"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

166 | giugno 2019

97888948401

titolo

Imprenditorialità come innovazione

In risposta a 11 domande su Olivetti

Paolo Zanenga*

English abstract

*Paolo Zanenga, presidente e socio fondatore di Diotima Society, che si occupa di tecnologia, economia e organizzazione d’impresa.

[Redazione di Engramma] Come va interpretata l’idea di Comunità olivettiana rispetto al dibattito attorno al conflitto tra società e comunità che costituiva sino a poco tempo fa il fronte tra politiche di sinistra e politiche di destra?

Per Adriano Olivetti, mi pare, non esiste una separazione netta tra Gesellschaft e Gemeinschaft, al massimo rappresentano due sistemi mutuamente funzionali: la prima – l’impresa – ha come fine di garantire un benessere armonico alla seconda – la comunità territoriale; la seconda deve impegnarsi a fondo nella prima. Il tutto in un contesto assolutamente tipico del Novecento, dove la civiltà delle macchine era ancora vista portatrice di progresso e costruttrice della comunità attraverso la piena occupazione – un contesto ancora oggi fittiziamente considerato ideale nella narrazione delle istituzioni esistenti, ma in realtà in rapida disgregazione.

[RE] Che legame esiste (se esiste) tra le esperienze di comunitarismo produttivo come i villaggi operai di Saltaire in Inghilterra, Mulhouse in Francia, Crespi d’Adda e Schio in Italia e l’esperienza Olivetti?

Esiste sicuramente un filo conduttore, ma ci sono anche grandi differenze, che dipendono dallo stadio evolutivo dell’industria. Si potrebbero citare esempi ancora più antichi, settecenteschi, come le Salines in Francia o San Leucio in Italia, che anticipano un’idea ottocentesca di pianificazione totale. Sono esempi in cui ci si occupa del benessere materiale dell’operaio in una casa annessa all’industria, che però rimane il centro non solo economico, ma anche valoriale del sistema. L’uomo è una risorsa, e la sua vita va pianificata insieme a quella della fabbrica, va rispettata ma anche controllata. Il pensiero ottocentesco che produce questi esempi di comunitarismo produttivo è non solo coevo, ma simbiotico e coerente con quello che immagina Frankenstein. In quell’epoca la Macchina è un mito imponente e totalizzante, anche se ancora in formazione, destinato a seppellire la storia precedente.

Per Olivetti non è così, il socialismo ha già una storia lunga, la comunità è rispettata nel suo radicamento storico profondo, e ha un rapporto paritario con la fabbrica, che ha sì centralità economica – sicuramente ancor di più di prima – ma non valoriale. Adriano Olivetti ha presente per il lavoratore un benessere spirituale che non è pensato solo da un capitalista illuminato che preveda biblioteche, cappelle, teatri, ma che origina dalla cultura profonda della comunità preesistente alla fabbrica. Forse sono considerazioni interessanti anche ora che siamo in una fase – rispetto al digitale – simile a quella del primo Ottocento rispetto alle Macchine; quella in cui ha operato Olivetti – oggi completamente conclusa anch’essa – lascia un insegnamento per quanto concerne l’atteggiamento morale, connotato soprattutto da un grande rispetto per l’uomo, il territorio, la cultura – categorie valoriali che il lavoro deve esaltare, non mortificare.

[RE] In quali termini si pone la relazione tra l’emergere di una dottrina sociale della chiesa, di una ‘economia sociale di mercato’, di riflessioni teologiche, filosofiche e politiche come quelle di Jacques Maritain, e il pensiero di Olivetti?

Sia la dottrina sociale della chiesa sia l’economia sociale di mercato cercano un equilibrio tra impresa e lavoro; in questo Olivetti si pone su una linea simile, però mi sembra che la sua visione sia carica di un’energia particolare: la giustizia sociale non è solo equilibrio, ma l’esito naturale di una sinergia fortissima. Quando Adriano Olivetti vede uno squilibrio, non punta tanto a bilanciare, ma a rilanciare, investendo per rinforzare il lato debole fino a renderlo adeguato a quello trainante. Sul rapporto col mondo cattolico, non si può non notare, a distanza di oltre mezzo secolo, certe assonanze tra lo stile comunicativo di Olivetti e quello di papa Roncalli, e il ruolo che allora avevano le parrocchie – non solo positivo, peraltro.

[RE] Quale la funzione degli intellettuali e del ‘lavoro’ intellettuale nei processi di socializzazione capitalistica? Che funzione assume progressivamente l’intelligenza e la creatività collettiva? Come reinterpretare il marxiano general intellect partendo dal caso Olivetti?

Ovviamente la formulazione di questa domanda presuppone una serie di definizioni che risentono di una caratterizzazione ideologica. Chi è un intellettuale? Non credo che sia una categoria di persone a parte – quando lo sono, sono anche del tutto irrilevanti. Olivetti era un imprenditore e anche un intellettuale. Credo che il suo impegno ‘intellettuale’ non fosse rivolto a una socializzazione, ma piuttosto a una sostenibilità di cui fu un esempio ante litteram. La sua visione dell’impresa era quella di un sistema aperto, perché aveva capito che il potenziale espansivo e la durata sul lungo termine della sua impresa non potevano prescindere da istanze sociali, ambientali, culturali che oggi riassumeremmo nel termine sostenibilità. Adriano Olivetti in ogni situazione di crisi potenziale reagiva allargando la sua visione di sistema e si assumeva le responsabilità corrispondenti: un approccio non privo di rischi, ma sicuramente alla base della qualità della sua impresa.

Il general intellect come descritto da Marx distingueva ancora nettamente uomo e natura, naturale e artificiale. Oggi questa distinzione diventa evanescente. Tutte le tecnologie sono sempre costruite su altre già esistenti e riadattate per nuovi obiettivi, in un processo cumulativo e inarrestabile che ricorda l’evoluzione biologica delle specie viventi, e che prefigura un’intelligenza che non è solo generale, ma pervasiva e autopoietica, che tende cioè a costituirsi come un soggetto non padroneggiabile dagli umani, come Marx riteneva invece ancora possibile. Ovviamente il tema è vastissimo, e connota in vario modo molto del pensiero contemporaneo e va oltre il tema di questo dialogo. Olivetti, come anche suo padre e molti suoi collaboratori, sono stati agenti attivi di questo 'farsi' della tecnologia, partendo da un contesto e costruendo intorno ad esso quello che potremmo chiamare oggi un ecosistema. Questa costruzione è sicuramente un lavoro intellettuale, ma non ha niente di ideologico: è una tessitura che ha per trama la vita dell’ecosistema e per ordito una conoscenza da espandere di continuo – senza pretendere di dominarla.

[RE] Esiste un qualche legame tra l’esperienza olivettiana e l’emergere recente del tema della comunità nel dibattito filosofico contemporaneo? Come la questione ‘territorio’ si trasforma in relazione alla socializzazione del sistema produttivo e alla nuova formazione dei valori sia economici che sociali?

Il legame è proprio il territorio, che ai tempi di Olivetti era una risorsa fondamentale, e ora lo sta diventando ancor di più. Nel mezzo c’è il periodo, emerso negli anni ’80 e ’90 e ora declinante, delle delocalizzazioni. La differenza con allora è che oggi il territorio non è solo da intendersi in senso locale, ma come centro di una piattaforma cui diverse comunità, anche globali, fanno riferimento. Per questo viene a rappresentare un potenziale molto superiore, a un livello che storicamente non è ancora mai stato sperimentato, e rispetto al quale si dovrà ragionare di nuove intermediazioni, forse di nuovi processi istituenti, per la prima volta, così radicalmente, dai tempi di Hobbes.

Mentre la comunità olivettiana si inseriva naturalmente e positivamente in un sistema stato-mercato costruito sull’economia industriale, la formazione delle nuove comunità è coassiale alla disruption di quel sistema. Ci saranno delle ricomposizioni, che saranno virtuose se il legame col territorio persisterà e saprà essere la fonte rigenerativa delle reti globali.

[RE] Quali sono i fattori socio-economici e politici che hanno impedito all’‘utopia possibile’ di Adriano Olivetti di realizzarsi?

Due fattori interconnessi, il primo di essere basata in Italia, e il secondo di essere come ecosistema in anticipo sui tempi. Per il suo carattere di potenziale leader di un settore strategico a livello globale, non poteva essere ricondotta alle logiche di un’azienda che rispondesse a un azionariato prevalentemente italiano e culturalmente lontano da Adriano. La creazione dei laboratori di Cupertino è stata una chance importante, ma evidentemente difficile da sostenere in quelle condizioni. Si può quasi dire che la storia vera della Olivetti sia trasmigrata nella Apple che si trovava lì vicino. La parte italiana è morta vittima di una cultura locale che non credeva all’innovazione. Peraltro la stessa Fiat, la cui storia si sarebbe incrociata con quella della Olivetti, pur operante in un settore molto meno avanzato, è andata incontro quasi allo stesso destino per lo stesso motivo – inadeguata innovazione.

[RE] Qual è stato l’effettivo contributo di Olivetti alla digitalizzazione globale nella quale ci troviamo immersi?

È stato un pioniere dell’elettronica e poteva essere un protagonista globale delle evoluzioni successive se non fosse partito da una provincia dell’impero. La sua spinta è durata oltre la sua morte, pensiamo alla P101 e agli spunti che ha dato a competitori molto più potenti e soprattutto più inseriti in una strategia globale che non considerava l’Italia parte del gioco. La digitalizzazione attuale però credo fosse fuori dalle sue possibilità di previsione, e anche di quelle di chi è venuto immediatamente dopo di lui, non solo alla Olivetti. La digitalizzazione nella forma attuale emerge dopo il 2000 e ridisegna completamente il contesto. Di Adriano rimangono validi i valori culturali e la passione per l’impresa e l’innovazione. Pochi sono stati più schumpeteriani di lui. Oggi un imprenditore o è così o non è: questo è il suo esempio e la sua eredità.

[RE] Qual è la specificità dell’esperienza olivettiana nell’uso di design e grafica per la creazione di un immaginario collettivo legato al prodotto?

Io sono cresciuto vicino alla Lettera 22 di mio padre che poi ho usato anch’io. Da bambino sono anche andato vicino a romperla, ma era robusta e affidabile. Soprattutto era bella: molte altre macchine da scrivere invece erano brutte, massicce, complicate. La Lettera 22 può stare a fianco della Cisitalia o della Moka come esempio di un design italiano pulito, armonico e funzionale che precedeva l’esplosione del design negli anni ’60, in cui comunque la Olivetti continua a essere protagonista per esempio con la Valentine di Sottsass. In questo di nuovo Steve Jobs si è ritrovato a essere epigono di Olivetti, la scuola è quella. Non c’è dubbio che anche qui il rapporto con il territorio, la storia e la cultura fanno la differenza: un prodotto frutto solo di un calcolo che ne garantisca la funzione non è bello, occorre un altro ingrediente, una matrice.

Ricordo anche Elea, che stava per ELaboratore Elettronico Aritmetico (quest’ultimo aggettivo poi modificato in “Automatico” per ragioni di marketing) e fu scelto con riferimento alla polis di Elea, colonia della Magna Grecia, sede della scuola eleatica di filosofia, come esempio di questa attenzione ai rizomi culturali. Rizomi che mi sono permesso di riprendere nel 2013 quando ho usato l’acronimo come Experimental Lab For An Ecosystemic Advancement: proprio perché lo spirito di ciò che allora emergeva come prodotto, oggi emerge come processo vitale che fonde imprenditorialità e territorio, innovazione e comunità. Senza questa fusione non c’è identità, narrazione, immaginario collettivo, brand – non c’è valore, comunque lo si intenda.

[RE] In quale modo architettura e urbanistica hanno influito sulla nascita del modello produttivo e sociale della Olivetti?

È stata indubbiamente un’influenza bidirezionale. La visione integrale del sistema impresa-comunità-territorio non poteva che riverberarsi anche sull’architettura e sull’urbanistica dei luoghi olivettiani. Tra le due facce dell’architettura razionalista del Novecento (da un lato funzionalismo alieno da ogni tentazione estetica e anche per questo alienante, dall’altro vicinanza alla vita dell’uomo e recupero dei ritmi e degli spazi della migliore tradizione umanistica), sicuramente Adriano Olivetti ha interpretato validamente quest’ultima.

[RE] Quali sono gli aspetti dell’attualità o inattualità di Olivetti?

L’attualità di Olivetti sta nella visione sistemica e di lungo termine dell’impresa come motore del territorio e della società, combinata con un’idea schumpeteriana dell’imprenditorialità come innovazione: sono due elementi fondamentali per ogni strategia contemporanea, privata e pubblica.L’inattualità sta in una certa pedanteria della narrazione ufficiale, che volendo erigere monumenti alla sua idea di comunità, ne cristallizza il pensiero, a volte strumentalizzandolo ideologicamente, mentre non sembra in grado di riattualizzarlo in contesti completamente cambiati – le fabbriche, le parrocchie, il lavoro, l’occupazione di allora non ci sono più, e se Adriano Olivetti fosse vissuto più a lungo, probabilmente avrebbe compreso in anticipo anche questo. 

English abstract

Territory is, for Paolo Zanenga, the keyword that informs the relationship between society and community (Gesselschaft/Gemeischaft), company and community, in Olivetti. The purpose of the company is to guarantee a harmonious well-being to the community of the territory; unlike in the experiences of company towns in the nineteenth and twentieth century, the factory is considered an economic resource, not a source of values. The spiritual well-being of workers originates in the culture of the pre-existing community. The territory – an important resource for Olivetti – is fundamental today and has to be seen not only in a local sense but as “the center of a platform to which various communities, including global ones, refer”. Olivetti’s community necessarily referred to the state-market system built on the industrial economy. Today, the formation of new communities is coaxial with the disruption of that system: reconstitutions come if the connection with territory persists as the regenerative source of global networks. The legacy of Olivetti and his timeliness can be found in the Schumpeterian idea and cultural values of entrepreneurialism-as-innovation.

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