"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

1 | settembre 2000

9788894840001

titolo

Madre della vita, madre della morte. Figure e Pathosformeln

Saggio interpretativo di Mnemosyne Atlas, Tavola 5

English abstract

a cura del Seminario Mnemosyne, coordinato da Monica Centanni e Katia Mazzucco, con la collaborazione di Sara Agnoletto, Maria Bergamo, Lorenzo Bonoldi, Giulia Bordignon, Claudia Daniotti, Giovanna Pasini, Alessandra Pedersoli, Linda Selmin, Daniela Sacco, Valentina Sinico

Materiali Tavola 5 | appunti di Warburg e collaboratori e didascalie

"La forma della raffigurazione è la possibilità che le cose
siano l'una all'altra nella stessa relazione che gli elementi
dell'immagine. L'immagine è così legata con la realtà:
giunge ad essa. Essa è come un metro apposto alla realtà.
Solo i punti estremi delle righe di graduazione
toccano l'oggetto da misurare".
Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus 2.151


Tre linee disegnano le aree tematiche principali, distribuite in fasce verticali sulla distensione della tavola: la Madre, Dioniso, Ade. La Madre, dea maga o mortale, potnia, potente signora dà la vita ma assiste anche alla morte del figlio. E di questa morte può essere causa: morte simbolica (la castrazione di Attis, figlio-paredro di Cibele) o morte reale (Penteo, Meleagro), può essere provocata involontariamente da un peccato di hybris (Niobe: la madre troppo orgogliosa che viene punita dalla divinità invidiosa; Agave) o può essere esecuzione diretta per mano materna (Medea, Altea). Nella tavola compaiono tutte le figure del mito di madri volontariamente o involontariamente, realmente o simbolicamente, assassine: Cibele, Niobe, Medea, Altea, Mirra, Agave. 


Dioniso è il dio che viene da lontano, che viene come straniero e porta il Dono dell'oblio di sé, dolce delirio della rinuncia al limite di identità, ebbrezza delle sacre orge in cui è possibile dimenticare se stessi: maschio e femmina, cacciatore e preda, assassino e vittima, riuniti nella figura doppia del sacrificio originario. Dioniso salva dalla luce del principium individuationis che ci ha dolorosamente strappato alla muta unità dell'originario. Il dio che muore, sbranato nello sparagmos rituale dai Titani mentre gioca con la sua immagine riflessa in uno specchio, si presenta con dolcezza ma, scatenando le sue menadi, punisce ferocemente chi non riconosce la sua epifania. E così i suoi avversari, sbranati dalle donne in preda all'enthousiasmos, diventano figure di Dioniso, fatti a pezzi in un sacrificio che ripete lo sparagmos originario e che solo onora il dio: Penteo, Licurgo, Orfeo, controfigure sacrificali della divinità offesa. Nella tavola compaiono, fissati nell'attimo della lotta o del sacrificio, tutte le figure principali che nel mito si oppongono al culto di Dioniso. La punizione del dio è affidata a donne: madri fatte menadi. In questo senso, scrive Warburg, "alla menade è stata assegnata la funzione culturale e politica di levatrice". 

Il tema del sacrificio dionisaco si interseca e si sovrappone al contesto funerario: o, per meglio dire, Dioniso confina con la morte e il suo profilo – maschera vuota – si confonde con quello di Ade. Recita il frammento di Eraclito: "Lo stesso dio sono Ade e Dioniso, per cui si scatena la follia e il delirio bacchico" (DK A 60). Dioniso – vita pulsante – contempla in sé naturalmente, per la sua essenza antinomica, l'orizzonte della morte individuale. La vitalità dolce e verde, cruda e spontanea, prelude all'abisso opaco e grigio di Ade: ma da quell'orrore, per il principio animale della rigenerazione, Dioniso promette un ritorno. Nella tavola compaiono allusioni a tutti i miti di ritorno dagli Inferi: dallo stagionale andirivieni dall’Ade di Kore/Proserpina, ai pochi personaggi del mito che tentano, o precariamente, riescono, a riemergere alla vita dall'inferno del niente almeno per qualche istante, per qualche ora. O periodicamente. Euridice, Adone, Alcesti, e Polidario, il primo acheo caduto a Troia riscattato dalla morte per un giorno dall'amore della sua donna. Questo intreccio tematico – caldo, cruento, violento – si plasma in formule di pathos che riemergono a distanza di secoli.

Scrive Warburg a proposito di Orfeo:

"La morte di Orfeo [in un'acquaforte rinascimentale] va considerata la realtà piena di autentico spirito antico: la composizione come si apprende da un confronto con pitture vascolari greche, si rifà senza dubbio a un'opera andata perduta che rappresentava la morte di Orfeo o forse quella di Penteo. Il tipico linguaggio gestuale patetico dell'arte antica che la Grecia aveva coniato per la medesima scena tragica interviene qui plasmando lo stile".

Il tema mitico si fa postura: soprattutto postura fobica. Perché nell'arte, ricorda Warburg, "interviene tutto il furore della passionalità fobica, sconvolta dal mistero religioso e impegnata a formare lo stile". Pathosformeln, quindi, della supplica, della disperazione e della afflizione ("la dolente" che tornerà nella memoria culturale d'occidente come gesto topico della malinconia). Ma anche la posa in tensione dell’energia trattenuta, prima del gesto omicida (Medea), la postura dell'aggressione (la menade) e del ratto violento (Ade); e poi il moto della fuga (Mirra), la posa aperta del sacrificio di una figura dilaniata, corpo già pronto allo sbranamento (Penteo); e infine il corpo abbandonato del morto (Meleagro, Polidario). Iniziata a Oriente, con l'immagine della dea madre che sta all'origine (il trono rupestre di Cibele), la tavola finisce in Occidente, "talamo di Ade", con l'immagine violenta del rapimento-stupro di Proserpina. Nell'incipit la fissità dell'icona, nell'explicit la violenza del movimento: che è vitale, prepotente, promessa di rigenerazione.

Relazioni con il pannello precedente e seguente

Considerando la molteplicità delle valenze di ogni immagine di questo Atlante, senza dimenticare che questi montaggi non sono unici e definitivi, si nota con evidenza l'intenzionale e necessaria peregrinazione di alcune figure da una tavola all'altra. Ai rapporti di distanza e di scarto, si intrecciano fili che indicano una certa consequenzialità nella successione delle tavole. Nell'intento di costruire progressivamente una mappatura delle migrazioni di soggetti e Pathosformeln di tavola in tavola, indicheremo qui, per ora, soltanto i nessi essenziali tra la tavola analizzata e le tavole contigue.

La tavola 5 ritrova nella tavola 4, tra la "ninfa estatico-maniacale" (4.1*) e il "dio fluviale in lutto depressivo" (4.6), la postura del morente, sorretto dai suoi salvatori nel caso di Prometeo (4.24); poi, ancora, nei soggetti della tavola precedente si rintraccia l'hybris punita di quest'ultimo e di Fetonte (4,7); così come è anticipato il tema del ratto negli episodi mitici di Deianira (4. 20) e delle Leucippidi (4. 22). Nella successiva tavola 6, invece, si protrae il tema del sacrificio con Polissena (6.2): l'aggressione e la posa della difesa, un ginocchio a terra, le braccia impegnate a respingere e liberarsi (la stessa postura della lotta tra Licurgo, Orfeo, Penteo e le menadi) si ripete nelle figure di Cassandra e Aiace (6.6), di Laocoonte e dei suoi figli (6.3). Si prolunga anche l'eco del contesto funerario, nelle immagini della Danza dei morti (6.5) e dell'Ipogeo dei Fratelli (6.13); persiste il tema della Madre con Iside (6.16) e Cibele (6.14), ancora divinità in viaggio da Oriente verso Occidente.

*La numerazione delle singole riproduzioni contenute nelle tavole fa riferimento alla numerazione dell'edizione dell'Atlante, Wien 1994.

English abstract

In Mnemosyne's plate 5, the ancient repertoire of emotional precoinages of panic, defense, fury is embodied in mythical female figures starting from Cybele, the archetypal mother. In this panel the emotive formula of the fleeing woman is embodied by the Niobides and Myrrha. Plate 5 displays the images of both the dispossessed mother (Niobe) and the murderous mother (Medea), in her double-edged attitude of frenzy and self-restraint. Frenzied mothers and women are prominent figures in this montage, presented as Maenads in Pentheus' and Orpheus' myths. Plate 5 also introduces the theme of the descent to the underworld in exemplary mourning scenes for the death of Alcestis, Protesilaos, Meleager, and in the scene of the rape of Proserpina. All of these themes and figures are evoked as ‘ghost-images’ in the following plates of the Atlas, as 'revenants' from Antiquity to Renaissance art.

temi di ricerca

indici

colophon

archivio