"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

110 | ottobre 2013

9788898260553

titolo

Per una archeologia della visione

Editoriale di Engramma n. 110

a cura di Olivia Sara Carli e Mauro Marzo

Esistono vittorie tramutate in sconfitte da un giro di ruota, e sconfitte cui il tempo restituisce la loro immagine di vittorie, scrive Marguerite Yourcenar. Esistono luoghi “dove si è sofferto per la mancata conquista di un serto, o dove qualcuno ha gridato di gioia per averlo invece conseguito, e dove ora non resta da ottenere che il muto consenso del silenzio, e il ramoscello che offre, a caso, l'imparzialità del vento”. Così, in poche righe, l'autrice di Memorie di Adriano descrive il carattere di un luogo, compone il tempo presente con il passato, rievoca i giochi, le feste e i riti dell'antica città di Olimpia.

Sui luoghi dell'archeologia, sui significati che li legano alla vita trascorsa e sul senso che essi assumono rispetto al tempo presente, riflette il numero 110 di Engramma, riprendendo un filone di indagine intorno al rapporto tra archeologia e progetto contemporaneo sul quale si sono incentrati altri numeri monografici della rivista: il numero 106 Antichità immaginate, il 103 Archeologia e progetto, il 96 Architettura e Archeologia.

Scardinando compartimentazioni disciplinari, il numero 110 offre varie interpretazioni del senso di questi luoghi, affiancando le letture di un archeologo, di una studiosa della tradizione del classico e di tre architetti. Il confronto posto in essere dai diversi saggi da una parte rivela, pur nelle evidenti differenze tra i punti di vista, sovrapposizioni tematiche e affinità di approccio, dall'altra individua campi di possibili co-azioni nell'ambito della ricerca teorica e di quella applicata al progetto, e ipotizza proficue interferenze tra i saperi specialistici che sfumino la drasticità di quella separazione tra le discipline dell'archeologia e dell'architettura che Francesco Venezia ha definito “fatale”.

I luoghi dell'archeologia sono indagati dagli autori dei saggi almeno da tre punti di vista: interrogando le ragioni che hanno generato forme architettoniche e strategie di collocazione dei manufatti; approfondendo il tema delle diverse posture ermeneutiche con le quali di epoca in epoca si è guardato ai resti archeologici; sottolineando la pregnanza delle rovine, sia come inesauribile campo di apprendimento, sia come ambito di positive interferenze tra le esigenze di tutela dei siti archeologici, la loro frequentazione pubblica e le opportunità di valorizzazione e riqualificazione dei contesti urbani e paesaggistici di appartenenza.

Nel suo saggio Mario Torelli affronta un tema che non sempre è presente nella ricerca archeologica: quello relativo al ruolo che la festa ha svolto nei processi di costituzione e consolidamento del sacro e dei luoghi a esso legati. Feste, riti e processioni sono momenti in cui una comunità si riconosce e si rappresenta, anche se poco documentati sono i casi in cui sia possibile attribuire un ruolo definito alle scelte che hanno determinato la collocazione e la costruzione di un edificio sacro o di un santuario. A Siracusa, ad esempio, è proprio la riproduzione di alcune grandi feste a originare una delle più singolari metamorfosi tra madrepatria e colonia sul terreno dell'edilizia templare. Di tali feste, oggi, poco è dato di sapere, ma è indubbio che il potere evocativo di molti siti archeologici derivi in parte anche dall'insieme delle suggestioni visive e immateriali offerte dalla storia di luoghi che per secoli e millenni sono stati ritenuti sacri, e ciò potrebbe forse indurre gli amministratori pubblici e gli autori dei progetti di valorizzazione di molti siti archeologici ad assumere punti di vista diversi sui resti antichi.

L'insegna del presente numero, Per una archeologia della visione, riprendendo il titolo di uno dei saggi di seguito pubblicati, intende appunto sottolineare la necessità di un nuovo sguardo progettuale verso tali luoghi. Con l'espressione “per una archeologia della visione” Monica Centanni indica un fine e una possibile direzione di marcia: la riconquista di un orizzonte nel quale l'archeologia, abbandonata “ogni ingenua pretesa di obiettività del dato e di neutralità del punto di prospettiva” sia in grado di mettere in gioco il proprio sapere nella definizione degli scenari dell'attualità e nella progettazione dei paesaggi contemporanei; un orizzonte nel quale l'archeologia sia chiamata non tanto a farsi una tra le tecniche dell'età della conoscenza, quanto piuttosto a farsi scienza (e insieme passione) della continuità e della distanza, con esplicito riferimento a quelle categorie della “continuità, della distanza e della conoscenza” individuate da Salvatore Settis.

Quale senso assumano le rovine nella visione degli architetti è il tema affrontato dal saggio di Alberto Ferlenga. Non solo i resti archeologici costituiscono uno straordinario campo di apprendimento per i progettisti, ma lavorare a stretto contatto con essi consente di riflettere su questioni che appartengono all'architettura di ogni tempo. Non è un caso che nelle rappresentazioni di molti architetti il momento iniziale della costruzione – il cantiere – e quello della conclusione del ciclo vitale di un edificio – il suo divenire rovina – tendano ad assomigliarsi, dato che la ripetizione di pochi rapporti e poche forme che si succedono nel tempo connota da sempre l'architettura, senza di fatto appartenere in maniera esclusiva ad alcuna epoca o ad alcuna precipua funzione. Che ciò sia alla base della possibilità di continui riusi dei monumenti dell'antichità con funzioni diverse da quelle per cui erano stati costruiti, e che siano stati propri questi continui riusi ad assicurare la conservazione fino al presente di molte vestigia del passato costituisce, per Ferlenga, insieme una constatazione e l'indicazione di un programma di azione.

Proprio in merito alle necessità di conservazione, Aldo Aymonino afferma, citando Raffaele Oriani, che il sistema più sicuro per preservare le domus pompeiane è quello di aprirle al pubblico, di modo che, a fronte di qualche disagio per gli studiosi e qualche modesta traccia d'uso si incrementino attenzione e conoscenza intorno al bene archeologico. L'oggetto del saggio consiste nella ricerca di un possibile equilibrio tra eventuali modalità di attraversamenti 'lenti' di alcuni siti archeologici e il senso di esclusione determinato dai recinti che li delimitano – per altro certamente necessari per assicurare la tutela dei siti stessi. L'analisi del caso del Parco Regionale dell'Appia Antica, illustrato nell'articolo con le sue criticità e le sue potenzialità, risulta da questo punto di vista illuminante. Se la presenza di un recinto genera indifferenza, diffidenza o recriminazione, è nella direzione del rafforzamento del senso di appartenenza del bene archeologico a una collettività che bisognerebbe muoversi; nella direzione di progetti che preservino i siti, pur non escludendo la presenza del nostro tempo.

L'articolo di Roberta Bartolone, infine, illustra alcuni progetti realizzati e ritenuti in qualche modo esemplari rispetto al tema del recinto di siti archeologici o, più in generale, di siti connotati dalla presenza di manufatti storici da tutelare. L'attenzione si focalizza sul rapporto che il recinto instaura con i reperti da preservare, ma anche sulle relazioni che si vengono a creare tra le conformazioni e i materiali con cui sono costruite le recinzioni e i contesti di appartenenza. Degli esempi presentati nel saggio – differenti per scala, caratteri contestuali ed epoca del bene protetto – si propone una lettura comparativa che evidenzia indirizzi utili a progetti contemporanei chiamati a sottolineare il tema dell’assenza, a restituire il senso dell’integrità figurativa del manufatto, a determinare figure di separazione o di congiunzione con l'ambiente circostante – attraverso lo studio della permeabilità e delle visuali, attraverso la definizione di varchi mirati del recinto, attraverso lo sfruttamento della sezione dell’elemento di bordo per la collocazione di volumi di servizio.

Per la preziosa collaborazione a questo numero si ringraziano: Martino De Rossi e Isabella Tenti per la realizzazione grafica; l'Universidad Internacional de Andalucía UNIA e Antonio Tejedor Cabrera per aver concesso la possibilità di pubblicare, in versione italiana, il testo di Alberto Ferlenga.

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