"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

166 | giugno 2019

97888948401

titolo

Imprenditore intellettuale, fra metapolitica  e politica

In risposta a 11 domande su Olivetti

Alberto Saibene*

English abstract

[Redazione Engramma] Come va interpretata l’idea di Comunità olivettiana rispetto al dibattito attorno al conflitto tra società e comunità che divideva sino a poco tempo fa il fronte tra politiche di sinistra e politiche di destra?

Adriano Olivetti si è sempre tenuto alla larga da classificazioni “di destra” o “di sinistra” nel dibattito politico del Dopoguerra, scontandolo con un totale isolamento. Per Olivetti la comunità era l’espressione compiuta e organizzata della società, superando la divisione di Tönnies tra comunità e società. Il termine lo attraeva perché portava con sé i concetti di decentramento e autonomia e aiutava a ripensare lo Stato centrale “dal basso”. Un’idea federalista che vale tutt’oggi, in un’epoca di crisi degli Stati nazionali, e che, pur malamente applicata, è alla base della Comunità Europea di cui Olivetti fu fin dall’origine un convinto sostenitore.

[RE] Che legame esiste (se esiste) tra le esperienze di comunitarismo produttivo come i villaggi operai di Saltaire in Inghilterra, Mulhouse in Francia, Crespi d’Adda e Schio in Italia e l’esperienza Olivetti?

Mi paiono esperienze molto diverse perché i villaggi operai ricordati sopra, a cui si potrebbe aggiungere quello di Bata, una distopia raccontata con efficacia da Mariusz Szczygiel, sono impiantati su base gerarchica e sono un prolugamento sociale del concetto di famiglia. Per Olivetti, pur avendo tipologie diverse le case che venivano costruite per dirigenti e impiegati, non erano un immediato segno di riconoscimento dell’organizzazione aziendale. Una controprova è che nel 1968 la statua di Gaetano Marzotto venne abbattuta dagli operai di Valdagno, un’altra company town. A Ivrea tutto ciò non successe. Ancora oggi non esiste a Ivrea una via o una piazza dedicata ad Adriano Olivetti. Aggiungo che sarebbe il caso di rimediare in fretta.

[RE] In quali termini si pone la relazione tra l’emergere di una dottrina sociale delle chiesa, di una ‘economia sociale di mercato’, di riflessioni teologiche, filosofiche e politiche come quelle di Jaques Maritain, e il pensiero di Olivetti?

Il pensiero sociale, ma più ancora l’ispirazione cristiana e cattolica, sono senz’altro stati una componente fondamentale del pensiero di Olivetti. Non sono in grado di parlarne nel dettaglio, ma direi che la realizzazione di un mondo senza Dio, in cui l’uomo del XX secolo attraverso la scienza e la tecnica non aveva più timore dell’ultraterreno, spaventò Olivetti. Da qui la sua insistenza sulla necessità dei valori spirituali come complementari alla vita terrena e la lettura dei filosofi cristiani (Maritain, Mounier) che hanno cercato di innestarne i valori nella modernità. È molto importante in Olivetti anche la tradizione del pensiero marxista, ma privilegiando questo la classe sociale come strumento di trasformazione, perdeva di vista l’uomo come singolo individuo.

[RE] Quale la funzione degli intellettuali e del ‘lavoro’ intellettuale nei processi di socializzazione capitalistica? Che funzione assume progressivamente l’intelligenza e la creatività collettiva? Come reinterpretare il marxiano general intellect partendo dal caso Olivetti?

Non so se porrei la domanda in questi termini. Uno dei molti intellettuali che lavorarono per la Olivetti, assunti da Adriano Olivetti (c’è una differenza), Giorgio Soavi scrisse: “la cosa veramente nuova e inedita era che Adriano reclutava persone intelligenti e lasciava loro la possibilità di esserlo”. Il caso più celebre è quello di Paolo Volponi che non era ancora scrittore quando venne assunto da Olivetti e divenne direttore del personale in un’azienda che aveva ventimila addetti sparsi in tutto il mondo. C’è un po’ di mitizzazione in questi esempi forse, ma è vero che è stato straordinaria la capacità della Olivetti di collegare in un solo movimento – pensiamo ai gesti ieratici di un grande direttore d’orchestra – fabbrica e territorio, prodotto e design, comunicazione aziendale e grafica, e così via. L’intelligenza dei singoli era al servizio dell’intelligenza collettiva e lo spartito era stato appreso così bene che la Olivetti proseguì a essere una grande azienda per molti anni dopo la morte di Adriano, pur perdendo l’occasione storica dell’elettronica.

[RE] Quali sono i fattori socio-economici e politici che hanno impedito che l’‘utopia possibile’ di Adriano Olivetti sia diventata impossibile?

L’utopia è una strada che i più coraggiosi e i più determinati cominciano a percorrere. Adriano ne ha compiuto un buon tratto. La storia di Olivetti vale come esempio ma è un’eccezione. Dopo Adriano, la Olivetti, una grande azienda che per qualche anno non fece parte di Confindustria, venne ‘normalizzata’. La divisione elettronica venne ceduta alla General Electric qualche anno dopo la scomparsa di Adriano. Fu in questo modo ipotecato il proprio futuro. Ma, dicevo, credo che la Olivetti, proprio in quanto eccezione, abbia attratto un’eccezionale pool di cervelli, abbia innestato pratiche innovative, abbia offerto condizioni salariali e sociali migliori che altrove. Non esiste però il manuale della buona azienda olivettiana. Olivetti non è un esempio che può essere replicato, ma alcuni suoi insegnamenti, segnatamente quelli che riguardano il welfare aziendale, possono essere ripresi. Aggiungerei che Olivetti, e forse anche il suo mito, vale come antidoto agli imprenditori, non solo italiani, che hanno colpito l’immaginazione di molti nell’ultimo mezzo secolo.

[RE] Qual è stato l’effettivo contributo di Olivetti alla digitalizzazione globale nella quale ci troviamo immersi?

Avrebbe potuto essere molto maggiore. Nel 1965 viene presentata la Olivetti P101, il primo personal computer da tavolo, alla fiera dell’elettronica di New York. È stata progettata quasi clandestinamente dall’équipe dell’ingegner Perotto, dopo che l’anno prima era stata venduta la divisione elettronica alla General Electric. La Olivetti oscillò negli anni successivi tra meccanica ed elettronica e al tempo in cui i PC entrarono nella vita di tutti – erano i primi anni Ottanta e l’azienda era stata acquistata da Carlo De Benedetti – l’azienda era ancora in grado di competere con le giovani Microsoft, Apple, ma dopo pochissimo non fu in grado di sostenere il vertiginoso aggiornamento dei sistemi di software. Restano valide le parole che Adriano Olivetti pronunciò in occasione della presentazione della Elea 9001, il primo computer a transistor progettato in Europa. L’età dell’elettronica “sottraendolo dalla faticosa routine” avrebbe portato l’uomo “verso una nuova condizione di libertà e di conquiste”.

[RE] Come la questione ‘territorio’ si trasforma in relazione alla socializzazione del sistema produttivo e alla nuova formazione dei valori sia economici che sociali?

Per Olivetti il territorio corrispondeva alla comunità concreta del Canavese, la regione storica all’imbocco della Valle D’Aosta che ha Ivrea come suo centro. La pratica del welfare, il valore dell’istruzione, generale ma anche tecnica, hanno nel tempo trasformato un’area che è stata a prevalenza agricola fino al Dopoguerra. Le trasformazioni hanno però cicli molto lenti e chi oggi arriva per la prima volta a Ivrea, riconosciuta nel 2018 “città industriale del XX secolo” dall’Unesco, fatica a riconoscere a prima vista tracce dell’esperienza olivettiana. Questo avviene un po’ per la miopia delle politiche territoriali ancora incapaci di valorizzare un asset come l’eredità olivettiana, un po’ perché Ivrea esisteva prima di Olivetti e non è mai avvenuta una fusione tra le 'due Ivree'. Il ponte sulla Dora che divide l’antica città da quella dove sono sorti gli stabilimenti e poi le abitazioni del mondo olivettiano non è mai stato colmato.

[RE] Qual è la specificità dell’esperienza olivettiana nell’uso di design e grafica per la creazione di un immaginario collettivo legato al prodotto?

Distinguerei tra design e grafica. I grandi designer che hanno collaborato con Olivetti (Nizzoli, Sottsass, Bellini, ecc.) hanno sempre lavorato a contatto con la produzione, hanno carrozzato con funzionalità e invenzione le macchine prodotte nelle officine. Il tocco olivettiano sta nella leggerezza e nell’amichevolezza (ricorrendo a un anglicismo) del risultato. C’era poi la necessità di trasportare queste macchine, nate per esigenza di ufficio, in ambiente domestico. Da qui l’uso di grafici molto innovativi (Pintori per fare un solo nome) che riuscirono ad avere uno stile così connotato (fondamentale la lezione del Bauhaus e la diffusione dell’arte astratta tra le masse nella seconda metà del Novecento) che a un certo punto si rinunciò all’utilizzo del nome Olivetti nelle pubblicità. Ma ognuno di questi temi necessiterebbe di ben diversi approfondimenti.

[RE] In quale modo architettura e urbanistica hanno influito sulla nascita del modello produttivo e sociale della Olivetti?

L’architettura è il vestito della modernità. Per questo tra i primi atti di Adriano Olivetti, quando fu in grado di decidere in autonomia dal padre Camillo, fu di chiedere agli architetti razionalisti appena trentenni Luigi Figini e Gino Pollini una fabbrica di vetro, in modo che gli operai potessero guardare fuori quando erano impegnati nella costruzione delle macchine. Una tipologia nuova, almeno per l’Italia degli anni ’30. In quegli stessi anni Olivetti mette a punto il primo esempio di pianificazione urbanistica in Italia, il piano regolatore della Valle D’Aosta, che deve molto alle suggestioni del New Deal, una risposta cioè alle prime distorsioni del capitalismo e alla collettivizzazione sovietica. L’urbanistica era allora una disciplina nuova. Purtroppo, pur essendo molto diretto l’impegno di Adriano Olivetti nel diffondere l’urbanistica come principio di regolazione della crescita della società, i risultati sono stati in generale modesti.

[RE] Quali sono gli aspetti dell’attualità o inattualità di Olivetti?

L’attualità di Olivetti sta nell’aver inverato nell’azione il suo pensiero, esempio unico di intellettuale e imprenditore in una sola persona. Questo lo rende molto inattuale e quindi, mi si perdoni il gioco di parole, molto attuale, direi necessario.

Alberto Saibene è storico della cultura. Ha pubblicato L’Italia di Adriano Olivetti (2017) e ha curato le antologie di scritti di Adriano Olivetti: Il mondo che nasce (2013) e Città dell’uomo (2016).

English abstract

Alberto Saibene claims that Olivetti’s idea of community was strongly federalist, recalling his committed support for the birth of the European community. This support was in line with his aim of overcoming the political categories of right and left, accepting both Christian social thought and Marxist notions, though he recognized the latter tended to privilege class at the expense of the individual. The importance of man is also traced to the role given to intellectuals in Olivetti’s company, left free to express their intelligence. Olivetti is an untimely and therefore necessary figure, an example that cannot be copied. His teachings, however, especially the ones about welfare, can be taken up again. The relationship with territory, the place of the concrete community, is today highlighted by the UNESCO recognition of Ivrea as an industrial city of the twentieth century, though paradoxically, due to short-sighted land management. the traces of the Olivetti experience are no longer as visible as they deserve to be.

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