"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

111 | novembre 2013

9788898260560

titolo

Arte in guerra

Editoriale di Engramma 111

Elisa Bastianello e Monica Centanni

Il tema delle ferite e delle offese al patrimonio storico e artistico, spesso non curabili e non risarcibili, che da sempre la furia della guerra porta come corollario non secondario al sacrificio di vite umane, è da anni al centro delle ricerche e delle intersezioni tematiche de “La Rivista di Engramma”. I saggi, gli studi, i documenti pubblicati in Engramma fino a ora si sono focalizzati soprattutto sul XX secolo, e in particolare sulle distruzioni e le ricostruzioni di monumenti durante e dopo la Seconda guerra mondiale  e sulle tracce architettoniche e monumentali che la Prima guerra mondiale ha lasciato nel paesaggio italiano (i numeri monografici e i saggi pubblicati nella rivista sul tema sono indicizzati alla pagina "Architettura e guerra. Distruzioni, ricostruzioni e politiche della memoria (XIX-XXI secolo)". Con questo numero Engramma amplia il campo di ricerca, per comprendere uno spettro cronologico che spazia dalla fine del XVIII secolo alla nostra attuale contemporaneità.

Arte in guerra. Venezia 1797 - 1815

Il 20 aprile 2014 cade il bicentenario del rientro degli Austriaci a Venezia. Presentiamo una serie di contributi che trattano dei progetti architettonici e urbanistici che investono Venezia durante l’occupazione napoleonica, delle spogliazioni di opere d'arte e delle successive restituzioni. Emma Filipponi in Venezia e l’urbanistica napoleonica: confisca e riuso degli edifici ecclesiastici tra il 1805 e il 1807 propone una ricostruzione a scala territoriale del contesto delle confische e dei riusi di edifici ecclesiastici a Venezia durante i primi anni dell’occupazione napoleonica, con particolare riguardo al caso della soppressione della Chiesa, Convento e Scuola Grande della Carità, che dà vita all’istituzione delle Gallerie dell’Accademia. Il saggio di Elisa Bastianello Il Palazzo Reale di Venezia (1806-1813) indaga i progetti che, tra il 1806 e il 1813, interessano il Palazzo Ducale e le Procuratie di San Marco, in vista dell’edificazione di un 'Palazzo Reale'; lo studio è corredato da un'Appendice che riproduce le relazioni degli architetti coinvolti nel progetto.

Tre contributi convergono a illuminare la scena del rientro dei Cavalli da Parigi a Venezia, dal punto di vista storico, documentario, iconografico. Il saggio di Myriam Pilutti Namer, Spolia a Venezia nell’Ottocento. Appunti sui Cavalli e il Leone di San Marco, disegna la cornice storica e culturale in cui avviene la restituzione della Quadriga marciana. Il saggio di Isabella Collavizza "Fra poco vedremo i nostri Cavalli […] tornare a Venezia". Note di cronaca sul rientro della quadriga marciana (1815-1817) propone la ricostruzione dell’evento del rientro dei Cavalli attraverso una lettura inedita dei Diari, degli epistolari, dei componimenti letterari di Emmanuele Antonio Cicogna. Elisa Bastianello cura la rassegna La partenza e il ritorno dei Cavalli (Venezia/Parigi/Venezia 1797-1815). Una galleria iconografica, in cui si presenta una prima raccolta delle stampe, illustrazioni, vignette che raccontano, per immagini,la partenza ed il ritorno dei Cavalli in città.

Il forzato trasloco a Parigi e il ritorno a Venezia di alcune opere dello Statuario della Serenissima è il tema del contributo di Marcella de Paoli Il Museo della Biblioteca di San Marco nella tempesta: Venezia 1797 – Parigi 1815. In particolare il focus del saggio è sulla vicenda della mancata restituzione del rilievo del Suovetaurilia, al cui posto torna a Venezia lo splendido bassorilievo con la Strage dei Niobidi: forse non accidentalmente – è la suggestiva ipotesi della studiosa – ma per una mirata interferenza di Antonio Canova.

Arte in guerra: Italia 2013

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali
Costituzione della Repubblica italiana, art. 11

Dura Mavortis imago: mutuiamo l’icastica definizione da Stazio ricordando però che il volto del “feroce Marte” non si manifesta soltanto nei danneggiamenti e nelle devastazioni di cose e di persone compiuti con le armi – con le mine, con le bombe e con tutta l’incredibile e variata gamma di macchine per la distruzione di vite e di monumenti che l’uomo, con macabra fantasia, continua a inventare. Engramma apre il fronte della ricerca su un altro tipo di guerra, potenzialmente non meno grave e distruttiva della guerra guerreggiata.

31 ottobre 2013. "To love peace you must arm peace. F35 does that": a pronunciare queste parole, in uno spot pubblicitario del colosso americano dell'industria bellica Lockheed Martin, è il Ministro della Difesa della Repubblica italiana, Mario Mauro (da alcuni giorni il video è stato censurato e non risulta più visibile in rete). Alle voci di protesta che seguono alla notizia riportata dal quotidiano "Repubblica", il Ministro risponde con una irresponsabile dichiarazione, affermando che lo spot sarebbe stato montato “a sua insaputa”. Di fatto il Ministro italiano, in patente contraddizione con il dettato della Costituzione della Repubblica, è reclutato come autorevole testimonial della Lockheed, la potente industria aereonavale USA da cui i paesi della Nato si costringono a rifornire i propri eserciti di incongrui quantitativi di armi. La multinazionale guerrafondaia è particolarmente grata all’Italia e al suo Ministro, dato che il nostro Paese è attualmente impegnato in prima fila nella corsa agli armamenti, pronto ad acquistare 90 bombardieri F-35 reclamizzati come “gli aerei più affidabili e letali”, per una spesa che varia, a seconda delle stime, tra i 13 e i 17 miliardi, che vanno ad aggiungersi alle altre diverse decine di miliardi di euro che l'Italia investe in spese militari (per una analisi dettagliata della spesa militare italiana si veda il documento prodotto da Fulvio Nibali per l'Archivio per il Disarmo. Istituto di Ricerche Internazionali, La spesa militare italiana. Rapporto 2013).

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
Costituzione della Repubblica italiana, art. 9

In linea parallela, rispetto all’incremento degli investimenti di denaro pubblico per spese del tutto incostituzionali quali quelle per armi offensive, marcia la – altrettanto incostituzionale – latitanza sul fronte della tutela del patrimonio storico e artistico italiano: quella cura che la Carta costituzionale indica come prodromica allo "sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica" a cui la Repubblica dovrebbe provvedere. Musei e siti archeologici italiani versano in condizioni tali da aver troppo spesso allertato organizzazioni internazionali che intervengono, con lo stesso spirito di caritatevole paternalismo che si usava in età coloniale verso i paesi sottosviluppati, in soccorso alle deficienze e alle miopie dello Stato italiano, incapace di occuparsi adeguatamente di se stesso.

Italia 2013: il clima è reso cupo da un offuscamento generale del senso della res publica, nell'assenza di un progetto politico all’altezza della nostra eredità storica, in cui si decida responsabilmente di investire risorse ed energie sugli elementi primari che costituiscono l'identità culturale italiana. In questo contesto il campo è aperto alle più gravi, ordinarie, disattenzioni (quando non alle malversazioni e ai malaffari), rincorrendo una logica della commercializzazione totale e del profitto, che pare imposta come incontrovertibile e indiscutibile. Una logica che detta le pessime pratiche dell'incuria generalizzata ma insieme, anche, le più astruse, pensate per lo sfruttamento intensivo del nostro paesaggio artistico e culturale, che ormai pare aver contaminato tutte le istituzioni italiane, dalle più alte – che dovrebbero dettare l’algoritmo etico ed estetico delle pratiche di gestione del patrimonio comune – alle misere kermesse di amministratori locali a caccia di spettacolarizzazione e di visibilità.

In un’ampia intervista Lionello Puppi Storie di un Martirio documenta il caso del Martirio di San Lorenzo di Tiziano, restaurato grazie all’intervento, per una volta mirato e illuminato, di uno sponsor bancario privato (vd. anche la scheda di restauro, a cura di Anna Rosa Nicola Pisano), ma poi intercettato e sequestrato, con procedure al limite della legittimità, per una mostra alle Scuderie del Quirinale.

Tomaso Montanari, nel suo contributo Le pietre e il popolo. Fenomenologia della prostituzione del patrimonio storico e artistico della nazione italiana, pubblica la presentazione dell'importante e coraggioso saggio Le pietre e il popolo. Restituire ai cittadini l'arte e la storia delle città italiane (edito di recente per i tipi di minumumfax), corredata da un aggiornamento degli scempi perpetrati negli ultimissimi mesi dalla amministrazione comunale di Firenze – a preoccupante conferma di una tendenza al sopruso e all’abuso del patrimonio pubblico che pare crescere e corroborarsi, alimentandosi dei suoi stessi errori e omissioni. Da Le pietre e il popolo pubblichiamo anche Leonardo Black, traduzione inglese inedita del capitolo "Nero Leonardo". 

"Non è lecito per chi coltiva studi di storia dell'arte serbare il silenzio sugli effetti stavolta non materiali, ma morali, di un altro, e diverso, cataclisma che sta non meno gravemente intaccando il valore immateriale di quegli stessi beni artistici [...]. Se abbiamo ancora una speranza di rimanere cittadini, e di non essere ridotti a sudditi, anzi a schiavi, del mercato, questa speranza è legata alla forza vitale della nostra dignità. E la dignità della nazione italiana è rappresentata, alimentata, sorretta dal paesaggio e dal patrimonio storico e artistico come da poche altre cose": così Tomaso Montanari nel suo contributo. Arte in guerra, in Italia oggi. Una guerra da riconoscere come tale e nella quale impegnarsi, in cui Venezia e Firenze sono in prima linea come città non più, soltanto, “diminuite” – come paventava Roberto Longhi a seguito dell'alluvione nel 1966 – ma prostituite alla dittatura di un mercato che le sta travolgendo, intaccando per incuria e per sfruttamento, il loro valore. Venezia e Firenze che sono invece, e dovrebbero tornare a essere, le città-simbolo di quella “grande Bellezza” (per parafrasare il titolo del bel film di Paolo Sorrentino) che costituisce il maggior pregio della nostra res publica.

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