"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

185 | ottobre 2021

97888948401

(In)attualità e (a)temporalità del bunker

L’architettura di Bernard Khoury a Beirut

Fernanda De Maio

English abstract

Local Heroes are not superheroes. 
They are the valiant mercenaries who protect my grounds. 
I searched for them here and everywhere; from the cities of the collapsing Arab
nations to those where the cathedrals were white. 
Those bitter territories are the marvellous and playful grounds
on which I construct my optimism,
the last enclaves where meaningful convalescences are still possible.
Local Heroes are rooted in very specific political grounds. 
They are not the protected citizens of any comfortable nation. 
They own the streets that others walk through cautiously. 
They do not belong to any familiar place.
Their places escape all consensual definitions of territory. 
They do not fit in the undisputed and often simplified histories of their time. 
They are the proud romantics who fearlessly resist the cynicism of the wise.
The stories I tell do not frame any protagonist, any situation or any
architectural act in any sort of tangible or immutable definitions.
I am not interested in such definitions as much as I am not interested
in the theoretical postures that produce them.
In my worlds of uncontrolled dissonance, I build alliances.
Those are often contradictory ones.
My heroes are not all cut from the same cloth.
As my stories unfold, I remain in the hope that I will not be
afflicted with the censure of unscrupulous fraudulence.

Bernard Khoury

1 | Da sinistra a destra: la copertura d’ingresso alla discoteca ipogea B018, il bar del ristorante Centrale, la torre-ascensore di accoglienza del sushi bar Yabani, Beirut, arch. B. Khoury.

 

Le brevi note che seguono non intendono presentare progetti inediti di Bernard Khoury o narrare e descrivere in dettaglio, per l’ennesima volta, quanto già presentato della sua opera in questi anni – per questo si rimanda all’ampia pubblicistica di settore sul nostro; si propone, viceversa, di riflettere su come l’oscillante definizione del bunker quale tipo, forma e figura nonché la sua ambigua traiettoria da manufatto di guerra a edificio per una nuova e(ste)tica dell’architettura civile ‘tout court’ diventi, nel pensiero dell’architetto libanese – cresciuto in una città complessa e martoriata come Beirut ed educato in Architettura negli Stati Uniti d’America – lo spunto per descrivere l’anima della propria città. L’uso, infatti, che Khoury fa di alcune parole chiave è l’indizio più evidente di un mestiere praticato anche come denuncia di una condizione di crisi e degrado della società libanese mentre si preoccupa di dare risposte tecnicamente precise e inoppugnabili ai suoi committenti privati, come fa sempre ogni bravo architetto. 

Guerra, violenza, massacro, amnesia, tossicità, rifugiati, campo profughi, contesto, privato vs pubblico, architettura dell’intrattenimento, torri residenziali, centri commerciali costituiscono, infatti, i lemmi ricorrenti del vocabolario usato per descrivere le sue opere e per esprimere le condizioni entro cui nascono e si alimentano le sue invenzioni – in senso archeologico, direbbe Virilio. Invenzioni architettoniche incentrate su una sostanziale rivisitazione e ri-semantizzazione del tema del bunker e dell’edificio / macchina da guerra nelle sue diverse accezioni. E se l’autopromozione che lo stesso Khoury, autore / interprete di Local heroes, autobiografico racconto in immagini e parole (Molinari 2015), rischia di imprigionarlo nel cliché del titanico combattente ribelle, è indubbio che la programmatica volontà di andare oltre i vincoli forniti da ciascuna occasione professionale, è, prima di tutto, il segnale della necessità di recuperare legami interrotti con altre forme e altre visioni di Beirut realizzate da individui, architetti, artigiani, artisti, intellettuali, maîtres à penser che hanno avuto modo di agire prima di lui, prima che la città diventasse un ammasso di rovine: quelle stesse rovine documentate da Gabriele Basilico all’indomani della guerra civile in Libano in un reportage attraverso cui ebbe modo di scoprire che sotto quella pelle devastata la città era ancora viva (“L’Internazionale”, 13 aprile 2015).

2 | Due viste panoramiche di Beirut distrutta tratte dal reportage di Gabriele Basilico Beirut, 1991.

È utile partire, forse, proprio dalla rivelazione di Beirut come ‘città viva - città campo di rovine’, interpretata dal grande fotografo milanese, per rintracciare quei fili spezzati che legano l’architettura in veste ‘combat’ del nostro con la Beirut ante guerra civile. Il punto iniziale di questa ricerca è un’opera rimasta interrotta a causa della guerra e terminata solo nel 1997: quell’Interdesign Building realizzato a partire dai primi anni ’70 da “monsieur béton brut”, Khalil Khoury, padre di Bernard (Foppiano 2012). Architetto, designer, scultore, ammiratore del Le Corbusier brutalista anni ’60, Khalil progetta con il fratello George uno straordinario monolite scomposto da fratture proprio nel Central District di Beirut. Si tratta di un luogo deputato a esporre gli oggetti d’arte e design che anche egli stesso progetta e realizza. Questa architettura civile disegnata come un bunker in forma di Flakturm diventa, per Bernard, l’inizio di una personale incursione nel mondo delle rovine della civiltà contemporanea, da documentare con una campagna di scatti fotografici in bianco e nero e con una riflessione sul ruolo del progetto d’architettura per il recupero e restauro di tali rovine, tanto dal punto di vista materiale che da quello dei valori immateriali che in tali manufatti trovano o troveranno luogo.

3 | Da sinistra a destra: Interdesign Building, Beirut, arch. K. Khoury, foto di B. Khoury.

Così dopo il B018 nel lotto 317 di Karantina nel 1998, nel 2001 è la volta del ristorante Centrale, mentre nel 2002 tocca allo Yabani R2, poi al centro commerciale Black box e così via; progetti alla piccola e media scala congegnati come dispositivi che attingono dal repertorio delle architetture militari alcuni dei pezzi e dei materiali di cui si compongono, mescolati ad altri segni e materiali dell’architettura, al fine di rivelare e sprigionare tutta la dirompente energia vitale nascosta sotto la coltre della città in rovina. A sottolineare il ruolo potenzialmente esplosivo delle opere realizzate sono le aree scelte per i nuovi progetti. Esse, infatti, mostrano tutte una condizione di prossimità con forme urbane deformate dalla violenza indotta dalla guerra: la discoteca B018 sorge in un ex campo profughi palestinese – realizzato a partire dalla guerra israeliana dei Sei Giorni all’interno dell’area portuale di Beirut – raso al suolo all’inizio della guerra civile in Libano; il ristorante Centrale sorge all’interno di un edificio rovinato dai bombardamenti della stessa guerra civile trasformato nell’involucro sfregiato che avvolge la nuova opera; il sushi-bar Yabani R2 sorge accanto ad alcuni edifici semicrollati e occupati da profughi e famiglie ridotte allo stato di squatter dalla lunga guerra civile e sprofonda sotto terra, connettendo la rovina a quella specie di fusoliera di algido metallo in cui si trova l’ascensore che conduce alla sala ristorante nel sottosuolo.

4 | Da sinistra a destra: l’interno alla discoteca ipogea B018, la sala interna del ristorante Centrale, interno della reception-mobile del sushi bar Yabani, Beirut, arch. B. Khoury.

Dare un nuovo senso alla via di Damasco, alla linea di demarcazione tra Beirut est e Beirut ovest, contrastare la tendenza bellica a trasformare le connessioni urbane in confini invalicabili, implica alla scala degli interventi architettonici progettati da Khoury in stretta relazione con la sua committenza privata, dare vita a una nuova gerarchia urbana che parte dalle cicatrici della città ferita a morte per offrire un riscatto alla fame di vita di chi ha scelto di rimanere a Beirut nonostante tutto (Khoury 2015).

Ma sprigionare vitalità sfrenata dall’interno di luoghi progettati come nascondigli ipogei, come missili piantati nel suolo, come cannoni di luci puntati su obiettivi e panorami urbani in rovina, implica per Bernard Khoury anche indurre, attraverso i suoi progetti, movimenti specifici e fortemente orientati negli abitanti. Tra questi movimenti assume un ruolo particolare quello di tipo di/a-scensionale, dal suolo al sottosuolo e viceversa oppure dal sottosuolo/suolo al cielo. Per questo motivo scale lunghissime e ascensori non sono mai, solo, sistemi di collegamento verticale ma vengono caratterizzati come luoghi che inducono un’esperienza dello spostamento misteriosa e seducente al contempo. Dare qualità allo spostamento, all’accoglienza, all’ingresso da una dimensione e una qualità dello spazio urbano contemporaneo a un’altra, in cui viene selezionata e isolata solo una delle visioni possibili di Beirut, in modo da renderla drammaticamente astratta pur nella sua quotidiana banalità, significa porre l’accento su aspetti e qualità della città non immediatamente comprensibili. Ma è anche un modo per marcare una denuncia usando un procedimento di opposizione tra comportamenti, situazioni e visioni, violentemente in contrasto e adagiate su meccanismi della psicologia umana ben noti come quello della paura e della sua rimozione o amnesia. E per radicare al contesto di Beirut i propri progetti, per dare forza a quella fobica volontà di nascondersi e al contempo alla reazione alla paura che assale chi convive con la guerra in casa, Khoury utilizza e re-interpreta anche un altro tema della macchina bellica: la dimensione retrattile delle coperture.

5 | Luoghi vissuti (da sinistra a destra): l’interno alla discoteca ipogea B018, la sala interna del ristorante Centrale, interno del sushi bar Yabani, Beirut, arch. B. Khoury.

Queste si aprono e si chiudono con congegni meccanici che in un momento, che sembra di difesa, fingono l’inespugnabilità di una corazza contemporanea e, in un altro, simulando un attacco, rivelano e ostentano attraverso un varco marcato e significativo fino al dettaglio estremo, il mondo al loro interno. Un mondo interiore raffinato e lussuoso fino all’ostentazione che sembra proiettarsi nel mondo delle luci, delle ombre, dei rumori e dei silenzi della città intorno, sia questa un’area di parcheggio attrezzato in mezzo a strade ad alto scorrimento o un angolo di tessuto edilizio residenziale.

E sullo sfondo sempre sta la città millenaria e tutta la sua complessa stratificazione, mentre nel rifugio sotterraneo o all’interno di una torre carapace, i cittadini del presente consumano i loro riti quotidiani. Fino a quando altre guerre e nuovi profughi non arriveranno, impossessandosi dell’architettura più lussuosa per trasformarla nel loro rifugio occasionale, come è accaduto proprio allo Yabani restaurant e alla sua reception mobile oggi trasformata in casa di ordinaria emergenza (Sawaya 2021). Se per ricucire la città del presente e i suoi profili vi è bisogno, in altre parole, di usare una metafora scandalosa, come può essere quella dell’architettura combat e del bunker, Khoury non esita a farlo dotandosi di uno sguardo ostinato: perché l’architettura per lui non è il fine ma il mezzo attraverso cui sta al mondo, lo interpreta, lo narra, lo accetta con tutte le sue contaminazioni provando a indicare una traiettoria diversa che includa anche la storia dolorosa di una guerra fratricida. Ma quello sguardo ostinato sul mondo violento e decadente di Beirut alla ricerca della anima della città può tradursi in architettura solo attraverso una ricerca estrema di precisione: la precisione che accomuna i dispositivi meccanici di una macchina da guerra agli accuratissimi oggetti dell’artigianato arabo. Perché, in fondo, "What is Soul? It is what stays beyond the morphology of things” (Khoury 2008).

Riferimenti bibliografici
English abstract

Too often the architecture of the very well-known Lebanese architect Bernard Khoury is likened to bunker architecture, for the issues that move his talent as architect. The precision of the combat architecture’s mechanisms fascinated his fantasy and help him to imagine a new morphology for the buildings he designs according to context. This short essay argues that the use of war architecture as a metaphor in Bernard Khoury’s design concepts should be interpreted more as a radical criticism to the common notion of restoration than a formalist tool. In his approach, in fact, the meaning of restoration’s project doesn’t belong to the concept of “how it was, where it was” but deals with the burden of dreams and nightmares which citizens find in the scars of Beirut. 

keywords | Bunker, Beirut, Architecture, Ruins, Archaeology, 

La Redazione di Engramma è grata ai colleghi – amici e studiosi – che, seguendo la procedura peer review a doppio cieco, hanno sottoposto a lettura, revisione e giudizio questo saggio.
(v. Albo dei referee di Engramma)

doi: https://doi.org/10.25432/1826-901X/2021.185.0011