"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

136 | giugno-luglio 2016

9788898260812

titolo

Il Codice di Giulia Solinga (BMCVe, ms Cicogna 270)

Il processo in Parnaso in difesa di Sara Copio Sullam (cc. 1r-12v)

Presentazione e trascrizione a cura di Anna Ghiraldini

English abstract

Dedicatoria del Codice di Giulia Solinga (BMCVe, ms. Cicogna 270, c.1r).

Presentazione del Codice di Giulia Solinga

Presso la Biblioteca del Civico Museo Correr di Venezia, conservata nel Fondo Cicogna n. 270 olim 206, è una miscellanea secentesca di prose, sonetti e madrigali su carta Fabriano giunta ai posteri con il titolo Codice di Giulia Soliga (Boccato 1974, Hárran 2009). Il manoscritto, unico esemplare esistente e a tutt’oggi inedito, si compone di 100 carte recto e verso cui sono allegati in terza di copertina due fogli redatti dal fu proprietario del fondo, l’erudito veneziano Emanuele Antonio Cicogna: recano, il primo, uno stralcio d’indice e un sunto dei contenuti del manoscritto e, il secondo, la continuazione del sunto e un commento all’opera.

Il Codice, di cui lo stesso Cicogna attesta l’originalità, dà notizia circa la difesa dalle accuse di plagio mosse alla “bella hebrea” Sara Copio Sullam (Boccato 1980, Busetto 1983, Fonseca-Wollheim 2000, Fortis 2003), giovane e colta poetessa vissuta nella prima metà del 1600 nel Ghetto Vecchio di Venezia, dal suo precettore Numidio Paluzzi e dal pittore Alessandro Berardelli (Sara Copio è la protagonista della stanza 6 della esposizione a Palazzo Ducale "Venezia, gli Ebrei, l'Europa. 1516-2016", sulla quale vedi, in questo stesso numero di Engramma, il contributo di Donatella Calabi; sulla personalità di Sara Copio, vedi in questo stesso numero di Engramma, il contributo Centanni, Ghiraldini).

Le ricerche d’archivio condotte hanno messo in luce una difformità tra il cognome dell’autrice, così come si evince dalle carte del manoscritto, e la sua trascrizione, riportata per la prima volta negli anni Settanta e poi ripetuta in bibliografia: non si tratta, infatti, di “Soliga” ma “Solinga”. L'errata traduzione ha origine in una supposizione dello stesso possessore del codice: è infatti alla carta 85r del primo dei sette cataloghi contenenti la classificazione della sua vasta biblioteca di manoscritti che il Cicogna cerca di sciogliere i dubbi sulla casata e poi, in un suo contributo pubblicato nelle Memorie dell’I. R. Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti, arriva a ricondurla alla famiglia Soligo/Solico; quindi “Solinga”, seguendo il ragionamento di Cicogna, potrebbe essere un’invenzione letteraria (Cicogna 1864). In realtà, a quanto pare chiaro a questo punto della ricerca, non c'è ragione di dubitare della correttezza della grafia e molto più probabilmente si tratta di uno pseudonimo. Si propone quindi qui di restaurare la titolazione originale – che non pare richiedere emendamenti – "Codice di Giulia Solinga" al posto della titolazione "Codice di Giulia Soliga" ormai entrato in tutte le voci bibliografiche sul tema.

Estratto dagli appunti manoscritti di Emanuele Antonio Cicogna riportanti la classificazione del Codice nel suo fondo, l’indice, alcune indicazioni riguardanti il contenuto e il suo tentativo di sciogliere il cognome “Solinga” (BMCVe, mss. Cicogna 4424, cc.84v-85r, fonte Nuova Biblioteca Manoscritta).

Estratto del Codice di Giulia Solinga (BMCVe, ms. Cicogna 270, c.15r).

Il pretesto che innesca la redazione del manoscritto è la volontà di fare memoria dell’incresciosa vicenda che coinvolge la poetessa, il suo precettore e un pittore della sua cerchia: il registro è quello della satira letteraria che aveva iniziato a incontrare un grande successo di pubblico già sul finire del Cinquecento. Il romano Numidio Paluzzi è citato in giudizio per rendere conto delle infamanti accuse che muove nei confronti della sua brava allieva, nonché dei furti compiuti in casa della sua generosa ospite. Scorrendo le carte si assiste alla messa in scena di un processo penale sui generis: è il 1625 quando Paluzzi, “vilissimo” uomo di lettere, lascia le sue spoglie mortali e pertanto l’intera causa, che si svolge almeno un anno dopo, ha luogo in Parnaso al cospetto di Apollo e delle Muse. Quattro avvocate d’eccezione assistono Sara: Saffo, Corinna, Vittoria Colonna, Veronica Gambara. La scrittrice e attrice teatrale Isabella Andreini, “saggia tra ‘l suon, saggia tra i canti”, interroga il Paluzzi; giudice non proprio imparziale è Pietro Aretino, colui “che d’ognun disse mal, fuorché di Cristo, scusandosi col dir: 'Non lo conosco'!”. Le testimonianze attorno al procedimento immaginario sono comunicate nel mondo dei vivi mediante, appunto, Avvisi di Parnaso registrati da Giulia nel Codice.

All’interno dell’opera, sono custoditi cinque sonetti di Sara Copio: pubblichiamo qui i prime tre, contenuti nelle carte 1r-12v (che sono oggetto della qui presente trascrizione): è questo un elemento che conferisce grande importanza al manoscritto poiché la maggior parte della sua produzione letteraria è andata perduta.

Lo studio del manoscritto, di cui qui si presenta una anteprima, è alle prime battute ma, tuttavia, è già possibile segnare alcune linee di ragionamento da riprendere, approfondire, ritracciare, nel prosieguo delle ricerche che sono in corso.

Anzitutto, la miscellanea è stata verosimilmente redatta a più mani: tale ipotesi si fonda sulle diverse grafie rilevate nel manoscritto (almeno tre) e sui plurimi registri linguistici che compongono la satira. Quanto all'autore – o meglio agli autori – del sapido libello, le ipotesi attualmente sul tavolo di lavoro sono diverse: che Sara Copio sia la ghostwriter dell'opuscolo in sua difesa e non solo dei sonetti qui trascritti; che sia l’ortonimo di Giulia Solinga e che Giulia Solinga sia quindi uno pseudonimo, o forse un eteronimo, della "bella Hebrea"; o che sia, infine, l’antesignano del nome “multi-uso” nell’ambito di un elegante esercizio e un divertente gioco di scrittura collettiva. 

Del manoscritto, in questa sede, presentiamo solamente le prime carte, da considerare come una sorta di episodio-pilota di una serie che avrà uno svolgimento e un finale.

Il codice di Giulia Solinga (cc.1r-12v)*

Allo Illustrissimo signore il Messer Marco trivigiano padron colendissimo

[1r] Egli è certo, Nobilissimo e Illustrissimo Signore, che non have’ la terra nel suo seno, fiera più crudele, serpente più iniquo, veneno più mortale, dell’huomo ingrato; questi, renpiendo il core di una volontà prava, adombrando lo inteletto con densa nebbia di malvàgia dimenticanza, confonde le leggi di natura, mentre radendo dalla memoria i carateri del benefitio, lacera il merito di quello qual suol mastino il sasso aventatogli da mano nimica: onde la pietà e la liberalità che l’altrui gentilezza impiega ad utile di tali mostri, in vece di produrre il miele dolcissimo della gratitudine e di legar gli animi con gli santissimi nodi di indisciolubile amicizia, entro al c﹤u﹥ore di queste prodigiose serpi, con horribile metamorfosi, cangian dosi: nell’amaro fiele di una venenosa rabbia il tutto converte. E, diformando con larva infame quei semi che nel vil terreno dei loro cuori sparse la liberal mano d’Amore, ecco con ogni eccesso di inhumana [1v] impietà a queste inique fiere fatti crudeli nimici ai lor benefatori. Horrendissimo vitio che ha dare occasione a me di raccogliere questi scritti da diversi originali, nei quali si scopre la scelerata ingratitudine di un vilissimo animo il quale, abusando la pietà che nei suoi estremi disagi gli mostrò donna veramente di animo ingenuo fiero essempio, ha lasciato alle memorie con qual empia ricompensa sia contrapesato singolare benefitio quando sia impiegato a sporportionato soggetto ch’è al tutto disgionto dai costumi nobili dei quai si adorna un cor gentile e dagli usi illustri che fanno risplendere un animo generoso. Tai componimenti, essendomi capitati, molto mi hanno fatto pensare a chi dovessi dedicargli: mi andò per la mente di farne un dono alla vendetta, pensai di appendergli al tempio della fama per ché ivi, tra le ingrate memorie, tutta via apparissero; hebbi voglia di accomandarle ad un certo magistrato che ai secoli migliori in Acri antichissima città dell’Abbruzzo assisteva contro [agli] ingrati. Tali e sì diversi pensieri mi [2r] [mi] agiravano quando a caso mi venne alle orecchie lo inopinato caso accorso a Vostra Signoria Illustrissima il febraro passato, il quale sì come ha superato ogni eccesso di ingratitudine così mi riempì l’animo di horrore e di stupore e insieme mi consigliò che non ad altri che a lei si dovevano dedicar questi fogli continenti parte [de] delle iniquità che da un simil tronco, pullulando, hanno quasi posto in esterminio donna che, per la lealtà de l’animo e per lo affetto che sempre mostrò ai professori di virtù, certo non meritava di cadere in sì scelerate. A lei donque, Signor Illustrissimo, che gratissima verso il benefitio de illustrissimo amico e benefica tanto verso il lusinghiero nimico ha esprimentato lo immenso affetto di quello e il fiero eccesso di questo, queste prose e questi versi se gli dedicano: perché nelle iature occorse alla hebrea veda quasi un ritratto di quel controcambio con cui e la pietà e la liberalità usata da Vostra Signoria Illustrissima fu riconosciuta e per ché né anco ho potuto tratenermi che di un sì stravagante sucesso non ne habbia parlato con le muse, si degnerà ella di veder quanto se n’è detto nei tre seguenti sonetti, dei quali il [2v] primo è fatto in persona della hebrea, poi ché per quanto a me ne paia, in quello istesso scoglio che Vostra Signoria Illustrissima fè naufragio, tengo parimenti lei habbia volta la nave.

Gradisca la innata sua gentilezza lo affetto de l’animo mio che io, in tanto da Iddio augurandole quei honori che alla sua chiara virtù sono dovuti, con riverente affetto le bacio le mani.

Di Vostra Signoria Illustrissima humile servitrice
Giulia Solinga

Tre sonetti della Hebrea

[3r] Sonetto in persona della Hebrea allo Illustrissimo Messer Marco Trivigiano per il caso sucessoli con lo Strozzi

Fiero destin direi, se pur le stelle
Quei cagionasser scelerati effetti
Che abborti de arroganzza anzi concetti
Cred’io d’inferne furie al ciel rubelle.

Dunque ai tuoi danni il ferro strinser quelle
Mani ch’empiesti d’oro? E in fieri aspetti
Cangiar vedesti i lusinghieri affetti,
Tai donque cela un cor voglie empie e felle?

Caso che ben pareggia, anzi ch’adombra,
(Signor) le mie sventure; e in via maggiore
Pelago d’acque ingrate, le sommerge.

Tragici eventi hor vien ch’ammantin d’ombra
La mia comica scena e hostil il furore
L’altrui vile empietà d’oblio cosperge.

[3v] Al medessimo

Col magnanimo impronto, onde felice
Porti del grande amico il segno impresso,
Tentò scolpirne il cor d’huom già depresso
La cortese tua man dispensatrice.

E ricca biada entro solco infelice,
Signor, spargesti, indi co· indegno eccesso
Fiera messe ne uscì, che mostrò espresso
Qual di buon seme frutt’empio si elice

Dispari effetti ecco da cause pari
Hor com’è ch’altri pur riempa d’amore
Gran benefitio e in odio altri dissempre?

Causan dei oggetti le contrarie sempre
Ch’un sol gentil legame in nodi cari
Quei stringa e questi cinga di furore.

[4r] Allo istesso Illustrissimo Signore

Cesare, allhor ch’e nsè vide converse
L’armi di Bruto, sì l’indegno errore
De l’amico sleal ebbe in horrore
Che, per non veder lui, gli occhi coperse:

Là quell’empio, celandosi, scoperse
Che la tradita fé con via maggiore
Onta l’oppresse che non il furore
Hostil ch’a l’alma più d’un varco aperse.

Non have’ l’empietà più fiero oggetto
De l’amico inimico: ma s’ei stringe
Contro a l’amico il ferro oh come è duro.

Marco, tu che mirasti in quale aspetto
Livor d’inferno il volto a questi tinge
Fu n’aprì il ver’ che nei miei detti è oscuro.

Alli Cortesi lettori Giulia Solinga

[5r] A doversi espor fuori questi avisi, ne ha dato occasione la non mai apieno espressa malvagità di duo vilissimi (non dirò huomini) ma sì ben mostruosi prodigi di abominevole ingratitudine, l’uno dei quali oltre ogni credere scelerato, ché già sotto nome di gran filosofo, di oratore e di poeta, si era scagliato al tinello di Eccellentissimo Signore con arrogarsi titolo di secrettario ma di là tosto cacciato per essersi scoperto non meno ignorante che arrogante. Pur gli avvene (protegendolo la fortuna, ben speso favoritrice di chi manco n’è degno) che egli capitò alle mani di una virtuosa giovane hebrea la quale, da un falso suono della costui dottrina invaghita, a sè lo introduse; indi, da quella superficie di sapere che una gagliarda chiacchiara in lui facea apparire, adescata, la donna si compiacque di farselo maestro con agravarlo che doi volte alla settimana dovesse leggerli una lezione e, per ché il valent’huomo fuori che d’una carica di valido mal francese (del [5v] quale ne havea tanto entro a l’ossa che no potea portarlo) di ogni altra cosa pativa necessità, onde era a segno che per la indiscritione de quei strazzi nei quali stava involto più ne appariva il nudo ch’il vestito, prese partito colei di tutto rivestirlo conforme alla stagione e al bisogno che lo astringeva di portarne il giupone alla disdossa. E per salario gli fu assignato doi cechini al mese con dargli casa fornita e pagata, conveniente a gran virtuoso qual lo stimava e a gran bisognoso come veramente egli era, oltre il mandarli matina e sera lauta prebenda sì per una eccellenza come per il famulo che lo serviva; e insaccò questa pratica del sesto anno che incessentemente, con questo ordine, si perseverò. Ma è vero che in questo tempo non se gli mette a conto sei mesi o intorno ch’egli stè al Friuli onde, credendo di accapar grande aventura, per trasferircisi quetamente svaligiò la casa di quanto gli hanno comodato la hebrea, non senza havergli prima fatto sborsare il salario di tre mesate, e senza [6r] dir a Dio colse la fuga, truffa che valse cento ducati e meglio. Ma il tristo, non havendo trovato i furlani manco accorti di quello che si fossero i fiornetini, fu sforzato di ritornare per le già corse vie ne havendo ardire di più ritornare alla hebrea. Si riparò in casa de illustrissimo cavalliero e da un mezano fece intendere a colei ch’ei si ritrovava in Vinegia e che desiderava di farle riverenza: fu da lei risposto che lo vederia volontieri e che poteva venir a suo piacere. Il giorno seguente se gli apresentò inanzi più che mai fosse miserabile per ché, oltre ai patimenti dai quali già si era disavezzo, anco lo inimico francese lo havea incomincio a stringere fieramente. Volle entrare a far sua scusa e della truffa e della fuga: ma non soferte la hebrea quella humiltà, anzi, consolandolo, diede ordine che fosse rivestito e se gli offerse di darli modo che comodamente haveria potuto far la purga di cui già egli ne gli havea fatto moto, la cui offerta, si come fu accetata, così dalla donna [6v] prontissima fu esseguita. Nella quale ci si frapose da il prencipio di aprile sino allo entrar dello autuno di tempo onde, con lo aiuto di Mercurio di ceroti ontioni e beveroni, parve ch’il nimico cedendo si ritirasse. Seguì la stagion fresca nella qualle, dato che l’houmo industria fosse appoggiato a liberalissimo signore tutta via per ché il vitioso dei suoi costumi sempre lo rese mendico, non fu mai che la pietà della discepola non sempre fosse opportuna e necesaria. Già cominciava la mammoletta viola a spontare quando certe spie che si tratenevano su i confini delle gionture raportarono ch’era rotta la tregua e che lo inimico hoste ne veniva in campo a guerra aperta, essendosi scoperti i saccomani sotto alla bandiera di una spurina bestiale e già una troppa di geme spaventevoli, essendovi sparsa per la campagna della vita, ivi haveva piantati li aloggiamenti: per ché fu bisogno di ritrarsi entro a una stufa per divertir la furia. Quando ecco in uno istesso tempo [7r] convenne a quello illustrissimo cavalliero di passar l’alpi, onde tutto il peso della guerra rimase sopra alle spalle della hebrea che fu da lei accettato con gran cuore e, per resistere all’empito hostile, fece provigione di cinque saldi scudi di argento i quali ogni mese si sborsarono mentre ch’il poeta si tenne in quel forte oltre a gli arosti e altri simili rinfrescamenti per poter manitionarsi nell’assedio, il quale continuò ostinato sino al mezo di agosto. Parve poi che, con il colmo del caldo, lo inimico quasi che stanco si alentasse onde, al quanto respirando, lo assediato talhora si arischiava di farsi alle balestriere; ma i consultori della guerra esortarono la giovane hebrea che si dovesse abbandonar quel posto, sì per che era dificile il tenerlo sì per ché il poeta, per colpa della gola del gioco e altri suoi passa tempi, si era malamente indebitato e col stufaiolo e coi suoi garzoni onde, per questo disordine, li convenne di vendere la Fabrica del mondo libro che solo gli era rimasto [7v] dei molti di cui gli era stata costosa la figliola de Israelle. Ma quello che più lei mosse fu il credersi che, col trasferirsi costui ad aria più purgata e più vicino al socorso, dovesse [senza] senza altro apportarle gran giovamento. Così donque risoltosi, il giorno che fu il quinto decimo d’agosto, improvisamente che a pena le doglie se ne accorsero, entrò in una barchetta che lo atendeva e volandosi conduse in terra di promisione a ponto in ordine, come sì dipinge San Giovan Battista. Fu ricevuto con somma pietà dalla hebrea e di nuovo rivestito; di nuovo, gli assignò stanza a lei vicina e glie la riempì di ogni cosa [cosa] opportuna per agiatamente habitarvi, con raccomandarlo a donna con la quale pur habitava e nella quale dovea haver gran fede la hebrea se un longo e rilevato benefitio havesse ponto di forza in cor vilano. Ateso che costei, il marito e i figli suoi non tenivano carne adosso che non fosse alimentata con di cui la casa della hebrea sempre gli fu larga [8r] dispensatrice e come pur era solita matina e sera per il suo vivere avantagiosamente gli provedeva. Più volte ivi lo invitò né da lui mai partì che non gli lasciasse essempio del come si devono visitare gli infermi e doi continui anni ivi lo tenne.

Oh inaudita empietà: non stete quatro giorni questo mostro in quella stanza che se gli scoperse indegno tradimento che si faceva alla hebrea, onde se interveniva l’empia a cui egli era stato raccomandato per che lo servisse e una perfida negra marana di Granada, , il cui eccesso si facea fingendo quella indegna mora di essere vesata dai demoni e di haver stretto intendimenti con gli spiriti, il che troppo bene sapeva da fingere di quando in quando tramortendo indi con strani ululati, vaticinando e predicendo cose già da lei concertate con colei che non meno ch’ella si fosse era scelerata. Prima non credé questa pratica la hebrea: ma essendogli attestato da colei che teniva in loco di madre e con dimostrazioni che haveano pur troppo dello apparente, ingannata, incominciò [8v] a darle qualche fede indi ad esserne curiosa. A questa sceleragine, si condusse la negra per sodisfare alla sporca lascivia onde, rubando alla padrona co i furti che si faceano, tributava la ruffiana bisonta e questi erano poi atribuiti ad uno aereo spirito che cortegiava la negra, così dicevano. Scoperta il prode huomo questa lepre, imaginò che fosse caccia per i suoi cani e entrò per terzo nello infame concerto, il che volontieri si accetò dalle doi per ché col testimonio della sua autorità speravano di esseguire gran cose, come pur fu vero. Si fece cader in proposito il traditore tirando la pratica di lontano e n’hebbe discorso con la padrona nel quale al tutto si mostrò incredulo di questa tresca, affermando ch’erano falsità e che ben egli di questo haveria scoperto terreno; e quindi partito ci pose intervallo di giorni a ritornare alla hebrea alla quale, poscia appresentatosi con certo sopra ciglio pieno di ammi [9r] ratione, gli hebbe a dire ch’egli restava atonito né capea se più doveva parlare o tacere e che dopo ch’egli non era stato a visitarla ogni notte, egli havea haute fiere visioni e che con tutto il letto (cosa ch’havea veduto anco Paola) e tutti di casa egli era stato trasportato da un lato a l’altro oltre lo essergli stato fatti discorsi altissimi senza veder chi parlasse, tutto che fosse acceso il lume; onde, ad onta sua, gli conveniva credere che qualche verità ivi si nascondesse né per quel giorno di altro si trattò e in tal modo diede principio di confermar in fede quella incauta che mai haveria creduto che un huomo che si facciava di tanta gravità, che professava altissime sienze, havesse potuto usarli sì iniquo inganno: hor per ché lo sgraziato non molto era atto a tenirsi in piede, gli nacque malvagio pensiero di haver un coaiutore in questa pratica: si elesse donque un solennissimo mascalzone e lo istruì di quanto occorreva e lo intrisicò in casa della hebrea sotto velame di andargli a pigliare [9v] la provigione alle hore debite e insieme volle che tre figlioli della lavandaia, scaltrissimi, fossero di questo a parte per affermare e operare quanto gli havesse comandato la negra. E con questa sampogna ordita di sette voci in seno accordate a tal segno ridussero quella povera signora che quasi quasi hebbe a uscir di sé stessa. Le derisioni, i scherni che da sì vil canaglia furono fatti a suo scorno, non li somma il numero: i latrocinii andarono in infinito, né si cessò sino che ci fu che rubare. Non ci fu scrigno che non si sferrasse, cassa che non di discerrasse, armaio che non si spalancasse: allo spirito aereo ogni serratura era aperta, ogni porta era dischiusa, ogni catenaccio, come fosse stato tocco dalla lunaria, da se stesso ne usciva dai suoi forri, dileguossi lo stagno, ne andò in fumo il rame; non furono sicuri i manigli al braccio, le colane al collo, il cinto ai fianchi, gli anelli nei diti che più spariva il vino fuor delle bigonze e l’ole [10r] bolenti dal focolare e già era ridotta la tavola della hebrea come quelle di finco al rapace artiglio di queste perfide arpie. Finsero poi lettere, valendosi del nome di gran prencipe francese, dirette alla fantesca e alla padrona, onde parea che quel gran signore ardesse di voglia di conoscere e l’una e l’altra per la fama che sino in Francia gli era pervenuta alle orecchie della loro virtù intorno la scienza magica e, per questo affare, fecero più volte comparirne paggi, postiglioni e corrieri e, sotto a questa finzione, operavano truffe solenni, delle quali un paio ne accennerò, registrata dalla signora Solinga nei suoi capitoli. Era giorno solenne a gli hebrei e uso antico che, oltre alle carità che in tal giorno sogliono fare ai loro poveri, tra loro splendidamente si regalano. Imaginarono questi infami, con la occasione opportuna, di prevalersi almeno d’una ventina di ducati: l’ordine fu che la mora, fingendo che lo spirito famigliare giel comandasse, doppo lo essersi [10v] strascinata per tutti i lati della casa, livida e squalida, disse con voce rincomposta che gli era ordinato che al prence si mandasse un regalo di esquisite confetioni. Tutto si ridusse il consiglio e deliberossi di riempire una capace cesta delle più rare delizie, che si lavori con zucaro: ci furono frutti finti di esquisita bellezza, pasto in forme diverse liquori preciosi, confetti eccellentissimi e composte in tutta perfezione. Fu portata questa cesta a casa della hebrea, si sborsò il dinaro che passò venti ducati e in un volgersi ch’ella fece fu trafugata la cesta dalla lavandara e trasferita alla sua casa: la ripose sul letto dove lo inventore della truffa sen stava giacendo e in casa, mentre la hebrea era intenta altrove, si levò un susuro dal resto dei congiurati dicendoli uno al’altro «ecco hai veduto lo spirito come in aria ha levata la cesta e precipitatosi come folgore è sparito». Ma il traditore fu colto mentre ei stava essaminando il bottino da un tal suo amico [11r] che poi, sentendo a raccontar la truffa alla hebrea, manifestò quanto colui fosse indegno traditore. Finsero poi che questo prencipe fosse accessossi di desiderio di haver il ritrato di questa giovane e fecero comparire un tale in forma di corriero con lettera che instantemente ricercava questo ritratto. Espose costui la imbasciata, fu discorso il caso e risoltosi di compiacere al prencipe e, per ché il mascalzone guataro imbrogliava alquanto coi colori, si offerse egli di far questo ritratto per eccellenza; ma fu considerato da tutto il collegio ch’a questo se gli dovea uno ornamento degno come di un scatolino d’oro gioiellato, sì per decoro di chi li mandava come per non inviar a un sì gran signore se non cosa conveniente a un suo pari. Alle persuasioni del filosofo, ch’alla hebrea prometeva e proponeva speranze altissime, si fece il ritratto e, secondo che parve al famiglio, fu fatto l’ornamento, che tra oro, gioie e fattura ascese al valore di [11v] cento ducati, il quale, per maggior celerità, sì come erano usati di fare in tutte le truffe occorse, fu assignato allo spirito aereo che non fraponeva più di tre hore di tempo in questo viaggio.

E come si essercitasse queste trapolle, chi meglio vuole intendere legga i capitoli [de la Signora] di Giulia Solinga e i suoi sonetti ché là ne rimarà informato. Volle Dio che un sì indegno inganno pur si scoprise onde, fatta certa la hebrea dei suoi danni, se ne ricchiamò alla giustizia e se ne dolse in privato e in publico per il che quelli infami esposero fuori scritture obbrobiossissime contro alla innocenza di colei, come pur nei capitoli e ne gli avisi si dimostra, ed è vero, che volontieri si saria sfuggito questo incontro che ci sforza di dover scoprir le seleragini di huomo che non è più nel numero dei vivi: ma il veder [lac] abusata la pietà, lacerato il benefitio, macchiata la fama e conculcata la innocenza e rimaner impressa [12r] questa ingiuria nelle stampe per opra di quel vil famiglio, ha causato di dover scoprir al mondo la verità, onde ogni uno conosca qual fu il per ché onde si mosse quel ladro a lacerarne il nome della hebrea.

Caso è questo che forse apporterà maraviglia che persona, pur stimata di giudizio in queste reti, si habbia lasciata cogliere: ma se si considererà di quai panni vada ammantata la fraude e quanto facile sia a quei lo inganare che sotto la cappa di mentite dottrine, di bugiarde apparenze, di finti costumi, di false dimostrazioni e di simulato zelo cuoprono entro ai lor cuori infami radicato il tronco di ogni più abominevole impietà e di onde pullulan mai sempre anzi maturi sempre si trovano i frutti del tradimento, forsi che cesserà la maraviglia e tanto più che dei sette concertati in questa scelerata coniura non vi era alcuno (come si è detto) che per notabile longo e continuo benefizio non fosse obligato della vita a quella [12v] honorata donna: il che rese più facile lo inganno nel quale si perseverò da quella indegna canaglia per doi continui anni.

Essempio certo di essegranda ingratitudine e di esgogitato assassinamento: ma da dover essere inteso sì per che altri impari alle altrui spese a fuggir gli urti di sì abominevoli mostri come per ché restando ei fino nelle memorie sia sempre detestata la perfidia inhumana di anime sì nefande e sì malvage.

*Nota ai criteri di trascrizione

La numerazione delle carte è quella appuntata dal Cicogna, a matita, vicino all’angolo superiore del lato opposto al dorso.

Il fine pagina è segnalato dal numero di carta con indicazione di recto e verso tra parentesi quadra; si è giudicata superflua una trascrizione paleografica che rispettasse i fine riga, la cui segnalazione avrebbe inficiato la lettura scorrevole del testo.

La lettera 'j', usata in tutti i casi di sostantivo maschile plurale con desinenza -io, è trascritta come 'i' (e.g. “latrocinij” diventa “latrocinii”); I termini disgiunti sono lasciati tali (e.g.: "tutta via").

L’ortografia di alcuni termini varia nel corso della scrittura: nell’estratto di trascrizione qui riportato, si noti l’uso sia di “dopo” che di “doppo”.

Le parole biffate sono sempre comprese tra parentesi quadre [ ] mentre le parole aggiunte sono riportate tra i glifi < >. Il testo accoglie un certo numero di revisioni autografe effettuate sia durante la sua stesura sia in una fase di rilettura: in questo secondo caso, le parole sono trascritte utilizzando lo stile italico.

Le parole tra parentesi tonde sono coerenti rispetto all'antigrafo, ovvero segnalano incisi presenti nel testo, di mano degli autori del manoscritto.

Il manoscritto presenta qualche difficoltà di interpretazione legata alla forma grafica di alcune lettere: sono di difficile distinzione, per esempio, le 'u' rispetto alle 'v'; le 't' e le 's'; le 'c' rispetto alle 's' e alle 'e'. A causa di queste ambiguità grafiche, il testo risulta a tratti incerto.

Nonostante la punteggiatura secentesca sfugga a principi normativi rigidi, e risulti invece legata al gusto e allo stile individuale (la maggior parte degli autori dei XVII secolo ritiene fondamentali i soli quattro segni con valore demarcativo, i.e.: punto semplice, due punti, punto e virgola e virgola), il testo è uniformato secondo le regole convenzionali di trascrizione del volgare in italiano moderno; allo stesso modo, anche le maiuscole e i segni diacritici rispondono alle convenzioni in uso nell’italiano moderno.

Bibliografia
  • Bastianello 2010
    E. Bastianello, Nota alla nuova edizione e ai criteri di trascrizione del trattato Spectacula di Pellegrino Prisciani, “La Rivista di Engramma” n. 85, novembre 2010.
  • Bastianello 2015
    E. Bastianello (a cura di), Pellegrino Prisciani. Spectacula, Rimini, Guaraldi Engramma, marzo 2015.
  • Boccato 1974
    C. Boccato, Un altro documento inedito su Sara Copio Sullam: il Codice di Giulia Soliga, "La rassegna mensile di Israel", vol. 40, nn. 7-8, 303-316.
  • Boccato 1980
    C. Boccato, Nuove testimonianze su Sara Copio Sullam, "La rassegna mensile di Israel", vol. 46 n. 9-10, 272-287.
  • Busetto 1983
    G. Busetto, Sara Copio, in "Dizionario biografico degli italiani", vol. 28, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roma 1983.
  • Cicogna 1864
    E.A. Cicogna, Notizie intorno a Sara Copia Sulam coltissima ebrea veneziana del secolo XVII, "Memorie dell’I. R. Istituto Veneto di Scienze, Lettere e Arti", vol. 12, 1864, 227-246.
  • Fonseca-Wollheim 2000
    C. Fonseca-Wollheim, Faith and Fame in the Life and Works of the Venetian Jewish Poet Sara Copio Sullam, Ph.D dissertation, University of Cambridge 2000.
  • Fortis 2003
    U. Fortis, La “Bella Ebrea”. Sara Copio Sullam, poetessa nel Ghetto di Venezia del ’600, Torino 2003.
  • Harrán 2009
    D. Harrán (traduzione a cura di), Sarra Copia Sulam. Jewish Poet And Intellectual In Seventeenth-Century Venice, Chicago & London, 2009.
  • Preto 1981
    P. Preto, Emmanuele Antonio Cicogna, in "Dizionario biografico degli italiani", vol. 25, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roma 1981.
English abstract

Il Codice di Giulia Solinga is an unpublished manuscript composed in the 17th Century and held in the library of the Museo Correr in Venice. It contains sonnets, madrigals and prose written on behalf of Sara Copio Sullam, a beautiful and cultured Jewess poet who lived in the Ghetto Vecchio (“Old Ghetto”) in Venice at the beginning of the ‘600s. The issue was addressed in court where she was discharged from an accusation of plagiarism by her tutor Numidio Paluzzi along with the painter Alessandro Berardelli. As a matter of fact, the two men had concocted some thefts in her house and when she found out the truth she reported them: for this reason they found revenge by charging her of plagiarism. In the fiction, the trial is set on Mount Parnassus before Apollo and the Muses with the intervention and the speeches of many scholars such as Vittoria Colonna, Veronica Gambara, Corinna, and Sappho in defense of Sara; Pietro Aretino himself appears in the role of the Supreme Judge. 

This piece contains the critical transcript of the initial pages of the miscellanea in the Cicogna Manuscript, prefaced by a short introduction.

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