa stessa interiorità.

Hestia è guida di questa re-visione, rivalutazione; come custode del focus interiore presiede al rituale del raccoglimento della coscienza, che non è però da intendersi come introspezione psicologica contrapposta all’attività politica; Hestia non conosce distinzioni tra pubblico e privato, tra interno ed esterno, tra sé e comunità. Il focus interiore è volto al guadagno dell’uscita; l’interno, deletteralizzato, è il luogo dei confini, della simbiosi con l’esterno; è la dimensione per cui la vita domestica appartiene alla città come la vita pubblica appartiene alla sfera privata.

La dimensione dischiusa da Hestia è quella del ‘luogo’ che precede e scavalca il dualismo implicito nella concezione di ‘spazio’, ossia il dualismo cartesiano che ha inaugurato il sistema delle scienze moderne distinguendo tra la res extensa: il mondo oggettivo regolato dalle leggi fisiche che presiedono all’estensione e al movimento, e la res cogitans: il puro intelletto che imprigiona nelle proprie logiche cogitazioni un’anima resa irriconoscibile. Quindi un’anima sottratta al mondo e un mondo trasformato in deserto, vuoto, identico, uniforme nella sua illimitata vastità. Nell’indifferenza dello spazio non c’è posto per le differenze, e per un’architettura senza luogo, figlia delle scienze moderne, è indifferente dove costruire: uno spazio vale l’altro, gli edifici possono essere costruiti in qualsiasi posto, sono esportabili, identici nei punti più distanti del globo.

Le distinzioni vengono recuperate nel momento in cui l’anima si riappropria del mondo, e il mondo si rianima; sono i daimones che tornando ad abitare il cosmo a dover evocare l’intervento dell’uomo e a guidare la modalità dell’intervento; i daimones restituiscono la memoria ai luoghi che, in virtù di essa, riacquistano un volto, una peculiarità, riacquistano la loro identità.

In questo senso l’architetto devoto a Hestia è servitore dell’anima del luogo. In consonanza a questa prospettiva sono anche le parole di K.W. Forster che, nell’intitolare la Biennale d’Architettura attualmente in corso, ha scelto il termine ‘Metamorph’ rilevando nelle tendenze attuali dell’architettura un processo di metamorfosi che prevede da una parte un cambiamento radicale, dall’altra un più forte ancorarsi alla memoria. La progressiva emancipazione dal modernismo responsabile di aver “accentuato il contrasto, il conflitto tra il luogo e l’edificio” procede al guadagno di una “architettura topografica” più concentrata, tra le varie componenti, sulla “relazione di luogo all'edificio, la natura del suo involucro, gli effetti interni ed esterni” (Kurt W. Forster, La mia Biennale, "Repubblica" 8 settembre 2004). 

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