"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

189 | marzo 2022

97888948401

Il Medioevo secondo Pasolini

Editoriale di Engramma 189

a cura di Silvia De Laude, Paolo Desogus, Lisa Gasparotto, Stefania Rimini

English abstract

Questo numero di Engramma nasce da una riflessione su Pier Paolo Pasolini e il Medioevo iniziata alla Scuola Pasolini di Casarsa durante le giornate di studi 8-11 settembre 2021 e raccoglie alcuni testi degli autori invitati a intervenire in quella occasione, insieme ad altri saggi che si sono aggiunti in seguito. Complessivamente il volume si propone di fare luce sulle articolate implicazioni tematiche, linguistiche e poetiche, così come sulle forme di appropriazione e di riformulazione da parte di Pasolini di modelli letterari relativi alla tradizione medievale, dominata, oltre che da Dante, da autori come Petrarca, Boccaccio, Giotto o Cimabue. Tanto le arti figurative quanto la poesia e la prosa del medioevo hanno infatti avuto un ruolo determinante nel lavoro letterario, teatrale e cinematografico di Pasolini.

Come ricorda Walter Siti nell’introduzione alla Divina Mimesis, “Pasolini da giovane provava verso Dante l’insofferenza e la diffidenza che provava per i padri. Ma a Roma nel 1950 chiede aiuto a Dante per scendere nell’inferno delle borgate”. Non è quindi un caso se l’esperienza letteraria pasoliniana risulta attraversata, nella riflessione teorica così come nella prassi, dalla ripresa di forme, stilemi e temi tratti dall’opera dantesca e, più in generale, dalla tradizione medievale. Le tracce di questo percorso sono molteplici, disseminate un po’ ovunque nell’opera letteraria, critica, teatrale e cinematografica: dalla poesia della Meglio gioventù, ad Alì dagli occhi azzurri, alla Mortaccia, al Decameron, finanche a Salò e alla Divina Mimesis. Il complesso rapporto di Pasolini con l’opera di Auerbach viene scandagliato da Gian Luca Picconi attraverso l’analisi dei testi critici pasoliniani la cui disamina dimostra come la stilistica di Leo Spitzer diventi per Pasolini uno strumento di integrazione dialogica delle categorie ermeneutiche proposte da Auerbach.

Paolo Desogus propone un’analisi dell’opera incompiuta La Mortaccia, con cui Pasolini intendeva riscrivere l’Inferno di Dante. Il saggio, indagando l’opera sul piano stilistico e linguistico e tenendo conto dell’influenza delle categorie critiche auerbachiane nella lettura di Dante nonché del contesto storico politico e del rapporto con La Divina Mimesis, dimostra come La Mortaccia possa essere considerata foriera di alcuni tra i principali problemi teorici e poetici su cui si fonda l’esordio di Pasolini al cinema, nel 1961, con il film Accattone.

Sulle diverse modalità attraverso le quali la poesia di François Villon emerge in filigrana nell’opera pasoliniana si concentra invece il testo di Jessy Simonini, teso a dimostrare come il “realismo creaturale”, di matrice auerbachiana, giunga alla poesia pasolinana, sul piano formale, su quello dell’intertestualità finanche come personaggio incarnato in Alì dagli occhi azzurri, attraverso anche la mediazione della poesia di Villon.

Le strategie espressive scelte da Pasolini per il Decameron sono al centro del saggio di Marco Bazzocchi, la cui riflessione ermeneutica si focalizza su alcune questioni sostanziali, quali l’adozione da parte di Pasolini di una forma narrativa breve come la novella, la rimanipolazione del testo boccaccesco originale, la presenza di strutture narrative desunte da Dante e da Boccaccio, la scelta di inserire nel film frammenti visivi di pittura medievale (in specie Giotto e Brueghel) e una colonna sonora con rimandi alle tradizioni popolari.

Emanuela Patti, nel suo saggio dedicato al realismo dantesco e alla sperimentazione linguistica pasoliniana, analizza l’iter genetico della presenza dantesca nella riflessione critica pasoliniana a partire dagli anni Cinquanta: dalla definizione del concetto di mimesis e di plurilinguismo, attraverso la lettura di Contini, e fino agli anni Sessanta, quando, nei film Accattone e Il Vangelo secondo Matteo, la contaminazione degli stili di impronta auerbachiana si traduce in una mescolanza di parola e immagine.

Roberto Chiesi nel suo saggio analizza dapprima i Racconti di Canterbury, tenendo conto del testo di Chaucer dei Canterbury Tales e degli stilemi che riportano alla evocazione visionaria del Medioevo inglese attraverso le influenze pittoriche di Brughel, di Bosch e di alcune xilografie anticlericali, quindi ricostruisce i passaggi della postproduzione del film, presentato, in una redazione più lunga, al XXII Festival del Cinema di Berlino nel luglio del 1972.

All’ultimo film di Pasolini, Salò o le cento giornate di Sodoma, Hervé Joubert-Laurencin dedica una lettura critica che lo porta a ribattezzare il film con il titolo di Salò-Dante, attraverso una disamina della riflessione metaletteraria pasoliniana sulla possibilità di strutturare il suo film, “una specie di sacra rappresentazione”, in tre parti, in quanto integrazione dell’invenzione dantesca del Purgatorio.

Gli ultimi due saggi sono invece dedicati al teatro pasoliniano. Tra le opere prese in esame occupa una posizione centrale Bestemmia, testo sul quale Pasolini lavora tra il 1962 e il 1967. Pierre-Paul Carotenuto, nel suo saggio dedicato a quest’opera ibrida, a metà tra poesia e sceneggiatura, riflette sull’antimedioevo pasoliniano, dimostrando come non sia casuale la presenza, tra le pagine del poema, di alcune riflessioni metalinguistiche dell’autore sulla propria prassi ecdotica e di scrittura, condotta peraltro secondo un agire tipico di Pasolini. Quello che emerge è un lato apocrifo e irrisolto del francescanesimo pasoliniano.

Quasi negli stessi anni in cui si dedica a Bestemmia, Pasolini dà forma e corpo alle sei tragedie del Teatro di parola: un’esperienza bruciante, apparentemente estranea ad atmosfere medievali ma in realtà fortemente “compromessa” con il paradigma dantesco della catabasi. Stefania Rimini dedica la sua indagine al recupero dei più scoperti frammenti danteschi presenti negli appunti di Porcile e in Bestia da stile, cercando di rintracciare il filo di continuità che lega tali brani con le più scoperte citazioni della Commedia nel macrotesto pasoliniano.

In appendice a questo numero, la conversazione tra De Laude e Gragnolati pone l’accento sull’intreccio tra interrogazioni teoriche e questioni poetiche alla luce della riflessione critica dei queer studies. Dal dialogo dei due studiosi affiora un comune punto di vista decentrato che rinnova l’interpretazione pasoliniana di Dante e la rivalorizza nei termini di diffrazione, relativamente cioè agli scarti, alle incongruenze e alle eterogeneità che le forme corporee e desideranti innestano nel gioco di rifrazioni prodotto dal confronto tra Pasolini e Dante.

English abstract

This issue of Engramma is inspired by a reflection on the theme of Pier Paolo Pasolini and the Middle Ages which started last September during the Pasolini Summer School and it is an anthology of the contributions by the authors who intervened then. The original core was then expanded with a small collection of essays aimed at enriching the scientific debate. Overall, this volume intends to shed light on the complex aspects of language, poetry and themes related to models deriving from the Medieval traditions, dominated by Dante and by other authors like Petrarca, Boccaccio, Giotto and Cimabue, and on the ways Pasolini appropriates and reinvents them. Figurative art, poetry and prose of the Middle Ages all played a crucial role in Pasolini’s works - whether literature, theatre or cinema.

keywords | Pasolini; Middle Age; Poetry; Figurative Art; Prose; Theatre; Cinema.

Per citare questo articolo: Silvia De Laude, Paolo Desogus, Lisa Gasparotto e Stefania Rimini, Il Medioevo secondo Pasolini. Editoriale di Engramma n. 189, “La Rivista di Engramma” n. 189, marzo 2022, pp. 7-10 | PDF dell’articolo

doi: https://doi.org/10.25432/1826-901X/2022.189.0001