"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

48 | maggio 2006

titolo

Mezzi e mediatori della diffusione delle ricerche warburghiane. Un caso esemplare: Giorgio Pasquali

(abstract dell'intervento al Convegno "Warburg e l'Italia", Roma, marzo 2006)

Tiziana Villani

L'interesse della cultura italiana per Aby Warburg e poi per l'Istituto da lui fondato tradizionalmente si fa risalire agli anni sessanta con la pubblicazione dell'edizione italiana di una selezione dei suoi scritti, curati dalla Nuova Italia, dal significativo titolo La rinascita del paganesimo antico, con una lucida introduzione della sua assistente Gertrud Bing. Seguirà all’inizio degli anni Ottanta l'edizione della Biografia intellettuale di Ernst H. Gombrich (sul testo di Gombrich vedi la recensione di Guglielmo Bilancioni e la presentazione della nuova edizione italiana di Katia Mazzucco) e la pubblicazione di una raccolta di suoi scritti inediti e di altri saggi dedicati alle sue ricerche e al suo pensiero, a testimonianza del crescente interesse da parte della cultura italiana per il nostro autore. Ma in realtà un certo interesse per Aby Warburg e per i suoi studi risale già alla fine dell'Ottocento e all'inizio del Novecento, contemporaneamente dunque alla pubblicazione dei primi saggi dello studioso di Amburgo prima da parte degli storici dell'arte e poi degli intellettuali italiani, eruditi, filologi e storici, che spesso facevano capo all'Enciclopedia Italiana.

Nell'ambito del recente convegno inauguratosi all'Accademia dei Lincei, dal titolo "Warburg e l'Italia", curato dall'Università di Roma "La Sapienza" in collaborazione con il Centro "Warburg Italia" e l'Accademia di Francia a Roma, sono stati presentati i risultati di un lungo lavoro di spoglio che ho effettuato sulle pubblicazioni periodiche italiane tra fine Ottocento e prima metà del Novecento. Tale spoglio ha rivelato l'esistenza di numerose recensioni e note dedicate prima agli scritti editi di Aby Warburg e poi, dagli anni venti, a quelli dei membri dell’Istituto che porta il suo nome, anticipando così di molti decenni la conoscenza del lavoro di Aby Warburg da parte dei nostri intellettuali.

La motivazione che sembra spingere molti dei recensori a segnalare questi scritti è l'esigenza di rinnovare la cultura italiana sul modello tedesco del quale i saggi di Aby Warburg costituiscono un esempio prezioso. Rigoroso apparve infatti nel nostro Paese il metodo seguito dallo studioso d'oltralpe sia per la scrupolosità nel rintracciare fonti letterarie e documenti inediti sia per la geniale capacità di interpretare le opere d'arte come documenti di storia culturale utili alla comprensione delle epoche in cui erano state prodotte.

Così ad Adolfo Venturi, studioso di Botticelli ma soprattutto sostenitore della necessità di fondare la nascente storia dell'arte italiana sul modello tedesco, spetta il merito di aver notato per primo lo scritto warburghiano sui dipinti botticelliani. In una sua lettera a Warburg datata 1893, si dice lieto di essere arrivato alle stesse conclusioni e si congratula con il collega tedesco per il rigore metodologico seguito. La fama dello scritto warburghiano sembra diffondersi velocemente tra i nostri storici dell'arte tanto che già nel 1898-1899 se ne discute appassionatamente nell'ambito di una rubrica intitolata Domande e Risposte voluta da Venturi per la sua rivista "L'Arte". Ma non solo, il saggio entra ben presto a far parte della bibliografia fondamentale per lo studio di Botticelli, come dimostra un esame completo degli scritti italiani di argomento botticelliano tra il 1900 e il 1946.

Ancora a intellettuali convinti del valore documentario dell'opera e dell'importanza dello studio dei documenti d'archivio si deve la segnalazione al pubblico italiano dei due scritti warburghiani sulla cappella Sassetti e sul suo fondatore, Francesco Sassetti. Le recensioni compaiono tra il 1902 e il 1908 sulle pagine di importanti riviste come il "Giornale storico della Letteratura Italiana" e l'"Archivio storico italiano". Riguardo al saggio su Francesco Sassetti, uno dei recensori, lo storico della letteratura Vittorio Rossi, loda Warburg in una lettera del 1907 per la sua capacità di spiegare egregiamente lo spirito del Rinascimento servendosi dei documenti e delle opere d'arte. Ricorda inoltre che ancora una volta questo scritto dimostra l'importanza del metodo seguito.

Negli stessi anni in cui i nostri storici dell'arte discutono il saggio sui dipinti mitologici del pittore fiorentino del Quattrocento e i nostri storici della letteratura si interessano a Francesco Sassetti, un altro scritto warburghiano desta interesse tra gli intellettuali italiani, quello sugli intermezzi teatrali pubblicato nel 1895 negli atti dell'Accademia del Regio Istituto Musicale di Firenze. Già nell'aprile dello stesso anno infatti, Eugenio Mozzoni recensisce lo scritto con dovizia di particolari dalle pagine della "Rassegna Nazionale" e soltanto due mesi dopo lo scritto viene segnalato di nuovo dal quotidiano "La Nazione". Ancora nel 1902 ne avrebbe dato notizia Solerti dalle pagine della "Rivista Musicale Italiana". 

Dal 1914 Aby Warburg scompare dalla pagine delle nostre riviste per ricomparirvi quindici anni più tardi in occasione della sua morte. Questa assenza viene in parte colmata prima dalle note dedicate alla sua Biblioteca, poi dalle recensioni degli scritti pubblicati sulle collane dell’Istituto (gli Studien e i Vorträge). L'interesse dei recensori per le due collane rende la Biblioteca così famosa in Italia che Giorgio Pasquali, autore del necrologio del 1930, scriverà che alla morte dell'amburghese la "Biblioteca Warburg per la scienza della cultura" era più celebre del suo fondatore.

Le due versioni esistenti del saggio di Pasquali ci permettono di proporre l'ipotesi che Warburg abbia trovato fortuna in Italia grazie a chi condivideva il suo approccio all'opera d’arte. Lo scritto nasce nell'ambito di una rassegna dedicata ai grandi intellettuali del Novecento proposta dalla rivista "Pegaso". La vita privata e intellettuale dello studioso amburghese vi sono sapientemente ricostruite in un percorso in cui si mescolano vicende personali e influenze intellettuali, risultati scientifici concreti e visioni di ampio respiro (vedi, in Engramma, una lettura critica del saggio di Giorgio Pasquali). Tre anni dopo il saggio verrà ripubblicato in Pagine Stravaganti di un filologo. Prima di essere inserito nell'antologia, il "ricordo" dedicato ad Aby Warburg subisce quelle che Pasquali avrebbe definito "varianti d’autore". In particolare il filologo vi inserisce un capoverso in cui la scelta di occuparsi di un esperto del Rinascimento fiorentino era stata determinata dal comune interesse per l'opera d’arte, considerata non per il suo valore estetico ma quale espressione di cultura. Motivazione questa che lega indissolubilmente il filologo italiano ai recensori del primo Novecento.

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