"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

166 | giugno 2019

97888948401

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Se qualcuno si va a guardare su Youtube quella straordinaria testimonianza che Elserino Piol, già direttore commerciale della Divisione Elettronica Olivetti e poi fondatore del venture capital in Italia, ha rilasciato sui suoi rapporti con Steve Jobs, scopre che nell’immaginario del genio della Apple il nome Olivetti era collegato molto di più a quanto l’azienda italiana aveva creato sul piano del design piuttosto che a quello che aveva creato sul piano del prodotto. Eppure il nostro Steve sapeva benissimo che il primo personal computer era stato progettato dall’Olivetti: il leggendario P101, meglio noto come la ‘Perottina’, dal nome dell’ingegner Pier Giorgio Perotto, che l’aveva progettato ed esposto alla fiera di New York nel 1965 (v. la riedizione del libretto di Pier Giorgio Perotto, Quando l’Italia inventò il personal computer, Edizioni di Comunità, 2015). Arrivato a Ivrea con due suoi collaboratori per discutere un’eventuale collaborazione con l’Olivetti, Steve Jobs dopo dieci minuti lascia la riunione perché corre a Milano per conoscere Mario Bellini, il designer che ha collaborato alla realizzazione del P101, dopo aver firmato il progetto della Divisumma, della Praxis e di altre macchine da calcolo o da scrivere Olivetti.

Non credo si possa dire che l’Olivetti abbia svolto un ruolo di assoluta avanguardia nel design industriale; lo stesso Bellini aveva collaborato prima con la Rinascente e la lezione del Bauhaus ha segnato tutta l’industria del Novecento. In Olivetti l’eccellenza del design si inseriva in un sistema di altissima qualità che riguardava la comunicazione d’impresa, la pubblicità, la grafica e, al di sopra di tutto, la filosofia sociale di un’impresa che voleva imprimere un indirizzo nuovo, innovativo, ai rapporti tra impresa e forza lavoro e impresa e territorio. Il design Olivetti era speciale non tanto in sé quanto perché si inseriva in un sistema organico, in un clima di qualità che andava dal rapporto tra colleghi alla creazione di manufatti e immagini rivoluzionari.

Nel mio ricordo l’emozione (e l’imbarazzo dato il mio modesto talento) di lavorare accanto a un Giovanni Giudici, che scriveva le sue poesie nell’intervallo di pranzo, a un Egidio Bonfanti, pittore e grafico d’eccezione, e ad altri dello stesso calibro, si accomuna al senso di fraterna collaborazione di cui sin dal primo momento i miei colleghi d’ufficio mi vollero circondare, al senso di rispetto che le gerarchie avevano nei confronti di un neoassunto, al quale si lasciava ogni libertà e autonomia, purché i compiti che gli si richiedevano fossero svolti rispettando le scadenze e i criteri di qualità.

Il senso del bello doveva integrarsi perfettamente con il funzionale, estetica e praticità dovevano alimentarsi a vicenda. Ma tutto questo era reso possibile dal tipo di rapporti umani, cioè di gestione della risorsa umana, come si dice in linguaggio manageriale. L’uomo era una risorsa preziosa – sembra banale ma era tutto qui il segreto. La filosofia che regge la gestione delle risorse umane nelle aziende oggi è esattamente l’opposto: gli uomini sono un costo non una risorsa; la cosiddetta autonomia o responsabilizzazione del singolo è in realtà uno scaricabarile; il lavoro in team tanto esaltato è un modo per controllarsi a vicenda perché la competitività tra colleghi è un elemento di governance, di controllo, di disciplina; i contratti sempre più precari, instabili, anche l’interinale pare costi troppo; stages gratuiti e soprattutto profondo disprezzo delle competenze e dell’esperienza. I profili professionali sono fermi da 30 o da 40 anni, i criteri di valutazione dunque non si basano sulla professionalità, prevalgono i furbetti, i leccaculo.

È la gestione della risorsa umana il segreto Olivetti. Come mai nelle vostre domande non appare? È questa la totale attualità/inattualità di Olivetti. Temo che se questa cosa non esca in maniera chiara il vostro sforzo rischi di essere inutile. Ideologia comunitaria, dottrina cristiana, General Intellect … tutte belle cose ma sono secondarie, a mio avviso: è come dire che a Silicon Valley è stata importante la cultura hippie. È vero ma c’è ben altro! O no?

* Sergio Bologna, co-fondatore di “Classe Operaia” (1964), “La Classe” (1969), “Potere Operaio” (1969), “Primo Maggio” (1973), “Altreragioni” (1992), si è occupato di storia del movimento operaio. Lavorò in Olivetti a fianco di Franco Fortini nei primi anni Sessanta.

English abstract

According to Sergio Bologna, the attention given the person, the particular “management of human resources”, central to Olivetti’s philosophy and the creative and productive organization of his company, is completely alien to current treatments of man-as-cost, and of any relationship as competition. According to Bologna, Olivetti’s design excellence can be attributed to the company's social philosophy and to the unprecedented relationship between business, workforce and territory.

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