"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

30 | gennaio/febbraio 2004

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Immagini dal femminile biblico 

Recensione a: Beatrice Masini, La spada e il cuore. Donne della Bibbia, Edizioni EL, Trieste 2003, illustrazioni di Octavia Monaco

Irene Tontardini

La letteratura per ragazzi è spesso erroneamente considerata un insieme di immagini e storie preconfezionate ed edulcorate, da somministrare a un pubblico che, in fondo, è solo in grado di “guardare le figure”. Nell’accezione più negativa riservata allo sguardo infantile, il valore dell’interpretazione tra il figurato e lo scritto, la potenza del nesso immagine parola, viene spesso tralasciato, minimizzato, ridotto. Un ottimo esempio di come, anche in un settore così particolare, si tenti di ridare all’immagine uno statuto non solo d“illustrazione”  tout cour, ma di strumento per un’ulteriore o addirittura ‘altra’ lettura di un testo, è la collana le Sirene delle edizioni EL; che da più di un anno ormai lavora sulle figure femminili nella storia e nel mito, ponendo due donne – illustratrice e scrittrice – a confronto, e risolvendo il problema del genere “al femminile” con il dialogo di diversi punti di vista. A cimentarsi con le immagini delle eroine bibliche è stata chiamata una coppia già consolidata: Beatrice Masini e Octavia Monaco (si veda la mostra bolognese Attraverso lo specchio. Miti, riflessi, scritture recensita in Engramma n. 25). 

La Masini, a cui si deve la selezione delle protagoniste, sceglie di rifarsi alla tradizione biblica ad ampio raggio, mescolando tradizione ebraica, vangeli apocrifi e tradizione cristiana (con le dovute avvertenze in premessa) e impastandole fra loro nelle voci narranti delle donne: Lilith, Eva, Maria, la donna del cantico dei cantici, la regina di Saba.

Se le storie, spesso monologhi in prima persona, scritte dalla Masini usano registri molto diversi l’una dall’altra, le immagini della Monaco lavorano come un corpus unico. Nelle figure, la Bibbia sembra essere popolata da eroine estremamente reali, fatte di cuore, di spada, e “di ossa, muscoli nervi, grasso, occhi unghie, pelle e peli”, come Eva (p. 22). Le figure femminili sono rappresentate con gli stessi colori della terra, in tutte le tonalità dei bruni, mentre le altre gamme cromatiche appaiono sempre come un violento elemento estraniante, scarto che evidenzia il dettaglio centrale dell’episodio raccontato: in una scena di gioco che ha i colori del deserto, la piccola Maria, con la bambola e con un dito ancora nel naso, accoglie un supponente angelo-fascio di luce blu che viene, in anticipo secondo questa delicatissima versione, a preannunciare la nascita del suo figlio divino; è un ”covone di grano”, una pennellata che fuoriesce dalla cornice dell’illustrazione stessa, il mucchio dei biondi capelli di Sansone che Dalila “nera come la carne dell’oliva” (p.64) stringe a se piangendo il suo gesto.

Queste figure di donne hanno l’autorità di icone sacre ma, al tempo stesso, il fascino di un mondo lontano, come se in alcuni momenti le eroine della Bibbia uscissero dai racconti di Sherazade. I tessuti, inseriti spesso nelle figure con la tecnica del collage, nella loro ricchezza ricostruiscono l’idea dell’Oriente: Giuditta, tra i fumi degli incensi, è una corpulenta e sicura matrona stesa su un tappeto persiano con un copricapo quasi da sfinge; ha già conquistato il nemico con lo sguardo ed è trionfante; Dalila è addirittura una figura intessuta sul tappeto su cui giace, un’“altra” narrazione in figura che viene a confrontarsi con i fili della storia biblica.

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