"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

163 | marzo 2019

9788894840582

titolo

Un’iconografia dionisiaca nell’Iseum et Serapeum del Campo Marzio?

Indagini su un possibile contesto archeologico di provenienza per l’Arianna dormiente dei Musei Vaticani

Nicola Luciani

English abstract

Nei primi anni del ’500, attraverso due disegni, realizzati rispettivamente da un anonimo allievo di Raffaello e da Amico Aspertini, per la prima volta fa con certezza la sua comparsa la splendida scultura, oggi conservata presso i Musei Vaticani e databile al II d. C., raffigurante una inquieta Arianna addormentata, abbandonata da Teseo ma prossima ad essere trovata dal corteo di Dioniso (sui disegni vedasi Valeri 2013, 30; sull’iconografia dormiente di Arianna vedasi: Richardson 1979; McNally 1985; Stafford 1993). Successivamente, in una lettera indirizzata a Isabella d’Este datata al 2 febbraio 1512, Giovanni Francesco di Luigi Grossi, detto il Grossino, inviato degli Estensi a Roma, descrive alla sua signora l’acquisto, da parte di Papa Giulio II, di due statue, un’immagine in marmo, raffigurante una personificazione reclinata del Tevere e una seconda scultura, l’Arianna appunto, interpretata dall’umanista come una Cleopatra.

Hano menato a Belveder la statua che schrise a V. S. che era stata ritrovata,Tiberinus et una altra statua marmorea gie ha fato menar il Papa, qual ha avuta da m. Agnello di Maffei, fratello del Prior di S. Antonio a Mantua, et una Cleopatra qual è una bella statua [1].

L’unico riferimento topografico presente nelle missiva è il Cortile del Belvedere, destinazione finale delle due sculture, e apparentemente nulla sembra potersi dedurre circa il ritrovamento originario della statua di Arianna, se non la sua cessione al Pontefice da parte dell’illustre famiglia dei Maffei. Il testo sembra infatti semplicemente suggerire il Palazzo Maffei quale primo sito espositivo tanto dell’Arianna quanto della rappresentazione del Fiume, rinvenuta, come si vedrà di seguito, all’interno delle proprietà della casata.

Tuttavia, già nella lettera del Grossino potrebbe forse per la prima volta velatamente apparire un collegamento fra l’Arianna e uno dei principali santuari della Roma Imperiale, l’Iseum et Serapeum della Regio IX, occupante una vastissima porzione del Campo Marzio, sito in cui proprio la residenza dei Maffei trova posto.

Scopo del presente contributo sarà dunque quello di utilizzare le due principali informazioni ricavabili dalla citazione (ovvero il collegamento con le aree urbane dove insistono le proprietà Maffei e la menzione del Tevere accanto alla Cleopatra), come punti di partenza per cercare di corroborare l’ipotesi secondo cui l’Iseum Campense possa essere considerato un possibile sito di collocazione originaria della “Arianna”. 

Notizie e indizi sulla provenienza delle “Sculture Maffei” (Arianna Vaticana, Statua del Fiume Tevere)

La provenienza delle due sculture, di Arianna e del Tevere, dall’area del Campo Marzio pare trovare diversi riscontri, e nonostante la mancanza di alcun resoconto noto circa le circostanze della scoperta della statua dormiente del Vaticano, sembra verosimile che essa sia stata rinvenuta durante scavi effettuati dai Maffei nelle loro proprietà Campensi: lo stesso Palazzo Maffei si trova infatti in prossimità del cosiddetto Arco della Ciambella, originariamente appartenente ad uno complesso archeologico di grande rilevanza, le Terme di Agrippa, conseguentemente considerate come uno dei più probabile contesti di provenienza della statua (Hübner 1912, 103; Wolf 2002, 68, n. 251). Plinio riporta infatti come tali bagni pubblici fossero particolarmente ricchi di sculture, fra cui doveva spiccare la statua in bronzo dell’Apoxiomenos di Lisippo[2].

Tuttavia, la scoperta della scultura durante i lavori per la realizzazione di Palazzo Maffei, seppure plausibile, non appare l’unica opzione possibile, e tale circostanza potrebbe essersi parimenti verificata a seguito di scavi effettuati in proprietà limitrofe, occupate originariamente da altri complessi architettonici, fra i quali il maggiore è proprio l’Iseo Campense. A tal proposito, è infatti interessante notare come non siano pervenute grandi sculture integre provenienti con sicurezza dalle Terme (essendo il celebre Apoxiomenos conservato in Vaticano una copia in marmo rinvenuta in Trastevere), e anzi, le strutture del grande edificio pubblico sembrano aver subito notevoli spoliazioni in età medievale[3]; sebbene infatti l’edificio risulti ancora menzionato nell’Itinerarium Einsidlense, e parte degli elevati compaiono in diversi disegni di Palladio, Du Pérac, Giovannoli e Piranesi, tuttavia, almeno a partire dal Basso Medioevo nell’area sembra essersi installata una “calcara”, volta appunto convertire in calce l’enorme quantità di arredi marmorei dell’area, statue incluse[4].

Al contrario, come si vedrà in seguito, dal Tempio di Iside e Serapide provengono numerose sculture conservatesi integre fino all’età contemporanea, fra cui a spiccare è la Statua del Fiume Tevere, menzionata congiuntamente all’Arianna, oggi conservata presso il Louvre. La scoperta della statua, avvenuta durante lavori presso la Chiesa di San Domenico, è infatti descritta in ben due missive inviate a Mantova a Isabella d’Este, da parte sia del Grossino che di Stazio Gadio[5]. L’area del ritrovamento corrisponde a una zona occupata dalle strutture del grande complesso templare e la scultura è stata infatti riconosciuta con sicurezza come proveniente dall’area fra il Tempio di Minerva Calcidica ed il Serapeo (Le Gall 1944; Haskell, Penny 1981; Turcan 2002, 134); da tale contesto proviene inoltre una seconda scultura raffigurante la personificazione di un fiume, in questo caso il Nilo, scoperta nei pressi della Chiesa di Santo Stefano del Cacco, e nel ‘500 conservato, come l’immagine del Tevere, nel palazzo del Belvedere[6]. L’iconografia delle due sculture trova corrispondenze nelle sculture dei fiumi che erano solite ornare santuari dedicati ai Culti Egizi, fra le quali spiccano le celebri personificazioni del Nilo e del Tevere, oggi conservate in Campidoglio, originariamente collocate all’interno di un secondo Tempio di Serapide, situato sul Quirinale, e sul quale si tornerà in seguito (Ensoli 2000, 270).

La sicura collocazione originaria del Tevere in tale settore del Campo Marzio potrebbe forse avvalorare un analogo luogo di provenienza anche per “Arianna”, sua “paredra” nella missiva di Grossino a Isabella. Nella sua testimonianza, il Grossino pare infatti sottintendere come le due statue, del Tevere e di “Arianna”, fossero originariamente pertinenti a unico contesto, verosimilmente implicando una notevole prossimità geografica fra i due luoghi di ritrovamento. Sotto quest’ottica dunque, alla stessa interpretazione della statua come una regina d’Egitto, potrebbe forse aver contribuito la provenienza di entrambe le sculture dal santuario di Iside e Serapide, sebbene occorra ricordare come l’identificazione con Cleopatra non sia probabilmente la prima attribuita alla scultura, più plausibilmente ritenuta originariamente una ninfa (Miletti 2017; Agnoletto 2019).

A riguardo, un interessante, seppur estremamente incerto e controverso, indizio potrebbe forse rintracciarsi in un passo di Poggio Bracciolini datato al 1440, 72 anni prima del trasferimento dell’Arianna al Belvedere, nel quale si racconta di come, nell’area dell’Iseo del Campo Marzio, probabilmente in prossimità dell’area occupata dal Tempietto di Minerva Calcidica, durante la realizzazione di un orto, fosse stata trovata una scultura reclinata, dopo poco sotterrata dal contadino responsabile dei lavori a causa delle folle di curiosi da essa attirate:

Prope porticum Minervae statua est recubantis, cuius caput integra effigie, tantae magnitudinis, ut signa omnia excedat. Quidam ad plantandas arbores scrobes faciens detexit strepitum audientium fastidiumque pertaesus, horti patronus congesta humo texit[7].

Già il Lanciani proponeva a riguardo un’identificazione con una delle sculture dei Fiumi presenti nel santuario di Iside e Serapide rinvenute nell’area del Tempio di Minerva (Lanciani 1883, 40). Tuttavia, è stato recentemente osservato come il genitivo Minervae debba probabilmente riferirsi non a porticum, bensì a statua recubantis, ed è stata conseguentemente proposta un’identificazione della scultura vista da Bracciolini con la raffigurazione di un personaggio femminile, per la precisione con la grande statua marmorea di Pallade oggi conservata presso i Musei Capitolini (Arata 2012, 238-239): tale interpretazione potrebbe infatti trovare conferma in un passo di Francesco Alberini, dove si parla di una grande scultura della dea sita nell’area, identificabile appunto con la Minerva Capitolina o con quella Giustiniani:

Templum Minervae ubi nunc est ecclesia Sanctae Mariae super Minervam […] in quo erat statua ingens marmorea ipsius Minervae et alia quam multa notanda[8].

La nota dell’Albertini non si riferisce però unicamente alla scultura della dea, ma afferma espressamente che nell’ara del tempio ve ne fossero delle altre, nel cui novero potrebbe forse rientrare l’Arianna. Inoltre, dal passo non risulta chiaro se si tratti di una testimonianza autoptica o meno, e anzi l’utilizzo del tempo passato potrebbe suggerire che l’autore stia qui unicamente riferendo una notizia trasmessagli oralmente o attraverso i testi classici. Ma soprattutto, l’identificazione della statua citata da Poggio con la Minerva del Campidoglio sembrerebbe apparentemente contraddire la descrizione della postura della scultura espressamente definita reclinata, contrariamente alla Minerva Capitolina, la quale appare stante in posizione eretta. L’ipotesi identificativa con una scultura di Pallade potrebbe comunque apparire plausibile qualora si decidesse però di accettare l’espressione recubantis come riferita alla eventuale posizione rovesciata della statua: già il Lanciani tuttavia, aveva notato come tale dicitura vada sintatticamente meglio ad attribuirsi alla postura del soggetto della scultura, e da qui deriva la sua interpretazione come la personificazione di un Fiume la cui iconografia ha in comune con l’Arianna dormiente proprio la posa reclinata (Lanciani 1883, 40).

Volendo dunque accettare tanto la postura reclinata del personaggio raffigurato, quanto la sua appartenenza al genere femminile, la scultura vaticana sembra adattarsi perfettamente ad un’identificazione con la Minervae statua recubantis, raffigurando una delle rarissime iconografie femminili reclinate note nel panorama della statuaria maggiore rinvenuta in area romana. Un’ulteriore obiezione potrebbe essere mossa alla luce dell’autore della testimonianza, uno smaliziato erudito come Poggio Bracciolini, senza alcun dubbio in grado di riconoscere nella malinconica e panneggiata Arianna un’iconografia nettamente diversa rispetto quella armata di Pallade; tuttavia l’umanista avrebbe forse potuto accettare un’identificazione con la dea a causa del luogo di rinvenimento della statua, in prossimità del Tempio di Minerva Calcidica, la cui dedica cultuale potrebbe aver dunque influenzato il giudizio del Bracciolini. Malgrado quindi l’assenza di prove dirette e l’esistenza di valide proposte interpretative alternative, un’identificazione della statua reclinata vista dal Poggio nell’area dell’Iseo con l’Arianna Vaticana non pare totalmente da escludere; qualora essa fosse confermata inoltre, permetterebbe di risalire indietro di oltre 70 anni nella vicissitudini note della scultura dormiente, la quale sarebbe stata trovata ed interrata da un anonimo agricoltore fra le rovine del complesso cultuale di Iside e Serapide, quasi tre quarti secoli prima della sua registrazione fra le proprietà dei Maffei al principio del ’500.

Stato conservativo in età medievale e moderna delle strutture dell’apparato scultoreo del Tempio di Iside in Campo

La provenienza dell’Arianna dall’Iseum Campense sembra avvalorata dall’elevato stato conservativo del complesso, e soprattutto dall’eccezionale quantità di sculture pervenute sino ai giorni nostri da esso provenienti; la vasta area occupata dal Tempio di Iside e Serapide sembra infatti essere riuscita a mantenersi fino all’VIII estranea a nuovi sviluppi urbanistici, e gran parte delle sue strutture risulta essere sopravvissuta ben oltre il Medioevo, in alcuni tratti fino ad età contemporanea, come nel caso dell’arco d’ingresso Est del recinto, oggi noto come Arco di Camillano (Roncaioli 1979, 81-96; Laurenti 1985, 400-403). Parte degli elevati dell’Iseo e Serapeo sono così ancora descritti nel XVI secolo da Flaminio Vacca e dal Marliano, mentre rispettivamente alle testimonianze di Poggio Bracciolini e di Onofrio Panvinio si deve la conoscenza della sopravvivenza delle strutture del Divorum e del Tempietto di Minerva Calcidica[9]. Inoltre, parte delle murature del santuario appaiono riutilizzate per la realizzazione di diversi edifici, come ad esempio nell’area del palazzo del Collegio Romano, ulteriormente confermando la tenuta degli edifici in età moderna (Alfano 1992, 19; Alfano 1998, 190). 

Tuttavia, i dati più eccezionali relativi alla sopravvivenza delle vestigia dell’Iseum sembrano riguardare il suo imponente apparto scultoreo, tale appunto da fare del santuario uno dei contesti romani a maggior densità di concentrazione di sculture rinvenute: una condizione questa, già immediatamente evidente agli occhi di Lanciani, capo degli scavi del complesso, il quale riteneva che non potesse “trovarsi in Roma altro riscontro di una fecondità così prodigiosa” (Lanciani 1883, 34). Dai report di scavo, infatti, sembra potersi dedurre come larga parte delle molteplici sculture a soggetto egittizante fosse ancora in esposizione almeno al momento dell’abbandono del santuario.

A partire dal Tardo Medioevo fino al primo ’900, infatti, sono stati rinvenuti nell’area del santuario numerosissimi arredi scultorei, soprattutto di stile egittizante, e alcuni esemplari statuari di grandi dimensioni, fra cui la stessa immagine cultuale della dea, sembrano essere rimasti ininterrottamente in esposizione nell’area dell’Iseo fino all’età moderna (Lanciani 1883)[10].

Le ragioni di questa straordinaria conservazione delle strutture e degli apparati decorativi dell’Iseum sembrano rintracciarsi nelle peculiari vicissitudini del santuario, in cui non paiono infatti applicarsi le norme legislative relative alla chiusura dei templi, permettendo al sito di continuare a svolgere importanti funzioni pubbliche. L’appartenenza dei grandi templi di Roma al demanio imperiale (e quindi la loro costante manutenzione) era difatti espressamente sancita dalla legislazione tardoantica, e sembra essere rimasta in pratica fino al definitivo distaccamento di Roma dall’Impero nell’VIII secolo[11]. Tale condizione doveva inoltre senza dubbio applicarsi agli apparati statuari dei templi coinvolti dalle sopracitate delibere, ed infatti una visione della statuaria a soggetto mitologico in Roma come priva di connotazioni religiose, ma unicamente carica di valore artistico, è già presente negli appelli alla salvaguardia delle sculture di Prudenzio e Cassiodoro, rispettivamente nel IV e nel VI secolo[12].

Il carattere pubblico di templi e sculture sembra però essere particolarmente radicato proprio per quanto riguarda i santuari del Campo Marzio, tanto che in una legge del Codex Iustinianeus, come termini di paragone per la definizione di un bene pubblico, appaiono ancora citati “sicuti si Campum Martium vel basilicam vel templa vel quae publico usui destinata sunt[13]. Tale condizione sembra dunque ben rappresentata dal complesso cultuale di Iside e Serapide in Campo, il quale pare particolarmente interessato da forme di utilizzo pubblico, continuando a mantenere alcune funzioni chiave relative alla vita economica della città, probabilmente fino al suo abbondono nel VII/VIII secolo. Nelle strutture del Divorum risulta infatti rintracciabile un complesso di vani, visibile anche nella Forma Urbis di età severiana, interpretabile come un insieme di horrea volti all’immagazzinamento di merci (Coarelli 1996, 191-195; Ensoli 1998; Ensoli 2000; Spera 2014). Questi silos sembrano verosimilmente da mettere in relazione con l’approvvigionamento alimentare della capitale, e devono probabilmente essere stati utilizzati per raccogliere le derrate sbarcate dei porti sul Tevere del Campo Marzio, in prossimità dell’Iseo e Serapeo: l’utilizzo di tali approdi sul Tevere appare infatti attestato archeologicamente fino almeno all’VIII secolo, a suggerire ulteriormente una continuità di uso per gli horrea del Divorum durante tale periodo (De Caprariis 1999, 225-227). Una relazione è stata a tal proposito proposta con l’immagazzinamento dei vina fiscalia citato dalla biografia di Aureliano nell’Historia Augusta, suggerito dalla prossimità degli horrea del Divorum con l’approdo tiberino delle Ciconiae, probabilmente adibito proprio allo sbarco del vino[14]. Inoltre, a suggerire un continuato utilizzo degli horrea del tempio di Iside, sono anche i contesti ceramici del Campo Marzio, (primo fra tutti il celebre sito della Crypta Balbi), attestanti l’abbondate diffusione a Roma di anfore e sigillata africana D, databili al VII ed VIII secolo, testimonianti dunque la continuità nell’importazione di derrate da parte della flotta di Cartagine durante tale periodo (Saguì 1993; 2002).

Tale condizione non sembra inoltre costituire un unicum, e un confronto puntuale sembra potersi rintracciare con il Tempio del Sol Invictus, anch’esso servito dai medesimi approdi fluviali connessi all’Iseum, ed ancora utilizzato, almeno fino al VI secolo, per l’immagazzinamento e la distribuzione di carne alla popolazione, probabilmente sempre più sotto l’influenza crescente della supervisione papale[15].

In conclusione dunque, la centrale importanza del grande complesso cultuale egizio ancora durante i primi secoli del Medioevo pare essere stata tale da garantirne la conservazione durante tutto il corso della tarda antichità, fino all’impiantarsi dei primi nuovi interventi urbanistici sulle sue strutture nel corso dell’VIII secolo, consentendogli così di sopravvivere largamente indenne durante i secoli di transizione religiosa fra i Culti Politeistici ed il Cristianesimo. A ciò sembra in ultima analisi doversi anche la conservazione dell’eccezionale numero di sculture da esso provenienti, tanto elevato da rendere il sito di gran lunga il più ricco di rinvenimenti di tutto il Campo Marzio e forse di Roma stessa, e permettendo conseguentemente la sua qualificazione a candidato statisticamente più probabile per la provenienza di sculture, come appunto l’Arianna, di cui si conosca la pertinenza all’area Campense.

Testimonianze archeologiche di elementi dionisiaci in contesti cultuali isiaci in età imperiale

Se diversi indizi sembrano permettere un collegamento fra l’Arianna Vaticana e l’Iseum Campense, purtuttavia dall’area non pare però essere pervenuta alcuna notizia certa di ritrovamenti raffiguranti altri elementi o personaggi legati a Dioniso. Nonostante ciò, la connessione fra Dionisismo e Culti Egizi risulta in primo luogo riscontrabile in diverse connessioni e parallelismi fra i due sistemi religiosi. Esula dallo scopo del presente testo la trattazione dettagliata di tali connessioni all’interno delle rispettive sfere teologiche, cultuali e rituali, ben note e discusse in letteratura scientifica[16].

Concernente il presente tema è piuttosto il riflesso materiale di tali punti di contatto, risultante nella frequente commistione di iconografie legate ai due sistemi religiosi all’interno delle stesse strutture sin dall’età ellenistica. In particolare, a potersi registrare è la frequente presenza di immagini legate a alla sfera dionisiaca all’interno di santuari dedicati ai Culti Egizi, di cui troviamo i primi riscontri cronologi in santuari ellenistici di Serapide situati nell’Oriente grecizzato. Così ad esempio, da un ambiente adibito a banchetti sacri del tempio del dio di Delo proviene un rilievo raffigurante un personaggio con un tirso dionisiaco ed un copricapo isiaco, mentre nelle strutture del Serapeo C è stata rinvenuta una dedica congiunta a Serapide e Dioniso, antecedente al 166 a.C.[17]. Tale contesto lungi dal costituire un unicum, rappresenta solo uno dei diversi esempi di Serapei noti, in cui sono stati rinvenute connessioni dirette con la sfera dionisiaca: a riguardo, uno degli esempi più rappresentativi è forse il Tempio di Serapide a Menfi, al cui interno è venuta alla luce una vasta collezione di monumenti, sculture e rilievi, ritraenti motivi o personaggi legati alla sfera dionisiaca, tali da indurre a interpretare la divinità venerata nel santuario come un figura sincretica risultante dall’identificazione di Osiride e Dioniso (Laurer, Picard 1955, 30-47). Altrettanto interessante appare infine una dedica a Dioniso Theos, rinvenuta all’interno del Serapeo di Tessalonica, e databile al II d.C., ormai in piena età antonina (Mora 1990, 18).

Durante tale secolo, infatti, l’associazione di Dioniso con i Culti Egizi doveva risultare molto popolare, anche nella metà occidentale dell’Impero; una delle testimonianze più interessanti a riguardo è ad esempio un rilievo rinvenuto a Tunisi raffigurante Dioniso insieme alla Triade Heliopolitana, Iside, Serapide ed Arpocrate, realizzato proprio durante il regno di Adriano o di Antonino Pio, periodo a cui si data anche l’Arianna Vaticana (Eingartner 1991, 115, n. 16; Sfameni Gasparro 2018, 82.). Proprio il collegamento di Arianna con i motivi egizi sembra inoltre confermato da un secondo rilievo votivo databile agli albori del Principato e rinvenuto Zader, Croazia, in cui compaiono raffigurati le due coppie Iside/Serapide e Liber/Libera[18]: nella cultura latina infatti, Liber, dio della fertilità e del vino, appariva indissolubilmente legato ed assimilato con Dioniso/Bacco, conseguentemente causando l’identificazione della divinità femminile a lui paredra, Libera, con Arianna stessa[19].

In conclusione dunque, non solo l’associazione nelle arti visive fra Dioniso e le Divinità Egizie appare ben attestato durante l’intera età ellenistica e romana, ma anche la presenza di iconografie dionisiache all’interno di templi di Serapide attivi durante l’età imperiale risulta assai comune, in contesti sparsi per l’intero Bacino Mediterraneo. Nella metà grecofona dell’Impero tale situazione appare infatti confermata dai tre Serapei citati, presso Menfi, Delo e Tessalonica, mentre diverse attestazioni provengono anche dalla metà occidentale e dalla stessa Italia: l’esempio ad oggi meglio conservato a riguardo è infatti individuabile all’interno del Tempio di Iside a Pompei, nella cui nicchia posteriore si trova ancora oggi una statua di Dioniso (Tran Tam Tinh 1964, 123). Altri esempi di commistione di immagini dei due sistemi religiosi sono poi rintracciabili in Italia durante la stessa età antonina, come nel caso di un grande sarcofago in marmo datato al II d.C., oggi conservato al Fitzewilliam Museum Cambridge, la cui cura formale sembra permettere di supporre una sua provenienza dall’area romana; su di esso compare infatti raffigurato il corteo trionfante del dio Bacco, di fronte al quale si para un personaggio caratterizzato dal tipico copricapo di Serapide, e probabilmente identificabile proprio con tale divinità[20].

Elementi Dionisiaci all’interno dei Santuari Egizi di Roma

Ai dati sopra elencati sarà poi da aggiungere come durante la media età imperiale lo stesso potere imperiale sembri aver subito il fascino per le iconografie bacchiche, come evidenziato dall’utilizzo delle loro immagini all’interno di residenze private commissionate da Adriano stesso. Così ad esempio, un rilievo raffigurante Dioniso ed una menade, insieme ad Iside ed Arpocrate, è stato rinvenuto all’interno della Villa di Adriano a Preneste (Malaise 1972, 96); mentre una colossale testa di Dioniso proviene invece da una seconda residenza dell’Imperatore, la celebre Villa Adriana in prossimità di Roma, rinvenuta proprio all’interno del Canopo, ambiente a carattere egittizante, così chiamato dall’omonima città in Egitto, famosa per un grandioso Tempio di Serapide (Malaise 1972, 102).

Roma e i suoi dintorni sembrano costituire il luogo di maggior densità di contesti archeologici in cui è possibile stabilire una relazione fra Dioniso e Culti Egizi, nonché di opere artistiche riportanti immagini legate ad entrambi i culti. L’associazione di immagini di Iside e Dioniso all’interno di strutture cultuali è infatti attestata nell’Urbe per tutta la durata dell’età imperiale, e ancora nel IV secolo due statuette raffiguranti le due divinità trovavano ad esempio posto, l’una accanto all’altra, in un larario localizzato all’interno della Domus della gens Aufidia (Sfameni Gasparro 2018, 82).

La connessione con iconografie a carattere dionisiaco è inoltre attestata in almeno uno dei santuari urbani dedicati alla venerazione di divinità egizie, il cosiddetto Santuario Siriaco del Gianicolo. La fase tardoantica del tempio sembrerebbe infatti essere stata caratterizzata dal culto degli Dei Egizi, come testimoniato dal ritrovamento di diverse immagini a carattere egittizante (fra cui le statue cultuali di Osiride e di un personaggio probabilmente interpretabile come Serapide), ma pare allo stesso tempo aver ospitato un cospicuo apparato iconografico a matrice bacchica (composto da una scultura marmorea del di Dioniso, nonché statuette raffigurati il dio, un satiro e una menade)[21].

Più complesso al riguardo appare invece un secondo contesto cultuale, il vastissimo complesso templare databile fra II e III secolo situato sul Quirinale, costituente, insieme al Tempio di Venere e Roma, il maggior santuario della città per dimensioni. Non sembra esservi infatti concordanza fra gli studiosi circa l’identificazione del santuario, interpretato alternativamente come il grande tempio di Ercole e Dioniso fatto erigere da Settimio Severo, o come il grande Serapeo citato in materiale epigrafico datato al principato di Caracalla e nei Cataloghi Regionarii nel IV secolo[22]. Per quanto riguarda i ritrovamenti scultorei, il relativamente elevato numero di sculture a tema egittizzante (come le due celebri sculture dei fiumi Nilo e Tevere, oggi conservate presso il Campidoglio, rispondenti alla medesima iconografia dell’immagine del Tevere associata all’Arianna Vaticana) sembrerebbero far propendere verso l’identificazione del tempio come luogo di culto di Serapide, mentre il collegamento con Dioniso potrebbe essere corroborato dal ritrovamento sul Quirinale del celebre gruppo scultoreo del Dioniso Ludovisi[23].

In ultima analisi tuttavia, l’accertata presenza di entrambi i santuari sul Quirinale, del Tempio di Ercole e Dioniso sotto Settimio Severo, e del Serapeum a partire dal regno di Caracalla fino al IV secolo, parrebbe piuttosto suggerire una terza ipotesi, secondo la quale il santuario del Quirinale potrebbe essere stato originariamente intitolato a Ercole e Dioniso, per essere poi ridedicato a Serapide, da parte del figlio di Severo (Westell, Brenk 2015, 407). Qualora si volesse accettare questa ipotesi, la possibilità di effettuare una trasformazione di tale portata, l’unica nota fra i santuari maggiori della capitale, non potrebbe che essere rintracciata nella forte connessione percepita fra Bacco e Serapide: il rapporto fra le due divinità, come precedentemente discusso, doveva infatti apparire tanto forte da permettere ad un Imperatore devoto alle religioni egizie come Caracalla di riconvertire il santuario in accordo con le sue predilezioni, senza tuttavia commettere azioni “sacrileghe” verso il dio lì precedentemente venerato, Dioniso, la cui devozione sarebbe semplicemente continuata attraverso una sua “versione” orientalizzante all’interno del Tempio di Serapide.

L’Iseum et Serapeum Campense come plausibile contesto di collocazione originario dell’Arianna Vaticana

Analizzando complessivamente la totalità degli indizi archeologici e letterari noti, nonché le correlazioni fra stilemi iconografici egizi e dionisiaci all’interno di santuari di età romana, sembrerà plausibile rintracciare nelle strutture dell’Iseo o dei templi a esso connessi un contesto di provenienza verosimile per la statua di “Arianna”.

La relazione tra la scultura e il Tempio di Iside e Serapide, già velatamente rintracciabile nella missiva cinquecentesca del Grossino, apparirà infatti fortemente avvalorata dalla posizione dei possedimenti Maffei, primi proprietari dell’Arianna e verosimilmente loro scopritori, situate nell’area del Campo Marzio, una vasta porzione del quale era occupata delle estese vestigia del Tempio delle Divinità Egizie. La provenienza dal Santuario, e più precisante dell’area fra Tempietto Rotondo e Serapeum, risulta inoltre comprovata per quanto riguarda la scultura del Fiume Tevere citata dalle fonti in correlazione con l’Arianna dormiente: proprio la condivisone delle stesse vicissitudini da parte delle due sculture potrebbe infatti indicare, come suggerito da Grossino, una loro scoperta all’interno di contesti non lontani, permettendo forse di ipotizzare, seppur con le dovute cautele, una originale collocazione dell’Arianna nelle strutture del complesso cultuale adibite alla venerazione di Serapide.

Tale localizzazione sembrerebbe del resto perfettamente adattarsi a ospitare immagini legate a Dioniso: un confronto con i principali altri Serapea, in diverse provincie dell’Impero e soprattutto a Roma, permette infatti di osservare come la presenza di sculture legate a tematiche dionisiache all’interno di questa tipologia di architetture templari fosse non solo possibile, ma costituisse una prassi comune. Tale consuetudine pare infatti avere la sua ragion d’essere nella forte connessione fra dionisismo e culti egizi, tale da permettere in diversi contesti una loro venerazioni congiunta, nonché persino un’identificazione reciproca fra i luoghi di culto di Bacco e Serapide, come forse nel caso del Tempio di Ercole e Dioniso/Serapeo del Quirinale. Conseguentemente dunque, così come, accanto a immagini a carattere egittizante, sculture raffiguranti Dioniso, satiri e menadi trovavano posti d’onore nel Tempio di Iside a Pompei, nel Santuario sul Gianicolo e forse nel Serapeum del Quirinale, altrettanto probabile risulterà che, insieme a raffigurazioni di sfingi, Divinità Egizie e personificazioni di fiumi, il Santuario egizio, forse nel suo settore dedicato a Serapide, ospitasse anche immagini a carattere dionisiaco, fra cui appunto, raffigurazioni di Arianna.

Infine, quale elemento a favore dell’identificazione dell’area dell’Iseum come possibile luogo di provenienza privilegiato della scultura dormiente, possono essere richiamate anche le straordinarie caratteristiche conservative del Santuario egizio, la cui rilevanza per scopi legati all’approvvigionamento dell’Urbe sembra averne favorito un elevato tasso di manutenzione ben oltre l’età tardo-antica. La straordinaria tenuta delle strutture e soprattutto dell’apparato scultoreo del Tempio di Iside e Serapide sembra avere infatti pochi eguali all’interno del panorama delle architetture templari pre-cristiane della città di Roma, e l’area pare anzi la più prolifica della capitale in materia di quantità di statue rinvenute, a partire dal Tardo Medioevo fino ai giorni nostri: fra queste, basti ricordare nuovamente solo la Minervae statua recubantis menzionata da Bracciolini, nella quale, considerando la sua postura e la probabile raffigurazione di un personaggio femminile, sarà forse possibile ipotizzare di scorgere, pur non disponendo di alcuna certezza, forse la stessa Arianna.

In conclusione dunque, diversi indizi sembrano condurre a una provenienza della scultura vaticana dall’Iseum: come noto l’Arianna si data all’età adrianea, fase in cui il Santuario Egizio era già in esistenza da diversi decenni; proprio ad Adriano si devono importanti rinnovamenti del complesso, che avranno verosimilmente interessato un arricchimento dell’apparato scultoreo. In alternativa, appare però altrettanto plausibile che la scultura, pur venendo realizzata nella prima metà del II d.C., sia stata collocata nel complesso del Campo Marzio solamente durante l’età severiana, ultimo periodo in cui le strutture dell’Iseo risultano interessate da imponenti trasformazioni. Ad avvalorare questa seconda proposta potrebbe essere l’annessione al complesso, da parte di Caracalla, del Tempio di Serapide in Campo, come abbiamo visto uno dei siti più adatti ad ospitare iconografie bacchiche. A favore di questa ipotesi anche la menzione nell’Historia Augusta di un drastico incremento, da parte di Alessandro Severo, del numero di sculture nel santuario e immagini a carattere religioso nel santuario, come parte di una grandiosa riorganizzazione dell’area del Campo Marzio:

Basilicam Alexandrinam instituerat inter Campum Martium et Saepta Agrippiana in lato pedum centum in longo pedum mille, ita ut tota columnis penderet. quam efficere non potuit, morte praeventus.Iseum et Serapeum decenter ornavit additis signis et Deliacis et omnibus mystici [24].

Non è purtroppo dato sapere da dove l’Imperatore avesse fatto trasportare tali statue, nonché se queste fossero nuove realizzazioni severiane o riutilizzi di pezzi datati a secoli precedenti. Tuttavia, considerata la grande portata dell’intervento, appare verosimile che l’apparato decorativo potesse essere stato ricavato spogliando persino importanti edifici della capitale. Per rispondere al programma propagandistico e religioso dei Severi infatti, sembra assai plausibile un dispiego di immagini non solamente contemporanee, quindi pertinenti ad un periodo di iniziale flessione di produzione e qualità artigianale, ma soprattutto datate a quei periodi già dai Romani considerati ere dorate per splendore politico ed artistico, fra cui la rigogliosa età adrianea, cornice della realizzazione dell’Arianna dormiente.

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Note

[1] Lettera di Grossino del 2 febbraio 1512 in: Luzio 1886, 535. Vedasi in proposito: Köhn 1999, 148; Brummer 1970, 154; Valeri 2013, 28.

[2] Plinio, Naturalis Historia; XXXIV, 62; XXXV, 26.

[3] Ghini, LTUR III Thermae Agrippae, 25-26.

[4] Itinerarium Eisiedelnse, I, 3: Disegni delle strutture: Palladio, Royal Institute of British Architects, IX f. 14; Du Pérac, in A. Lafréry, Nova Urbis Romae Descriptio, 1577; Giovannoli, Roma Antica, 1619, tav. 14-15; G. B. Piranesi, Il Campo Marzio, 1762, tav. 24. Mirabilia Urbis Romae, 23; Lanciani I 1903, 25.

[5] Mattei 2016, 31-32. Lettera di Gadio: ASMn, AG, b. 860.

[6] Flaminio Vacca, Memorie di varia antichità trovate in diversi luoghi della città di Roma, N. 26.

[7] Poggio Bracciolini, De Varietate Fortunae I, VZ, 235.

[8] Francesco Albertini, Opusculum de Mirabilibus novae et veteris Urbis Romae, VZ IV 480; Arata 2012, 239-240.

[9] Flaminio Vacca, Memorie di varia antichità trovate in diversi luoghi della città di Roma, N. 27; Marlianus, Thesaurus Antiquitatum Romanarum, VI 5; Poggio Bracciolini, De Varietate Fortunae I, VZ, 234-235; Onofrio Panvinio, Codice Vaticano Lat. 3349 f. 25r.

[10] Menzioni di sculture provenienti dall’Iseo in: Flaminio Vacca, Memorie di varia antichità trovate in diversi luoghi della città di Roma, N. 35; N. 27; Lumbroso 875, 53: Pier Santi Bartoli, Memorie di varie escavazioni fatte in Roma, e nei luoghi suburbani vivente Pietro Santi Bartoli, N. 112. Riguardo l’immagine di Iside e alla sua identificazione con la statua di culto del santuario: Cassio Dione Historíai LXXX 10. Riguardo la statua detta “Madama Lucrezia” si veda: Ensoli 2000

[11] Codex Theodosianus XVI 10, 15; Digestus, I 8, 9, 1-2. Vedi: Coates-Stephens 2006; Goddard 2006; Schuddeboom 2017.

[12] Prudenzio, Contra Symmachum I.502-505; Peristephanon II 479-480; Cassiodoro, Variae. VII 13.4; X 10.30. Vedi van Stekelemburg 1987, 10.

[13] Codex Justinianeus II, 20, 4.

[14] Circa questa teoria vedi Spera 2014; sull’utilizzo delle Ciconiae come approdo per i vina fiscalia vedi: La Rocca 1984, 61-63; Lega, LTUR Ciconiae, 267-269; De Caprariis 1999, 225-227.

[15] L’utilizzo del Tempio del Sole come luogo di redistribuzione è attestato in: Cassiodoro, Chronica 990; Variae VI 18. Circa l’assegnazione della gestione dell’Annona alla Chiesa: Pragmatica Sanctio, 18, 22; Liber Pontificalis, Vita Sabiniani. Circa il ruolo da essa svolto nell’approvvigionamento alimentare cittadino: Rickman 1971; Lonardo 2012; De Francesco 2017 

[16] All’interno della vastissima bibliografia sul tema si citano qui solamente: per il culto e la ritualità dionisiaca: Merkelbach 1962; Burkert 1977; Guttel Cole 1980; 1993; Bottini 1992; Turcan 2003. Per Iside: Witt 1971; Takács 1995; Donalson 2003; Alvar 2006; Bricault 2013. Per associazioni fra i due sistemi religiosi e loro sincretismo: Tondriau 1950; Stambaugh 1972; Frateantonio2011; Moraw 2011. Fonti menzionanti tale associazione: Erodoto, Historíai II, 42,2 – 144,2; Elio Erodiano, Catholica Prosodia, IV; Diodoro, Bibliotheca Historica, I, 25, 2; Plutarco, De Iside et Osiride, 362B, 364E - 365F; Apuleio, Metamorphoseon, libri XI, XI, 27; Cassio Dione, Historíai, XL, 40; Servio, ad Aeneidem, VIII, 696; Zonaras, Epitome Historion, X, 20.

[17] CE 45. Sul ruolo dei banchetti sacri nel Dionisismo vedasi: Schmitt-Pantel2011, 119-136. Sul ruolo religioso dei banchetti nel Mondo Romano: Dumbabin 2003.

[18] RICIS 615/0201, CXXV.

[19] Pseudo-Igino, Fabulae, 224; Ovidio, Fasti, III, 459 ff. Vedi anche Wiseman 1988, 7, n. 52.

[20] Boardman 2014, 29-30. Riguardo il tema delle raffigurazioni del corteo dionisiaco su sarcofagi: Turcan 1966; Papini 2010; Zanker, Ewald 2012.

[21] Circa il Santuario del Gianicolo si veda: Gee 2010. Circa la sua dedica a divinità egizie nel IV secolo: Goddard, LTUR, Suburbium II Lucus Furrinae. Circa le sculture egittizanti del Santuario: Coates-Stephens 2007; Goddard 2008.Circa le immagini a carattere dionisiaco: Swetnam-Burland 2015; Goodhue 1975 Per una realizzazione in età severiana: Ensoli 1997, 315, Santangeli Valenzani 1991-1992, 14-15. Per un’ipotesi di datazione in età adrianea: Taylor 2004. Le strutture del tempi appaiono citate in: Mirabilia Urbis Romae, 29; Francesco Albertini, Opusculum de Mirabilibus novae et veteris Urbis Romae, VZ IV 483; Andrea Palladio, I Quattro Libri di Architettura IV, 39-45; Flaminio Vacca, Memorie di varia antichità trovate in diversi luoghi della città di Roma, N. 80; Van Heemskerck, Königlichen Kupferstichkabinett zu Berlin, I 82, II 36.

[22] Tempio di Ercole e Dioniso citato in: Cassio Dione, Historíai 74. 13. Documenti menzionanti il Serapeo del Quirinale: CIL VI 570 Notitia Urbis Romae, Regio VI Alta Semita, 3-4; Curiosum Urbis, Regio VI Altosemita, 3-4. Identificazione del complesso con Serapeo: Hülsen 1896, pp. 39-59; Ensoli 2000, 270; Taylor 2004, pp. 237-239. Proposta identificativa con il santuario di Ercole e Dioniso in: Santangeli Valenzani 1991-1992, 14-15; Santangeli Valenzani 1991, LTUR III Hercules et Dionysus, Templum, 25-26; Rowan 2012, 67-72.

[23] Rinvenimenti scultorei egittizanti in: Ensoli 2000. Statue di “cornuti”, probabilemnte identificabili come immagini di Serapide in: Maestro Gregorio, Narracio de Mirabilibus Urbis Roma,16. Un resoconto del ritrovamento del Dioniso Ludovisi presso l’area delle “Quattro Fontane” in: Flaminio Vacca, Memorie di varia antichità trovate in diversi luoghi della città di Roma, N. 37.

[24] Historia Augusta, Severus Alexander, 26.

English abstract

The paper examines the unknown original site during the Roman Empire of the sculpture known as the Vatican Ariadne, first documented at the beginning of the 16th century as part of the property of the Maffei family, and subsequently as the property of Pope Julius II. The article aims to demonstrate that the vast sanctuary of Isis and Serapis in Campus Martius was possibly the original site of the statue.

Firstly, the link between the Ariadne and the Maffei family is discussed, highlighting their strong presence in the Campus. The link between the Maffei and the temple is also stressed through their ownership of at least one piece almost certainly originating from the Egyptian religious complex, the sculpture representing the River Tiber, cited by the Renaissance humanist, Grossino, along with the Vatican Ariadne.

An examination of the archaeological structures of the Isis temple itself follows, showing their continued use and preservation during Late Antiquity and the Early Middle Ages. The unparalleled number of sculptures found at the site from the Late Middle Ages to the 20th century is listed, showing the Egyptian sanctuary as the by far richest site in terms of findings of the entire Campus Martius, and consequently, statistically speaking, the most likely place of provenance of marble pieces found in the area.

Finally, the probability of the Ariadne being sited in the sanctuary is suggested by the common practice throughout the Hellenistic and Roman world of displaying Dionysiac iconographies within places of worship of Isis and Serapis. The case of Rome itself is discussed, where such a situation can be observed in at least two major sites connected with the veneration of Egyptian gods, therefore making the presence of images related to Bacchus (as the sleeping Ariadne, waiting for the thiasos of the god) rather plausible also within the walls of the Iseum Campense. the Temple to Isis.

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