"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

166 | giugno 2019

97888948401

titolo

Da Adriano Olivetti al Quinto Stato? Alla ricerca di nuove istituzioni sociali e politiche

In risposta a 11 domande su Olivetti

Giuseppe Allegri*

English abstract

La crisi della società contemporanea non nasce secondo noi dalla macchina,
ma dal persistere, in un mondo profondamente mutato, di strutture politiche inadeguate.
Adriano Olivetti, L’ordine politico delle Comunità, Ivrea [1945] 1946

Ringrazio molto per le importanti e puntuali domande formulate da Ilaria Bussoni, Nicolas Martino e Roberto Masiero sulla attualità/inattualità del pensiero e delle pratiche di Adriano Olivetti e colgo l’occasione per suggerire e rilanciare uno spazio comune di ricerca che si concentra sul nesso tra immaginazione istituzionale e sociale, a partire dal lascito culturale dell’ingegnere e umanista di Ivrea.

Perciò in questi brevi appunti si vorrebbe solo accennare a una possibile rilettura dell’eredità olivettiana, mettendo in relazione il profilo politico-istituzionale di un radicale federalismo costituente che attraversa il pensiero e la pratica sociale del fondatore delle Edizioni di Comunità, con la consapevolezza della centralità del lavoro della cultura e della conoscenza nei processi di socializzazione di quel capitalismo cognitivo che proprio nei primi decenni del secondo dopoguerra si preparava a fornire le basi per le innovazioni tecnologiche e digitali che tuttora viviamo e nelle quali l’impresa sociale Olivetti era immersa, da protagonista. Si tratta di due sentieri qui solo evocati. Per di più in forma interrogativa.

Per un nuovo federalismo costituente?

La citazione riportata in epigrafe è l’incipit di quello che potrebbe essere definito come il ‘testo costituente’ di Adriano Olivetti, dove si insiste sulle strutture politiche inadeguate, ereditate dall'impianto statualistico liberale, dinanzi alla necessità di inventare nuove istituzioni. Le quasi quattrocento pagine de L’ordine politico delle Comunità (Olivetti 1945) furono infatti lungamente pensate e scritte per intervenire in quella fase ‘transitoria’ delle nostre malandate istituzioni statuali, successiva al 25 luglio 1943, che precipita in guerra civile, e poi in quella fase costituente e repubblicana a cavallo del 2 giugno 1946. Il volume uscì infatti durante l’esilio elvetico antifascista di Olivetti, nel 1945, col sottotitolo Le garanzie di libertà in uno stato socialista (terza pubblicazione della breve esperienza della casa editrice olivettiana NEI, Nuove edizioni di Ivrea). Mentre è dell’anno successivo la seconda edizione per le neonate Edizioni di Comunità, con un sottotitolo diverso che si aggiunge e prolunga l’identico titolo: L’ordine politico delle Comunità dello Stato secondo le leggi dello spirito. Con una battuta, sicuramente semplificatrice, potremmo dire che i due diversi sottotitoli evocano lo sfondo culturale impregnato di ‘socialismo umanista’ e di ‘personalismo sociale’ sempre presente nella prospettiva di innovazione istituzionale portata avanti da Adriano Olivetti.

Ma è la radicale tensione federalistica che attraversa l’intero lavoro a parlare tuttora a noi, riletta e interpretata come spazio del pluralismo sociale e istituzionale, rispetto alla visione monolitica e organicistica che troppo spesso, nelle dottrine giuridiche e politiche come nelle pratiche sociali, schiaccia una interpretazione totalitaria del popolo-nazione nella gabbia di acciaio dello Stato burocratico centralistico. C’è da osservare che in questa proposta di “nuovo federalismo” – come viene esplicitamente scritto nel testo – precipita tutta una serie di influssi che attraversano l’esperienza di Adriano Olivetti in quegli anni. Sicuramente la conoscenza in prima persona della struttura cantonale svizzera, con l’articolazione multilivello di quell’assetto istituzionale che affonda nella tradizione medievale della ‘Vicinanza’, intesa (per dirla con il Dizionario Storico della Svizzera cui si rinvia per approfondimenti) come prima forma di organizzazione comunitaria che comprende la totalità dei Vicini di un determinato territorio, principalmente per dar seguito a tre esigenze ritenute fondamentali e necessarie per ogni struttura sociale: la gestione condivisa dei beni comuni’, la ‘promozione dell’aiuto reciproco’ e la garanzia di alcune ‘funzioni pubbliche’ di base.

Si tratta della definizione di una embrionale forma di autogoverno territoriale: un primo approssimarsi a quel concetto di ‘comunità concreta’ tanto caro alla tradizione olivettiana, come ricostruisce anche Raffaella Cinquanta nel suo bel saggio (Cinquanta 2016, 56), la quale, come molti altri, ricorda che sempre nell’esilio svizzero fu importante l’incontro con Altiero Spinelli e la sua, di fatto rivoluzionaria, visione federalistica continentale, necessaria per superare definitivamente la lunga guerra civile europea causata dal conflitto tra gli stati nazionali. Del resto Spinelli è stato uno dei primi lettori delle bozze de L’Ordine politico delle Comunità e nel decennio successivo Olivetti appoggerà spesso l’indefessa lotta europeista di Spinelli, sostenendolo anche all’interno del movimento federalista europeo (de’ Liguori Carino 2008, 86). Ed è questo secondo influsso “europeista” presente nella definizione del “nuovo federalismo” che ci permette di rileggere l’articolazione istituzionale proposta da Adriano Olivetti connessa tra il “federalismo integrale” (nel dialogo continuo con Alexander Marc) che è principalmente rivolto all’articolazione infra-statuale ed esistenziale, con una sua diffusione nella dimensione europea, continentale e quindi globale.

Dal livello di autogoverno territoriale svizzero fino alla prospettiva sovranazionale: dimensione locale di partenza e proiezione continentale di un principio federalistico che avrebbe dovuto informare il radicale ripensamento della struttura istituzionale nazionale dopo l’esperienza monarchica e contro il centralismo totalitario fascista, per tenere insieme libera autodeterminazione individuale e accrescimento personale, decentramento amministrativo, autogoverno territoriale, partecipazione democratica, innovazione culturale e solidarietà sociale. Ed è questo progetto di una innovazione istituzionale del tutto ignorata dalle forze politiche e culturali dominanti, che parla ancora a noi. Nonostante Olivetti avesse portato fino a Roma queste istanze, nella fase transitoria, in una virtuosa relazione con Massimo Severo Giannini, autorevole maestro giuspubblicista e militante socialista, nella loro interlocuzione con il Ministero per la Costituente presieduto da Pietro Nenni (Buratti 2010, 98 e ss.), che gli permise di riflettere sulle possibilità di un modello federalistico di autogoverno basato sull’autonomia amministrativa delle Comunità, come base di un’articolazione di livelli istituzionali che si opponeva tanto all'accentramento statalista – di matrice liberale e che guiderà l'agire repubblicano – quanto alla sola visione burocratico-amministrativa regionale, che entrerà a regime negli anni Settanta del Novecento. Era l’intuizione, prontamente ignorata, di pensare un edificio istituzionale a partire dal basso: dalla Comunità intesa come unità politica fondamentale dell’autogoverno territoriale, cosa che farà dal 1949 con i Centri comunitari del Canavese (Berrino 1988, 198 e ss.). Il tutto inserito in un’ottica sussidiaria dei livelli istituzionali, con la regione come sede di pianificazione economica e l'instaurazione di una sorta di 'democrazia molecolare', fuori dalla centralizzazione amministrativa, così come dall’individualismo proprietario: contro le nascenti burocrazie dei partiti e i tradizionali potentati locali, perché nella sua opera principale Olivetti si era lungamente soffermato anche sulla previsione di un sistema rappresentativo e selettivo per l’affermazione di necessarie élites democratiche. Con una particolare attenzione nei confronti di più affinati ed efficaci strumenti di selezione del personale politico, punto centrale individuato nella rilettura costituzionale effettutata da Costantino Mortati della proposta di cultura politica di Olivetti, che, per citare parole oggi più che mai attuali

poteva essere disconosciuta solo da chi non valuti i danni presenti in un ordinamento come il nostro in cui sembra che l’incompetenza del personale politico sia stata elevata a sistematico criterio di scelta (Mortati 1963, 241).

In questa rilevanza della conoscenza e della sua applicazione nel creare istituzioni pubbliche virtuose e all’altezza delle sfide sociali ed economiche risalta il profilo dello scienziato umanista presente in Adriano Olivetti.

Questa occasione persa di valorizzazione della immaginazione istituzionale olivettiana, che potremmo definire come il farsi di un diritto costituzionale materiale e vivente’, alludeva probabilmente alla sperimentazione di un’altra, possibile, modernizzazione sociale, economica e istituzionale dell'intero Paese (si provò in questo senso in Allegri 2017), attenta alla centralità dell’essere umano e alle sue pretese di giustizia, all’autodeterminazione individuale e collettiva, partendo dalla dimensione cittadina, alla creazione di ricchezza sociale, alla sua redistribuzione, e a inedite forme di una democrazia partecipativa, con una particolare attenzione nei confronti della nascente questione sociale nell’evolversi della società salariale. Permettendoci di rileggere oggi il federalismo radicale e cooperativo in una prospettiva di frammentazione e distribuzione dei poteri, potenziamento dei meccanismi solidali, centralità degli spazi locali di protagonismo sociale, con istituzioni pubbliche finalizzate a promuovere e garantire aiuto reciproco tra i soggetti, gestione condivisa di territori e beni comuni, innovazione sociale, erogazione di servizi pubblici di qualità.

Innovazione sociale e lavoro culturale, una visione ecologica oltre la società salariale?

Qui si inserisce il secondo sentiero di possibile rilettura della tradizione e della eredità olivettiana, nella sua vocazione a tenere insieme l’affermazione di un garantismo sociale universalistico con la valorizzazione del lavoro culturale nei processi di innovazione e impresa sociale. È il portato di immaginazione sociale’ di cui abbiamo bisogno in questa infinita transizione al di là della società salariale e delle sue oramai svuotate garanzie (per dirla con i classici studi di André Gorz), dentro le accelerazioni del capitalismo digitale e di piattaforma. Nel divenire Quinto Stato privo di un riconoscimento di cittadinanza di quel ceto medio dell’antico Terzo Stato e delle classi operose del moderno Quarto Stato, ora tutti sempre più sospesi tra lavori neo-servili, precarietà e disoccupazione attiva nell’impoverimento progressivo del vecchio Continente che ha perso la sua centralità economica, culturale, tecnologica. E con Roberto Ciccarelli (Allegri, Ciccarelli 2012, 212 e ss.) provammo a rileggere l’esperienza olivettiana del Movimento di Comunità come vero e proprio processo di Community Organizing nella tensione che parte dal concepire una comunità operosa intorno a un’impresa tecnologica, la Olivetti appunto, per realizzare un percorso di crescita culturale, politica, sociale, economica di una comunità aperta in un territorio all’interno del quale i soggetti tradizionali e nuovi delle forme del lavoro – lavoratori salariati, imprenditori sociali, lavoratori autonomi, e non, della conoscenza e della cultura – si attivano per migliorare la qualità della vita dell’intera comunità e replicare e diffondere questo ‘ecosistema’ progressivo e virtuoso in ottica federativa e cooperativa. Si tratta appunto di mobilitare una circolazione virtuosa di conoscenze, saperi, pratiche, relazioni, processi inclusivi, produttivi di un assetto istituzionale in cui la società si auto-organizza in interlocuzione produttiva con le funzioni pubbliche locali, prendendosi cura di soggetti, territori, ambiente, etc.

Nell’affermarsi di questa visione gioca un ruolo decisivo anche il vero e proprio lavoro culturale, editoriale di Adriano Olivetti, che con Edizioni di Comunità negli anni Cinquanta farà curare e introdurre il volume di Lord William H. Beveridge, L’azione volontaria (Beveridge 1954), a un suo celebre e fidato collaboratore, quel padre della sociologia italiana che è Franco Ferrarotti, il quale ricorda come proprio l'introduzione nel dibattito italiano di quell’autore, promotore del universalistico britannico e già dibattuto ad esempio da Ernesto Rossi, permise l’apertura di un campo di ricerca e attivazione politico-culturale intorno alla necessità dei servizi sociali di qualità in un ecosistema compatibile con un progresso ecologico:

Parlavo di Beveridge, vale a dire il problema di come si possa pianificare senza burocratizzare, industrializzare senza disumanizzare, rinnovare e spingere la creazione di ricchezza senza rovinare l'ambiente (Testimonianza di Franco Ferrarotti, in de’ Liguori Carrino 2008, 166).

C’è insomma la volontà di chiudere definitivamente con la mentalità autarchica e ottusamente ripiegata in se stessa dell’epoca fascista, innescando processi di apertura verso culture e pratiche poco o per nulla conosciute nell’autoreferenziale dibattito politico e culturale italiano dell’epoca, che spingono a innovare i campi del sapere, mettendo al centro della visione civile e sociale quel lavoro della cultura e della conoscenza che, con riviste, case editrici, attività imprenditoriali, progettazioni architettoniche e urbanistiche, proverà a interrogare quella sapiente e spesso dismessa capacità di fare comunità civica iscritta nella tradizione municipale e comunale italiana. Le città del lavoro della cultura, della conoscenza e del sapere, oltre la società salariale, si diceva prima, e del resto è del 1957 il volume di Peter F. Drucker che descrive il nuovo mondo post-moderno con al centro i lavoratori della conoscenza (Knowledge Workers) nelle accelerazioni delle innovazioni tecnologiche e dinanzi alle trasformazioni delle spazialità politiche della modernità giuridica nell’epoca globale. Profili analitici che nell’ottica olivettiana, tuttora di estrema attualità, permettono di situare al centro dei mutamenti socio-economici le Comunità, le città federate per creare, diffondere e condividere impegno sociale, sperimentazione politico-istituzionale, solidarietà non corporativa, innovazione economica, artistica e culturale, recupero dei tempi di vita e riduzione di quelli di lavoro, nel tessuto sociale di riferimento, ma tenendo dentro quella tensione mediterranea, che non a caso Olivetti incontrerà a Matera, a Napoli, a Pozzuoli e che permette di ripensare i tempi e gli spazi del vivere civile, economico e sociale di un’altra modernità, attenta alle relazioni umane, con l’ambiente circostante e con la tutela e valorizzazione collettiva dei beni comuni e di un nuovo modo di concepire l’idea del fare impresa.

Se si pensa che sempre a metà degli anni Cinquanta sarà tradotto e pubblicato per le Edizioni di Comunità il fondamentale libro sulla responsabilizzazione sociale dell’impresa privata di George A. Goyder, L’avvenire dell’impresa privata. Studio sulla responsabilità. Fino ad arrivare a mettere in discussione gli stessi assetti proprietari delle relazioni industriali, per andare incontro alle “adeguate premesse materiali” necessarie alla tutela della dignità personale, cosa che, come nota ancora una volta Mortati: 

[...] richiede, in conseguenza, l’instaurazione di un assetto proprietario dei mezzi di produzione tale da sottrarre il loro governo all’arbitrio dei privati, facendo intervenire la comunità, in forme diverse. E cioè o con il dar vita ad un dominio misto, degli enti territoriali e dei lavoratori, o con la trasformazione di imprese private in industrie sociali autonome, oppure con l’assunzione da parte delle comunità della proprietà di una porzione del capitale azionario delle grandi e medie industrie, accompagnata dal diritto di preporre i loro principali dirigenti, o infine con il promuovimento di una struttura cooperativa dell’economia agricola (Mortati 1963, 247).

È l’intuizione olivettiana lungamente elaborata di pensare l’impresa sociale autonoma e cooperativa come spazio di innovazione nel conflitto tra capitale e lavoro, dinanzi ai processi di socializzazione della produzione, tra industria culturale in rapida trasformazione e società post-industriale in progressivo avvicinamento, per condividere la ricchezza prodotta in comune.

Non è per nulla un caso che qualche decina di anni dopo, proprio ad Ivrea, nel permanere di un genius loci che attraversa le generazioni, a margine della breve vita dell’Interaction Design Institute, effimera creazione di Telecom Italia in sinergia proprio con la Olivetti, un nugolo di quelli che potremmo definire come lavoratori autonomi di seconda generazione – prodotti del post-fordismo all’italiana (per seguire studi di sapore olivettiano come quelli di Sergio Bologna e Aldo Bonomi) di attivisti digitali e smanettoni della rete – darà vita a metà degli anni Zero del nuovo secolo ad “Arduino”, che prende il nome dall’omonimo bar di Ivrea dedicato ad Arduino d’Ivrea, figura a tratti leggendaria ed epico Re d’Italia tra il 1004 e il 1014, un millennio prima.

“Arduino” è una piattaforma hardware e software open source che, a partire da una piccola scheda elettronica, un micro-controllore, permette di creare oggetti e prototipi interattivi, come nel caso delle stampanti 3D, innovazione che ha inaugurato l’attivismo dei Makers, i nuovi artigiani digitali, protagonisti di FabLab e coworking nell’impresa digitale e materiale che mette a valore i princìpi e le pratiche della cooperazione sociale, della rigenerazione territoriale e dell’economia collaborativa. Obbligando tutti a ripensare le forme di lavoro e impresa in una prospettiva post-capitalistica, tra artigianato high-tech, officine comunitarie e spazi di socializzazione e condivisione, per ripensare le città e il vivere in comune seguendo quei tre princìpi che guidavano la rilettura olivettiana delle già citate “Vicinanze” elvetiche, ma in una prospettiva post-capitalistica e non pre-moderna: gestione condivisa dei beni comuni, promozione dell’aiuto reciproco e garanzia di alcune funzioni pubbliche di base in un contesto ecologico, con una prospettiva istituzionale di potenziamento delle autonomie sociali e territoriali, in una cornice federativa locale e continentale di concreta e universale garanzia della dignità umana. Di “utopia concreta”, per stare ancora ad Adriano Olivetti, riletto da uno dei suoi più brillanti interlocutori (Ferrarotti 2013).

* Giuseppe Allegri è ricercatore, consulente e docente in scienze politiche, sociali e giuridiche, collabora con istituti di ricerca e formazione, riviste e periodici. Scrive per “il manifesto” ed è uno degli animatori del blog www.furiacervelli.blogspot.it.

English abstract

Beginning with the last of the questions proposed on the timeliness or topicality of Olivetti, Giuseppe Allegri examines two interconnected issues: the idea of an elemental federalism and the centrality of work, culture and knowledge. Observing how the federalist idea and the appreciation for cultural work fit into what he defines as a “progressive and virtuous ecosystem” – one activated by the subjects, both traditional and new, of the different forms of work within an open community – Allegri identifies in new forms of work the possibility of translating Olivetti’s three principles in a post-capitalist perspective. These three principles – the “shared management of common goods”, the “promotion of mutual help” and the “guarantee of some basic public functions” are discussed in an ecological context within an institutional perspective on territorial and social autonomies, presented in a federative frame, local and continental, on the concrete and universal guarantee of human dignity.

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