"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

166 | giugno 2019

97888948401

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Olivetti, un inattuale costruttore di miti

In risposta a 11 domande su Olivetti

Marco Assennato*

English abstract

*Marco Assennato, filosofo, insegna all’ENSA Paris-Malaquais e all’ESA di Parigi. Si occupa di filosofia politica e architettura. Collabora regolarmente con “il manifesto” e con diverse piattaforme di ricerca militante, tra le quali “EuroNomade” e “OperaViva”.

[Redazione di Engramma] Come va interpretata l’idea di Comunità olivettiana rispetto al dibattito attorno al conflitto tra società e comunità che costituiva sino a poco tempo fa il fronte tra politiche di sinistra e politiche di destra?

Non so bene a cosa si faccia allusione. Comunità, come popolo, è una parola che non denota nulla. Al più è una costruzione ideologica – ad ogni modo nulla di ‘naturale’ o ‘spontaneo’. Mi pare si possa dire così: ogni volta che tornano in auge parole come ‘popolo’ o ‘comunità’ ciò accade per dissimulare o rimuovere i conflitti e le differenze che separano – e organizzano – la società. Da questo punto di vista la teoria comunitaria di Olivetti è perfettamente comprensibile, e in serie storica perfettamente compresa, come un tentativo tipicamente illuministico e paternalistico di assicurare la piena integrazione dentro al ciclo capitalistico di settori sociali all’epoca estremamente conflittuali tra loro. Ma il paternalismo di Olivetti non è neppure pensabile senza il ciclo espansivo del capitale italiano degli anni ’40 e ’50: politiche di innovazione industriale e ricerca, alti salari, ruolo della cultura umanistica dentro alla programmazione produttiva, con il corollario di corpi intermedi e istituzioni democratiche che permettevano l’integrazione tra le parti in conflitto. Un capitalismo illuminato e paternalistico e una classe operaia che partecipa delle fortune del padrone. Questa è la comunità di Olivetti.

[RE] Che legame esiste (se esiste) tra le esperienze di comunitarismo produttivo come i villaggi operai di Saltaire in Inghilterra, Mulhouse in Francia, Crespi d’Adda e Schio in Italia e l’esperienza Olivetti?

Per le ragioni che dicevo prima, direi nessuna. Olivetti è impensabile senza l’Italia del boom economico, e senza un capitalismo industriale in espansione, senza politiche anticicliche. Il compromesso olivettiano, peraltro, si è realizzato in altre forme dall’assetto essenzialmente socialdemocratico che ha dominato la politica europea almeno fino alla fine degli anni ’60. Non a caso, dopo, l’esperienza finisce. Se dovessi proporre un paragone direi piuttosto che la vicenda di Ivrea – con la necessaria distanza storica – assomiglia più alla Silicon Valley.

[RE] In quali termini si pone la relazione tra l’emergere di una dottrina sociale della chiesa, di una “economia sociale di mercato”, di riflessioni teologiche, filosofiche e politiche come quelle di Jacques Maritain, e il pensiero di Olivetti?

Dal punto di vista ideologico direi una relazione – o almeno una somiglianza di famiglia ecco… – forte. Ma più che sul piano ideologico mi pare che Olivetti sia interessante sul piano produttivo e dell’innovazione industriale. In fondo è per quello che lo ricordiamo ancora. Olivetti è la cattiva coscienza italiana. Ha mostrato che il riformismo poteva spingersi più avanti, che poteva integrare temi e livelli di civiltà maggiori di quanto non abbia fatto. In vita si scontrò con la corruzione e l’arretratezza culturale dei politici al governo (politici che rispetto a quelli di oggi erano comunque giganti). Poi, la sua azienda fu dismessa e con essa un pezzo fondamentale dell’Italia industriale. Stupidamente. Perciò va rimosso.

[RE] Quale la funzione degli intellettuali e del “lavoro” intellettuale nei processi di socializzazione capitalistica? Che funzione assume progressivamente l’intelligenza e la creatività collettiva? Come reinterpretare il marxiano general intellect partendo dal caso Olivetti?

Il general intellect non ha nulla a che fare con il ‘lavoro culturale’, come è noto. Ma con la socializzazione di un lavoro produttivo che è sempre più – o definitivamente – incorporato nella ricerca scientifica e tecnologica. Credo che a modo suo Olivetti queste cose le sapesse bene. Quanto all’impegno degli intellettuali in quella vicenda basta leggere le meravigliose pagine di Donnaruma, il libro di Ottiero Ottieri, per capire limiti e disillusioni di quella esperienza.

[RE] Esiste un qualche legame tra l’esperienza olivettiana e l’emergere recente del tema della comunità nel dibattito filosofico contemporaneo?

Credo nessun legame, per fortuna. La ‘comunità’ di cui si chiacchiera nei dibattiti filosofici è reattiva, chiusa, identitaria. La comunità di Olivetti era illuministica, produttivista, ecumenica, universale. Insomma: nulla di ‘locale’. La dimensione ‘locale’ in Olivetti è solo la scala alla quale testare un esperimento di integrazione sociale.

[RE] Quali sono i fattori socio-economici e politici che hanno impedito all’“utopia possibile” di Adriano Olivetti di realizzarsi?

Olivetti ha una idea tutta ‘armonica’ dell’integrazione capitalistica. Non è disposto ad accettare che il capitalismo, anche il capitalismo democratico e illuminato del quale egli si faceva latore, è un sistema conflittuale fondato sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Si lavora, insomma, sotto padrone e per il padrone. Una roba di un arcaismo e di una inciviltà inverecondi. Assieme a questo egli fu un grande costruttore di miti: l’interdisciplinarità, la responsabilità sociale dell’impresa, l’interesse superiore (appunto ecumenico-universale) del quale il padrone si fa, paternalisticamente, latore. Tutte sovrastrutture che, a partire da un certo momento, non servirono più. E che servono ancor meno oggi, di fronte a un capitalismo violento e aggressivo come quello attuale.

[RE] Qual è stato l’effettivo contributo di Olivetti alla digitalizzazione globale nella quale ci troviamo immersi?

Da questo punto di vista direi: enorme. Luciano Gallino ha scritto pagine meravigliose sulla straordinaria ricerca olivettiana. La Olivetti era una industria di punta sul mercato internazionale. La sua dismissione spiega meglio di altre cose quanto meschina e miope sia stata la politica italiana negli anni. Un capitalismo che sega i rami su cui è seduto. Che si autodistrugge per salvare la sua rendita. Ma sono cose che non riguardano solo la Olivetti.

[RE] Come la questione “territorio” si trasforma in relazione alla socializzazione del sistema produttivo e alla nuova formazione dei valori sia economici che sociali?

Oggi? Oggi tutto il territorio è messo a valore. Direi di più: l’intero sistema antropo-geografico. La vita stessa, dice il filosofo, no? Anche qui: nulla di comparabile al momento in cui si potevano pensare ‘isole’ felici.

[RE] Qual è la specificità dell’esperienza olivettiana nell’uso di design e grafica per la creazione di un immaginario collettivo legato al prodotto?

Anche qui: sul piano del design e della grafica siamo a punte di eccellenza raramente raggiunte in seguito. Un lavoro straordinario. La funzione era evidentemente quella che voi dite: creare immaginario, mediare le articolazioni reali della comunità in immagini felici e intelligenti.

[RE] In quale modo architettura e urbanistica hanno influito sulla nascita del modello produttivo e sociale della Olivetti?

Se posso permettermi una battuta: credo abbiano contribuito grazie al loro atavico ritardo. Proprio perché in ritardo fu possibile a Olivetti raggruppare attorno a sé quanto di meglio l’architettura italiana sapeva esprimere e metterlo al lavoro nella sua isola magica.

[RE] Quali sono gli aspetti dell’attualità o inattualità di Olivetti?Olivetti è una figura di compromesso: sociale, economico, politico. Un compromesso che va di pari passo con politiche potentissime di redistribuzione della ricchezza. Oggi mi pare che viviamo in un mondo che non ha alcun bisogno di compromessi. Un mondo di muri, di sfruttamento, di guerre. Direi perciò che Olivetti è radicalmente inattuale, anche per salvarlo da ogni possibile e meschino recupero localista e identitario.

English abstract

Marco Assennato notes that the main reason why Olivetti is still remembered today is his capacity of innovation in the industrial sector, and that, for this reason, he represents the Italian “guilty conscience”. He therefore describes Olivetti as a great builder of myths – interdisciplinarity, corporate social responsibility, ecumenical and universal superior interest – of useless “superstructures”, particularly today when we are facing a violent and aggressive capitalism. In Olivetti’s idea of community, Assennato reads a typically enlightened and paternalistic attempt to ensure the full integration, within the capitalist cycle, of social sectors that were extremely conflicting at the time. A productivist, ecumenical and universal community that had nothing in common with the reactionary, closed and identitarian communities manifesting today.

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