"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

134 | marzo 2016

9788898260799

titolo

Machiavelli lettore di Lucrezio

Sergio Bertelli, con una Nota introduttiva di Monica Centanni

§ Monica Centanni, Una scoperta di Sergio Bertelli: Machiavelli lettore di Lucrezio. Nota introduttiva
§ Sergio Bertelli, Noterelle machiavelliane: un codice di Lucrezio e Terenzio (1961)
§ Sergio Bertelli, Ancora su Machiavelli e Lucrezio (1964)

Una scoperta di Sergio Bertelli: Machiavelli lettore di Lucrezio

Nota introduttiva alla riedizione dei due saggi sul Vat. Ross. 844 (Bertelli 1961; Bertelli 1964)

Monica Centanni

Nei primi decenni del ‘400 gli umanisti italiani sono impegnati in un ludus collettivo, intricato e appassionante: l’esplorazione delle biblioteche – italiane, bizantine, tedesche, francesi, fino all’Inghilterra e all’Europa del nord – alla ricerca di opere perdute di autori antichi. Memorabile la “partita di caccia” promossa da Poggio Bracciolini, segretario papale, nelle more del Concilio di Costanza (1414-1418): nel corso delle avventurose esplorazioni nei monasteri di area germanica (in cui sarà recuperata fra l’altro l’Institutio Oratoria di Quintiliano) Poggio Bracciolini rintraccia, nel 1417, in un monastero dell’Alsazia, un manoscritto contenente il De rerum natura di Lucrezio. In una lettera all’amico veneziano Francesco Barbaro, Poggio scrive:

“Lucretius mihi nondum redditus est, cum sit scriptus. Locus est satis longiquus, neque unde aliqui veniant. Itaque expectabo quoad aliqui accedant qui illum deferant: sin autem nulli venient, non praeponam publica privatis”.

Dall’epistola si deduce che Poggio ne praeponeret publica privatis non si trattenne nel convento per leggere e copiare personalmente il testo, ma affidò il compito a un copista locale. Appena avuto l’esemplare, lo aveva mandato a Niccolò Niccoli ché provvedesse a trascriverlo. In tre lettere datate alla primavera del 1425, e poi di nuovo nel settembre 1426, e ancora nel 1429, Poggio richiede insistentemente a Niccoli la restituzione dell’esemplare, reclamando il “suo” Lucrezio e rimproverando all’amico di averlo trattenuto per ben dodici anni (in un passaggio esagera e scrive “quattuordecim”) senza dargli neppure il tempo per finirne la lettura. Non è chiaro se Niccoli avesse restituito una prima volta il prezioso esemplare a Poggio (che poi gliel’avrebbe prestato di nuovo), o se lo avesse trattenuto presso di sé per tutti quei lunghi anni. Sta di fatto che le notizie che ricaviamo dalla corrispondenza con gli amici umanisti ci consentono di ricostruire le vicende della prima circolazione dell'opera lucreziana, paradigmatiche per le modalità della comunicazione sui testi ritrovati, della copiatura e della circolazione degli esemplari, della bella gara fra gli studiosi in concorrenza fra loro per recuperare, prima degli altri, la propria copia e poi metterla a disposizione degli amici corrispondenti.

L’esemplare trascritto per Poggio è perduto, ma dalla copia del Niccoli, ora conservata alla Biblioteca Laurenziana di Firenze (Laur. XXV, 30) deriva tutta la famiglia dei codici Italici, uno dei due rami in cui è divisa la tradizione del testo di Lucrezio.

Nei decenni successivi si moltiplicano le trascrizioni dell’opera e il successo aumenta con l’affermarsi della nuova tecnologia delle riproduzioni a stampa: l’importante edizione aldina datata al 1500, curata da Geronimo Avancius, si colloca al centro di una fortuna editoriale che vede, dopo l’editio princeps di Brescia (1471), rincorrersi le edizioni di Verona (1486), Venezia (1495, stampata da Theodorus de Ragazonibus con emendamenti di Giovanni Pontano), Bologna (1511), Firenze (1515: una ricognizione sulle edizioni, manoscritte e a stampa, del testo di Lucrezio, a partire dalla copia del Niccoli è in Brown [2010] 2013, 127-131).

In una prima fase l'opera di Lucrezio è oggetto, da parte degli umanisti, di un entusiasmo squisitamente letterario ed erudito; in parallelo va il successo della riscoperta della filosofia epicurea, anche grazie al recupero da Costantinopoli di un manoscritto delle Vite dei filosofi di Diogene Laerzio (che contiene anche la Vita di Epicuro), già nel 1433 tradotte in latino da Ambrogio Traversari, in una versione che, a contare il numero di copie superstiti, ebbe una notevole diffusione.

Per quanto riguarda il ruolo del De rerum natura nella cultura del Rinascimento fiorentino, dobbiamo a un recente studio di Alison Brown la sottolineatura dell’importanza dell'opera, in un senso tutto particolare. A Firenze, a cavallo tra XV e XVI secolo, il pensiero di Lucrezio, recepito e promosso grazie all’opera pionieristica di Marsilio Ficino e poi di Bartolomeo Scala (Brown [2010] 2013, 33-ss.), è rivalutato non tanto per l’eccezionale qualità letteraria dell’opera e neppure per l’aspetto strettamente filosofico dei suoi contenuti, quanto piuttosto per la novità e il significato sovversivo delle sue idee.

In questo senso, Lucrezio a partire dal 1494, è al centro dell’“interesse di giovani fiorentini che, appartenenti a famiglie inimicatesi ai Medici, trovarono [in questo autore] una voce per esprimere il proprio anti autoritarismo”. E, al centro di questo circolo di intellettuali, c’è una figura tutta da studiare sotto questo rispetto: “Lorenzo [di Pierfrancesco] e il fratello Giovanni [che] promisero una cultura alternativa al fine di rimpiazzare l’idealismo platonizzante degli spodestati cugini” (Brown [2010] 2013, 14; 18).

È in questa cornice che va inscritta l’importantissima scoperta di Sergio Bertelli che nel 1961 riconobbe la grafia di Machiavelli in un codice che contiene una trascrizione del De rerum natura, ora conservato presso la Biblioteca Vaticana. Si tratta del Rossianus 884 che contiene, oltre all’opera di Lucrezio, una trascrizione dell’Eunuchus di Terenzio (importante per certificare il debito diretto che il teatro machiavelliano ha con la commedia latina: sul punto cruciali gli studi e la lettura dei testi teatrali di Machiavelli di Pasquale Stoppelli, in particolare Stoppelli 2005; Stoppelli 2014). 

Così scrive Alison Brown che, a distanza di cinquant’anni dal saggio di Bertellli, ha rilanciato l’importanza della scoperta all’attenzione degli studiosi:

“L’influenza di Lucrezio su Machiavelli è stata finora sottovalutata. Sebbene Sergio Bertelli abbia scritto per primo, nel 1961, sulla trascrizione fatta da Machiavelli di una copia del De rerum natura [...] solo con estrema lentezza gli studiosi ne hanno riconosciuto l’importanza ai fini di una piena comprensione del pensiero di Machiavelli. [...Machiavelli] non fa mai il nome di Lucrezio e raramente lo cita. Pertanto, senza sapere che Machiavelli aveva copiato l’intero testo di suo pugno, sarebbe difficile riuscire a rintracciare l’influenza di Lucrezio sul suo modo di vedere le cose e sulla sua filosofia. Eppure è evidente che l’esperienza di copiatura e commento al poema influenzò significativamente l’atteggiamento scettico e razionale di Machiavelli” (Brown [2010] 2013, 77).

La lettura, attenta e puntuale – quale deve essere stata la lettura finalizzata alla copiatura e al commento – che Machiavelli compie sul testo lucreziano è tanto più rilevante se si presta attenzione, come Alison Brown ci invita a fare, alla possibile datazione della trascrizione, nel quadro della biografia di Niccolò:

“Il 1497 è [...] l’anno in cui si presume che Machiavelli abbia trascritto la sua copia del De rerum natura, quando aveva tempo a disposizione, non essendo ancora entrato in Cancelleria, cosa che avvenne l’anno successivo. Si tratta, quindi, di uno dei primi testi – esclusi i libri che si trovano nella biblioteca paterna – che siamo certi abbia letto” (Brown [2010] 2013, 78).

Accanto alla prima decade delle Storie di Livio, oggetto del commento puntuale dei Discorsi, Lucrezio (con Terenzio) è quindi il solo autore antico per il quale abbiamo la prova oggettiva di una lettura attenta e diretta da parte di Machiavelli. Con tutta probabilità l’interesse per Lucrezio insorse in Niccolò per merito della lezione di Marcello Adriani, il successore alla cattedra di Poliziano che, proprio prendendo spunto dal De rerum natura, aveva tenuto la sua lezione inaugurale nello Studium fiorentino, il 24 ottobre 1494 (Brown [2010] 2013, 55-77; 78-79; Giorgini 2014, 109).

Ma qual è la lezione che Machiavelli trae da Lucrezio?

Si riconosce unanimemente una precisa eco lucreziana nella figura della via non “ancora da alcuno trita” sulla quale, nell’Incipit dei Discorsi, Niccolò dichiara che muoverà i suoi passi:

“Spinto da quel naturale desiderio che fu sempre in me di operare senza alcuno respetto quelle cose che io creda rechino comune benefizio a ciascuno, ho deliberato entrare per una via, la quale, non essendo suta ancora da alcuno trita, se la mi arrecherà fastidio e difficultà, mi potrebbe ancora arrecare premio, mediante quelli che umanamente di queste mie fatiche il fine considerassino” [c.vo mio].

Il passo lucreziano chiamato in causa come testo ispiratore è De rerum natura I, vv. 924-927:

“Nec me animi fallit quam sint obscura / sed acri
percussit thyrso laudis spes magna meum cor et simul incussit suavem mi in pectus amorem
/ Musarum, quo nunc instinctus mente vigenti / avia Pieridum peragro loca nullius ante
trita solo” [c.vo mio].

Non sfugge al poeta quanto la materia sia oscura (nec me animi fallit quam sint obscura), ma orgogliosamente, entusiasticamente, afferma di essere stato colpito dal tirso dionisiaco e, infiammato il cuore, percorre gli impervi sentieri delle Muse (avia Pieridum peragro loca), mai prima d’ora segnati dal passo di un uomo (nullius ante trita solo).

Anche se la mutuazione non fosse diretta, si tratta di una ispirazione che Machiavelli certamente condivide con Lucrezio e che non è solo retorica ma concettuale: è il coraggio dell’intellettuale che non solo non teme l’esplorazione di avia loca ma è attratto e orgogliosamente eccitato all’idea di dover tracciare la sua nuova strada – la sua methodos che coincide con il suo discorso – nel territorio dell’impervio, e così rivendica la possibilità di cogliere un’altra trama, prima cifrata, del mondo e di portarla a espressione.

Da un punto di vista generale, più che i nuclei squisitamente teorici – fra i quali, in primis, la riscoperta della filosofia epicurea – sono soprattutto le implicazioni etiche e politiche del pensiero lucreziano a dare spunti a Machiavelli e, prima e assieme a lui, alla vivace élite dei giovani fiorentini, mercanti e intellettuali, che del De rerum natura fanno una sorta di ‘manifesto di partito’: la visione della potenza erotico-vitale dell’alma Venus; la critica a ogni forma di religio e il conseguente contrasto alla paura di sanzioni e alla speranza di ricompense nell’Aldilà; l’idea di un possibile processo di civilizzazione dei popoli, idea che, calata nella congiuntura storica della scoperta del Nuovo Mondo, innesca aperture e orizzonti di pensiero tutti da esplorare; la teoria generale dell’atomismo antico, nella versione che mette al centro della dinamica vitale delle particelle l’idea del clinamen – la possibilità che ogni atomo devii, anche leggermente, nel suo corso e nel suo moto, provocando con la nuova traiettoria collisioni impreviste e dando così origine a diversi disegni del mondo. In questo senso Machiavelli, seguendo la lezione di Adriani (Brown [2010] 2013, 79), è pronto a riconoscere con Lucrezio che il mondo non è condannato all’identità e all'immutabilità come vorrebbero “quegli filosofi che hanno voluto che il mondo sia stato eterno” (Discorsi II, 5), ma muore e rinasce, e perciò è – può essere – sempre nuovo.

Proprio dalle note di commento al Lucrezio si può cogliere come Machiavelli sottolinei “l’associazione istituita da Lucrezio tra deviazione e libero arbitrio “ (Brown [2010] 2013, 81). In un passaggio del De rerum natura Lucrezio allertava l'intelligenza a non cedere all'idea che il mondo possa essere immobile e immutabile:

"Si cessare putas rerum primordia / cessandoque novos rerum progignere motus, / avius a vera longe ratione vagaris".
"Se credi che gli elementi primordiali possano stare fermi, e nell'immobilità far nascere nuovi moti dei corpi, sei molto lontano dalla verità"
(De rerum natura II, vv. 80-82).

Il passaggio va collegato a un altro, più avanti nello stesso libro II:

"Denique si semper motu conectitur omnis / et vetere exoritur motus novus ordine certo / nec declinando faciunt primordia motus / principium quoddam, quod fati foedera rumpat, / ex infinito ne causam causa sequatur, / libera per terras unde haec animantibus exstat, / unde est haec, inquam, fatis avolsa voluntas, / per quam progredimur quo ducit quemque voluptas, / declinamus item motus nec tempore certo / nec regione loci certa, sed ubi ipsa tulit mens?" 
"Ma allora: se ogni moto è collegato agli altri, e il nuovo moto sorge dal vecchio moto in un ordine certo, e se i nuclei primordiali inclinandosi non determinano un inizio di movimento che infrange le leggi del destino, così che dall'infinità del tempo causa non consegua a causa, da dove ha origine su tutta la terra per i viventi, il libero arbitrio, sotratto al fato e in forza del quale andiamo dove il piacere ci porta, e incliniamo il nostro moto non in un momento o in un luogo preciso, ma verso dove la nostra stessa mente ci porta?"
(De rerum natura II, vv. 250-255).

Machiavelli commenta a margine :

"Motum varium esse et ex eo nos libera habere mentem" [vedi la pagina con l'appunto di pugno di Niccolò: Vat. Ross. 844, f. 25r].

Nella varietà del moto degli atomi, ovverossia dalla variante dei profili del mondo implicita nell’idea stessa di clinamen, sta la nostra possibilità di avere una libera mens: la libertà di essere noi stessi – non solo gli atomi di cui siamo composti – liberi dall’influsso di un destino predeterminato.

Come ben vede Alison Brown, tracce come questa suggeriscono “come Lucrezio possa fornire l’anello mancante per la comprensione della filosofia di Machiavelli” (Brown [2010] 2013, 81). Scelgo soltanto altri due esempi, significativi della qualità dei marginalia machiavelliani. Accanto al passo lucreziano:

“Nec stipata magis fuit umquam materiai / copia nec porro maioribus intervallis; / nam neque adaugescit quicquam neque deperit inde”.
"La massa della materia non fu mai più densa di ora, e neppure fu mai più disaggregata con maggiori diradamenti; non c'è niente che la faccia crescere o deperire, che da essa stessa provenga"
(De rerum natura II, 294-296).

troviamo appuntata la notazione sapienziale:

“Nil esse densius aut rarius principio”.
"Non c’è niente che sia più denso o più rarefatto dell’inizio" [vedi la pagina con l'appunto di pugno di Niccolò: Vat Ross. 884, f. 26r]. 

A margine della visione dei corpuscoli che danzano nel fascio di luce che entra nella penombra della stanza, nel vortice in cui le particelle si scontrano in "contrasti e battaglie, congiungimenti e rotture" (De rerum natura II, vv. 115-115). Ed è un filosofo, fisico e poeta – che fa a gara sullo stesso piano filosofico e poetico con il filosofo e poeta antico – lo scriba che annota, icasticamente:

“Simulachrum principiorum”.
"Una parvenza dei primi principi" [vedi la pagina con l'appunto di pugno di NiccolòVat Ross. 884, f. 22v]

Sul piano teorico e concettuale, alla teoria del clinamen fa da contrappunto la svalutazione dell’idea di una divina Provvidenza che ordinerebbe il mondo, ne governerebbe le sorti e sorveglierebbe, secondo i suoi misteriosi disegni, i destini degli uomini. Il posto della Provvidenza è occupato da Fortuna, anch’essa imprevedibile e incostante, ma sulla quale l’uomo, se è sapiente, può intervenire attivamente, agendo non tanto sugli influssi degli astri (che sono un dato fisico oggettivo), quanto piuttosto lavorando su se stesso. Così il pensiero di Machiavelli è riassunto in un passaggio di una lettera che gli invia Bartolomeo Vespucci:

“Sententia tua verissima dicenda est, cum omnes antiqui uno ore clament sapientem ipsum astrorum influxus immutare posse, non illorum cum in eternis nulla possit cadere mutatio; sed hoc respectu sui intelligitur aliter et aliter passum ipsum immutando atque alterando” (Lettera di Bartolomeo Vespucci a Machiavelli, ed. Martelli 1971, 1504-1506, n. 88).

Altrove Machiavelli aveva descritto Fortuna come una figura potentissima e nel contempo sommamente volubile, verso la quale l’uomo sarebbe impotente e passivo (v. in "Engramma", il "ghiribizzo" Di fortuna, dedicato a Giovan Battista Soderini). Ma nella lettera dell’amico Vespucci, astronomo all’Università di Padova, secondo l’andamento programmaticamente dialettico del suo pensiero, Niccolò ci consegna un altro profilo di Fortuna che afferma aver derivato dagli Antichi che la conclamerebbero uno ore. Con il potente influsso di Fortuna si può trattare purché si sia capaci di intervenire su se stessi, “adattandosi ora in questo modo ora in quell’altro”. Proprio questa idea di una possibilità di intercettare e correggere, in forza di virtù, i capricci di Fortuna, preclude qualsiasi possibilità di identificazione di Fortuna con l’ineffabile (e intrattabile) Provvidenza divina che ordina il mondo.

È l’idea che bisogna, sempre, “tentar la fortuna”: ovvero metterla alla prova, sedurla, riconquistarla, mettendosi in un’altra postura rispetto a quella con la quale abbiamo fallito: “come la fortuna si stracca [...] bisogna riacquistarla con un altro modo”.

Tutto questo – e molto altro ancora – abbiamo da studiare anche soltanto leggendo e interpretando i marginalia di Machiavelli sulle pagine del manoscritto vaticano. E l'esistenza positiva di questo nesso tra Machiavelli e Lucrezio la dobbiamo alla scoperta di Sergio Bertelli.

"Finis. Nicolaus Maclavellus scripsit foeliciter": così si legge al fol. 133v del Vat. Ross. 844. Nonostante le critiche e la diffidenza, poi ritrattata, di altri studiosi (Ridolfi 1963; Ridolfi 1968), Sergio Bertelli – da grande storico che si muoveva, sempre, scrupolosamente e filologicamente, seguendo le tracce del personalissimo clinamen di una sua tesi – ha avuto fiducia nell'impronta di Niccolò Machiavelli che aveva riconosciuto in trasparenza, sotto il primo aspetto, uniforme e omologato, di una comune grafia umanistica. Così Niccolò è stato sorpreso, a distanza di oltre cinquecento anni, nell'atto di leggere e chiosare – altrettanto scrupolosamente e filologicamente – il suo Lucrezio.

Il manoscritto Vat. Ross. 844 è integralmente consultabile grazie al facsimile digitale messo a disposizione dalla Biblioteca Vaticana.

Riferimenti bibliografici

Brown [2010] 2013
A. Brown, Machiavelli e Lucrezio, tr. it. Firenze 2013.

Giorgini 2014
C. Giorgini, Machiavelli e i classici, in G.M. Chiodi, R. Gatti, La filosofia politica di Machiavelli, Milano 2014, 102-123.

Ridolfi 1963
R. Ridolfi, Del Machiavelli, di un codice di Lucrezio e d'altro ancora, "La Bibliofilia" 65, 1963, 249-259.

Ridolfi 1968
R. Ridolfi, Erratacorrige machiavelliano, "La Bibliofilia" 70, 1968, 137-141.

Stoppelli 2005
P. Stoppelli, La "Mandragola": storia e filologia. Con l’edizione critica del testo secondo il Laurenziano-Redi 129, Roma 2005.

Stoppelli 2014
P. Stoppelli, Mandragora in Enciclopedia Machiavelliana 2014.

Noterelle machiavelliane: un codice di Lucrezio e Terenzio

"Rivista storica italiana" 73, 1961, pp. 544-553

Sergio Bertelli

Il codice vaticano Rossiano 884, contenente una copia cinquecentesca del lucreziano De rerum natura e dell’Eunuchus di Terenzio, ci sembra chiaramente di mano di Niccolò Machiavelli.[1]

Rilegato in tutta pelle marrone nel secolo XIX, con fregio a secco al centro dei piatti e doppia inquadratura ai bordi, con un disegno che è identico per tutti i testi della biblioteca del cav. Gian Francesco Rossi († 1854), figlio dell’archeologo Giacomo, e sposo della vedova duchessa di Sassonia Luisa Carlotta di Borbone, reca sulla costa la dicitura – parzialmente inesatta – in alto: T. Lucretii C. De natura rerum - P. Terentii Phaedra. Comoedia; in basso: Autographus N. Maclaveli. Nell’interno il codice si presenta ancora intatto, senza rifiniture ai bordi, quindi nel suo formato originale di cm. 14,5 x 10.

I primi cinque fogli di ognuno dei quinterni che lo compongono sono numerati dal Machiavelli, a destra in basso del recto, con una doppia numerazione progressiva: alfabetica per quinterno, e in cifre romane per i fogli di ogni quinterno (da uno a cinque). In questo modo sono numerati i quinterni: a, b, c, d, e, f, g, h, i, k, l, m, n, o, p, q, per un totale di centosessanta fogli, di cui restano in bianco gli ultimi sei. Rimangono fuori da questa numerazione il primo foglio del codice, che reca al centro in alto l’intestazione: Titus Lucretius poeta Romanus De rerum principiis libri sex, e il foglio seguente, sul quale una mano diversa più minuta, anch’essa cinquecentesca, ha indicato: N. 19/ librorum quos in biblioteca habeo. Questa mano è la medesima che ha apportato alcune correzioni alla copia del Machiavelli. Sul retro di questo stesso foglio è copiata la citazione dal Chronicon eusebiano di san Girolamo, con la leggenda della composizione del poema e del suicidio del suo autore.

L’intero codice è stato numerato a matita in tempi recenti; in numeri romani i primi due fogli, arabi i restanti, da l a 187. I fogli da 154 in fine sono bianchi. Tra il foglio numerato I e il foglio numerato II è rilegato un foglietto di carta assai sottile e translucida, con il ricalco delle ultime righe della lettera di Niccolò Machiavelli dell’8 marzo 1497/98, forse per un confronto delle due grafie, della lettera autografa e del codice.

La carta del codice è di due tipi, leggermente diversi per pesantezza, ma ugualmente ruvidi e con filigrana simile per disegno: un’aquila incoronata ad ali spiegate, alta cm. 6 circa. Nei fogli più spessi le ali del rapace si presentano di lunghezza uguale, con le penne disegnate molto nettamente,

anche ai due lati superiori (una per lato, e cinque perpendicolari, verso il basso del foglio).[2] Nell’altro gruppo di fogli, meno ruvidi e spessi, le ali scendono lisce ai due lati esterni, si hanno solo quattro penne perpendicolari, l’estremità dell’ala destra risulta più lunga di quella dell’ala sinistra, giungendo sin quasi all’altezza delle unghie della zampa destra.[3] Ora, secondo le indicazioni del Briquet, la prima filigrana si ritrova in Firenze nel 1501 (altra, identica, a Pisa, 1513); una variante della seconda filigrana (con cinque penne, di cui una appena accennata nell’ala destra), si ritrova sempre in Firenze con la data dubitativa 1507 (ma altra variante, simile, è datata Firenze, 1494). Si tratta, come si legge, di date oscillanti tra la fine del sec. XV e i primi anni del sec. XVI.

Il testo del poema lucreziano inizia al f. 1 (numerazione Machiavelli: f. a), e continua senza interruzione sino al f. 133 v° (numerazione Machiavelli: f. o iii v°). In fine è la dicitura – posteriormente cancellata per dispregio, ma ancora facilmente leggibile – Nicolaus Maclavellus scripsit foeliciter. Segue alla pagina seguente la copia dell’Eunuchus, la cui descrizione lascio qui all’amico Franco Gaeta.

Quanto alla grafia del codice, per la parte che riguarda la copiatura del Lucrezio, esso può riportarsi al facsimile pubblicato dal Gerber e datato 1499.[4] Data che concorda con quelle delle due filigrane della carta.

La scoperta di un codice posseduto da Niccolò Machiavelli, anzi da lui stesso copiato, e comprendente il De rerum natura e l’Eunuchus, acquista senza alcun dubbio un particolare valore e può essere, anche, un primo contributo alla ricostruzione della biblioteca dei Machiavelli, di cui già abbondanti tracce è dato trovare nei minuziosi Ricordi di messer Bernardo, recentemente editi per la prima volta dall’Olschki;[5] specie se altri ritrovamenti potranno accadere in futuro, dopo questo promettente inizio.

Non si conoscono, infatti, sino ad oggi, altri testi che siano stati posseduti con certezza dalla famiglia di messer Bernardo Machiavelli, oltre questo proveniente dalla biblioteca Rossiana. Incerta è l’attribuzione di proprietà di un codice londinese, già della biblioteca del reverendo Charles Burney (British Museum, Burney 274), data invece sicura da quel catalogo.[6] Si tratta di un codice membranaceo miniato, tipicamente umanistico, e contenente l’opera virgiliana. Le uniche note di possesso che si riscontrano su di esso: uno stemma al f. 59, dove inizia l’Eneide, quadripartito, con due quarti a scacchiera e due crociati, alternati. Le croci, azzurre su fondo argento, recano agli angoli quattro chiodi. Sono inoltre presenti tre firme: rispettivamente di un Antonius Alamannus, di un Hermannus Alamannus Reatinus – nel recto e nel verso del primo foglio – e di un Angelus Alamannus, nel recto del secondo foglio. Sempre nel recto del secondo foglio si riscontra una ultima nota di appartenenza: PAULI AMICORUMQ, spiegata nel verso: P. VIRGILIUS Maro, Pauli Manutii adnotationes.

Ora lo stemma dei Machiavelli, come è noto, era una croce d’argento in campo azzurro. La croce recava quattro chiodi – mali clavelli! – agli angoli, e uno al centro. Che manchi il chiodo al centro della croce, e che i colori araldici siano invertiti nello stemma del codice londinese non ci sembra una variante troppo grave. L’osservazione di fondo è altra, e cioè come ci si trovi dinanzi ad uno stemma composito, nel quale entrano anche le armi dei Machiavelli. Non abbiamo individuato a chi appartengano le armi disegnate nel secondo e terzo scomparto, ma basta qui la constatazione che lo stemma indica l’appartenenza del codice non già ai Machiavelli, ma ad un ramo collaterale (oppure un dono di nozze?).[7]

In base alle attuali conoscenze, chi volesse dunque cominciare a ricostruire la biblioteca dei Machiavelli non avrebbe che da ricorrere ai Ricordi di messer Bernardo. In essi il carattere delle letture del padre del Segretario fiorentino risulta abbastanza preciso, e nulla impedisce di credere che dei tanti libri avuti in prestito da conventi e privati, egli non avesse presa copia, invogliando così il figliolo a seguire l’esempio paterno.

Tra le opere di autori classici primeggia il ciceroniano De officiis, avuto in prestito dal convento di Santa Croce e restituito da messer Bernardo nel settembre 1475,[8] e nuovamente ottenuto in prestito quattro anni dopo, assieme ad altre “operette di Tullio, in forma”, cioè a stampa, questa volta da un certo Giovanni di Francesco. Sempre di Cicerone, le Philippicae restarono in casa Machiavelli “più anni”, sinché vennero restituite al loro legittimo proprietario, Francesco Casavecchia, il 20 agosto 1477. Restituito quel manoscritto, messer Bernardo si affrettò a prendere in prestito un’altra opera, e questa volta la scelta cadde sull’Italia illustrata del Biondo, anch’essa manoscritta, benché la sua pubblicazione a stampa risalisse a tre anni addietro.[9] Sempre di Cicerone non mancano, infine, un De Oratore avuto in prestito da uno “Zanobi cartolaio” nel dicembre 1480, e la Rhetorica Nova, fornitagli per alcuni giorni da un “Matteo cartolaio”, in quello stesso mese.[10] Di Aristotele messer Bernardo ebbe in mano il codice miscellaneo del convento di Santa Croce segnato Plut. XI sin. 3,[11] restituito nel 1475; l’Etica nicomachea, prestatagli nel 1479 e il commento ad essa di Donato Acciaiuoli, offertogli in vendita dal libraio Bartolomeo Tucci nel febbraio 1482.

Il Compendium historiarum ex Trogo Pompeio excerptarum di Giustino fu prestato a messer Bernardo “più settimane” nel 1480, da un vicino di casa. La Novella super sexto Decretalium di Giovanni Andrea, prestata da Niccolò di Lorenzo Lorenzi nel 1476, fu restituita da Bernardo Machiavelli nel gennaio dell’anno seguente.

Tra i libri comprati figurano una copia del Decretum Gratiani, “in carta di bambagia fatto in forma nella Magna” e pagato nel 1475 “fiorini sei larghi”;[12] la Lectura super quinque libros Decretalium di Niccolò de’ Tedeschi panormitano, acquistata nel 1477 e data a legare assieme alla Novella super sexto di Giovanni Andrea e alle Quaestiones Mercuriales super regulis iuris dello stesso autore, il 21 giugno 1486;[13] il De arte grammatica di Prisciano, acquistato in un’edizione veneziana, nel 1481;[14] il Codex e le Institutiones giustinianei, le Autenticae, il De feudis, più le Extravagantes di Enrico VII, in un’edizione veneziana comprata il 26 agosto 1485, assieme alle Historiarum Romanarum decades del Biondo;[15] infine le Decades liviane, complete delle loro periochae.[16]

Non è dato sapere, per l’opera liviana, di quale edizione si trattasse; se non fosse, cioè, proprio quella promessa da Niccolò di Lorenzo della Magna, libraio in Firenze, a compenso dell’indice dei luoghi che messer Bernardo si impegnò a compilare il 22 settembre 1475. Il lavoro fu condotto a termine il 5 luglio dell’anno seguente, ma non risulta se l’opera fu poi edita, come era nelle intenzioni di Niccolò della Magna. Ma il discorso ci porterebbe troppo lontano, e basti qui invece l’aver constatato la frequenza con cui Bernardo Machiavelli otteneva in prestito libri e manoscritti, talvolta per periodi di tempo assai rilevanti, da privati e da conventi fiorentini.

A maggior ragione ciò non doveva essere difficile al figlio, e dovremo dunque immaginarci il Segretario fiorentino, tutto preso dagli impegni della sua carica in Palazzo vecchio, copiare pazientemente – in quegli stessi anni – il De rerum natura e l’Eunuchus. Da un manoscritto o da un’opera a stampa?

Di edizioni lucreziane, prima del Machiavelli, si erano avute quelle

– di Brescia, del 1475 circa, “Thoma Ferando auctore” (Reichling-Hain, n. 10281);
– di Verona: T. Lucreti Cari poetae philosophici antiquissimi de rerum natura..., “Paulus hunc impressit Fridenperger in Verona. Qui genitus est in patavia alae magnae. Ab incarnatione christi Mcccclxxxvi, Die vigesimo octavo septembris calen. octobris” (Hain, n. 10282);
– di Milano, del 1491, “cum commentario Omniboni Leoniceni” (Hain, n. 10286);
– quindi l’altra “per theodorum de ragazonibus de asula dictum bresanum”, Venetiis, 1495 (Hain, n. 10283), ristampata a Venezia nel 1500;
– infine una seconda edizione veneziana, questa volta “curante Hieronymo Avancio”, uscita anch’essa nel 1500 (Hain, n. 10285).

Edizioni tutte superate dalle più corrette e meritatamente famose di Giovan Battista Pio, In Carum Lucretium poetam commentarij..., Bologna, 1511; di Pietro Candido, rettore di S. Maria degli Angeli, uscita a Firenze “sumptibus Philippi Giuntae bibliopolae, anno salutis MDXII mense martio”; e del Navagero, “Venetiis, in aedibus Aldi et Andreae soceri, mense januarii MDXV”.

Quanto ai codici, sarà qui appena il caso di ricordare i nove codici laurenziani (il nono, Conventi soppressi, 453 non è ricordato da nessun commentario lucreziano, pur essendo un testo del sec. XV). Altrettanti codici del De rerum natura si ritrovano a Roma: otto presso la Biblioteca Apostolica Vaticana; uno presso la Biblioteca Nazionale (Vitt. Em. O 35), proveniente dal convento di S. Onofrio. Segnaliamo infine che un’altra copia quattrocentesca vaticana (Ottoboniano Lat. 2834) risulta perduta da antica data. Ma per un’informazione dettagliata su tutti questi manoscritti (meno naturalmente l’Ottoboniano e il laurenziano Conv. soppressi) basti qui rinviare all’ampio studio di W. A. Merrill, The italian manuscripts of Lucretius, University of California, Publications in Classical Philology, vol. 9, nn. 2, 3, 4, 9 (1926-28 e 1929), il quale integra e completa il precedente studio di C. Hosius, Zur italienischen Überlieferung des Lucrez, “Rheinisches Museum”, LXIX (1914), pp. 109-122.

Da quale dunque, di tanti testi, è stata presa la copia machiavelliana? Dal gruppo dei codici scarteremo subito quelli romani; non soltanto il Vitt. Em. O 35, che si interrompe al libro V, v. 358, mentre la copia del Machiavelli è integrale, ma anche i codici vaticani, che presentano sensibili varianti rispetto al nostro codice.

Così, ancora, scarteremo dal gruppo delle edizioni a stampa gli incunaboli, da quello bresciano del 1473 sino a quello veneziano del 1500, perché anch’essi presentano troppo frequenti varianti nei confronti della copia machiavelliana. Allo stesso modo dovremo escludere l’edizione del Pio e l’altra del Navagero, nonché quella fiorentina del Candido (il quale l’aveva approntata servendosi delle lezioni e degli appunti lasciati dal Marullo), benché quest’ultima appartenga molto probabilmente alla medesima lezione da cui è stata tratta la copia dell’attuale codice rossiano.

Notiamo, inoltre, che il Machiavelli ha posto, dopo l’explicit del primo libro e l’incipit del secondo l’indicazione: “Sarcos eos id est sarcos eustates cataschema”, cioè la trascrizione in caratteri latini, per giunta non capita, del titolo del primo capitoletto del secondo libro. È questo l’unico caso, in tutto il codice, in cui venga registrato un titolo di paragrafo ed esso serve, tra l’altro, a dirci che il Machiavelli – almeno fino a questa data – era del tutto digiuno di greco. La stessa mano che in testa al codice, al di sotto della sua numerazione, aveva registrato la nota di possesso (cfr. supra), ha qui tradotto la frase in latino, scrivendo carnis in corrispondenza del primo sarcos, e tranquilla constitutio sotto le ultime due parole. Inutile aggiungere che di tutto ciò non vi è traccia nelle edizioni a stampa sopra ricordate.

Scartati dunque sia i codici romani, sia i testi a stampa, non resta che studiare i codici laurenziani, che indicheremo qui secondo le sigle stabilite dal Merrill. Cerchiamo intanto in quale codice sia presente la citazione eusebiana. La ricerca darà esito positivo per i codici A ed E solamente (cioè i laurenziani Plut. XXXV, 25 e 29). Tuttavia il confronto tra questi testi e la copia machiavelliana porta a registrare troppe varianti, e dobbiamo pertanto escluderli dal nostro esame. Ugualmente dovremo scartare i codici B, C, D, F, L, che diversificano anch’essi in troppi punti dal codice rossiano. Non resta che esaminare, allora, il codice G (Plut. XXXV, 32), il cui testo, in verità, è identico a quello del laurenziano E, ma corretto da una mano cinquecentesca, sino al v. 1038 del primo libro. Vedremo con sorpresa che molte delle correzioni qui presenti corrispondono a quelle varianti che sino ad ora ci avevano allontanato da tutti gli altri testi. Molte, ma non tutte; e inoltre la copia del Machiavelli non ritorna al testo quattrocentesco di E, dopo il v. 1038, ma continua in una diversa lezione.

Occorre dunque studiare attentamente il codice G, anche se è evidente che la copia del Machiavelli non è stata eseguita su di esso. Si tratta di un codice quattrocentesco, di cm. 21,5 x 14,5, legato con assi ricoperte di marocchino e con ornamenti a secco. Al centro e agli angoli delle due assi reca inchiodate cinque borchie d’ottone con lo stemma mediceo. Nella parte alta del piatto superiore è la targhetta col nome dell’autore: lucretius. Conta di 147 carte (in bianco il verso dell’ultima), numerate a matita recentemente. Il copista ha lasciato tra paragrafo e paragrafo, all’interno di ogni libro, lo spazio necessario per inserirvi il titolo. Ciò che ha fatto in un secondo momento, sino però al f. 19 v°, usando il medesimo inchiostro; mentre ha utilizzato inchiostro rosso per i capilettera di ogni libro.

Questo codice, come dicevamo, è stato abbondantemente corretto da una mano cinquecentesca, sino al v. 1038 del primo libro (cioè sino al f. 21 r°). Il carattere delle correzioni è vario, e tutto fa supporre che si tratti di un tentativo di edizione critica del Lucrezio, ben presto interrotto. Le correzioni al testo sono accompagnate, talvolta, da riferimenti eruditi al De compendiosa doctrina di Nonio Marcello (cfr. ai vv. 3 ss.; 70 ss.; 305). Altre correzioni fatte seguendo l’autorità di Nonio Marcello si hanno ai vv. 66 ss. (Marcello, 411, 2); 75 ss. (381, 29); 191 (ll5, 7); 305 ss. (175, 5); 653 (184, 8); 837 (184, 12 e 224, 12).

In altri due casi abbiamo riferimenti al De Verborum significatu di Sesto Pompeo Festo: al v. 326 (f. 7 r°), dove leggiamo “vescum per edacem lucretius dicit, ut ait: ‘nec mare quae impendent vesco sale saxa peresa’ Festus”; e ancora al v. 640 (f. 13 v.°): “quando per quoniam, festus, unde ita ordinandus textus clarius ‘magis inter inanes quam inter graves graios’ etc.” (cfr. nel De verborum significatu, 560 e 346). Un riferimento ai Miscellanea del Poliziano si ha al v. 480 (f. 10 r°), a proposito della spiegazione equus durateus (cfr. Opera Omnia Angeli Politiani, et alia quaedam lectu digna, quorum nomina in seguenti indice videri licet, Venetiis, in aedibus Aldi Romani mense Julio MIID, Miscellanea, caput V). Numerose sono infine le osservazioni personali, assai spesso di carattere filosofico. In due casi non siamo riusciti però a identificare il rinvio: al v. 119 (f. 3 r°), dove si ha: “clueo verbum a κλύω per celebro et inlustro deducit marcellus. verum κλείω invenio apud graecos id significare, unde hesiodus μοῦσαι πιερίησθην ἀοιδῆως κλείουσαι etc., κλύω vero per audio fere accipi”; e al v. 1014 (f. 20v°), dove una nota a margine dice: “credit marcellus deesse hinc aliqua carmina, quae continerent transitum ab infinitate maris ad infinitatem corporum. in his enim ‘nec mare nec tellus’ etc. procul dubio agit de infinitate corporum, ut supra de utroque infinito se dictum promiserit, ‘nunc age summa audi quoque nam sit finis eorum’ etc.” (cfr. al v. 953).

Quanto alla prima osservazione relativa al verbo cluere, dobbiamo notare che l’annotazione di Nonio non corrisponde (cfr. De compendiosa doctrina, 87), e si riferisce inoltre a Lucilio. Quanto alla seconda, non vi è dubbio che il rinvio è ad un altro marcellus. Ora chi è mai questo Marcello al quale si riferisce il correttore del codice G? La domanda acquista un particolare rilievo quando si pensi alla Firenze degli anni a cavallo tra il Quindicesimo e il Sedicesimo secolo. In quel lasso di tempo, tra gli ultimi cinque anni del Quattrocento e i primi anni del Cinquecento il Machiavelli copiava il De rerum natura, e forse in quegli stessi anni lo sconosciuto correttore del codice mediceo compiva la sua fatica. È lecito avanzare l’ipotesi che codesto marcellus alla cui autorità si ricorre nel codice G possa essere Marcello Virgilio di Adriano Berti e, spingendosi più in là, che ci si riferisca ad un suo lavoro per lo Studio fiorentino, nel quale egli insegnò dal 1494 al 1503, dalla stessa cattedra che era già stata di Angelo Poliziano?[17]

Certo a Marcello Virgilio di Adriano Berti doveva essere assai familiare il testo lucreziano, se in quella che fu probabilmente la sua prolusione allo Studio fiorentino, dopo aver ricordato i suoi predecessori – il Landino, il Poliziano –, dovendo dimostrare come con la poesia si potessero trattare tutti i temi degni di studio, ricordava a mo’ d’esempio il “pulcherrimum carmen” di Lucrezio, “qui nescio an sit laude dignus quanquam de athomis heresim et male audientem sibi elegerit: in hoc certe laudandus quod de re obscura tam lucida pangeret carmina museo contingens cuncta lepore, ut ispe de se ipso ait... “[18]

Rimane infine il quesito se e in che misura restino tracce di questa lettura lucreziana nella produzione machiavelliana. Tema del tutto nuovo e che esula dai compiti di questa breve comunicazione. Ci sia consentita pertanto, qui, una sola esemplificazione, per la quale ci viene in soccorso il Gentillet, laddove questi nota il concetto della eternità del mondo, come è espresso dal Machiavelli nel capitolo quinto del secondo libro dei Discorsi. Dice dunque il Gentillet[19] che il Machiavelli:

(...) dit que les sectes et Religions varient deux fois en cinq ou six mil ans, et que la derniere fait tousiours perir la memoire de la precedente... il n’y a ny raison ny histoire sur quoy il puisse fonder ceste bour de impudente. Mais il vouloit monstrer par cecy, que si aucun douttoit qu’il ne fust un vray Atheiste, qu’il n’en devoit plus douter: car pour preuve de ce, il fait declaration qu’il ne croit rien de ce qui est escrit en la saincte Escriture, de la creation du monde, ny de la Religion de Dieu que nous, tenons depuis Moyse.

Orbene, questa affermazione machiavelliana non potrebbe fondarsi proprio su una reminiscenza del secondo e del quinto libro lucreziani? Un’ipotesi, questa, che non vuole essere altro che una prima sollecitazione ad una ricerca che deve ancora essere avviata.

Note

1. Desidero qui ringraziare vivamente monsignor Josè Ruysschaert il quale, sapendo come Franco Gaeta ed io stessimo preparando una nuova edizione commentata delle opere del Machiavelli per l’editore Feltrinelli, ci ha segnalato l’esistenza di questo codice tra i manoscritti vaticani richiamando su di esso la nostra attenzione. La presente comunicazione (che si pubblica senza mutare in nulla la sua originaria stesura) era destinata ad apparire su queste pagine in concomitanza con l’XI Congresso Internazionale di Scienze Storiche. Il ritardo nella stampa, dovuto a varie circostanze, ha fatto sì che notizia della scoperta sia già stata data su “The Classical Journal”, vol. 56, n. l, pp. 29-32, ad opera del signor Chauncey E. Finch. L’aver questi conosciuto il codice solo attraverso un microfilm messo a sua disposizione dalla Knights of Columbus Vatican Film Library dell’Università di St. Louis, è stato causa di almeno due abbagli. Il signor Finch crede, infatti, di vedere al f. 153 v° (in fine al testo terenziano) una soscrizione machiavelliana, cancellata al pari di quella che compare in fine del testo lucreziano; mentre si tratta più semplicemente dell’inchiostro che è passato attraverso la carta, com’è facile verificare ponendo il foglio controluce. Il secondo, e più grave abbaglio, è nel credere di leggere nel foglietto di carta translucida rilegato in testa al codice nientedimeno che l’indicazione “that the codex was copied by Nicholo Machiavegli in Florence in 1497 [sic!]”. Naturalmente la costruzione, che il signor Finch deduce da questa sua lettura, resta, quanto meno, notevolmente inficiata.

2. Cfr. C. M. Briquet, Les filigranes, Dictionnaire historique des marques du papier dès leur apparition vers 1282 jusqu’en 1600, I, Paris 1907, n. 89; e qui ai ff. 7, 18, 55, 57, 109 per la parte superiore del corpo e la testa, ff. 108 e 122 per la parte inferiore, zampe e coda.

3. Cfr. Briquet, op. cit., I, n. 91; e qui, f. 133 per la parte superiore del corpo, e ff. 51, 69 e 79 per le estremità.

4. A. Gerber, Niccolò Machiavelli. Die Handschriften, Ausgaben und Übersetzungen seiner Werke im 16. und 17. Jahrhundert, Gotha 1912. Cfr. il facsimile n. 26, C. Mach., I, 15 legaz. 1499.

5. B. Machiavelli, I Ricordi, a cura di C. Olschki, Firenze 1958.

6. Catalogue of manuscripts in the British Museum, n.s., 1, II, The Burney manuscripts, London 1840, n. 274: “Membranaceum in 4 to. pp. 468, sec. XIV vel XV; olim familiae Machiavellianae, uti patet ex insignibus in pp. 113 depictis, postea Pauli Manutii, qui adnotationes quasdam adjecit, deinde Antonii, Angeli et Hermanni Alamanni fratrum».

7. Debbo la descrizione di questo codice al professor Carlo Dionisotti, del Bedford College dell’Università di Londra, che qui ringrazio sentitamente. Un sondaggio gentilmente effettuato per noi a Parigi dalla signorina Elisabeth Pellegrin, dell’Institut de recherche et d’ histoire des textes, non ha dato alcun frutto.

8. Cfr. Ricordi, cit., p. Il. Il codice è quello segnato S. Crucis, Plut. XXIII sin. 10: v. la descrizione in Bandini, Catalogus codicum latinorum Bibliothecae Mediceae Laurentianae, IV, Florentiae 1777, col. 172.

9. Cfr. L. Hain, Repertorium Bibliographicum, I, Stuttgartiae-Lutetiae Parisiorum 1826 (e ora Milano 1948), n. 3246; e Ricordi, cit., p. 58.

10. Forse la Rhetorica Nova Marci Tullii Ciceronis, Angers, 1470. V. nel repertorio dello Hain, op. cit., n. 5071; e in Ricordi, p. 123.

11. L’Olschki afferma che si tratta del codice segnalato in Bandini, IV, col. 93, ma questo codice non corrisponde esattamente alla descrizione fattane da messer Bernardo. Si tratta invece del codice segnato S. Crucis, Plut. XI sin. 3 e descritto in Bandini, IV, col. 91, nonchè in G. Lacombe, Aristoteles Latinus, Cantabrigiae 1955, n. 1356.

12. Ricordi, cit., p. 10. Del Decretum Gratiani si hanno tre edizioni avanti il 1475: Strassburg 1471 e 1472; Mainz 1472. Cfr. I. Forchielli- A. M. Stickler, Studia Gratiana post octava Decreti saecularia, Bononiae 1959, p. 113.

13. Ricordi, cit., pp. 222-23.

14. Ricordi, cit., p. 123. L’edizione è quella, molto probabilmente, del 1476: cfr. Hain, op. cit., n. 13358.

15. Ricordi, cit., p. 207. Non abbiamo identificato l’edizione veneziana del Codex. L’edizione delle decadi del Biondo è quella di Venezia del 1483. Cfr. Hain, op. cit., n. 3248.

16. Ricordi, cit., p. 222.

17. Su di lui cfr. W. Rüdiger, Marcellus Virgilius Adriani aus Florenz, Ein Beitrag zur Kenntniss seines Lebens und seines Wirkens, Halle 1898 e la voce stesa da G. Miccoli per il Dizionario Biografico degli Italiani, vol. I, per un’ulteriore bibliografia.

18. Cfr. nel codice Riccardiano 811, f. lv°. L’insediamento di Marcello sulla cattedra è del 24 ottobre 1494.

19. L. Gentilet, Discours sur les moyens de bien gouverner, s.1., 1579, p. 201 (Libro II, massima IV).

Ancora su Machiavelli e Lucrezio

"Rivista storica italiana" 76, 1964, pp. 774-79 

Sergio Bertelli

In una precedente nota apparsa su queste stesse pagine[1] ci domandavamo, andando alla ricerca dei possibili legami tra il codice vaticano Rossiano 884 e il fiorentino Laurenziano XXXV, 32 (G), se quel “marcellus” alla cui autorità si richiama in due luoghi il correttore del codice fiorentino non potesse riconoscersi in Marcello Virgilio di Adriano Berti, lettore allo studio dal 1494 e primo cancelliere della repubblica fiorentina dal 1498. La domanda tendeva, soprattutto, a chiarire i motivi che avessero spinto il Machiavelli non tanto e non solo a copiare il De rerum natura, ma piuttosto quella particolare versione del poema lucreziano, con quelle varianti assenti da tutti gli altri codici (fiorentini e romani), nonché dagli incunaboli. Questa lunga fatica di amanuense, opinavamo, il Machiavelli poteva averla affrontata dietro sollecitazione dell’amico cancelliere. Insomma: una conferma del celebre passo del Giovio.[2]

Quanto alla datazione del Rossiano 884, esso ci sembrava rientrare in un arco di tempo che fissavamo tra la fine del secolo XV e i primissimi anni del secolo XVI, basandoci sia sulla grafia, sia sulla filigrana.[3]

Ferma restando la datazione approssimativa del codice, sempre meno ci ha soddisfatto l’ipotesi, da noi stessi proposta, di un pensum dato al Machiavelli da chi, stando al Giovio, sarebbe stato il suo precettore. Soprattutto perché il testo lucreziano copiato dal Machiavelli rappresenta, con le sue varianti, un unicum tra i codici lucreziani sino a noi pervenuti, pur avendo molti punti di contatto con le edizioni di Pietro Candido e di Giovan Battista Pio, nonché con le correzioni proposte dalla ignota mano che ha postillato il codice G. Sempre più, invece, si è radicata in noi la convinzione che la fatica di amanuense del Machiavelli debba essere vista nel più ampio quadro della storia della fortuna lucreziana e dei ripetuti tentativi di edizione critica del poema, attuati a cavallo tra il Quattro e il Cinquecento; ciò che non esclude il legame coll’Adriani, rivelatosi anche egli buon conoscitore di Lucrezio.

Il testo del De rerum natura, come a tutti è noto, fu portato in Italia da Poggio Bracciolini al suo rientro dal Concilio di Costanza[4] e della sua rapida diffusione sono testimonianza sia i codici romani (i quali sembrano appartenere ad un’unica famiglia), sia i codici fiorentini (a loro volta quasi tutti strettamente legati all’apografo del Niccoli); e bisogna aggiungere che la scoperta di Lucrezio giunse nel momento esatto per fruttificare nelle menti dei nostri umanisti, quando era ormai in atto, soprattutto mediata dallo stoicismo, una più equa disposizione a giudicare la filosofia epicurea quando non, in taluni, addirittura, ammirazione per essa.

Tra quanti si accostarono all’epicureismo, sentendone il fascino non più soltanto attraverso gli scritti di Cicerone o di Orazio, ma scoprendo la cosmologia lucreziana, c’è senza dubbio anche Michele Marullo, il cui nome occupa un posto di rilievo nella cultura del tempo. Per lui Lucrezio fu ben più del poeta prediletto, del quale amava leggere ogni sera, prima di coricarsi, alcuni versi, e che ancora portava con sé quando il suo corpo venne ricuperato dalle acque del fiume Cecina nelle quali aveva trovato tragica morte; [5] per il De rerum natura egli si trasformò da poeta in filologo, cercando di restituirlo alla migliore lezione, simbolicamente armato dell’obelus per indicarne i passi sospetti. [6] Non sappiamo quando egli abbia dato inizio a questa sua fatica, certamente lunga e minuziosa. Forse a Napoli, come suggeriva il Croce pensando alla sua amicizia col Pontano, anch’egli interessato al testo lucreziano; o forse a Roma, dove il Marullo giunse attorno al 1485, prima che la fallita congiura dei baroni coinvolgesse nel dramma anche i suoi due protettori, Antonello Petrucci e Antonello Sanseverino principe di Salerno.[7]

In ogni caso si può essere certi che egli conosceva assai bene il poema lucreziano al tempo del suo soggiorno fiorentino, perché numerosi calchi lucreziani si ritrovano sia negli Hymni naturales, sia nelle Institutiones principales (o De Principe), cioè in due opere che risalgono con certezza agli anni tra il 1490 e il 1494.[8] A Firenze il Marullo visse non già nella cerchia di Lorenzo il Magnifico, ma in quel gruppo d’opposizione rappresentato dall’altro ramo della famiglia medicea, quello di Pier Francesco. Qui egli trovò a suoi protettori e mecenati i due giovani figli di Pier Francesco, Lorenzo e Giovanni, nipoti, per parte di madre, di quel Neri Acciaiuoli che era tra i più ostinati nemici, dall’esilio romano, del Magnifico. Non che per questo si debba correre a far del Marullo un oppositore di Lorenzo de’ Medici,[9] ma la nota biografica può meglio far intendere la distanza che pur doveva correre tra il suo epicureismo e il platonismo imperante nella corte di via Larga. Distanza ancor più sottolineata dall’acerba polemica che lo contrappose al Poliziano, al giungere suo in Firenze; così violenta, che “non ultra se dixit cum eo velle certare verbo, sed ferro”, come ci testimonia Paolo Cortesi, un altro che col Poliziano ebbe a scambiare forti battute polemiche.[10]

Non fa meraviglia, dunque, se alla calata di Carlo VIII noi si ritrovi il Marullo schierato nel partito filofrancese, pronto a servire il re di Francia con la spada, ma anche con la penna.[11]Passato il momento eroico dell’impresa napoletana – deluso nelle sue speranze da un re che, dimentico del possesso di una provincia non già del Mar Nero o del Caucaso, “Italiae sed enim beatae”, abbandonava al loro destino suoi uomini d’arme, preso dalle cacce nei folti boschi della Francia[12] –, il Marullo rientrò in Firenze nel 1496, trovandola partita tra sostenitori e oppositori del Savonarola. Da quale parte egli pendesse in quei giorni – prima di abbandonare nuovamente la città per seguire a Forlì Giovanni di Pier Francesco de’ Medici – può forse intuirsi pensando al suo credo filosofico, e più ancora alla sua amicizia col monaco camaldolese Pietro Candido, cancelliere di Pietro Dolfin e che questi, a detta del Mittarelli, “loco filii tenebat”,[13] divenuto più tardi devoto del cardinale di Volterra.

Nativo di Portico di Romagna, la patria del Traversari, amico e corrispondente di Aldo Manuzio per il quale copiò diversi codici,[14] e di Scipione Forteguerri; dotto di greco, che apprese in un viaggio di studio compiuto tra il 1491 e il 1496[15] “ut graecum eloquium in graeco solo addisceret, nam purius ex ipso fonte petuntur aquae”,[16] voltò in latino nel 1499 la Tabula di Cebète di Tebe, e si fece traduttore ed editore, nel 1502, degli Homerocentra de Vita Christi di Eudossia Augusta per una collectio veterum christianorum poëtarum aldina.[17] Il Candido era dunque uomo dalle molte affinità elettive col Marullo, del quale doveva molto probabilmente apprezzare anche le convinzioni filosofiche, tanto da farsi non soltanto divulgatore di un testo allora creduto stoico quale quello attribuito a Cebète, ma curatore di una nuova edizione critica del De rerum natura, sulla base delle lectiones indicate dall’amico scomparso, contemporaneamente e quasi in concorrenza con l’uscita del commento di Giovan Battista Pio.[18]

Che le due edizioni abbiano stretti legami tra loro pare indubbio. Innanzi tutto Pietro Candido doveva essere ben informato della fatica del Pio, perché il Carteromaco, da Bologna, scriveva sin dal 3 giugno 1510 ad Angelo Colocci: “qua si stampa il libro di Lucretio di Giambattista Pio. Non so che cosa sia ancora... ”;[19] mentre Pietro Candido avvisava il Carteromaco della stampa del proprio testo solo il 21 febbraio 1511/12: “El nostro Lucretio spero sarà absoluto a mezzo marzo et credo vi satisfarà maravigliosa mente”.[20] Due indicazioni dalle quali si ricava come la distanza tra l’edizione bolognese e quella fiorentina sia in realtà maggiore di quanto non appaia dai due colophon. E se il Cateromaco, ormai da un anno a Bologna,[21] non sapeva ancora quali indirizzi avessero presieduto al lavoro del Pio, certo il Candido non doveva ignorare come il collega bolognese avesse avuto anch’egli in mano le varianti del Marullo, tramite un amico comune e del Marullo e di Paolo Cortesi: il monaco cistercense Severo Varino da Piacenza.[22] Scrive infatti il Pio in testa alla propria edizione:[23]

Contulimus non sine aerumnis vigiliisque diutinis codicem veneti Hermolai et Pomponii romani, codicemque non omnino malum, qui servatur Mantuae in bibliotheca quadam suburbana, qui fuit viri non indocti gentis clarissimae Strotiorum. Non defuit Philippi Beroaldi praeceptoris quondam mei, nunc collegae, impressus quidem, sed tamen perpense examinatus. Codri quoque grammatici Bononiensis, cuius copia mihi per Bartholomeum Blanchinum virum eloquii excultissimi facta est; Marullique poëtae industria mira castigatum non defuit exemplar Severo monaco placentino graece latineque perdocto musarum athleta non gravatim offerente, ex quibus sicuti Zeusis, ex quatuor diversis corporibus unam, et ut arbitror, integerrimam formam Lucretio praestitimus.

Di tutti questi codici, forse l’unico giunto sino a noi è quello di Pomponio Leto,[24] mentre non sappiamo più nulla del codice strozziano, né della copia eseguita da Bartolomeo Bianchini sul testo posseduto dal grecista e poeta Antonio Urceo, spentosi l’11 febbraio 1500 e maestro del Pio,[25] né delle schedulae del Marullo. La ricostruzione del testo effettuata dal Pio era dunque già di per sé assai più agguerrita d’ogni altra, intelligentemente componendo gli appunti e le osservazioni di tanti eruditi; in ogni caso più completa della stessa tentata dal Candido. Ma ciò che soprattutto finì per rendere superiore l’edizione bolognese a quella giuntina fu l’ampio commento del Pio nel quale di recente si è voluto riconoscere – con una forzatura forse eccessiva – “il primo e sistematico tentativo di confrontare il pensiero epicureo-lucreziano con la cultura aristotelico-cristiana dominante; non solo cioè di affiancare il primo alla seconda, ma altresì di far valere di fronte alla seconda alcune contrapposte istanze mentali e morali, grazie alla forma in cui appaiono nel De rerum natura”.[26]

Parimenti degna del commento riuscì l’edizione, “un autentico archetipo di tecnica e di arte tipografica”,[27] curata da Girolamo Benedetti e dedicata al vescovo di Pècs Georg Szakmary. Ai Benedetti, Giovanni Antonio e Girolamo, il Pio doveva essere assai legato, perché per i loro tipi già nel dicembre del 1509 aveva dato alla luce cinque libri di elegie;[28] mentre in quella stessa tipografia, nel 1502, due suoi amici, Filippo Beroaldo jr. e Bartolomeo Bianchini, si erano fatti l’uno curatore, l’altro biografo per l’edizione in folio delle Orationes, epistolae et carmina del Codro.

Sempre a Bologna e sempre dalla tipografia platoniana dei fratelli Benedetti fu data alle stampe, in quegli anni, una parafrasi del De rerum natura sulla quale occorre fermare l’attenzione. Non sappiamo se ad essa si alluda in una lettera che Francesco Cattani da Diacceto indirizzava da Firenze a Venezia al Carteromaco, il 27 giugno 1503,[29] ma è indubbio che sia l’autore di essa, sia i suoi due amici che all’edizione si associano con due lettere gratulatorie appartengono anch’essi alla storia della diffusione del poema lucreziano a cavallo tra il Quattro e il Cinquecento. L’opuscolo reca sul frontespizio la dicitura: Raphaelis Franci Florentini in Lucretium paraphresis[30] ed è seguito da una appendix De animae immortalitate che reca in fine: “Raphaelis Franci Florentini artium et medicinae scolastici appendix de Animi immortalitate explicuit”. Al f. 3r reca la dedica a Tommaso Soderini, nipote del gonfaloniere perpetuo di Firenze e del cardinale di Volterra, cioè allo stesso personaggio al quale più tardi si rivolgerà Pietro Candido per offrirgli la propria edizione del De rerum natura. Dell’opera dovettero essere messe in circolazione due diverse copie; una che si apre con una lettera gratulatoria di Guido Postumo Silvestri; l’altra con una lettera gratulatoria, in sostituzione di quella del Silvestri, stesa da un Johannes Petrus Maclavellus che si autodefinisce “auditor canonum”.[31]

Dell’autore sappiamo ben poco. Attorno al 1490 aveva dato alle stampe, forse per i tipi di Francesco de Benedetti,[32] una Verificatio in regulas Aristotelis de motu e può ben supporsi che egli sia stato in contatto con l’averroista Alessandro Achillini e che abbia conosciuto il Pio.[33] Nel 1506 il suo nome figura nei rotuli dell’università bolognese, come lettore “ad logicam de sero”.[34]

Più noto è invece Guido Postumo Silvestri, originario di Pesaro e ricordato dall’Ariosto nel suo poema.[35] Di lui è anzitutto importante sottolineare che studiò a Padova tra il 1491 e il 1500, gli anni del Pomponazzi. Rientrato in patria, ben presto ne uscì in concomitanza con la conquista borgiana della città; ma dubitiamo che egli si sia schierato contro Cesare Borgia, come asserisce il suo biografo,[36] perché lo ritroviamo uomo d’arme al servizio di Vitellozzo Vitelli nell’impresa di Arezzo. Nel 1506 ci risulta fosse a Bologna, lettore “ad philosophiam extraordinariam de sero”. [37]

Passò quindi a Ferrara, fu al servizio del cardinale Ippolito d’Este, che seguì in un suo viaggio in Francia nel 1511;[38] l’anno seguente fu commissario in Garfagnana, e al momento dell’impresa medicea contro il ducato d’Urbino era nella rocca di San Leo, dove aveva in custodia il giovane Guidobaldo.[39] Di lui abbiamo a stampa cinque distici in un’edizione di Egidio Romano uscita a Venezia nel settembre 1499 (Hain, 133), e due libri di elegie affidati ai tipi di Girolamo Benedetti, che li stampò nel 1524.[40]

Quasi nulla conosciamo di Giovan Pietro Machiavelli, studente di diritto canonico (se interpretiamo bene quell’auditor canonum) a Bologna. Lo rintracciamo solo nel 1515, anno in cui Pietro Andrea Gammaro, vicario del cardinale Giulio de’ Medici, concede a Totto di Bernardo Machiavelli la chiesa parrocchiale di Sant’Andrea in Percussina, liberamente rassegnata da Giovan Pietro.[41]

Sorge spontaneo domandarsi, a questo punto, quali rapporti intercorressero tra questi tre personaggi e Firenze; che per due di essi è la patria d’origine. Colpisce, innanzi tutto, il fatto che Raffaele Franco si rivolga a Tommaso Soderini, lo stesso che di lì a qualche anno accetterà che venga a lui dedicata l’edizione approntata da Pietro Candido sugli appunti lasciati dal Marullo. Ma se, come tutto lascia credere, Giovanni Pietro Machiavelli è imparentato con Totto e Niccolò di Bernardo, i legami possono supporsi ancor più stretti: perché Michele Marullo, sposando attorno al 1496 Alessandra di Bartolomeo Scala, si era venuto a trovare in un ambiente del quale faceva parte anche messer Bernardo Machiavelli; ciò che può facilmente dedursi da un dialogo che lo Scala, allora primo cancelliere della repubblica fiorentina, dedicò a Lorenzo il Magnifico nel 1483 il De legibus et iudiciis.[42] Uno degli interlocutori che vi appaiono è un “Bernardus Machiavellus, amicus et familiaris meus”, che andrà identificato proprio col padre del Segretario fiorentino.[43]

Il fatto che Bernardo Machiavelli fosse amico di Bartolomeo Scala e da questi tenuto in alta considerazione per la sua cultura giuridica, al punto da farne un interlocutore del suo dialogo, è naturalmente cosa di grande importanza per una migliore conoscenza di lui. Ma ci sembra che, di riverbero, ciò possa servire anche per capire come Niccolò – lui giovane d’età e privo di titoli dottorali – abbia potuto vincere l’elezione del 18 giugno 1498 per il posto di cancelliere della seconda cancelleria. Lo Scala, primo cancelliere sotto i Medici sin dal 1465, deposto dall’ufficio alla caduta di Piero, ma ben presto riassunto, anche se con ridotti emolumenti, non aveva perduto di sicuro la propria influenza nella vita politica fiorentina.

Scomparso lo Scala dalla scena del mondo, il 24 luglio 1497, di questa amicizia doveva pur essere restato qualche frutto, qualche legame in Cancelleria, da poter tornar utile al figliuolo di Bernardo, soprattutto dopo la crisi del partito savonaroliano.[44]

Tra l’elezione del Machiavelli e la caduta del Savonarola c’è infatti uno strettissimo nesso, già intuito dal Ridolfi e recentemente dal Rubinstein confermato con documenti.[45] Egli fu “imborsato” una prima volta il 18 febbraio 1497/93 per l’elezione “de secundo secretario loco ser Antonii della Valle” (il quale concorreva alla carica di primo segretario), assieme allo stesso Della Valle, ad Antonio di Pietro Migliorotti, a Bernardo di Bernardo d’Agapito dei Ricci, a Ottaviano di Bartolomeo da Ripa, ad Angelo di Francesco Angieri e a Bartolomeo di Guglielmo Zeffi. Risultò eletto il Della Valle a primo segretario e il Migliorotti a secondo segretario; ma se si esamina attentamente la lista dei candidati, non si potrà non rilevare due particolarità di un certo peso: il Machiavelli è l’unico elemento estraneo totalmente al Palazzo, e anche l’unico che non abbia legami di sorta coi Frateschi. È dunque il candidato dell’opposizione. Il Migliorotti è infatti uno dei trecentocinquanta firmatari della petizione ad Alessandro VI, è del Consiglio dei Cento nel ‘94, degli Ottanta nel ‘96, siede tra i Signori nel 1497; il Ripa è eletto tra i cancellieri della prima Cancelleria dalla balìa del dicembre 1494 e dal 1495 figura tra i coadiutori della cancelleria dei Dieci; l’Angieri è notaio della Signoria nel 1498; la stessa cosa dicasi per lo Zeffi, notaio nel 1487 e nel 1499; mentre infine il Ricci, coadiutore degli Otto con Piero de’ Medici, è sì cassato dalla balìa del ‘94, ma riesce ugualmente ad essere inviato in Francia come cancelliere dell’oratore fiorentino presso quel monarca.[46]

Solo con la successiva elezione del giugno 1498 Niccolò Machiavelli riuscì ad entrare in Palazzo, non più al posto di secondo segretario, ma addirittura ricoprendo la carica di cancelliere della seconda cancelleria, quella, cioè, per gli affari interni al dominio. Ma nel giugno del 1498 la maggioranza savonaroliana era già stata rovesciata violentemente e le elezioni del 15 e 18 giugno (dalla quale sarebbe uscito vittorioso anche il Machiavelli) tendevano proprio a rimpiazzare i vuoti aperti nell’amministrazione repubblicana dall’epurazione compiuta negli uffici di Palazzo. Il che significa che Niccolò Machiavelli, portato dalla nuova maggioranza ad un posto tra i più alti dell’apparato burocratico dello Stato, a quella maggioranza doveva essere legato da vincoli assai più stretti di quanto quell’aspro giudizio sul Savonarola, pronunciato nella lettera a Ricciardo Becchi a proposito della predicazione in San Marco, non abbia fatto sin qui supporre.[47]

Tali legami sembrano trovare una conferma nella recente scoperta, ad opera di G. Varanini, di una lettera del generale dei camaldolesi, il Dolfin, al cardinale Francesco Todeschini Piccolomini, in raccomandazione del Machiavelli che si recava a Roma per affari della sua famiglia nel marzo del 1498: “religionis nostrae amicus et benefactor haud non vulgaris”, lo chiama il Dolfin; né certo a lui si sarebbe rivolto Niccolò, se non avesse saputo di contare sul suo pieno appoggio.[48] Ma il Dolfin non era, anche, il protettore di Pietro Candido? Ora non v’è chi non veda l’importanza che, in questo contesto, viene ad assumere il codice Rossiano 884. Che il Machiavelli, proprio in quegli anni, copiasse un testo materialista ed epicureo quale il De rerum natura con quelle varianti così vicine all’edizione del Candido e comuni a quelle proposte dall’anonimo correttore del codice G, deve far riflettere non solo su quale fosse la sua personale reazione alla dittatura politica di costume e religiosa, imposta a Firenze dalla “secta del frate”, ma invoglia a nuove ricerche su tutta l’opposizione che “arrabbiati” e “compagnacci” esercitarono nella città contro la maggioranza “piagnona”.[49]

Per ciò che più da vicino riguarda il Machiavelli, non è inoltre pensabile che un simile amanuense del Rossiano 884 compisse la sua fatica senza che essa lasciasse traccia nel suo animo e nella sua mente. Riferimenti precisi, nelle sue opere maggiori, debbono ancora essere cercati ed essi sarebbero, oltre tutto, sempre tardi rispetto alla datazione da noi proposta del codice Rossiano 884. Piuttosto, saranno da riprendere in esame certi suoi giudizi sulla religione, sparsi nella sua corrispondenza diplomatica, senza per questo trascurare il suo epistolario, dal quale traspira una visione della vita così carica di quel “furor” lucreziano da lasciare ammirati (si pensi al carteggio col Vettori!). Ché se poi si volesse conoscere il suo comportamento esterno, anche verso i suoi contemporanei, basterebbe rileggere la lettera del Vettori al Machiavelli, da Roma, del 23 novembre 1513 (“il dì delle feste odo messa, e non fa chome voi che qualche volta la lasciate indrieto”); e la lettera del Guicciardini da Modena, del 17 maggio 1527, indirizzata al Machiavelli in missione al Capitolo dei Frati Minori:

Credo gli servirete secondo l’expectazione che si ha di voi, et secondo che ricerca l’honore vostro, quale si oscurerebbe se in questa età vi dessi all’anima, perché, havendo sempre vivuto con contraria professione, sarebbe attribuito piuttosto al rimbambito che al buono.[50]

Quell’anima, sulla cui immortalità discettava Raffaele Franco nell’appendice alla sua parafrasi di Lucrezio, avendo presenti le tesi averroistiche dell’Achillini.

Ugualmente in ambiente averroista parrebbe compiuta l’altra edizione lucreziana contemporanea a queste sin qui esaminate: quella aldina del 1500, curata da Girolamo Avanzi. Eccellente filologo, allievo di Antonio Partenio Lazise, egli sarebbe – a detta del Mazzuchelli[51] – il curatore del testo lucreziano per il tipografo Paulus Fredenperger,[52] nel 1486, ma nulla, per la verità, suffraga questa notizia. Da Verona, sua patria d’origine, l’Avanzi si allontanò verso il 1493, perché in quell’anno egli risulta professore a Padova. [53] Amico di Aldo Manuzio, fu socio della sua accademia[54] e devoto di Marin Sanudo, al quale dedicò le sue Emendationes catullianae.[55] Era ancora in vita al momento della creazione di Paolo III.[56]

L’edizione lucreziana dell’Avanzi è senza dubbio inferiore a quelle del Pio e del Candido, anche perché le sue castigationes non si basano su alcun manoscritto; né il lavoro soddisfaceva lo stesso autore, il quale, a tre anni di distanza dall’apparizione del suo Lucrezio, sentiva il bisogno di aggiungere nuove varianti in calce alla ristampa catulliana, indirizzando anche queste a Sanudo.[57]

Al pari dell’edizione del Pio, nella quale ad una prefazione positiva per Lucrezio si contrapponeva in chiari e forti caratteri gotici la dichiarazione “Omnia ortodoxe fidei subijcio”, così anche in questa dell’Avanzi Aldo Manuzio, dedicando il libro ad Alberto Pio di Carpi, si preoccupava di sottolineare la distanza che intercorreva tra le tesi epicuree e quelle dei teologi cristiani:

“Tu itaque debes, Alberte humanissime, librum hunc benigna fronte in doctissimam academiam tuam admittere, tum quia ipse dignus sua ipsius authoritate et gratia, non quod vera scripserit, et credenda nobis, nam ab academicis etiam, et peripateticis, nedum a theologis nostris multum dissentit, sed quia epicureae sectae dogmata eleganter et docte mandavit carminibus, imitatus Empedoclem, qui primus apud graecos praecepta sapientiae versibus tradidit... ”[58]

Né il Pio, né tanto meno Aldo condividevano gli entusiasmi del Marullo; e se pure il Pio conobbe ed utilizzò le schedulae sue, non sembra che Girolamo Avanzi le abbia conosciute. Allo stato attuale della ricerca manca inoltre ogni indicazione di rapporti tra l’edizione aldina e le ricerche del Pio e del Candido, anche se, naturalmente, non si possono escludere, tenendo conto che anche Pietro Candido risulta gravitare nella cerchia del Manuzio. Ma tutto questo è materiale che esula dall’esame della presente nota, e riguarda invece la storia della fortuna lucreziana.

Note

1. Cfr. “Rivista Storica It.”, LXXIII, 1961, pp. 544 ss. Un ringraziamento particolare vada a Delio Cantimori, a Carlo Dionisotti e ad Alessandro Perosa, ai quali ho sottoposto queste mie note, ricevendone critiche e preziosi consigli.

2. P. Giovio, Elogia virorum literis illustrium, Basileae, 1577, pp. 162-3: “Quis non miretur in hoc Machiavello tantum valuisse naturam, ut in nulla vel certe mediocri latinarum litterarum cognitione, ad iustam recte scribendi facultatem pervenire potuerit? ... constat eum, sicuti ipse nobis fatebatur, a Marcello Virgilio, cuius et notarius et assecla publici muneris fuit, graecae atque latinae linguae flores accepisse quos scriptis suis insereret.”

3. Cfr. art. cit.. pp. 552-53. Segnaliamo che la stessa filigrana, molto chiara e integra. abbiamo noi stessi rintracciato presso l’Archivio di Stato di Firenze, Consulte e Pratiche, 61, f. 197, in un documento del febbraio 1495/96.

4. Il Bracciolini fu prima a Roma, dove dal 1423 ricoprì la carica di segretario apostolico, e venne chiamato a Firenze alla morte del Marsuppini (1453) per prenderne il posto come cancelliere della repubblica. Su di lui si v. W. Shephered, Vita di Poggio Bracciolini, Firenze 1825; E. Walser, Poggius Florentinus Leben und Werke, Leipzig 1914. Sulla scoperta dei codici si v., per tutti, R. Sabbadini, Le scoperte dei codici latini e greci nei secoli XIV e XV, Firenze 1905-14. Non tratta della diffusione del testo lucreziano G. Saitta, La rivendicazione di Epicuro nell’Umanesimo, in “Annali delle Università Toscane”, n. s., X, 1926, pp. 147 ss. (e ristampato in Filosofia italiana e Umanesimo, Venezia 1928) né – che noi si sappia – esiste una qualsiasi ricerca sull’argomento. Si veda comunque M. Lehnerdt, Lucretius in der Renaissance, in “Festschrift zur Feier des 600. Jahr. Jubiläums der Kneiphöfischen Gymnasium zu Königsberg”, Regensburg 1904; e W. P. Mustard, Humanistic Imitations of Lucretius, in “Classical Weekly”, XII, 1908, pp. 7 e 48. Sull’epicureismo si veda: D. C. Allen, The Rehabilitation of Epicurus and his Theory of Pleasure in the Early Renaissance, in “Studies in Philology”, 1944, pp. 1 ss.; e E. Garin, Ricerche sull’epicureismo nel Quattrocento, in Epicurea in memoriam Hectoris Bignone, Genova 1959 (e ora rist. in La cultura filosofica del Rinascimento italiano, Firenze 1961, pp. 72 ss.). Recentemente è uscita in Francia una ricerca che meriterebbe di essere ripresa per l’Italia: S. Fraisse, L’influence de Lucrèce en France au Sixième siècle, Paris 1962.

5. Seguiamo la testimonianza di Pietro Candido, come egli la riferisce nella prefazione alla propria edizione lucreziana: “Marullus sane amicus olim noster iucundissimus ... lucretianae adeo veneris per omnem aetatem studiosus fuit, ut nuspiam fere non eo comite itaret, nunquam cubitum (quod de Archesilao, Homerique rhapsodia traditur) nisi perlectis aliquot, exploratisque Cari Carminibus, sese reciperet. Quin etiam ex miseranda illa in mediis Cecinae undis latinorum musarum iactura, cladeque insigni, unus est Lucretius receptus”.

6. Cfr. ancora Pietro Candido, nella citata prefazione, laddove questi dice di essersi avvalso del lavoro critico del Pontano e del Marullo e ricorda le cattive trascrizioni d’altri: “…operae precium facturum me existimavi... si vetustis... collatis exemplaribus praestantissimorumque aetatis nostrae vatum Pontani, Marullique obelis temere inducta expungendo adhibitis, tam putida in eleganti poeta manantia ulcera non splenio, quod factum antehac est a plerisque, contegerem, quid ad vivum usque penitus, radicitusque exantlarem, monstraque illiuscemodi, quae Carum tamdiu, tamque miserabiliter collaceraverant, profligarem.”

7. Cfr. A. Perosa, Studi sulla formazione delle raccolte di poesie del Marullo, in “Rinascimento”, I, 1950, p. 130 e nota, il quale corregge B. Croce, Michele Marullo Tarcaniota, in appendice a Poeti e scrittori del pieno e del tardo Rinascimento, II Bari, 1945, pp. 278 e 281.

8. Cfr. Perosa, Studi cit.. pp. 139 ss. e 258 ss.

9. “...il Marullo, pur godendo assai largo favore dai figliuoli di Pierfrancesco de’ Medici, non isdegnava di cercare l’appoggio anche dell’altro più potente ramo della casa pallesca”: così G. B. Picotti, La giovinezza di Leone X, Milano 1927, p. 438.

10. Paolo Cortesi, De Cardinalatu, in Castro Cortesio, 1510, f. XCVIr. Altrove il Cortesi dice che il Marullo era stato “hospes familiae meae” e che a lui fanciullo narrò un giorno di una profezia secondo la quale egli sarebbe morto in battaglia, ma che la sua tragica fine nel guado d’un fiume rivelò fallace: cfr. op. cit., f. XXVr. In questa amicizia del Marullo coi Cortesi, il Poliziano tentò di seminar zizzania, scrivendo al fratello di Paolo, Alessandro, di certe millanterie del poeta greco a riguardo di un suo carme apologetico in lode di Mattia Corvino; e poiché la lettera è datata 1l agosto 1489, si può pensare che già a quella data non corressero rapporti cordiali tra il Marullo e l’Ambrogini. Non pare tuttavia che l’accusa abbia fatto presa, almeno in Paolo, il quale ricorda sempre con stima il suo “Marullus Bizantinus cui est inter poëtas eruditos locus”: cfr. op. cit., ff. II, LXXXI e LXXXVI. Sulla polemica del Marullo col Poliziano si v. G. B. Picotti, Marullo o Mabilio? in Studi in onore di F. Flamini, Pisa, 1915. A proposito di essa C. Dionisotti, recensendo il saggio del Croce in “Giornale St. della letteratura italiana “, CXV, 1940, pp. 85, scrive che “bisognerà andare oltre l’occasionale e particolare polemica dei Miscellanea e riconoscere che l’ostilità del Marullo per il Poliziano è parallela a quella del gruppo napoletano al quale risulta il primo così cordialmente legato. Ed è probabile che elemento fondamentale del dissidio non fosse la latinità di per se stessa... ma fosse la concordia discors nella cultura umanistica della nuova latinità e del nuovissimo ellenismo”. Per i rapporti tra il Poliziano e i Cortesi v. F. Pintor. Da lettere inedite di due fratelli umanisti (Alessandro e Paolo Cortesi), Nozze Savj-Lopez – Proto di Albaneta, Perugia 1907, pp. 34-35.

11. Il Marullo fu annoverato tra i traduttori delle lettere di Bajazi’d ad Alessandro VI che, divulgate dai Francesi, furono uno degli strumenti della loro propaganda al momento dell’impresa contro il Regno di Napoli: cfr. Picotti, Marullo o Mabilio, cit., p. 29 e nota dell’estr. A sua volta il Perosa, art. cit., pp. 258 ss., ha dimostrato come il De Principe fosse stato pensato in funzione dell’educazione di Carlo Orlando di Francia e come la dedica di esso fosse rivolta a Carlo VIII.

12. Cfr. Michaeli Marulli Carmina, a cura di A. Perosa, Thesauri Mundi, Bibliotheca scriptorum latinorum mediae et recentioris aetatis, Turici 1951, pp. 178-81, Nenia IV, “Ad Carolum Regem Francorum”.

13. G. B. Mittarelli, Annales Camaldulenses ordinis saneti Benedicti, VII, Venetiis 1762, p. 357. Sulla figura del Dolfin, nemico acerrimo del frate ferrarese. v. J. Schnitzer, Peter Dolfin. Ein Beitrag Zllr Geschichte der Kirchenreform, Alexander des VI. und Savonarolas, München, 1926.

14. Cfr. in P. De Nolhac, Les correspondants d’Alde Manuce, ed. anastatica da “Studi e documenti di storia e diritto”, VIII, 1887, IX, 1888, Torino, 1961, lettera n. 79 e passim.

15. Occorre rivedere i dati biografici forniti dal Croce in nota alla sua monografia sul Marullo (op. cit., p. 79). Il Croce si basò, infatti, soltanto su A. M. Bandini, De FIorentina Iuntarum typographia eiusque censoribus, I, Lucae 1791, pp. 72-92, il quale non solo è meno esatto del Mittarelli (benché sembri compendiarlo), ma arriva addirittura a confondere Pietro Candido col Decembrio, uscito dalla scena del mondo sin dal 1477, quando la prima notizia che abbiamo del nostro Candido è del 1481 e si riferisce al suo ingresso nei Camaldoli, nel monastero delle Carceri. Cancelliere del Dolfin, nel 1482 volle passare all’abbazia fiorentina della Congregazione di Santa Giustina, ma rientrò tra i Camaldolesi nel 1486, “petita venia a Delphino, qui loco filii tenebat” (Mittarelli, op. cit., p. 357. Per le date qui fornite ci siamo basati sulla corrispondenza del Dolfin, Venetiis, “arte et studio Bernardini Benalii impressoris … Anno Domini nostri lesu Christi MDXXIII Die prima Martii”, nonché sul supplemento ad essa, raccolto dal Mabillon e pubblicato da E. Martene e U. Durand, Veterum scriptorum et monumentorum ... amplissima collectio, III, Parisiis 1724, coll. 1122 ss.). Tra il 1491 e il 1495 soggiornò in Grecia, secondo il Mittarelli il quale, scrivendo sub anno 1496 dice che “quinquennio commoratus Atticae ... In Italiam hoc anno reversus ... gratulatus est redeunti Delphinus ... “ (op. cit., ibidem; ma cfr. anche lettere del Dolfin al Candido, del 3 giugno e del 12 luglio 1496, Epistulae, V, nn. 1 e 6). Priore di Castrocaro nel 1500 (Dolfin, Epistulae, VI, pp. 33 ss.), nel 1505 compiva un viaggio a Venezia presso il Manuzio (lettera del Carteromaco ad Aldo, dell’1l aprile, con l’avviso dell’arrivo del Candido, in De Nolhac, Les correspondants, cit., lettera n. 35) e nel 1507 si trasferiva a Roma portando con sé i Dyonisiaca di Nonnus di Panopoli da trascrivere per il Manuzio (altra lettera del Carteromaco a questi, del 14 aprile 1507 in De Nolhac, op. cit., n. 37, p. 290: “Don Piero nostro ancor lui è fatto cortigiano et vivit Romae, et ha portato seco el Nonno et scrive continuamente et di già a scritto venti libri... “; ma v. anche la lettera, sempre del Forteguerri ad Aldo, in data 27 marzo 1508, ivi, n. 38, p. 291, in cui si dice che la trascrizione non è stata eseguita con rigore e che il Candido “è huomo assai avaro, tenace, cupido et nihil pensi habet etiam in amicitia, pur che faccia el fatto suo...” . Per il soggiorno romano si cfr. anche Dolfin, Epistulae, VIII, n. 67). In quei giorni egli trattava per seguire a Fano, come precettore, un nipote del cardinale d’Urbino e otteneva l’abbazia di Santo Stefano di Cintorio a Pisa (Dolfin, Epistulae, VIII, n. 99), dove è tuttavia improbabile risiedesse a lungo, perché nel febbraio 1512 era a Firenze a seguire da vicino le vicende della stampa del Lucrezio presso i Giunta (v. sua lettera al Carteromaco nel msto Vat. Lat. 4105, f. 306). Dopo questa data si perdono le sue tracce.

16. Mittarelli, op. cit., p. 357.

17. La collectio, priva di frontespizio, fu edita in tre volumi a Venezia tra il l501e il 1504. Gli Homerocentra compaiono nel secondo volume, con testo a fronte, e sono dedicati al Dolfin. Per la traduzione di Cebète v. la lettera del Dolfin al Candido, del 6 novembre 1499, in Epistulae, VI, n. 15.

18. T. Lucreti Cari De rerum natura libri VI, impressum Florentiae sumptibus Philippi Giuntae bibliopolae Anno Salutis MDXII Mense Martio. A cc. Aii la dedica a Tommaso Soderini (il testo è riportato anche in Bandini, De Florentina Iuntarum typographia cit., II, pp. 39-41).

19. De Nolhac, Les correspondants cit., lettera n. 40.

20. Bibl. Ap. Vaticana, Vat. Lat. 4015, f. 306. La lettera si apre con l’annuncio della vestizione di Pietro Quirini.

21. Cfr. la lettera, anch’essa indirizzata al Colocci, del 28 marzo 1509, con notizia d’Erasmo “autore di proverbii”, in De Nolhac, Les correspondants cit., lettera n. 39.

22. Sul Varino esistono diverse biografie, ma si v. in particolare: J. François, Bibliothèque générale des écrivains de l’Ordre de S. Benoit, III, Bouillon 1778, p. 182; G. Tiraboschi, Storia letteraria d’Italia, ed. di Milano, IV, 1833, pp. 129-30; C. Poggiali, Memorie per la storia letteraria di Piacenza, II, Piacenza 1789, pp. 13-27 (dipende in parte dal Tiraboschi, ma alle pp. 13-14 riporta anche una lettera di F. Ughelli); L. Mensi, Dizionario biografico piacentino, Piacenza 1899, p. 449. Sull’amicizia con Paolo Cortesi v. quanto lo stesso Varino scrive nella lettera gratulatoria che precede il testo del De cardinalatu: “Iam... agit annus (ni fallor) duodecimus ex quo Roman forte fortuna una perficiscentes et litteraria (ita ut fieri solet) multum inter nos sermones ferentes, indissolubile hoc amicitiae vinculum contraximus”. Il viaggio risalirebbe perciò al 1498.

23. In Carum Lucretium poetam commentarii a Joanne Baptista Pio editi: codice lucretiano diligenter emendato, nodis omnibus et difficultatibus apertis: obiter et diversis auctoribus tum graecis tum latinis multa leges enucleata: que superior etas aut tacuit aut ignoravit. Pellege: letaberis +. Colophon: Bononiae, typis excussoriis editum ergasterio Hueronymi Baptistae de Benedictis Platonici Bononiensis, Julio quercente ligure II Pontefice maxumo sedente: Italiae vindice: patriae sotere. Anno Domini MDXI kal. Maii.

24. Su questo codice cfr. E. Pellegrin, Le codex Pomponii Romani de Lucrèce, in “Latomus. Revue d’études latines”, VII, 1948, pp. 77 ss.

25. Il Pio, allievo del Codro e di Beroaldo, si laureò a Bologna nel 1494 e in quell’Università lesse retorica e poesia per il 1494-95, prima di passare a Mantova e a Milano. Rientrò a Bologna nel settembre del 1500, dopo perciò la morte del Codro, il che spiega forse l’intermediario Bartolomeo Bianchini.

26. A. Tenenti, rec. al volume della Fraisse cit., in “Belfagor”, XVIII, 1963, pp. 735-38.

27. A. Serra Zanetti, L’arte della stampa in Bologna nel primo ventennio del Cinquecento, Bologna 1959, p. 90: “Il testo, in bellissimi caratteri romani, nitidi e ben proporzionati, è incorniciato da tre lati dal commento, in caratteri minori della stessa forma, e gli effetti d’impaginazione sono dosati con singolare equilibrio ed accortezza. È evidente l’intenzione, da parte di Girolamo Benedetti, di ripresentarsi al colto pubblico bolognese in veste di capo d’una grande officina tipografica, con un modello splendido, degno della tradizione Platoniana...”.

28. Eligidia loannis Baptistae Pii Bononiensis Libri quinque, impressa Bononiae per Io. Antonium de Benedictis civem Bononiensem, 20 dic. 1509. Cfr. F. J. Norton, Italian Printers 1501-1520, London 1958, p. 6.

29. Bibl. Ap. Vaticana, Vat. Lat. 4103, f. 61: “Candidus noster tuo nomine mihi rettulit paraphrastim quae apud me est”.

30. Colophon: Impressum Bononiae per Joannem Antonium Platonidem Benedictorum Civem Bononiensem, Anno Domini MDIIII, die vero XVI mensis septembris. Consta di 36 cc. n.n., di cm. 20x15.

31. Che si tratti di un’unica stampa è provato dalla presenza, in ambedue le copie, degli stessi errori di stampa (paraphresis, nel titolo, Sodorino nella dedica, etc.). Ambedue le copie sono conservate presso la Biblioteca Nazionale di Firenze, la prima con la collocazione Miscellanee 1141/7, e la seconda tra i Rari postillati con la numerazione 101 (le postille sono in realtà una dichiarazione di proprietà di Benedetto Varchi e alcuni capilettera miniati). Nessuno si è sinora accorto della diversità delle due presentazioni: né il Serra Zanetti, op. cit., n. 189; né C. A. Gordon, A Bibliography of Lucretius, London 1962, n. 495.

32. Cfr. C. E. Bühler, The University and the Press in Fifteenth-Century Bologna, Notre Dame, Indiana 1958, p. 79; Reichling, n. 1216.

33. La qualifica di “scholasticusche l’autore si dà nella Paraphrasis deve indicare non già un alunnato, ma un suo legame universitario. La pubblicazione della sua prima opera è precedente di quattro anni alla laurea del Pio e posteriore di sei all’ingresso nell’Università bolognese, come professore, dell’Achillini, il quale insegnò dapprima logica, poi, dal 1497 al 1506, filosofia naturale e medicina teorica. Su quest’ultimo si v. la biografia stesa da B. Nardi in Dizionario Biografico degli Italiani, I, Roma 1960; nonché, dello stesso autore, i precedenti Appunti sull’averroista bolognese A. Achillini, in “Giornale critico della filosofia italiana”, XXII, 1954, pp. 67 ss. (e rist. in Saggi sull’aristotelismo padovano dal sec. XIV al XVI, Firenze 1958).

34. Cfr. U. Dallari, I Rotuli dei lettori legisti e artisti dello Studio bolognese, I, Bologna 1888, p. 195.

35. Orlando Furioso, XLII, 89: “Guido Postumo, a cui doppia corona / Pallade, quinci, e quindi Febo dona”. Ma cfr. anche S. Fornari, Della espositione sopra l’Orlando Furioso parte prima, Fiorenza, appresso Lorenzo Torrentino, 1549, p. 695.

36. D. Bonamini, Memorie istoriche di Guido Postumo Silvestri pesarese ... lette nell’Accademia Pesarese in sera dei 29 aprile 1768, in “Nuova Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici” del Calogerà, XX, n. 9, pp. 265 ss.

37. Dallari, I Rotuli cit., p. 191. Il SiIvestri era dunque collega del Franco in quello stesso anno.

38. R. Renier, Della corrispondenza di Guido Postumo Silvestri (spigolature), Nozze Cian-Sappa – Flandinet, Bergamo 1894, pp. 241-60. Ma si v. anche A. Luzio; R. Renier, La coltura e le relazioni letterarie di Isabella d’Este Gonzaga, in “Giornale storico della letteratura italiana”, XXXV, 1900, pp. 242-44, dove risulta, dalle lettere del periodo dicembre 1511 marzo 1512, che egli era in quei mesi segretario di Lucrezia Bentivoglio.

39. Renier, op. cit., p. 250 e nota.

40. Guidi Posthumi Silvestris Pisauriensis Elegiarum libri duo, Bononiae, per Hieronimum de Benedictis, Kal. Iul. MDXXIIII. Una copia di quest’opera presso la Biblioteca Casanatense di Roma. In M. E. Cosenza, Biographical and Bibliographical Dictionary of the ltalian Humanists..., Boston 1961, viene registrata una edizione, presso lo stesso tipografo bolognese, del l° luglio 1523, ma l’indicazione è errata. Due carmi del Silvestri, relativi alle cacce del papa, ha pubblicato G. Roscoe, Vita e pontificato di Leone X, VIII, Milano 1817, pp. 183-210; infine V. Cocco, in “Studia Oliveriana”, VI, 1958, pp. 66581 ha pubblicato, senza alcun commento, tre brani poetici e sei lettere, queste ultime senza preoccuparsi di indicarne il destinatario, che sembra essere la comunità di Pesaro, per la quale, si dovrebbe dedurne, il Silvestri era ambasciatore in quell’anno presso la Curia; sempre della Cocco si v. il suo studio sul Silvestri in “Studi Urbinati”, XXXIV, n.s., 1960, pp. 124-75.

41. Il documento in O. Tommasini, La vita e gli scritti di Niccolò Machiavelli, I, Roma 1883, p. 47 n. L’atto è datato “1515 indict. iii die vero mercurii quarta mensis Julii... ”.

42. B. Scala, De legibus et iudiciis, ed. a cura di L. Borghi, in “Bibliofilia” XLII, 1940, pp. 256-82. L’originale presso la Biblioteca Comunale di Siena, cod. G. VIII. 46. Il dialogo risale al febbraio del 1483.

43. Che si tratti proprio di Bernardo di Niccolò di Buoninsegna non parrebbe dubbio. I Machiavelli appartenevano al quartiere di S. Spirito, gonfalone Nicchio e nel Catasto di quegli anni non troviamo che il padre di Niccolò che possa, per censo e condizione sociale, essere accolto nella cerchia del cancelliere della repubblica. Di Bernardo ameremmo certo sapere assai più di quanto sino ad ora non si conosca. Sappiamo che fu uomo di legge (il titolo di “messere” gli compete) e che in data imprecisata esercitò l’ufficio di tesoriere della Marca (cfr. G. Baldelli, Elogio premesso dall’ed. fiorentina delle opere di Niccolò, 1873), e certamente la scoperta di un su quaderno di “ricordi”, per merito dell’Olschki (Firenze, 1954) ci ha dato una viva immagine della sua vita privata; così come la parziale ricostruzione della sua biblioteca, che abbiamo tentato nella nota precedente su questa stessa rivista, basandoci proprio su quei “ricordi”, ci ha mostrato quali fossero i suoi interessi di uomo di cultura. Eppure siamo ancora ben lontani da una soddisfacente conoscenza della sua personalità. Si pensi che c’è stato persino chi – come il Tommasini – lo ha sospettato un illegittimo, basandosi su di una lettera di Biagio Buonaccorsi, il quale, il 28 dicembre 1509, informava l’amico Niccolò di un’accusa di ineleggibilità agli uffici della repubblica, “per essere voi nato di padre etc.”. Il Ridolfi (Vita di Niccolò Machiavelli, Roma 1954, p. 171) ha creduto di poter spiegare quell’etcoetera supponendo che messer Bernardo fosse debitore del Comune e per questo iscritto nelle liste dello Specchio. Ma si tratta di una supposizione ricavata da un passo del Marzi (La cancelleria della repubblica fiorentina, Rocca san Casciano 1910, p. 304), il quale autore non ha alcun documento per suffragare la sua affermazione, semplicemente perché le liste dello Specchio sono andate perdute o distrutte; anzi, può persino dubitarsi che l’iscrizione in esse fosse causata soltanto da insolvenza nei confronti del Comune. È molto più probabile, cioè, che “a Specchio” si andasse anche per altre cause, come lascerebbe supporre – ad esempio – la norma ben chiara inserita nella provvisione prima per le fanterie, del 6 dicembre 1506, stesa dal nostro Niccolò; norma ripetuta anche in altre leggi della repubblica. Comunque sia, resta il fatto che la stessa accusa di ineleggibilità fu rivolta al Machiavelli (e sin qui nessuno l’ha rilevato) anche nel 1507, per cassare la sua elezione a “nuntius et mandatarius” a Massimiliano d’Asburgo (cfr. N. Machiavelli, Legazioni e Commissarie, a cura di S. Bertelli, Milano 1964, Nota introduttiva alla legazione XXIV, p. 1053). Pare improbabile che messer Bernardo rinunziasse per tanti anni ai suoi diritti di “civis f1orentinus” esimendosi dal pagare le tasse, col rischio di compromettere persino la carriera del figlio. Purtroppo il problema sembra destinato a restare insoluto, perché nemmeno il Catasto ci aiuta. Dai campioni dell’anno 1427 (A.S.F., Catasto, 65, cc. 81r; e Catasto, 18, Portate 1427, S. Spirito, Nicchio, cc. 1172-1175v) Niccolò di Buoninsegna Machiavelli risulta celibe, “d’età d’anni 42 o circa”; mentre nel 1430 (Catasto, campioni, n. 394, cc. 276r) egli risulta già morto (“Redità giacente di Niccolò di Buoninsegna Machiavelli”). La sua morte non risulta annotata nel Libro dei morti dall’ anno mcccxxiii all’anno mccccxxx (A.S.F., Grascia, n. 188), anche se ciò non dice molto, perché la morte potrebbe essere accaduta in villa e non in città. Comunque egli era ancora in vita ai 12 d’agosto del 1429, poiché in quel giorno egli denunciava, nella dichiarazione del proprio gonfalone per le liste elettorali, l’età “d’anni xlv” (A.S.F. Tratte, Libri dell’età, n. 39). Ora noi sappiamo che messer Bernardo nacque nel 1428 (si v. la sua denuncia per il catasto del 1480 [Catasto, campioni, n. 994, cc. 128r-130r] che corregge la precedente dichiarazione d’età del 1470), e pertanto è lecito dubitare ch’egli sia figlio di Niccolò. Ma nel Catasto del 1470 (Catasto, campioni, n. 906, cc. 78r-8lr) è segnata per la prima volta la denuncia di Bernardo con l’avvertenza: “disse il primo catasto in Niccolò e Giovanni e Totto di Buoninsegna Machiavelli, in detti quartieri et gonfalone, le substantie de’ quali in parte sono pervenute al detto messer Bernardo”; ciò significherebbe che egli era considerato, a quella data, legittimo. La questione, pertanto, rimane aperta.

44. Debbo il suggerimento a Félix Gilbert, che qui ringrazio.

45. N. Rubinstein, The Beginnings of N.M.’s Career in the Florentine Chancery, in “Italian Studies”, XI, 1956, pp. 72 ss. (i documenti alle pp. 86-91).

46. Oltre alle notizie fornite da D. Marzi, La cancelleria della repubblica fiorentina cit., passim, si v. le schede biografiche degli indici delle Legazioni e Commissarie machiavelliane, nell’ed. sopra cit.

47. Cfr. Lettere a cura di F. Gaeta, Milano, 1961, n. 8. Il giudizio di questa lettera verrà ribadito in Discorsi, I, 11: “Al popolo di Firenze non pare essere né ignorante né rozzo; nondimeno da frate Girolamo Savonarola fu persuaso che parlava con Dio”. Ma v. anche la lettera al Guicciardini, da Carpi, del 17 maggio 1521, dove, parlando del predicatore che desidererebbe trovare per quelli dell’Arte della Lana, scrive che lo vorrebbe “più versuto che fra Girolamo” (Lettere, ed. cit., n. 184). Per un giudizio politico sul governo del frate si v. Discorsi, I, 45 e III, 30; Decennale I: “Ma quel che a molti molto più non piacque / E vi fe’ disunir, fu quella scuola / Sotto ‘l cui segno vostra città iacque / I’ dico di quel gran Savonerola / El qual, afflato da virtù divina / Vi tenne involti con la sua parola”. Cfr. per tutti L. Russo, Ancora dell’antitesi tra Savonarola e Machiavelli, in Machiavelli, Bari 1943, pp. 201 ss.

48. La lettera, datata da Firenze il 20 marzo 1498, è stata pubblicata in “Lettere italiane”, XIV, 1962, ed è preceduta da una breve introduzione del Varanini sulla figura del Dolfin.

49. Sui “compagnacci” noi siamo rimasti fermi a quanto ne scrive Bartolomeo Cerretani nella sua Storia fiorentina (cfr. ed. J. Schnitzer, München, 1904, pp. 54-58).

50. Cfr. Lettere, ed. cit., nn. 139 e 183.

51. G. M. Mazzuchelli, Gli scrittori d’Italia, ad vocem.

52. Su questo tipografo editore cfr. K. Haebler, Die Deutschen Buchdrucker des XV Jahrhunderts in Aussland, München, 1924, pp. 121-22.

53. J. Facciolati, Fasti Gymnasii patavini, II, Patavii 1757, p. 110.

54. A. Firmin-Didot, Alde Manuce et l’hellénisme à Vénise, Paris 1875, pp. 147-150, ma v. anche a p. 444; C. Castellani, La stampa in Venezia dalla sua origine alla morte di Aldo Manuzio seniore, Venezia 1889, p. 52.

55. In Val. Catullum et in Priapeias emendationes. In Venetiis, per Joannem Tacuinum de Tridino, pridie Idus octobris 1495 (Hain, 2185) e ristampate dal medesimo editore, con dedica al Sanudo, in una collectio di poeti elegiaci, nel 1500, e di nuovo da Aldo nel 1503 (cfr. infra).

56. S. Maffei, Verona illustrata, II, Verona 1731, coli. 153-55.

57. Catullus. Tibullus. Propertius. Colophon: Venetiis, in aedibus Aldi, mense januarii MDII (stile veneto!). In fine al Catullo è stampata, a cc. 42v-44r la lettera dell’Avanzi al Sanudo, seguita da quattro pagine di correzioni.

58. T. Lucretii Cari, Libri sex nuper emendati, Venetiis, accuratiss. Apud Aldum, mense Decem. MD . A cc. l v° la dedica al Pio, seguita dalla presentazione dell’Avanzi, datata “Kalendis Martiis MID” e indirizzata al medico Valerio Superchi.

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