"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

Voci dal fondo

Danae nelle testimonianze dell’antichità greco-latina

Maria Grazia Ciani

English abstract

1 | Danae e la pioggia d’oro, 410-400 a.C., cratere a figure rosse, Paris, Louvre.

Τὴν δ’ ἀπαμειβόμενος προσέφη νεφεληγερέτα Ζεύς· / Ἥρη κεῖσε μὲν ἔστι καὶ ὕστερον ὁρμηθῆναι, / νῶϊ δ’ ἄγ’ ἐν φιλότητι τραπείομεν εὐνηθέντε. / οὐ γάρ πώ ποτέ μ’ ὧδε θεᾶς ἔρος οὐδὲ γυναικὸς / θυμὸν ἐνὶ στήθεσσι περιπροχυθεὶς ἐδάμασσεν, / οὐδ’ ὁπότ’ ἠρασάμην Ἰξιονίης ἀλόχοιο, / ἣ τέκε Πειρίθοον θεόφιν μήστωρ’ ἀτάλαντον· / οὐδ’ ὅτε περ Δανάης καλλισφύρου Ἀκρισιώνης, / ἣ τέκε Περσῆα πάντων ἀριδείκετον ἀνδρῶν· / οὐδ’ ὅτε Φοίνικος κούρης τηλεκλειτοῖο, / ἣ τέκε μοι Μίνων τε καὶ ἀντίθεον Ῥαδάμανθυν· / οὐδ’ ὅτε περ Σεμέλης οὐδ’ Ἀλκμήνης ἐνὶ Θήβῃ, / ἥ ῥ’ Ἡρακλῆα κρατερόφρονα γείνατο παῖδα· / ἣ δὲ Διώνυσον Σεμέλη τέκε χάρμα βροτοῖσιν· / οὐδ’ ὅτε Δήμητρος καλλιπλοκάμοιο ἀνάσσης, / οὐδ’ ὁπότε Λητοῦς ἐρικυδέος, οὐδὲ σεῦ αὐτῆς, / ὡς σέο νῦν ἔραμαι καί με γλυκὺς ἵμερος αἱρεῖ.

Le disse allora Zeus, re delle nuvole: Era, potrai andare laggiù anche più tardi; ma ora vieni, godiamoci insieme i piaceri d’amore. Mai mi ha inondato, mai mi ha vinto a tal punto il desiderio di una dea o di una donna, neppure quando mi innamorai della sposa di Issione, che mise al mondo Piritoo, saggio come un dio; o di Danae dalle belle caviglie, la figlia di Acrisio, che generò Perseo, famoso fra tutti gli eroi; né della figlia dell’illustre Fenice che mi diede Minosse e Radamanto divino; o di Semele, oppure di Alcmena a Tebe (Alcmena generò Eracle dall’animo forte, Semele invece Dioniso delizia degli uomini) e neppure di Demetra, la regina dai bei capelli o di Latona gloriosa, e neppure di te – non così come ora ti amo e la dolcezza del desiderio mi prende (Hom. Il. XIV, 312-328).

È sempre Omero a dare il ʻlaʼ alle vicende mitiche. Ecco qui Zeus che elenca i suoi molteplici amori, siano divinità o donne: tra le altre Danae “dalle belle caviglie”, la figlia di Acrisio, “che generò Perseo, famoso fra tutti gli eroi”; Alcmena che gli diede Eracle “dall’animo forte”; e Semele, madre di Dioniso “delizia degli uomini“. Danae, Alcmena, Semele. Tra queste, solo Danae riceve un complimento peraltro diffuso nelle formule epiche. E i figli: Eracle, simbolo della forza che resiste a ogni prova, Dioniso, qui celebrato come il dio del vino e della ebbrezza gioiosa, e Perseo, il figlio di Danae, tra gli eroi il più famoso.

Abbiamo una terzetto che in seguito la tradizione avvicinerà, in quanto, nonostante questo riconoscimento di Zeus affidato al poema più famoso, tutti e tre – Eracle, Dioniso, Perseo – lotteranno per affermare la loro ascendenza divina. Ma quello che dobbiamo sottolineare qui è il fatto che fin dal principio Perseo predomina su Danae oltre che sugli altri ʻfratellastriʼ. Lui è l’eroe più famoso: del miracoloso concepimento, della pioggia d’oro che illumina l’oscura prigione di bronzo, e del successivo calvario di Danae, non c’è traccia.

Nell’Ode XII dedicata a “Mida d’Agrigento auleta” e incentrata sull’arte auletica la cui invenzione è attribuita ad Atena, il riferimento al mito di Perseo aggiunge, alla maniera pindarica, qualche elemento in più anche per quel che riguarda Danae, citando prima la vendetta di Perseo su Polidette re di Serifo, che si invaghisce di Danae e vuole averla ad ogni costo, e poi la nascita di Perseo stesso dalla “pioggia d’oro”.

Παλλὰς ἐφεῦρε θρασειᾶν <Γοργόνων> / οὔλιον θρῆνον διαπλέξαισ’ Ἀθάνα· / τὸν παρθενίοις ὑπό τ’ ἀπλάτοις ὀφίων κεφαλαῖς / ἄϊε λειβόμενον δυσπενθέϊ σὺν καμάτῳ, / Περσεὺς ὁπότε τρίτον ἄυσεν κασιγνητᾶν μέρος / ἐνναλίᾳ Σερίφῳ λαοῖσί τε μοῖραν ἄγων. / ἤτοι τό τε θεσπέσιον Φόρκοι’ ἀμαύρωσεν γένος, / λυγρόν τ’ ἔρανον Πολυδέκτᾳ θῆκε ματρός τ’ ἔμπεδον / δουλοσύναν τό τ’ ἀναγκαῖον λέχος, / εὐπαράου κρᾶτα συλάσαις Μεδοίσας / υἱὸς Δανάας, τὸν ἀπὸ χρυσοῦ φαμὲν αὐτορύτου / ἔμμεναι.

Inventò l’arte Pallade Atena / udendo il funebre lamento delle Gorgoni / il lamento che stillava dalle teste delle vergini / e da quello delle serpi, con sforzo doloroso, / quando Perseo distrusse la terza parte / delle sorelle per la rovina / di Serifo bagnata dal mare e del suo popolo. / Fiaccò la stirpe mostruosa di Forco / gettando il lutto sul banchetto / di Polidette e liberando la madre / dalla schiavitù delle nozze imposte: / e lo fece con testa rapita / di Medusa dalle guance robuste / lui, il figlio di Danae che nacque, si dice, / da una spontanea pioggia d’oro (Pind. Pyth. XII, 11-30). 

L’accenno a Danae è breve, e tuttavia colpisce per la sua ambiguità: la pioggia d’oro accende la fantasia, da dove viene? Che cosa è accaduto? Ovvio che Pindaro conosce tutta la storia, tuttavia è da sottolineare quel “si dice” relativo alla nascita di Perseo dalla pioggia “spontanea”. Altrettanto ovvio che il protagonista dell’episodio mitico introdotto nell’ode è Perseo e la sua celebre impresa condotta contro le Gorgoni e conclusasi con la decapitazione della più nota delle tre sorelle, Medusa.

Ma dalla lirica corale ci viene altresì un ampio quadro su Danae abbandonata a un crudele destino, è il Lamento di Danae di Simonide che restituisce a Danae la sua statura e la sua storia:

ὅτε λάρνακι / ἐν δαιδαλέαι / ἄνεμός τε †μην† πνέων / κινηθεῖσά τε λίμνα δείματι / ἔρειπεν, οὐκ ἀδιάντοισι παρειαῖς / ἀμφί τε Περσέι βάλλε φίλαν χέρα / εἶπέν τ’· ὦ τέκος οἷον ἔχω πόνον· / σὺ δ’ ἀωτεῖς, γαλαθηνῶι / δ’ ἤθεϊ κνοώσσεις / ἐν ἀτερπέι δούρατι χαλκεογόμφωι / <τῶι>δε νυκτιλαμπεῖ, / κυανέωι δνόφωι ταθείς· / ἄχναν δ’ ὕπερθε τεᾶν κομᾶν / βαθεῖαν παριόντος / κύματος οὐκ ἀλέγεις, οὐδ’ ἀνέμου / φθόγγον, πορφυρέαι / κείμενος ἐν χλανίδι, πρόσωπον καλόν. / εἰ δέ τοι δεινὸν τό γε δεινὸν ἦν, / καί κεν ἐμῶν ῥημάτων / λεπτὸν ὑπεῖχες οὖας. / κέλομαι δ’, εὗδε βρέφος, / εὑδέτω δὲ πόντος, εὑδέτω δ’ ἄμετρον κακόν· / μεταβουλία δέ τις φανείη, / Ζεῦ πάτερ, ἐκ σέο· / ὅττι δὲ θαρσαλέον ἔπος εὔχομαι / ἢ νόσφι δίκας, / σύγγνωθί μοι.

Bella era l’arca. Ma quando / fu travolta dal mare / mosso da raffiche di vento, / lei fu colta dal terrore / e con le guance rigate / dalle lacrime, strinse tra le braccia / Perseo e gli disse: Quanta angoscia / figlio! Ma tu dormi, dormi il tuo sonno / in questa cassa piena di chiodi, / steso supino nella notte oscura / in questo buio orrendo. / Sulla tua testa è l’acqua / salmastra, ma tu non te ne curi, / e del vento che ulula, neppure. / Bello è il tuo viso / avvolto nel mantello rosso. / Se conoscessi la mia paura / mi ascolteresti forse – / con il tuo orecchio. Ma io ti dico: / dormi, piccolo, e dorma il mare / e anche la tremenda sciagura, dorma. / Da te, padre Zeus, venga il soccorso. / E perdona se ho detto una parola / audace, se il mio voto è ingiusto (Sim. 543 Page).

Splendido, dolcissimo lamento, sufficiente in sé per dare l’idea dell’abbandono senza speranza, dell’angoscia materna e dell’innocente sonno del piccolo Perseo. Dopo questa lirica, troviamo solo dei cenni fuggevoli alle vicende di Danae, e Apollonio Rodio, nelle sue Argonautiche, si limita ad accennare a colei che “per la crudeltà del padre / ebbe a patire tante pene sul mare” (1091-92).

In mezzo, tra Simonide e Apollonio, vi sono i tragici con le loro elaborazioni della vicenda mitica: Sofocle con l’Acrisio e la Danae, Euripide con la sua Danae. Peccato che di queste tragedie non siano rimasti che pochi frammenti di ardua interpretazione: l’attribuzione di alcuni di essi – ovviamente i più lunghi e per così dire completi – all’uno o all’altro dei personaggi o al Coro – è così incerto che può dare adito solo a delle ipotesi, peraltro molto discusse anche in passato fra gli studiosi. Spesso sembra si tratti di sentenze, sopravvissute alla più complessa trama della tragedia. Peraltro i nomi di Danae e Perseo non ricorrono mai (vedi Sofocle, frr. 60-76 e frr. 165-170 Radt; Euripide, frr. 316-330 Nauck).

Forse una traccia del mito si può leggere nei Persiani di Eschilo, se è accettabile la congettura di Martin West che restituisce nel testo il nome di Danae (v. il contributo di Monica Centanni, in questo stesso numero di Engramma). Un’eco significativa possiamo risentirla invece nell’Antigone sofoclea, quando il Coro ricorda, forse un po’ ipocritamente, ad Antigone, l’esempio di tante eroine che hanno subito una sorte crudele, tra queste, Danae, con cui condivide il destino di essere sepolta viva:

ἔτλα καὶ Δανάας οὐράνιον φῶς / ἀλλάξαι δέμας ἐν χαλκοδέτοις αὐλαῖς· / κρυπτομένα δ’ ἐν τυμβή- / ρει θαλάμῳ κατεζεύχθη· / καίτοι <καὶ> γενεᾷ τίμιος, ὦ παῖ παῖ, / καὶ Ζηνὸς ταμιεύεσκε / γονὰς χρυσορύτους.

Anche Danae, la bella Danae / dovette abbandonare la luce del giorno / nella prigione cosparsa di chiodi. / Scomparve, rinchiusa in una funebre / stanza nuziale. / Eppure era di nobile stirpe, / o figlia, figlia mia! Divenne / lo scrigno del seme di Zeus, / in forma di pioggia d’oro (Soph. Ant. 944 ss.).

Non sappiamo in quali forme siano state cantate la pioggia d’oro e la successiva ordalia dell’arca gettata in balia delle onde. Ma l’iconografia coeva e la fortuna postuma nelle arti della musica e soprattutto della pittura testimoniano la ricchezza delle fonti che noi non possediamo più.

L’arca. Prima fu una torre di bronzo in cui Acrisio rinchiuse la figlia per impedirne le nozze, dopo che un oracolo gli aveva predetto che un figlio di Danae lo avrebbe ucciso: un topos divenuto celeberrimo con la vicenda di Edipo, ma comunque ricorrente nei miti di molti popoli. Della torre parla Orazio (Odi, 3, 16), quando ormai storici e mitografi hanno raccolto notizie e particolari relativi alla storia di Acrisio-Danae-Perseo.

Inclusam Danaen turris aenea / robustaeque fores et vigilum canum / tristes excubiae munierant satis / nocturnis ab adulteris, / si non Acrisium virginis abditae / custodem pavidum Iuppiter et Venus / risissent: fore enim tutum iter et patens / converso in pretium deo. / Aurum per medios ire satellites / et perrumpere amat saxa potentius / ictu fulmineo.

La torre di bronzo e i robusti battenti, / i feroci cani di guardia / difendevano Danae / dagli amanti notturni. / Ma di Acrisio, che, pieno di paura, / custodiva la vergine nascosta, / rise Giove e rise Venere: / per un dio che si tramuta in oro / la via è facile e sicura: / l’oro si infila tra le guardie, / l’oro abbatte le muraglie, / l’oro è più potente del fulmine.

Il tema dell’ode oraziana è in realtà fondato sulla brama inesauribile e funesta della ricchezza, ma gli elementi del mito sono tutti presenti: la torre di bronzo, e la pioggia d’oro che vi penetra agevolmente, trattandosi di un dio. Ma Orazio, quando scrive, ha alle spalle una tradizione consolidata dagli apporti di uno storico come Ferecide di Atene (di cui ci rimangono frammenti), che è già fonte di Apollonio Rodio e di Apollodoro mitografo. E ricordiamo anche Diodoro Siculo. Da queste fonti attingono i poeti privilegiando ciascuno i temi preferiti. Apollodoro, dopo aver ricordato che Danae nacque da Acrisio e Euridice figlia di Lacedemone (II, 2, 2), passa a narrare per sommi capi la vicenda:

Ἀκρισίῳ δὲ περὶ παίδων γενέσεως ἀρρένων χρηστηριαζομένῳ ὁ θεὸς ἔφη γενέσθαι παῖδα ἐκ τῆς θυγατρός, ὃς αὐτὸν ἀποκτενεῖ. δείσας δὲ ὁ Ἀκρίσιος τοῦτο, ὑπὸ γῆν θάλαμον κατασκευάσας χάλκεον τὴν Δανάην ἐφρούρει. ταύτην μέν, ὡς ἔνιοι λέγουσιν, ἔφθειρε Προῖτος, ὅθεν αὐτοῖς καὶ ἡ στάσις ἐκινήθη· ὡς δὲ ἔνιοί φασι, Ζεὺς μεταμορφωθεὶς εἰς χρυσὸν καὶ διὰ τῆς ὀροφῆς εἰς τοὺς Δανάης εἰσρυεὶς κόλπους συνῆλθεν. αἰσθόμενος δὲ Ἀκρίσιος ὕστερον ἐξ αὐτῆς γεγεννημένον Περσέα, μὴ πιστεύσας ὑπὸ Διὸς ἐφθάρθαι, τὴν θυγατέρα μετὰ τοῦ παιδὸς εἰς λάρνακα βαλὼν ἔρριψεν εἰς θάλασσαν. προσενεχθείσης δὲ τῆς λάρνακος Σερίφῳ Δίκτυς ἄρας ἀνέθρεψε τοῦτον. βασιλεύων δὲ τῆς Σερίφου Πολυδέκτης ἀδελφὸς Δίκτυος, Δανάης ἐρασθείς, καὶ ἠνδρωμένου Περσέως μὴ δυνάμενος αὐτῇ συνελθεῖν, συνεκάλει τοὺς φίλους [...].

Acrisio interrogò l’oracolo in relazione alla nascita di un figlio maschio, e il dio rispose che sua figlia avrebbe dato alla luce un figlio che lo avrebbe ucciso. Preso dal timore, Acrisio fece costruire sotto terra una stanza in bronzo e qui rinchiuse Danae. Secondo alcune fonti la fanciulla fu violata da Preto [fratello di Acrisio e suo rivale]; secondo altre fu Zeus a fecondare la fanciulla trasformandosi in una pioggia d’oro che penetrò attraverso il tetto fino a congiungersi a lei. Quando Acrisio seppe che la figlia aveva generato Perseo, non volle credere che il bambino fosse figlio di Zeus e allora fece rinchiudere madre e figlio in un’arca che gettò in mare. L’arca fu trasportata fino a Serifo, dove Ditti la trasse in salvo e allevò il bambino. A Serifo regnava Polidette, fratello di Ditti, il quale si innamorò di Danae ma invano: Perseo era ormai cresciuto e raccolse degli amici [...] (II, 4, 1 ss.).

Il racconto prosegue con le gesta di Perseo, che sfida Polidette il quale gli ha chiesto di portargli la testa della Gorgone. Perseo accetta e con l’aiuto di Atena e di Hermes compie l’impresa, su cui Apollodoro si sofferma lungamente, proseguendo poi con l’episodio di Andromeda salvata dal mostro marino, la lotta contro Fineo, cui la giovane era stata promessa, il ritorno a Serifo (II, 2, 3).

παραγενόμενος δὲ εἰς Σέριφον, καὶ καταλαβὼν προσπεφευγυῖαν τοῖς βωμοῖς μετὰ τοῦ Δίκτυος τὴν μητέρα διὰ τὴν Πολυδέκτου βίαν, εἰσελθὼν εἰς τὰ βασίλεια, συγκαλέσαντος τοῦ Πολυδέκτου τοὺς φίλους ἀπεστραμμένος τὴν κεφαλὴν τῆς Γοργόνος ἔδειξε· τῶν δὲ ἰδόντων, ὁποῖον ἕκαστος ἔτυχε σχῆμα ἔχων, ἀπελιθώθη. [...] Περσεὺς δὲ μετὰ Δανάης καὶ Ἀνδρομέδας ἔσπευδεν εἰς Ἄργος, ἵνα Ἀκρίσιον θεάσηται. ὁ δὲ <τοῦτο μαθὼν καὶ> δεδοικὼς τὸν χρησμόν, ἀπολιπὼν Ἄργος εἰς τὴν Πελασγιῶτιν ἐχώρησε γῆν. Τευταμίδου δὲ τοῦ Λαρισαίων βασιλέως ἐπὶ κατοιχομένῳ τῷ πατρὶ διατιθέντος γυμνικὸν ἀγῶνα, παρεγένετο καὶ ὁ Περσεὺς ἀγωνίσασθαι θέλων, ἀγωνιζόμενος δὲ πένταθλον, τὸν δίσκον ἐπὶ τὸν Ἀκρισίου πόδα βαλὼν παραχρῆμα ἀπέκτεινεν αὐτόν. αἰσθόμενος δὲ τὸν χρησμὸν τετελειωμένον τὸν μὲν Ἀκρίσιον ἔξω τῆς πόλεως ἔθαψεν, αἰσχυνόμενος δὲ εἰς Ἄργος ἐπανελθεῖν ἐπὶ τὸν κλῆρον τοῦ δι’ αὐτοῦ τετελευτηκότος, παραγενόμενος εἰς Τίρυνθα πρὸς τὸν Προίτου παῖδα Μεγαπένθην ἠλλάξατο [...].

Quando fu di ritorno a Serifo, trovò che la madre, Danae, si era rifugiata presso un altare insieme a Ditti, per sfuggire alla violenza di Polidette. Allora entrò nella reggia dov’era Polidette con i suoi, girò la testa all’indietro e mostrò invece la testa della Gorgone: tutti la guardarono e si trasformarono in pietra. [...] Perseo, insieme a Danae e Andromeda, si trasferì ad Argo: voleva incontrare Acrisio, ma Acrisio, quando lo seppe, temendo il responso dell’oracolo, lasciò Argo e andò a rifugiarsi a Larissa, dove Teutamide, re di Larissa, aveva indetto dei giochi funebri in onore del suo defunto padre. Perseo giunse a Larissa per partecipare ai giochi ma nella gara del pentathlon colpì Acrisio a un piede con il disco e lo uccise. Si compiva così l’oracolo. Perseo seppellì Acrisio fuori dalla città, poi, provando vergogna di prendere possesso di Argo, ereditandola da un uomo che lui stesso aveva ucciso, andò a Tirinto e scambiò il regno di Argo con quello di Megapente, figlio di Preto [...] (II, 4. 3.4 ss.).

L’obiettivo si sposta ora su Perseo e Andromeda e il figlio che Perseo ebbe da Andromeda. Andromeda ormai sostituisce Danae, che si perde, travolta dall’ascesa gloriosa di Perseo, “il più famoso degli eroi” su cui ormai converge l’attenzione degli storici e dei poeti. Più nessun dio dunque per Danae? Non possiamo affermarlo su basi letterarie. Come ricorda spesso Salvatore Settis, troppo dell’immane lascito greco è andato perduto.

Un breve accenno a Diodoro Siculo che si limita a ricordare che Perseo era figlio di Danae e Zeus, e si sofferma a raccontare quanto ha appreso a sua volta dalle fonti che lo precedono, esaltando l’impresa di Perseo contro le Gorgoni (Biblioteca, IV, 9, 1; III, 52, 4; 55, 3).

Virgilio collega Turno, il suo rivale alla mano di Lavinia, ad Acrisio (“per avi Turno ha Inaco e Acrisio”, Eneide VII, 371-2) e la fondazione di Ardea nel Lazio direttamente a Danae (“Si racconta che Danae, scagliata qui dall’impeto del vento, abbia fondata la città di Ardea per i coloni di Acrisio”, Eneide VII, 409-411). È la cosiddetta ʻversione italicaʼ del mito, secondo cui la cassa con Danae e Perseo si sarebbe arenata appunto sulle coste del Lazio e che Danae sarebbe stata raccolta e poi sposata dal dio Pilumno, re dei Rutuli, insieme al quale aveva fondato la città di Ardea (sul tema vedi, in questo stesso numero di Engramma, il contributo di Maddalena Bassani). Turno era nipote di Pilumno, quindi legato in qualche modo anche a Danae (cfr. Servio, In Verg. Aen. 10, 76). Secondo questa versione, che torna estremamente utile a Virgilio, ci sarebbe stato quindi un dio per Danae, non solo la persecuzione di Polidette a Serifo. Un dio e un matrimonio, probabilmente felice.

E ora, finalmente, Ovidio. Che cosa non ci dovremmo aspettare da questo mago del mito, l’inventore di sceneggiature fantasmagoriche, colui che, pietrificando le immagini, sembra interpretare la misteriosa e angosciante fissità di certe statue antiche. Ebbene, nel lunghissimo spazio dedicato al mito di Perseo, Danae è nominata solo come colei che concepì l’eroe sotto la pioggia d’oro di Zeus (IV, 610-11). Dal verso 607 al verso 8003, che conclude il canto, Ovidio canta Perseo liberatore di Andromeda in una visione onirica di altissima ispirazione poetica. E ancora, un terzo del libro seguente, il V, narra la battaglia ingaggiata da Perseo, solo, contro Fineo, il pretendente alla mano della giovane, battaglia che egli vince grazie alla testa di Medusa, arma che alla fine, nonostante il tono ʻepicoʼ della narrazione, è costretto a usare per non soccombere. Pagine stupende per ispirazione e potere immaginifico, ma nessuna traccia di Danae. Sostiene Giampiero Rosati nel suo commento al IV delle Metamorfosi (Barchiesi, Rosati, Koch 2007) che “Ovidio elide [...] come universalmente nota, la storia della nascita di Perseo dalla pioggia d’oro di Zeus su Danae e quello dell’abbandono in una cassa in mezzo al mare”, soffermandosi soprattutto sulla liberazione di Andromeda e la lunga aristia contro Fineo. Nella totalità del racconto include anche, più brevemente, l’impresa delle Gorgoni, la decapitazione di Medusa, la storia di Medusa, l’episodio con metamorfosi di Atlante.

Più o meno nello stesso tempo il mito si cristallizza nei testi di Igino e Pausania. Pausania (II, 16, 2-3) riprende (certo influenzato dal racconto dettagliato di Apollodoro) la storia di Acrisio ucciso da Perseo per errore e il successivo pentimento di Perseo.

Più interessante la Fabula 63 di Igino, dedicata a Danae:

Danae Acrisii et Aganippes filia. Huic fuit fatum, ut, quod peperisset Acrisium interficeret; quod timens Acrisius, eam in muro lapideo praeclusit. Iovis autem in imbrem aureum conversus cum Danae concubuit, ex quo compressu natus est Perseus. Quam pater ob stuprum inclusam in arca cum Perseo in mare deiecit. Ea voluntate Iovis delata est in insulam Seriphum, quam piscator Dictys cum invenisset, effracta ea vidit mulierem cum infante, quos ad regem Polydectem perduxit, qui eam in coniugio habuit et Perseum educavit in templo Minervae. Quod cum Acrisius rescisset eos ad Polydectem morari, repetitum eos profectus est; quo cum venisset, Polydectes pro eis deprecatus est, Perseus Acrisio avo suo fidem dedit se eum numquam interfecturum. Qui cum tempestate retineretur, Polydectes moritur; cui cum funebres ludos facerent, Perseus disco misso, quem ventus distulit in caput Acrisii, eum interfecit. Ita quod voluntate sua noluit, deorum factum est; sepulto autem eo Argos profectus est regnaque avita possedit.

Era stato predetto a Danae, figlia di Acrisio e Aganippe, che se avesse partorito un figlio, costui avrebbe ucciso Acrisio; allora Acrisio, preso dal timore che la profezia fosse veritiera, rinchiuse la figlia in una prigione cinta da mura di pietra. Ma Zeus si trasformò in una pioggia d’oro e sotto questa forma si unì alla fanciulla; dalla loro unione nacque Perseo. Allora il padre chiuse Danae insieme a Perseo in un cofano e lo gettò in mare. Zeus fece giungere il cofano nell’isola di Serifo dove il pescatore Ditti lo trovò, lo aperse, vide la donna con il bambino e li portò al re Polidette; il re sposò Danae e fece allevare Perseo nel tempio di Minerva. Quando Acrisio seppe che madre e figlio erano alla corte di Polidette, volle andare a riprenderli. Ma Polidette prese le loro difese e Perseo giurò che non avrebbe mai ucciso suo nonno. Una tempesta impedì ad Acrisio di ripartire e intanto Polidette morì. In suo onore si svolsero dei giochi funebri a cui Perseo prese parte, ma il disco che lanciò fu deviato dal vento e colpì Acrisio alla testa, uccidendolo. Gli dei dunque compirono ciò che Perseo non voleva accadesse. Dopo la sepoltura di Polidette, Perseo partì per Argo e prese possesso del suo regno.

Dopo un inizio secondo tradizione, le divergenze sono notevoli: soprattutto per quanto riguarda Polidette, che qui si presenta come difensore di Danae, che sposa evidentemente col suo consenso, e di Perseo della cui educazione si occupa. Affrettata e confusa appare la conclusione, con la morte di Polidette e quella di Acrisio colpito per errore dal nipote e la presa di possesso di Argo da parte di Perseo, contrariamente a quanto affermato da Apollodoro e Pausania. Nuova è la versione di un Polidette benevolo e ospitale: diverge la menzione di Ditti come ʻpescatoreʼ mentre altrove è il fratello del re. Notevole il particolare di Acrisio colpito alla testa e non al piede: il che rende più realisticamente credibile la sua morte sul colpo. Ma ancora una volta, non si sa che fine ha fatto Danae dopo la morte del marito: è rimasta a Serifo? Ha seguito Perseo ad Argo?

Certo è che Dioniso fu molto più amabile con Arianna, che fece sua sposa e trasformò in una costellazione. Naturalmente Zeus non poteva sposare le donne di cui si innamorava, al massimo dava loro un figlio destinato a diventare in vari modi celebre. Eppure Danae, dopo la favolosa pioggia d’oro che peraltro le porta sfortuna, appare sola in balia di se stessa, surclassata dalle imprese eroiche del figlio e dalla presenza di Andromeda. E non sarà lei, ma Perseo a brillare in cielo come Arianna, trasformato in una costellazione eterna.

Riassumendo: nonostante le incongruenze e la scarsità delle fonti, alla fine si può ricostruire un mito molto antico, quindi molto conosciuto, cui si può anche accennare soltanto, oppure narrare sulla base di testimonianze lievemente divergenti. Una torre di bronzo, oppure una prigione dai muri di pietra, o una stanza sotterranea pure di bronzo – e poi un cofano, un’arca di bronzo, più prosaicamente una cassa irta di chiodi o anche una cesta, come vedremo in Luciano. Se la cesta evoca Mosè, l’arca – osserva Giulio Guidorizzi nel suo commento a Igino (Guidorizzi 2000, 301-302) – ha un parallelo in una leggenda ebraica; anche Abramo sfuggì alla persecuzione del re Nimrod che fece rinchiudere tutte le donne gravide in una torre di pietra e ne sopprimeva i figli maschi: aveva letto infatti nelle stelle che sarebbe nato un uomo che lo avrebbe deposto. Abramo, benché abbandonato dalla madre, sopravvisse e diventò il capo del suo popolo.

Concludiamo questa rassegna delle fonti letterarie che ancora una volta portano i segni dei molti buchi neri e degli strappi nel magico filo che dovrebbe supportare ogni mito – nel nome di Danae, anche se il dialogo di Luciano sembra una leggera ma anche ironica parodia della tragica vicenda originaria.

Dai Dialoghi degli dei marini:

ΔΩΡΙΣ
Τί δακρύεις, ὦ Θέτι;
ΘΕΤΙΣ
Καλλίστην, ὦ Δωρί, κόρην εἶδον ἐς κιβωτὸν ὑπὸ τοῦ πατρὸς ἐμβληθεῖσαν, αὐτήν τε καὶ βρέφος αὐτῆς ἀρτιγέννητον· ἐκέλευσεν δὲ ὁ πατὴρ τοὺς ναύτας ἀναλαβόντας τὸ κιβώτιον, ἐπειδὰν πολὺ τῆς γῆς ἀποσπάσωσιν, ἀφεῖναι εἰς τὴν θάλασσαν, ὡς ἀπόλοιτο ἡ ἀθλία, καὶ αὐτὴ καὶ τὸ βρέφος.
ΔΩΡΙΣ
Τίνος ἕνεκα, ὦ ἀδελφή; εἰπέ, εἴ τι ἔμαθες ἀκριβῶς.
ΘΕΤΙΣ
Ἅπαντα. ὁ γὰρ Ἀκρίσιος ὁ πατὴρ αὐτῆς καλλίστην οὖσαν ἐπαρθένευεν ἐς χαλκοῦν τινα θάλαμον ἐμβαλών· εἶτα, εἰ μὲν ἀληθὲς οὐκ ἔχω εἰπεῖν, φασὶ δ’ οὖν τὸν Δία χρυσὸν γενόμενον ῥυῆναι διὰ τοῦ ὀρόφου ἐπ’ αὐτήν, δεξαμένην δὲ ἐκείνην ἐς τὸν κόλπον καταρρέοντα τὸν θεὸν ἐγκύμονα γενέσθαι. τοῦτο αἰσθόμενος ὁ πατήρ, ἄγριός τις καὶ ζηλότυπος γέρων, ἠγανάκτησε καὶ ὑπό τινος μεμοιχεῦσθαι οἰηθεὶς αὐτὴν ἐμβάλλει εἰς τὴν κιβωτὸν ἄρτι τετοκυῖαν.
ΔΩΡΙΣ
Ἡ δὲ τί ἔπραττεν, ὦ Θέτι, ὁπότε καθίετο;
ΘΕΤΙΣ
Ὑπὲρ αὐτῆς μὲν ἐσίγα, ὦ Δωρί, καὶ ἔφερε τὴν καταδίκην. τὸ βρέφος δὲ παρῃτεῖτο μὴ ἀποθανεῖν δακρύουσα καὶ τῷ πάππῳ δεικνύουσα αὐτό, κάλλιστον ὄν· τὸ δὲ ὑπ’ ἀγνοίας τῶν κακῶν ὑπεμειδία πρὸς τὴν θάλασσαν. ὑποπίμπλαμαι αὖθις τοὺς ὀφθαλμοὺς δακρύων μνημονεύσασα αὐτῶν.
ΔΩΡΙΣ
Κἀμὲ δακρῦσαι ἐποίησας. ἀλλ’ ἤδη τεθνᾶσιν;
ΘΕΤΙΣ
Οὐδαμῶς· νήχεται γὰρ ἔτι ἡ κιβωτὸς ἀμφὶ τὴν Σέριφον ζῶντας αὐτοὺς φυλάττουσα.
ΔΩΡΙΣ
Τί οὖν οὐχὶ σῴζομεν αὐτοὺς τοῖς ἁλιεῦσι τούτοις ἐμβαλοῦσαι ἐς τὰ δίκτυα τοῖς Σεριφίοις; οἱ δὲ ἀνασπάσαντες σώσουσι δῆλον ὅτι.
ΘΕΤΙΣ
Εὖ λέγεις, οὕτω ποιῶμεν· μὴ γὰρ ἀπολέσθω μήτε αὐτὴ μήτε τὸ παιδίον οὕτως ὂν καλόν.

Dori: Teti, perché piangi?
Teti: Perché ho visto una fanciulla bellissima in una cesta insieme al suo bimbo neonato: è il padre che l’ha messa lì e ha ordinato ai marinai di portare la cesta in alto mare e di lasciarvela, condannando così a morte l’infelice e il suo bambino.
Dori: E perché ha fatto questo?
Teti: Perché lei era bella e il padre voleva che rimanesse vergine, così l’ha chiusa in una stanza di bronzo. Dicono, ma non so se sia vero, che Giove venne giù dal tetto in forma di una pioggia d’oro e lei accolse il dio e rimase incinta. Quando il padre lo seppe, vecchio geloso e selvatico com’è, andò in collera, credette che il responsabile fosse un altro e la gettò in quella cesta, che aveva appena partorito.
Dori: E lei che faceva lì, dentro alla cesta?
Teti: Lei sopportava la sua sorte: ma supplicava che non uccidessero il suo bambino e piangendo lo mostrava al nonno mentre il bellissimo bimbo, ignaro della sventura, guardava il mare e sorrideva. Quando lo ricordo, mi vengono ancora le lacrime agli occhi.
Dori: Vengono anche a me. Sono dunque morti?
Teti: No: la cesta galleggia intorno a Serifo, sono vivi tutti e due.
Dori: Possiamo spingerla nelle reti dei pescatori di Serifo; tirando le reti, essi la trarranno in salvo. Perché non lo facciamo?
Teti: Sì, facciamolo, perché non muoia lei e quel bellissimo bambino.

Una parodia, ho detto. Leggera e non priva di malizia. Con qualche cambiamento e una insinuazione sulla divina pioggia d’oro che avrebbe ingravidato la fanciulla: “Dicono, ma non so se sia vero”, che ricorda il “si dice” ambiguo di Pindaro. E un finale che non c’è, c’è solo una speranza, mentre la cesta galleggia presso Serifo.

L’aura mitica si perde in questa pur deliziosa scenetta e il pensiero va al lamento simonideo, che mette in luce tutta la “passione” di Danae. Non c’è dunque riscatto per la donna amata da Zeus? Non nelle fonti letterarie. Il riscatto verrà per altre vie, in altri modi, e restituirà il momento magico, irripetibile, in cui la donna vive il suo amore proibito immersa in una pioggia di luce soprannaturale: l’attimo che vale una vita.

English abstract

This paper deals with the myth of Danaë in Classical antiquity. The author discusses the multiple versions of the myth through an analysis of literary sources, by quoting and examining many texts by Ancient Greek and Latin authors such as – among others – Homer, Pindar, Simonides, Pseudo-Apollodorus, Lucian, Horace, Hyginus, Ovid.

keywords | Danaë; Classical literature; mythology; literary analysis.

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