"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

158 | settembre 2018

97888948401

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Miti in moto

Editoriale di Engramma n. 158

Alessandra Pedersoli, Stefania Rimini

È finalmente uscito in sala il film-ossessione di Terry Gilliam, opera in progress per oltre 25 anni in cui il visionario regista fa i conti con il mito dell’eroe della Mancha. L’uomo che ha ucciso Don Quischotte (Spagna, Gran Bretagna, Francia, Portogallo 2018) è un testo rizomatico, incendiario, in cui i piani del racconto si accumulano e si perdono dentro la rete di un immaginario che brucia presente e passato, icone e modelli, cultura popolare e feticci letterari. Pur con qualche inciampo, dovuto anche a una fatica produttiva senza eguali, il film restituisce il senso di fascinazione avvertita da Gilliam per il capolavoro di Cervantes nell’ormai lontano 1989 e distillata attraverso un lungo itinerario, durante il quale la fibra inventiva dell’autore si sfilaccia ma resiste agli urti del destino. L’esito di questo fitto corpo a corpo con il romanzo della modernità è un viaggio per immagini che avvolge lo spettatore in una grotta di visioni e scarti, di vividi passaggi in un laconico bianco e nero e di sequenze annegate nel degrado di paesaggi di confine, in cui il sogno fa a pugni con l’urgenza di una realtà fuori misura.

L’odissea produttiva e artistica del Quixote di Gilliam fa da schermo ai discorsi e alle analisi contenute in questo numero, che assume il mito come materia mobile, come radice di metamorfosi e fraintendimenti, di ritorni e ripetizioni (à la Deleuze). Il baricentro di tali discorsi è ben rappresentato dal contributo di Maria Grazia Ciani (La materia del mito. Il capitano di ventura: Ulisse nei racconti dei mitografi) che torna a indagare l’eroe odissiaco rintracciando nella sua costituzionale posa di ‘profilo’ un principio di mutevolezza. Oltre le pareti omeriche si affaccia il destino di un “uomo senza tomba e senza cielo”, capace di incarnare tutto il bene e tutto il male, come si evince dai tanti sequel dedicati a questa figura errante. Spingersi tra le fessure della mitografia significa allora provare a catturare tutti i riflessi di quest’ombra in fuga, perennemente alla ricerca di un luogo in cui stare (ferma).

La ricerca di Silvia De Min sul teatro di Anagoor, di cui si pubblica qui un estratto dal volume Decapitare la Gorgone, si muove sulla stessa lunghezza d’onda poiché rifiuta un’idea pietrificata di tradizione per  “interrogare maschere, icone, opere”. Il suo saggio, scritto per sua stessa ammissione “in forma di tragedia”, indaga la pratica teatrale di Anagoor tentando di problematizzare il potere delle immagini e assumendo l’ekphrasis come principio compositivo del gruppo (su questo aspetta si veda in Engramma il contributo di Simona Scattina, Tempesta. L’ekphrasis performata di Anagoor); ma a questo taglio eminentemente visuale si aggiunge una feconda riflessione sulla memoria del classico, soprattutto in riferimento alla rivisitazione dell’Eneide in Virgilio brucia.

La concezione del teatro come machina memorialis anima il progetto curato da Francesca Bortoletti e Annalisa Sacchi, che presentano qui la loro Introduzione e un estratto dal volume La performance della memoria, frutto di un approfondito scavo intorno ai concetti chiave dei Memory studies e dei Performance studies. Anche in questo caso quel che più conta è la scelta di un approccio dinamico allo studio del teatro, inteso come “archivio vivente”, e ancora come “luogo di produzione di presenza sia nell’atto del suo svolgersi che in quello di memorizzare i suoi fantasmi”.

Un autore da sempre fedele a un’idea del fare artistico come spazio di sommovimenti ed epifanie, di scarti e invenzioni, è Mario Martone, adesso al centro dell’importante studio di Bruno Roberti, di cui qui pubblichiamo un denso estratto. Roberti rilegge l’avventura produttiva di Martone, in bilico fra cinema e teatro, alla luce di un’immagine potente – quella dello “sguardo in viaggio” – che consente di cogliere in un unico movimento gli spostamenti del regista (fra un progetto e l’altro, fra un codice e l’altro) e le reazioni del pubblico, portato a seguire con occhi sempre nuovi le creazioni sperimentali del Nostro. Dai primi corti fino all’ineffabile Capri-Revolution quello che appare dentro il macrotesto di Martone, grazie all’intensa ricostruzione di Roberti, è la progressiva edificazione di una “genealogia del moderno”, che intreccia nel tempo un cammino terrestre/celeste.

La costruzione di una genealogia del moderno non può prescindere dall’utopia deleuziana né tantomeno dalla lettura che di essa ci consegna Foucault, secondo un gioco di piani e di specchi che diviene radice e albero della vita del pensiero. Miti in moto vive soprattutto grazie alla restituzione integrale della traduzione di Ariane s’est pendu e Theatrum philosophicum che, grazie alla cura di Michela Maguolo, rilanciano la necessità di una “filosofia-teatro”. Tornare ad abitare oggi il disegno foucaultiano significa non arrendersi alla logica dei confini, disciplinari e materiali, ma abbandonarsi alla logica del senso in direzione di un nuovo umanesimo.

La possibilità concreta di muoversi in tale direzione è testimoniata dalla mostra dedicata a Duilio Cambellotti, “genio realistico e visionario” secondo Antonella Sbrilli – che ci offre una restituzione attenta del “gioco di migrazioni” e di incanti di cui l’artista fu capace. L’appendice di Valerio Eletti è un dono in forma di immagini, che insiste sulla misura dell’azzardo di ogni processo di ri-creazione.

Contro una cultura sterile e a una dimensione, agisce l’opera di Jessica Harrison, di cui Maurizia Paolucci indaga la pulsione viscerale, lo scandalo dei corpi e degli oggetti, e infine la declinazione di un femminile rivoluzionario. Nel tessuto ibrido del gesto di Harrison risuona l’eco di una pratica artistica votata alla disobbedienza: non resta che provare ad “attraversare i muri”, come ci suggerisce Marina Abramovic nella sua autobiografia.

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