"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

166 | giugno 2019

97888948401

titolo

Dal valore economico al valore sociale

In risposta a 11 domande su Olivetti

Federico Della Puppa*

English abstract

La domanda cruciale, essenziale e fondativa per il futuro delle nostre città, dei nostri territori, delle nostre comunità è: come si crea valore? Questo è, infatti, un tema cruciale per la nostra società, per noi cittadini e per tutto il sistema delle imprese e anche dei soggetti pubblici, perché sul valore e sulla percezione dello stesso valore si fonda il concetto di reputazione e pertanto anche di appartenenza. È un tema essenziale perché rappresenta l’elemento più intrinseco e intimo di qualsiasi comportamento, luogo, persona, azienda, ente. Se percepiamo valore poniamo attenzione, ci mettiamo in ascolto e in relazione, siamo disposti anche a sacrificarci perché tale valore possa diventare parte della nostra vita, di uomini, di imprese, di istituzioni. Questo vale sia per la nostra vita di consumatori, con la nostra disponibilità a pagare per un oggetto o un servizio, ma vale anche per qualsiasi decisione in termini di strategie aziendali o di politiche pubbliche. Assumiamo collaboratori se percepiamo il loro valore e le loro potenzialità, acquistiamo mezzi di produzione o servizi se ne verifichiamo il valore in termini di miglioramento dei nostri processi, produciamo scelte e azioni legati alle politiche perché ipotizziamo che queste scelte portino un maggiore valore per il cittadino, ovviamente nell’ipotesi che la politica sia effettivamente al suo servizio!

Il valore è così intrinsecamente legato ad ogni nostra azione o pensiero semplicemente perché è uno, se non il principale, fattore della scelta. Anzi, si può affermare senza ombra di dubbio che esso è l’elemento fondativo delle nostre scelte. Cruciale, essenziale, fondativo. Basiamo le nostre scelte sul valore, che è elemento assolutamente personale e sincretico al tempo stesso. Vale per noi ma lo mettiamo in relazione con la globalità, quasi assumesse per ciascuno di noi un fattore posizionale assoluto. Se percepiamo valore siamo propensi a volerlo fare nostro e, se possibile, aumentarlo. Ma come si crea? Perché il punto nodale è questo. Se ci limitiamo agli aspetti economici del nostro vivere, il valore è semplicemente rappresentato dai fattori legati allo scambio e alle modalità di acquisto di beni o servizi. L’economia del benessere ci ha ben insegnato, nel secolo scorso, come la nostra disponibilità a pagare sia una variabile che, se sommata a quelle di tutti gli altri consumatori, rappresenta la potenzialità di successo di un bene o di un servizio, e molte tecniche economiche, attraverso varie metodologie, ci hanno anche insegnato che possiamo dare un valore economico a qualsiasi bene o servizio, anche per i beni non commerciabili, anche per i valori non vendibili, anche per i beni pubblici puri, quelli che prevedono la non escludibilità dei non paganti. Perché tutto ha un valore e il valore dei beni o dei servizi dipende dalla nostra disponibilità a pagare o ad accettare un compenso quando cambia il nostro benessere individuale. Il punto chiave di questo ragionamento introduttivo è che tutte queste scelte, queste preferenze e queste scale di valori sono associati al singolo individuo.

Ma come si trasferisce questo valore al senso collettivo? In teoria è la politica che, con le leggi, le norme e le regole, dovrebbe garantire questo trasferimento. Tuttavia non è sempre così e non lo è mai stato per alcuni beni e servizi, in particolare quelli che oggi vanno sotto la definizione di welfare aziendale. Nella società industriale del secolo scorso i contratti collettivi di lavoro hanno sempre avuto come obiettivo la ricerca di un adeguato sistema retributivo e di condizioni di lavoro tali che il benessere del lavoratore fosse tutelato. Erano modi di costruzione di tutele che partivano dal basso, con processi ‘bottom up’ dal punto di vista della contrattazione. I sindacati erano i corpi intermedi in grado di mettere in relazione i singoli lavoratori con il benessere individuale e con le richieste collettive. Ma quelle lotte, che in Italia portarono nel 1970 a creare lo statuto dei lavoratori, sono in fin dei conti conquiste recenti, che nel nostro paese si devono al movimento sindacale e a figure come quella di Giuseppe Di Vittorio che nel 1952 evidenziò la necessità di una legge che tutelasse i diritti delle persone sui luoghi di lavoro. Ci vollero diciotto anni per averla, riconoscendo indirettamente attraverso di essa il valore del lavoro come valore individuale e collettivo e i diritti delle persone sui luoghi di lavoro come un valore collettivo e dunque sociale. Questa socializzazione del valore del lavoro come elemento di diritto e di dignità (termine purtroppo abusato nella nostra recente legislazione) faceva comunque riferimento al mondo del lavoro, ai suoi luoghi e ai suoi tempi. I diritti personali e collettivi esterni al mondo produttivo erano e sono governati dal diritto di famiglia, oltre che dalle altre norme che tutelano i diritti dei cittadini.

Ma il vero nodo non risolto è che queste tutele e questi diritti li abbiamo sempre pensati, trattati e gestiti come fattori scollegati dal territorio, ovvero non sono mai stati innestati in una politica che non guardasse esclusivamente alle tutele e ai diritti dei singoli, ma che agisse a livello di aree. A parte i casi di singole aree geografiche difficili dal punto di vista economico e sociale, come le aree montane, dove in passato per coordinarne la tutela e lo sviluppo sono state create le Comunità montane (come ben noto esperienza oggi ormai definitivamente chiusa), il territorio nel suo insieme non è mai stato pensato come un luogo, e dunque non ci si è mai riferiti ai luoghi come metafabbrica. Ma a ben guardare le fabbriche non solo usano il territorio, ponendosi ad esempio laddove vi sono materie prime o possibili risorse da sfruttare (l’acqua, ad esempio, per produrre energia o per raffreddare gli impianti), ma sono esse stesse elementi strutturanti la geografia dei luoghi e, ancor di più, la geografia delle persone e delle comunità locali. Perché è la stessa organizzazione novecentesca del territorio italiano ad aver costruito questo rapporto inscindibile tra luogo produttivo e luogo abitato, tra tempi della produzione e tempi del riposo, tra spazi di lavoro e spazi della cultura. Uso volutamente queste separazioni perché il territorio, come lo abbiamo costruito nel dopoguerra, è stato pensato attraverso logiche urbanistiche che separavano, nel disegno urbano e territoriale, le funzioni. I luoghi dell’abitare, quelli del produrre, quelli per il tempo libero. Ma al centro di quelle scelte vi era la necessità, in qualche modo, di governare lo sviluppo e l’espansione delle città. Ma quelle stesse regole valevano anche per i piccoli centri, dove hanno riprodotto, su scala matrioskale, gli stessi modelli delle grandi città e delle metropoli.

Qual è il punto debole che oggi possiamo vedere in quelle scelte e in quel modo di gestire lo sviluppo? Aver concentrato tutta l’attenzione sul valore economico dei luoghi, sulla possibilità di un loro sfruttamento, puntando a regolare le scelte costruttive in termini di volumetrie e di ‘cittadini equivalenti’. La persona non era considerata in quanto tale ma in quanto ‘cittadino equivalente’: tot persone, tot metri cubi. Questa logica scellerata ha tuttavia trovato nel valore economico la sua sublimazione e ha governato i nostri processi fino alla grande crisi recente che ha messo in evidenza i limiti di quel modello di sviluppo, ne ha decretato la fine e ha ormai spostato l’attenzione dal materiale all’immateriale, dal fisico al digitale, dalle relazioni personali ai social. Questa trasformazione è avvenuta innanzitutto perché la crisi ha trovato nel digitale, e nello sviluppo di comportamenti personali svincolati dalla necessità di confrontarsi con corpi intermedi di qualsiasi natura, un potentissimo strumento di disintermediazione. Se nel modo di produzione industriale l’intermediazione garantita da tutti i corpi intermedi della società era elemento necessario e strutturante il modello gerarchico anche dal punto di vista sociale, nella nuova società digitale questa intermediazione non esiste più. Non che non sarebbe necessaria, ma ancora non si sono compresi i riflessi effettivi di questa trasformazione che ha spostato i piani dei diritti dal collettivo al personale. La disintermediazione ha infatti modificato in pochi anni, circa dieci (ovvero da quando internet è diventato un bene di uso collettivo attraverso gli smartphone) il modo di interagire con il mondo e i suoi processi. Oggi siamo ancora in una fase di transizione nella quale i corpi intermedi di un tempo stentano a trovare una collocazione, perché ancora non si è capito che il nuovo ruolo del singolo è al tempo stesso privato e pubblico, singolo e collettivo, appartenente e disintermediato al tempo stesso e le vecchie categorie e modalità di approccio non funzionano più.

In una società che fa fatica a ricomporre il quadro organico delle relazioni e che, in Italia in particolare, considera il digitale quasi come un fine più che come un mezzo (con l’eclatante esempio di Industria 4.0 a ricordarcelo), vi è sempre più la necessità di individuare figure innovative e di riferimento in grado di rappresentare esempi e buone pratiche, e soprattutto dalle quali attingere per ripensare lo sviluppo economico, territoriale, sociale. In questo quadro la figura di Adriano Olivetti è emblematica, perché a distanza di quasi sessant’anni dalla morte il suo pensiero rivoluzionario nel rapporto tra fabbrica e territorio è non solo ancora oggi attuale, ma ancora più dirompente e innovativo in quanto la fabbrica olivettiana è una metafabbrica, è un luogo innestato nel suo territorio, dal quale trae le risorse primarie (il lavoro) per trarre profitto e al quale restituisce in cambio welfare e non solo posti di lavoro. Questa impostazione, come ben noto, nasce dalle intuizioni e dal pensiero politico e filosofico di Olivetti, un pensiero che si basava su un sogno di comunità prima ancora che di successo industriale. Olivetti ben sapeva che il profitto è il motore di qualsiasi azienda, ieri come oggi, ma la costruzione del profitto avviene grazie al lavoro e alle invenzioni e innovazioni dei lavoratori stessi. Una delle grandi lezioni olivettiane sta nella capacità di valorizzare le persone, quelle che il linguaggio industriale ancora oggi chiama ‘risorse umane’. La nuova relazione che Olivetti ha costruito con i suoi dipendenti, i suoi collaboratori, è una nuova relazione anche tra fabbrica e territorio, cioè tra luogo produttivo e sistema insediativo. La lezione olivettiana è anche una lezione sul rischio politico di precorrere i tempi e di minare alle basi il sistema di potere e di governo industriale, prima ancora che politico. Si pensi a quanto dirompente per i tempi sia stata la lezione dell’incremento di produttività dell’azienda, generato dalla spinta motivazionale personale del singolo lavoratore ed alla stessa partecipazione dei dipendenti alla vita dell’azienda, che portò la Olivetti in dieci anni ad incrementare del 500% la produttività e del 1300% i volumi delle vendite. Questi numeri raccontano di una percezione che si fa rappresentazione, di una intuizione che diventa motore economico e sociale e rappresenta la misura di un valore, di quel valore che Olivetti aveva messo al centro della sua opera, il valore della collaborazione che proprio nello spirito di comunità trova la sua sublimazione.

L’idea olivettiana delle comunità era un’idea che scardinava il ruolo di deus ex machina dei capitalisti come unici soggetti in grado di determinare il successo non solo di una produzione (secondo il noto paradigma fordista e taylorista) ma anche di una economia del luogo in cui la fabbrica è insediata. Tutta la politica economica industriale italiana si è sviluppata su questa concezione dirigista e paternalista, in modo particolare nello sviluppo delle fabbriche statali e delle partecipazioni statali. Ciò che Olivetti aveva costruito, e che nello spirito è ancora così presente a Ivrea (oggi sito Unesco proprio per la sua tradizione industriale della quale Olivetti ne è stato il cardine più rilevante), era un sistema integrato fabbrica-territorio-comunità che garantiva il riconoscimento identitario e dunque attraverso l’appartenenza aumentava il valore stesso dei luoghi. Se guardassimo alla lezione olivettiana come una lezione unicamente legata al tema della fabbrica e delle comunità, perderemmo l’altra dimensione strategica di questo puzzle, una tessera necessaria, quella del territorio come luogo di creazione di valore sociale. Ciò che Olivetti aveva costruito era una nuova relazione tra le persone, un nuovo modo di intendere le relazioni tra le persone e le cose, tra le persone e i luoghi (della produzione ma anche del welfare e del tempo libero), e in questo senso il progetto olivettiano non è solo un progetto di comunità, ma essendo le comunità i gangli del territorio, è un progetto di territorio in senso molto più ampio.

Nell’attuale quadro economico e sociale la lezione olivettiana è di guardare al territorio per costruire con esso e su di esso una nuova relazione tra luoghi e persone. In termini di smart land, di smart cities e soprattutto di smart communities, un territorio è fatto di luoghi e di persone e soprattutto delle relazioni che è in grado di valorizzare tra i luoghi e le persone. Così come Olivetti si domandò cosa chiedeva la fabbrica e cosa offriva la fabbrica alle comunità, oggi dobbiamo chiederci cosa chiede e cosa offre il territorio, dato che i luoghi sono entità materiali ma le nostre relazioni sono immateriali. Il territorio, il suolo, il paesaggio oggi hanno un valore sociale molto diverso e molto più importante di ieri, perché è su di esso che si costruisce l’identità delle comunità, il senso di appartenenza, l’idem sentire che parla non solo di innovazione, intelligenza, smart cities, smart land e smart communities, ma anche di sostenibilità (non solo ambientale) e di inclusività. In questi ultimi tre anni l’Europa ha posto i sistemi produttivi di fronte alla sfida dell’economia circolare. Per il territorio, per i territori, la sfida è produrre socialità circolare. Non è l’economia che deve diventare circolare, è il territorio, è la società stessa e Olivetti, con il suo modello comunitario è stato il precursore di questa circolarità. Una lezione oggi più attuale che mai.

Federico della Puppa, già docente di Economia e Gestione delle Imprese, responsabile area Economia&Territorio di Smart Land srl. Si occupa di sviluppo sostenibile ed è coautore con Roberto Masiero del manifesto Dalla smart city alla smart land per Fondazione Francesco Fabbri.

English abstract

Cities, territories and communities are central to the contribution of Federico Della Puppa who writes about the transition between the economic and social value of work, and sees Olivetti’s thought about the relationship between factory and territory as still disruptive and innovative today. “The factory for Olivetti is a meta-factory, a place grafted onto the territory from which it draws its primary resources (labor) for profit, but to which it returns welfare not just in jobs but in exchange”. This exchange is an integrated factory-territory-community system that increases the value of places through the principles of belonging and identity. In the concept of ‘smart community’, Della Puppa sees the possibility of thinking about territory as a set of relationships for the enhancement of people and places, and for the creation of a circular society.

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