"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

166 | giugno 2019

97888948401

titolo

Olivetti: comunità, conflitti, intelligenze, forme di vita

Editoriale di Engramma 166

Sara Agnoletto, Olivia Sara Carli, Roberto Masiero

1 | Sala di assemblaggio macchine calcolatrici nella fabbrica Olivetti di Pozzuoli, rielaborazione. Immagine Publifoto tratta dal libro Luigi Cosenza. La Fabbrica Olivetti di Pozzuoli, a cura di Giancarlo Cosenza, Napoli 2006, p. 64.

Se qualcosa nel tempo non si compie con e per le proprie ragioni e si disperde; se un sogno è costretto a risvegliarsi al richiamo di un inesorabile e, spesso, insopportabile principio di realtà; se una volontà, per quanto ferrea e determinata, è costretta a cedere alla propria impotenza o presunzione – accade che quel qualcosa si trasformi in una sorta di irrequieto fantasma collettivo. Tutti ne parlano e nessuno riesce a trovarlo; tutti lo vogliono anche se sfugge nella sua stessa inconsistenza.

Questo è ciò che è accaduto al progetto Olivetti, un progetto che portava con sé ragioni economiche, sociali, politiche, etiche ed estetiche e, persino, teologiche. Si cerca nella memoria storica e la ragione scientifica si trasforma in idolatria; si evoca l’aneddotica e il rimosso diviene opinione pubblica massificata e spettacolarizzata, e persino la politica prova ad affidarsi al fantasma (e al rimosso) per giustificarsi, per legittimarsi, per fingere una genealogia. Ed è così che alcuni evocano Olivetti per dimostrare che tutto deve nascere dai territori e dalle comunità locali; altri per affermare che è possibile una terza via nel conflitto tra capitale e lavoro. Inevitabilmente di tutto e di più, mentre il fantasma è ancora alla ricerca di se stesso.

La questione Olivetti è così, quanto mai, una questione aperta e dalle molteplici sfaccettature; per questo Engramma ha voluto non tanto inserirsi nel dibattito, bensì riflettere su di esso, seminare e trovare tracce, cominciando con una serie di incontri seminariali che, a partire dal 5 aprile 2019, hanno posto in discussione l’attualità/inattualità di Olivetti e hanno messo a punto una strategia per dare voce alle diverse posizioni che muovono a partire da questo tema.

Frutto del primo incontro è stata l’individuazione di un nucleo di questioni centrali nel pensiero di Adriano Olivetti e nella pratica imprenditoriale e sociale dell’azienda e quindi la formulazione di 11 domande che della ripresa del ‘modello’ olivettiano mettessero in risalto soprattutto le contraddizioni al fine di aprire, con le risposte – date da intellettuali ed esponenti del pensiero italiano con storie, interessi culturali e scientifici diversi ma tutti impegnati a riflettere su temi presenti anche nel pensiero olivettiano – nuovi punti di vista nel dibattito, nuovi varchi nel pensiero presente. Il numero è dunque solo la prima tappa di un percorso più lungo e articolato che di questo dibattito vorrebbe farsi promotore, aprendolo alla contemporaneità e disseminandolo sul territorio (in particolare nella realtà attuale del Veneto), attraverso una serie di iniziative incentrate sul tema del lavoro nelle sue molteplici accezioni – della fabbrica, del prodotto industriale, del territorio. Mostre, concerti, dibattiti, reading, performance sono gli strumenti che la seconda fase del nostro ragionare intorno a Olivetti metterà a punto per ampliare il dibattito, diffonderlo, mettendolo in contatto con i luoghi del lavoro, il territorio. Partner di queste iniziative, che prenderanno avvio nell’autunno 2019, sono, oltre all’Università Iuav di Venezia, la Fondazione Francesco Fabbri, i Comuni di Pieve di Soligo e Follina, l’Ordine degli Architetti di Treviso, e altri soggetti che verranno via via coinvolti.

Il numero si articola dunque in due sessioni. Nella prima confluiscono un saggio di Ilaria Bussoni e Nicolas Martino e le 21 interviste introdotte da un testo di Michela Maguolo e Roberto Masiero, che inquadrano e definiscono l’orizzonte teorico della discussione. Bussoni e Martino in Olivetti. Disegno della vita e comunità dell’intelligenza, cercano di definire la specificità del progetto olivettiano negli anni di Adriano: un progetto stretto tra un’utopia modernista e paternalista, tutta interna al fordismo e alle strategie capitaliste, e la capacità di immaginare l’immaterialità di una produzione nella quale il conflitto capitale-lavoro si sposta dalla fabbrica al territorio. Michela Maguolo e Roberto Masiero in 11 domande su Olivetti presentano e contestualizzano la necessità di indagare questa “utopia mancata”, e cercano di identificare alcune possibili tracce da seguire, non nel tentativo di continuare l’esperienza di Olivetti, ma di diventare consapevoli dei compiti che stiamo affrontando ora, guardando ai problemi con cui la contemporaneità deve entrare in dialogo: conflitto tra capitale e lavoro, tra comunità e società, tra welfare e biopolitica.

Nella seconda sezione del numero, tre saggi si concentrano invece su temi specifici del mondo Olivetti. Marianna Gelussi tratta dell’incontro tra due avanguardie, una artistica e una industriale, ovvero dell’eccezionale collaborazione tra la Olivetti e gli allora emergenti artisti esponenti dell’arte programmata (il Gruppo T, il Gruppo N, Bruno Munari ed Enzo Mari, cui si aggiungeranno in un secondo momento anche Getulio Alviani e il Groupe de Recherche d’Art Visuel di Parigi) indagando l’affinità tra sponsor e sponsees, portatori dell’ansia di progresso e del desiderio di rinnovamento che accompagna e sommuove quegli anni.

La tensione verso il nuovo di Adriano e della Olivetti è affrontato nel saggio di Susanna Pisciella, Olivetti e Ivrea, l’altra faccia della luna, ove la Programma 101 è interpretata quale esito più evidente e acclamato di una rivoluzione che non fu solamente tecnologica, ma che fece parte di un più ambizioso progetto di comunità. L’obiettivo di questa utopia era di instaurare un Umanesimo industriale, in cui fondamentale era la centralità dell’essere umano, che si riflesse non solo sui prodotti e le campagne pubblicitarie ma trovò materializzazione negli stessi negozi, nelle manifestazioni commerciali e promozionali del prodotto e, insieme, di un più complesso e articolato sistema di pensiero.

Michela Maguolo ricostruisce invece la vicenda di “Centro sociale”, la rivista ispirata e sostenuta da Adriano Olivetti, intesa quale strumento di diffusione di idee ed esperienze sul lavoro comunitario in accordo con i principi di democrazia partecipata e integrazione culturale. Il vivace dibattito che si svolse nelle pagine del periodico coinvolse sociologi, operatori sociali, architetti e pianificatori, consapevoli delle difficoltà che il centro sociale come punto di aggregazione e di costruzione del tessuto sociale comportava e dei problemi culturali e politici che poneva: quel dibattito portò in quegli anni anche alla definizione degli obiettivi e delle caratteristiche del ‘centro sociale’, quale nuova tipologia architettonica.

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