"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

158 | settembre 2018

97888948401

titolo

La materia del mito

Il capitano di ventura: Ulisse nei racconti dei mitografi

Maria Grazia Ciani

English abstract

Rimettiti in viaggio

In una breve prefazione al volumetto Il volo di Ulisse. Variazioni sul mito (Marsilio, Venezia, 2014) avevo scelto come tema e punto di riferimento dell’Odissea la profezia di Tiresia, quando Ulisse, su consiglio di Circe, affronta la prova suprema, scendere nell’orrido regno dei morti per interrogare l’ombra del celebre indovino Tiresia e conoscere da lui ciò che ancora lo attende nell’immediato futuro prima di raggiungere la meta agognata, la sua patria, Itaca. Tiresia enumera puntualmente gli ostacoli che ancora dovrà superare: l’isola del Sole, lo sterminio delle vacche sacre, l’ira e la vendetta del dio e il conseguente disastro che lo priva della nave e degli ultimi compagni rimasti, l’arrivo a Itaca e la nuova battaglia contro i nemici interni, la sua vera guerra per conquistare la ‘sua’ città. E infine la vittoria ottenuta anche questa volta con un’abile rete di menzogne e un’astuta strategia di azioni segretamente predisposte.

Se le profezie hanno come caratteristica principale l’ambiguità che le rende difficilmente comprensibili, in questo caso le parole di Tiresia sono chiare e corrispondono con precisione agli eventi che attendono Ulisse dopo la partenza dall’isola di Eea: ivi compresa quella seconda parte dell’Odissea in cui il capitano di ventura torna ad essere, in altro contesto, il guerriero dai tratti mutevoli, eguale eppure diverso dagli altri, quale appare nell’Iliade. Il ritorno del reduce. La fine del nostos più travagliato di tutti. Il regno riconquistato con la mente e con l’arco, un’arma insolita per un guerriero arcaico, un’arma insidiosa come il cavallo di legno, e soprattutto strettamente connessa alla sua persona come lo era la lancia che Achille non può ‘prestare’ a Patroclo, in quanto solo lui è capace di maneggiarla; l’arco coperto di polvere che ha atteso vent’anni, con l’ottusa pazienza delle cose, il momento di tornare alla luce nella mani del solo capace di manovrarlo. E poi la strage dei Proci e una vendetta estesa oltre i limiti – le ancelle infedeli –, e Penelope nel letto nuziale che li riunisce dopo vent’anni.

Questa è e rimane, nell’immaginario universale, la fine dell’Odissea. Si rimuovono gli ultimi canti (23 e 24), in verità meno interessanti e strutturalmente deboli, per un happy end che concluda insieme Iliade e Odissea. Ciò che l’Iliade lascia in sospeso si compie nell’Odissea con il ritorno di colui che ha, di fatto, conquistato Troia. Tuttavia la precisa, lineare profezia di Tiresia oltrepassa i limiti di quanto gli è stato richiesto (“il cammino, la lunghezza del viaggio e come potrai ritornare sul mare ricco di pesci”, Odissea, X 539-540) con un’aggiunta inattesa che si inserisce a sorpresa nella struttura molto calibrata dell’Odissea. Vale la pena leggerla per intero:

Ma quando [continua Tiresia] nella tua casa avrai ucciso i Pretendenti, con l’inganno o affrontandoli con le armi taglienti, prendi allora l’agile remo e rimettiti in viaggio: va’, fino a che giungerai presso genti che non conoscono il mare, che non mangiano cibi conditi col sale, che non conoscono navi dalle prore dipinte di rosso né gli agili remi che sono ali alle navi. Ti indicherò un chiaro segno perché non ti possa sbagliare: quando incontrerai un altro viandante che scambierà il tuo remo per un ventilabro, pianta allora in terra l’agile remo, offri al dio Poseidone sacrifici perfetti… e fa ritorno a casa. Qui offri ancora sacre ecatombi agli dei immortali che possiedono il cielo infinito, a tutti, senza escludere alcuno. La morte verrà per te lontano dal mare, ti coglierà dolcemente in una vecchiaia serena. Avrai intorno a te un popolo ricco e felice. Questa è la verità che ti dico.

Non è soltanto la fine del viaggio di ritorno ma è l’intero arco della vita di Ulisse che Tiresia, non richiesto, rivela. Fino a una morte che si prevede in tarda età, una fine tranquilla nella prosperità e nella pace. È un passo non privo di fascino e di una logica che corrisponde alla trama del poema: un debito da saldare definitivamente con il dio che per tanti anni l’ha costretto sul mare, un remo abbandonato come simbolo di un ritorno – che appare definitivo – alla terra. E infine, la morte: coerenza vorrebbe che questa morte avvenga “lontano dal mare”, com’era nei voti espressi da quel remo piantato nel cuore del nulla, dov’è mai il luogo che ignora persino l’esistenza del mare? E qui Tiresia si concede l’ambiguità di un’espressione il cui significato può essere doppiamente inteso: non morirai sull’odiato mare ma nella tua terra; oppure: è dal mare che giungerà la morte. Che in ogni caso sarà, come si è detto, tranquilla e serena. L’ultimo viaggio e le modalità della morte costituiscono il tarlo che rode all’interno il poema perfetto. E se il primo argomento ha alimentato la storia infinita dell’infinito errare di Ulisse – un tema universale, declinato in mille modi e tuttora privo di una conclusione, quasi il sogno di evasione necessario ai limiti dell’esistenza umana – il secondo ha suscitato l’interesse pervicace dei filologi, divisi tra l’una e l’altra interpretazione.

Ma le incongruenze, le omissioni, oppure la manomissione della materia mitica tramandata da una tradizione orale millenaria sono assai frequenti specie in poemi costruiti letterariamente quali sono senza dubbio l’Iliade e l’Odissea. E ogni tentativo di integrazione o correzione risulta pressoché impossibile – se non in forma ipotetica – soprattutto se si pensa che, insieme a testi letterari di fondamentale importanza, è andata perduta anche una grandissima parte del patrimonio mitico legato al folklore locale, alle tradizioni famigliari, alle storie inventate lì per lì da un popolo dall’intelligenza acuta e brillante, ma fondamentalmente malizioso e menzognero. “Non c’è rupe o corso d’acqua senza una battaglia o un mito, un miracolo, un aneddoto contadino o una superstizione, e storie e vicende, quasi sempre curiose e memorabili, si addensano a ogni passo nel cammino del viaggiatore”, ha scritto il leggendario Patrick Leigh Fermor (Mani. Viaggi nel Peloponneso, Adelphi, Milano, 2004, p.12).

Esperto conoscitore della tradizione orale, ripetitiva e sostanzialmente ‘fissata’ in formule riconoscibili anche se espresse in forma condensata e quindi criptica, il pubblico antico coglieva tutte le sfumature di ciò che udiva, intuiva il non detto, interpretava i sottintesi, automaticamente riconosceva le deviazioni. Il lettore moderno si abitua a sorvolare sui particolari che risultano oscuri e talvolta misteriosi. L’ostinato detective che si cela dietro il filologo di professione, pur sapendo di muoversi sulle sabbie mobili, non rinuncia a cercare la chiave occulta delle allusioni poco chiare o addirittura incomprensibili. L’umile, paziente (anche se non privo di fraintendimenti) lavoro degli scoliasti e dei mitografi è stato spesso trascurato, dimenticando che essi potevano usufruire di fonti ancora accessibili e ora perdute per sempre, di basi materiali delle storie sulle quali hanno poi attinto i “grandi” della letteratura. Fonti anteriori, contemporanee, posteriori, non sempre è possibile determinarlo e questo costituisce un’ulteriore complicazione. Ma è anche ciò che costituisce l’attrazione e il fascino della ricerca.

Poiché abbiamo fissato l’attenzione sull’Odissea, cerchiamo di constatare una volta di più – confrontandoci con i più famosi mitografi – Igino e Apollodoro – che cosa ‘si diceva’ di Ulisse, al di là del poema omerico. Le raccolte di Igino e Apollodoro (Miti e Biblioteca) sono molto note anche se i loro autori – secondo un uso tipico dell’antica Grecia – sono quasi del tutto sconosciuti. Si presume siano ‘fioriti’ tra i I e il II secolo d.C. Spesso vengono confusi con altri personaggi che portano lo stesso nome. Igino, liberto di Augusto e suo bibliotecario, a quanto si è potuto appurare, scrisse in latino e fu tradotto in greco da un certo Dositeo nel 207 a.C. Il suo ‘manuale’ di mitologia conobbe un periodo di oblio per venire ‘riscoperto’ con successo nel Rinascimento (vedi l’edizione a cura di Giulio Guidorizzi: Igino Miti, Adelphi, Milano, 2000 ). Igino raccoglie ed espone 277 miti. In relazione all’Odissea ricaviamo queste notizie:

Non solo Telemaco. In linea di massima Igino si attiene fedelmente alla trama dell’Odissea, sia pure con qualche lacuna e alcune sviste: l’isola di Calipso è Ogigia e non Eea, Ulisse non arriva a Itaca naufrago e nudo ma trasportato dai misteriosi Feaci mentre è immerso nel sonno e carico dei doni ricevuto dal re Alcinoo, Melanzio non è uno dei Proci ecc. I particolari in più, segnalati forse anche da Esiodo, oltre che da opere perdute e dagli scoliasti ci raccontano che i ‘soggiorni’ di Ulisse presso Calipso e Circe hanno dato i loro frutti: da Circe sono nati Nausitoo e Telegono (ma per Esiodo, Teogonia 1017, solo Telegono è figlio di Circe mentre Nausitoo nasce da Calipso). Omero non nomina nessuno di questi figli. Il nucleo famigliare è solamente quello minimo e perfetto formato da Ulisse Penelope e Telemaco (al pari di Ettore con Andromaca e Astianatte). Quanto ai ‘riconoscimenti’ che costituiscono il motivo portante della seconda parte dell’Odissea, Igino dà molto spazio a Eumeo ed Euriclea (con la storia della cicatrice). Non vi è cenno alla prolungata incertezza e diffidenza di Penelope, drammatizzata da Omero in scene di straordinaria tensione e sciolta alla fine dalla prova regina, il letto nuziale innestato sul tronco di olivo (vedi Piero Boitani, Riconoscere è un dio, Einaudi, Milano, 2014).

Telegono e la morte di Ulisse. Igino riporta in breve sintesi la storia del figlio di Circe, Telegono, l’unico ad avere un ruolo tra i molti figli attribuiti ad Ulisse. Esiste peraltro una fonte perduta intitolata appunto Telegonia, attribuita a Eugammone di Cirene (VI secolo), di cui rimane un riassunto di Proclo. Secondo il racconto di Igino, Circe avrebbe inviato il figlio avuto da Ulisse alla ricerca del padre (un viaggio per mare con le stesse motivazioni che spingono Telemaco a Pilo e a Sparta nell’Odissea). Telegono fa naufragio e approda proprio a Itaca, senza saperlo. Spinto dalla fame si dà al saccheggio e, sorpreso da Telemaco e Ulisse, colpisce a morte suo padre. Quando si rende conto di quello che, pur inconsapevolmente, ha fatto, fa ritorno a Eea insieme a Telemaco, Penelope e il corpo di Ulisse. È Atena a imporre questo viaggio così come è Atena a stabilire che Penelope sposi Telegono e Circe si unisca a Telemaco. Ma è Circe che beatifica i protagonisti di questa unione incrociata. Tutti, ma non Ulisse, che, stando a Igino, rimane sepolto a Eea.

La storia di Ulisse è narrata da Apollodoro nell’Epitome della Biblioteca e segue l’itinerario omerico sulle orme di Igino ma con maggiore precisione nei particolari: e dunque i Ciconi, i Lotofagi, il Ciclope Polifemo, Eolo re dei venti, i Lestrigoni, Circe. Qui Apollodoro introduce la nascita di Telegono ignorata da Omero. Si presegue con il regno dei morti, Tiresia, Anticlea, Elpenore, la partenza da Eea, le Sirene, le Simplegadi, Scilla e Cariddi, la Trinacria e le vacche del Sole, il naufragio e Calipso (anche in questo caso Apollodoro nomina un figlio concepito da Calipso, il cui nome però è Latino). Seguono i Feaci, Nausicaa, il trasporto di Ulisse a Itaca, l’ira di Poseidone, la nave dei Feaci trasformata in pietra, il monte sorto a sbarrare i porti del regno di Antinoo, colpevole di aver dato il suo aiuto a Ulisse.

Ed ecco Ulisse a Itaca dove trova 57 pretendenti alla mano di Penelope: Apollodoro li nomina uno per uno insieme al luogo di provenienza; Omero ne cita solo alcuni. Viene narrata la storia della tela di Penelope. Infine i riconoscimenti: Eumeo, Telemaco, Filezio, la trappola mortale tesa ai Pretendenti tramite l’arco che Penelope stessa consegna loro dicendo che avrebbe sposato colui che fosse stato in grado di tenderlo. Il finale è breve e affrettato: Ulisse tende l’arco, fa strage dei Pretendenti, si vendica delle ancelle infedeli e del mandriano Melanzio “e infine si rivela alla moglie e al padre”. Per ultimi quindi i riconoscimenti più importanti e significativi. E la parte ‘omerica’ si conclude qui.

Il sequel dell’Odissea

Ma là dove Omero interrompe il suo canto (anche se non come lo descrive Apollodoro che non menziona l’inizio della lotta contro i parenti dei Proci, l’intervento di Atena e i patti di pace), ha inizio un indedito sequel dell’Odissea. Omero aveva scelto di lasciare sospesa l’Iliade e dare all’Odissea una sorta di happy end – Apollodoro invece, sulla base di altre fonti, riapre il poema di Omero con il racconto di ulteriori, sorprendenti vicende: dopo aver offerto sacrifici ad Ade, Persefone e Tiresia, Odisseo attraversa a piedi l’Epiro e giunge fra i Tesproti dove, secondo la profezia di Tiresia, offre i sacrifici per placare Poseidone. Regina dei Tesproti era allora Callidice, che lo pregò di restare offrendogli il regno. Unendosi a lui, genera Polipete. Dopo il matrimonio con Callidice, Odisseo regnò sui Tesproti e sconfisse i popoli confinanti che gli avevano m osso guerra. Quando Callidice muore, Odisseo lascia il regno al figlio e torna a Itaca dove trova che Penelope gli ha generato un figlio, Poliporte. Telegono, dopo aver appreso da Circe di essere figlio di Odisseo, si mette in mare per andare alla sua ricerca. Giunto a Itaca, stava razziando del bestiame. Odisseo accorre in difesa e Telegono lo ferisce con la sua lancia, che aveva sulla punta un aculeo. Odisseo muore. Riconosciuto il padre, dopo averlo a lungo compianto, Telegono ne trasporta il corpo da Circe; porta anche Penelope e la sposa. Circe invia entrambi all’Isola dei Beati.

Dicono alcuni che Penelope fu sedotta da Antinoo e che Odisseo la rimandò da suo padre Icario: lei raggiunse Mantinea in Arcadia dove, da Ermes, generò Pan. Altri dicono che fu uccisa da Odisseo a causa di Anfinomo, perché era stata sedotta da lui. Vi è anche chi dice che Odisseo, messo sotto accusa dai parenti dei Proci uccisi, scelse come giudice Neottolemo che regnava sulle isole dell’Epiro, e Neottolemo, pensando che, se Odisseo fosse stato allontanato, avrebbe potuto impadronirsi di Cefallenia, lo condannò all’esilio. Odisseo si recò in Etolia presso Toante figlio di Andremone, ne sposò la figlia e morì vecchio, lasciando un figlio che gli era nato da lei, Leontofono (trad. Ciani, da Apollodoro, I miti greci (Biblioteca), a cura di P. Scarpi, trad. di M.G. Ciani, Mondadori-Fondazione Valla, Milano, 1996).

Se un’eco di veridicità vi può essere nell’Epiro attraversato a piedi (che Omero trasforma in un misterioso luogo-non luogo) e nell’ultimo sacrificio offerto a Poseidone l’effetto di quel che segue è comunque dirompente. Innanzi tutto: come muore Ulisse e dove è sepolto? Se la morte avviene lontano dal mare nemico allora concordiamo con quanto ci sembra evincere da Omero, e cioè che Ulisse muore in tarda età e verrà presumibilmente sepolto a Itaca. Se invece viene ucciso da Telegono (ma come può essere dolce una morte inflitta da un’asta dalla punta avvelenata?) e il suo corpo è trasportato a Eea, la tomba è nell’isola di Circe. Ma se, esiliato in Etolia presso il re Toante, ne sposa la figlia e qui muore “in tarda età” lasciando un figlio avuto dalla principessa, non può essere sepolto che in Etolia. Dante lo fa annegare in mare e poi lo caccia nell’Inferno (la sua rigida cristianità gli impediva altre soluzioni) ma la tradizione antica non offre nessun appiglio alla prima soluzione. Dove e come muore Ulisse? Dov’è la sua tomba, il sema sacro degli eroi? Qual è la ricompensa per quella sua vita che Omero descrive come un’escalation di imprese affidate tanto alla sua metis quanto al suo coraggio? Non c’è un luogo certo per lui né sulla terra né nel ‘paradiso degli eroi’. Ulisse è uomo senza tomba e senza cielo.

Potremmo ipotizzare (perché siamo sempre nel campo delle ipotesi) che dalla somma di notizie disparate riportate da Apollodoro e senz’altro tramandate dai più antichi canti degli aedi e dalle tradizioni folkloriche perdute, che Omero, come ha eliminato – probabilmente per ragioni di economia ed equilibrio letterario – tutti i figli che Ulisse ha sparso per il mondo, così abbia costruito un suo Ulisse adattandolo prima all’Iliade, dove la sua presenza è un alternarsi di gesti azioni parole coerenti al suo carattere polytropos, di uomo che si adatta di volta in volta alle circostanze; da polytropos, guerriero tra i guerrieri in un poema che comunque non è il ‘suo’ poema, Ulisse diventa protagonista assoluto dell’Odissea, il polytlasche tutto osa unendo sempre astuzia e audacia. E assoluto è lo slancio con cui Dante lo eleva virtualmente alle vette delle aspirazioni più alte di un’ambizione senza limiti, priva di ogni risvolto venale. “La mente inquieta – ha detto un saggio – sogna sempre l’impossibile”.

La poesia può tutto: omettere, ampliare, inventare, trasformare. E può anche volutamente e abilmente falsare e trarre in inganno. Tra le omissioni di Omero, tutto sommato innocue, frutto di una sublime arte del racconto, ce n’è una così netta, così totale, e nello stesso tempo così ardita da sviare per secoli – tranne un intervallo di tempo relativamente breve – l’attenzione degli studiosi e dei lettori di Omero.

“L’eroe cancellato”

È il titolo dello spettacolo con cui Alessandro Baricco ha ridato vita a Palamede e che sta girando per i teatri d’Italia. Palamede, chi era costui? Inutile cercarlo in Omero dove di questo eroe che ha preso parte alla guerra di Troia non c’è la benché minima traccia. Ma basta voltare le spalle all’Odissea e un mare di notizie specifiche stanno a dimostrare che esisteva ed era un personaggio ben conosciuto. Figlio di Nauplio, si dice fosse simile a Ulisse, anzi molto superiore a lui per abilità, ingegno, creatività e gentilezza d’animo. Flavio Filostrato (II-III sec. d.C.), nella sua opera Eroico, lo dipinge come uomo geniale, tra i più notevoli personaggi dell’impresa troiana. Dice di lui Igino:

Quando gli Atridi Agamennone e Menelao stavano radunando i principi che si erano impegnati ad allearsi per attaccare Troia, giunsero all’isola di Itaca, da Ulisse figlio di Laerte, al quale era stato predetto che, se fosse andato a Troia, sarebbe tornato a casa dopo vent’anni, solo e povero, dopo aver perduto tutti i suoi compagni. Perciò, quando venne a sapere che stavano arrivando gli ambasciatori, si pose in capo un pileo, fingendo di essere pazzo, e aggiogò all’aratro un cavallo e un bue insieme. Palamede, non appena lo vide capì che fingeva; prese allora il figlio di Ulisse, Telemaco, dalla culla e lo pose davanti all’aratro, dicendo: “lascia questa commedia e unisciti agli alleati”. E così Ulisse promise che sarebbe venuto, ma da quel momento fu ostile a Palamede [...] L’ostilità e il rancore per essere stato smascherato sono tali che, una volta giunti a Troia, Ulisse ogni giorno macchinava di ucciderlo. Alla fine escogitò di inviare uno dei suoi soldati da Agamennone per dirgli di aver sognato che in un certo giorno si doveva far uscire l’esercito dall’accampamento. Agamennone, considerando veritiero il sogno, comandò che in quel giorno l’esercito partisse, ma durante la notte, Ulisse, da solo, interrò una grande quantità d’oro nel luogo dove sorgeva la tenda di Palamede. Poi, dopo aver scritto una lettera, la consegnò a un prigioniero frigio perché la portasse a Priamo ma inviò lo stesso soldato di prima a ucciderlo poco fuori l’accampamento. Il giorno dopo, quando l’esercito rientrò nell’accampamento, un soldato portò ad Agamennone la lettera che era stata scritta da Ulisse e che si trovava sul corpo del frigio, in cui era scritto: A Palamede da Priamo, e gli prometteva, se avesse tradito l’esercito di Agamennone così come avevano convenuto, tanto oro quanto Ulisse ne aveva sotterrato. Palamede fu portato davanti ad Agamennone e negò la cosa: si andò a frugare nella sua tenda e l’oro venne trovato. Quando Agamennone lo vide, si convinse che l’accusa era vera, e per questo Palamede, ingannato dalle trane di Ulisse, fu ucciso innocente da tutto l’esercito. (trad. di Giulio Guidorizzi)

La profezia fatta ad Ulisse, l’idea di ritornare vivo dalla guerra ma dopo vent’anni e soprattutto povero e solo, non attenua, nell’ambito del codice eroico, il venir meno al giuramento fatto a Tindaro il giorno in cui Elena scelse il suo sposo fra una miriade di pretendenti. L’idea di partecipare a una guerra epocale, di conquistare fama e gloria evidentemente non lo attraggono quanto l’alto prezzo cui sembra destinato a pagare. Ma soprattutto il fatto di essere stato smascherato proprio nella sua qualità più famosa e personale, l’astuzia, suscita immediatamente nel suo animo, oltre all’ostilità per Palamede, un desiderio di vendetta che non esita a mettere in atto il prima possibile dopo l’arrivo a Troia. La versione di Apollodoro non si discosta, nel suo nucleo fondamentale, da quella di Igino:

Quando si accorse del rapimento, Menelao si recò a Micene da Agamennone: lo prega di arruolare truppe in Grecia e di raccogliere un’armata per far guerra a Troia. Agamennone invia un araldo a ciascuno dei re, ricordando loro il giuramento fatto; li consigliava anche di proteggere ciascuno la propria moglie, dicendo che l’affronto fatto alla Grecia era comune a tutti ed eguale per tutti. La maggior parte di loro era favorevole alla guerra. Essi allora si recarono a Itaca, da Odisseo. Ma Odisseo non vuole andare in guerra e finge di essere pazzo. Allora Palamede figlio di Nauplio smascherò la sua finta follia: si mise a seguire Odisseo che si fingeva pazzo, strappò dalle braccia di Penelope il figlio Telemaco e sguainò la spada come se volesse ucciderlo. Preoccupato per suo figlio, Odisseo ammise che la follia era falsa, e si arruola per la guerra. Odisseo fece prigioniero un Frigio e lo costrinse a scrivere una lettera che appariva indirizzata da Priamo a Palamede, e rivelava un tradimento. Poi seppellì dell’oro nella tenda di Palamede, e fece cadere la lettera in mezzo all’accampamento. Agamennone lesse la lettera, trovò l’oro e consegnò Palamede agli alleati perché venisse lapidato come traditore. (trad. di Maria Grazia Ciani)

Apollodoro non menziona la profezia citata da Igino, e sottolinea con maggior forza l’atteggiamento del re d’Itaca nei confronti dei patti giurati. Il passaggio alla vendetta avviene senza mediazioni e la macchinazione appare ancora più subdola e velenosa. E l’arte del racconto – pur eccelsa – di Omero, non poteva modificare, rettificare, trovare una giustificazione plausibile di fronte a una ritorsione così feroce e così infame. L’eliminazione del personaggio divenuto scomodo non appartiene dunque alla poesia ma a una precisa volontà di non alterare l’ethos, se così si vuol definire, di un Ulisse costruito artificiosamente come modello dell’uomo che sta per sostituire la stirpe guerriera impersonata da Achille. Con Palamede cade anche un altro elemento importante, cioè la vendetta di suo padre Nauplio, non a caso figlio di Poseidone, che si abbatte, secondo le fonti, su tutti i disgraziati nostoi dei reduci da Troia, e che nell’Odissea si trasforma nell’odio di Poseidone verso la sola persona di Ulisse che gli ha accecato il figlio, il ciclope Polifemo.

La soluzione è abile tuttavia: sovrapporre i due personaggi, farne una persona sola, unificarne le qualità e le doti. Soluzione che riesce a metà poiché, evidentemente, Palamede era troppo conosciuto per “ucciderlo” così impunemente. E anche se il caso o una precisa volontà ha fatto scomparire le opere che i tragici (Sofocle, Euripide) gli hanno dedicato, resta il noto frammento del Palamede di Euripide che recita: “O Danai, avete ucciso un uomo geniale / l’usignolo delle Muse che con tutti era amabile e dolce” (fr. 588 Kannicht). C’è un’eco dell’Odissea II, 233-234 “nessuno ricorda più il divino Odisseo che come un padre era dolce” e di Odissea IV, 689 ss. “non fece mai nulla di male a nessuno”. L’identificazione dei due personaggi appare evidente.

Ma, forse indipendentemente dalla vicenda di Palamede, subito dopo Omero e per lungo tempo, un’ombra cupa scende su Ulisse. Le sue virtù diventano vizi, i suoi inganni perdono l’ambivalenza che gli antichi attribuivano al termine dolos, la sua autorevolezza rivela cinismo e crudeltà. Tutte le qualità positive insomma subiscono un rovesciamento. E il recupero sarà tardo e lento. In tutto questo ci sono delle ragioni che ci sfuggono e che probabilmente non coglieremo mai. Perché Ulisse viene messo in discussione con tanta pervicacia? Che cosa sapevano veramente gli antichi di lui e della sua metis? Chi era davvero Palamede e perché Ulisse l’ha ucciso? È uno dei tanti casi che offrono la possibilità di molte ipotesi ma non garantiscono nessuna certezza. Forse per questo si tende a emarginare lo scoliasta, il mitografo, che, in definitiva, non aiutano a quadrare il cerchio, e ci si affida alla fantasia efficace e seducente dell’invenzione poetica e del racconto.

Cercando di riassumere: Achille ha una tomba a Troia e un’esistenza postuma nell’Isola dei Beati. Ulisse non ha una tomba certa e nessun ‘paradiso degli eroi’ accoglie la sua ombra. Ha rifiutato l’immortalità perché si sente legato alla terra e probabilmente alla ricchezza e all’esercizio del potere. Plasmato da Omero, muore con Omero e rinasce con Dante, nobilitato nell’animo e nelle aspirazioni, ma sempre nei limiti segnati dalle Colonne d’Ercole. La differenza non è abissale, i due Ulisse possono convivere, Omero si concilia con Dante, ed è ‘questo’ Ulisse, generato due volte, che sopravvive nei secoli, l’avventuriero e l’idealista, uomo tra gli uomini, mortale tra i mortali e quindi immortale per sempre.

Scriveva Carlo Diano nel suo saggio Forma ed evento (Neri Pozza, Vicenza 1952, p. 75; Marsilio, Venezia, 1993, p. 63): “Achille lo vedete sempre di fronte, ‘quadrato’ come le statue del Canone di Policleto, ma Ulisse sempre di sbieco, polyplokos, ‘tutto scorcio e spire’ come il polipo della brocchetta minoica di Gurnià”. Gli eroi arcaici, guerrieri principi e re ci guardano in faccia, attoniti, estranei, impenetrabili come nelle mirabili fotografie di Mimmo Jodice. Ulisse si muove, è al nostro fianco, o ci precede o ci segue, e se cerchiamo di individuarlo, scorgiamo, quando capita, solo un profilo sfuggente. Tuttavia lo riconosciamo perché è polytropos, polytlas e polyplokos, come ognuno di noi. Come tutti noi.

Riferimenti bibliografici

Questo breve excursus, che non ha né vuole avere pretese scientifiche, si appoggia in sostanza ai libri citati: l’Odissea (Omero, Odissea, a cura di Maria Grazia Ciani, commento di Elisa Avezzù, Venezia, Marsilio, 2017 seconda edizione) e, naturalmente anche l’Iliade (Omero, Iliade, a cura di Maria Grazia Ciani, commento di Elisa Avezzù. Venezia, Marsilio, 2017 seconda edizione). L’edizione di Igino curata da Giulio Guidorizzi e quella di Apollodoro a cura di Paolo Scarpi con traduzione di M.G. Ciani, forniscono esaustivii commenti e offrono tutto il materiale necessario alla ricostruzione reale o alle possibili e più probabili ipotesi. Ad essi si rinvia per ogni curiosità o approfondimento. Per i “riconoscimenti” essenziale è il citato volume di Piero Boitani, Riconoscere è un dio. E infine Forma ed evento, di Carlo Diano, è il saggio a cui sempre si ritorna per cogliere l’essenza e il respiro e riuscire a intravvedere il volto nascosto della Grecia antica.

English abstract

This short essay focuses on the moment in Homer’s Odyssey when, at the advice of Circe, Ulysses descends into the underworld to seek out Tiresias, the blind seer from Thebes well-known in Ancient Greek legend for lives lived as both woman and man. Classics scholar Maria Grazia Ciani explores the prophecy of Tiresias in its predictions for the outcome of Ulysses travels, not restricted to the happy-ending of his eventual repatriation, but rather venturing on into the hero’s future death in old age. Tiresias foresees that after a long life abandoned by the gods to the sea, Ulysses will find his end on land. Ciani explores the ambiguity in this “tranquil” end, which at once implies Ulysses’s return from the sea is final, while also suggesting it is ultimately from the sea that his death on land arrives.  How did early Greek mythography understand this image of the end of the arc of Ulysses life enfolded within the story of his voyage? What does the image of this end mean for us today? Ulysses, like us, is a character of many forms, a much-enduring knotted tangle.

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