"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

61 | gennaio 2008

9788898260065

titolo

Works of Art in Italy. Losses and Survival in the War, London 1945

compiled from War Office Reports of the British Committee on the Preservation and Restitution of Works of Art, Archives and Other Material in Enemy Hands

a cura di Anna Banfi, Giulia Bordignon, Monica Centanni

Works of Art in Italy è una compilazione dettagliata dello stato in cui versano città, monumenti, chiese, biblioteche e opere d’arte italiane alla fine della II Guerra Mondiale. Il documento, voluto dal Primo Ministro Britannico Winston Churchill, viene redatto da una commissione militare inglese (British Committee on the Preservation and Restitution of Works of Art, Archives and Other Material in Enemy Hands) il cui preciso compito è quello di valutare i danni arrecati al patrimonio culturale italiano durante gli anni della guerra. Si tratta di una iniziativa editoriale che fa parte del lavoro della Allied Commission for Monuments, Fine Arts and Archives (MFAA), una commissione creata dal Governo americano e da quello inglese nella primavera del 1943, poco prima dello sbarco degli Alleati in Sicilia, per la protezione delle opere d’arte e degli archivi nell’Europa in guerra.

La pubblicazione Works of Art in Italy è divisa in due parti: la prima, compilata nel 1945, descrive lo stato in cui versano le città dell’Italia centro-meridionale; la seconda, datata 1946, riguarda le città settentrionali, con un’appendice su alcune città a sud di Bologna, al fine di completare il quadro che nel 1945 non era ancora definitivo.

Quando viene redatta la prima parte, gli Alleati hanno già conquistato Roma (4 giugno 1944) e si muovono verso le città del nord Italia, contrastati dai Tedeschi che sono via via costretti ad arretrare la propria linea difensiva. I Monuments Officers, gli ufficiali inglesi e americani che hanno il compito di comunicare dal fronte quali danni subiscono nel corso delle operazioni di guerra i monumenti e le città italiane, forniscono informazioni dettagliate alla Commissione incaricata di compilare il documento richiesto dal Governo inglese. I danni maggiori alle regioni centro-meridionali vengono individuati nella regione della Campania, dove è distrutta la Cattedrale di Benevento e gran parte della città di Napoli; nel Lazio, che subisce ingenti danni con il bombardamento dell’Abbazia di Monte Cassino e di alcuni paesi nei dintorni di Roma; in Toscana, con il camposanto di Pisa e la distruzione dei ponti e degli edifici sull’Arno a Firenze; in Emilia Romagna, con il grave danneggiamento del Tempio Malatestiano a Rimini, per il quale sono precocemente indicati i progetti di restauro finanziati dagli stessi Alleati (sui quali vedi il saggio di Giulia Sebregondi in questo stesso numero di “Engramma”).

Oltre a denunciare l’entità dei danni bellici, tuttavia, Works of Art in Italy pare voler costituire anche una risposta alla propaganda fascista che fin dagli inizi del conflitto presentava i bombardamenti alleati come una manifestazione della “barbarie nemica” contro l’arte, la cultura, la civiltà: significativa è ad esempio nell’Introduzione (Foreward) al volume il riferimento alla Cattedrale di Palermo come monumento “intatto”, non colpito dai bombardamenti, laddove nella propaganda della Repubblica Sociale l’edificio siciliano diviene uno degli exempla architettonici dell’accanimento dei Liberators contro i monumenti.

La seconda parte di Works of Art in Italy descrive i danni subìti dalle città settentrionali. Nella lista dei centri storici più gravemente danneggiati si trovano, tra gli altri, Bolzano, Brescia, Ferrara, Genova, Mantova, Milano, Padova, Torino, Trento e Treviso. Di particolare interesse è la descrizione dell’assedio di Verona: Alleati e Tedeschi sembrano concordi nel voler salvare i due ponti della città veneta, famosi per il loro valore artistico. Nel racconto, la furia della guerra sembra quasi essersi fermata e passare in secondo piano, lasciando invece spazio alla cura del patrimonio architettonico: si tratta tuttavia di una tregua precaria e apparente, perché i Tedeschi decidono di non rispettare i patti e distruggono i ponti senza che questo gesto abbia, a giudizio degli Inglesi, alcuna giustificazione militare. Nel corso di tutto il volume, d’altra parte, ovviamente gli estensori del testo non perdono occasione di sottolineare le responsabilità dei Tedeschi relativamente alle distruzioni e alle spoliazioni in territorio italiano.

Nel complesso, la raccolta dei dati è dunque molto dettagliata, sia nell’analisi delle singole località, che nella descrizione del tipo di danneggiamento subìto dai singoli monumenti o opere d’arte. In alcuni casi, i compilatori indugiano anche nella descrizione – con toni quasi romantici – dei tentativi di salvare le grandi opere d’arte italiane (soprattutto dipinti e statue) dalle bombe, sottraendoli alle zone dove sono più duri gli scontri bellici, per preservarle in luoghi più sicuri, eletti a veri e propri depositi di opere d’arte. Nel testo vengono spesso indicati i civili italiani come principali responsabili di queste azioni volte al salvataggio del patrimonio artistico; laddove non è specificato il soggetto, invece, rimane aperto l’interrogativo su chi abbia avuto l’accortezza di mettere al riparo opere d’arte che altrimenti sarebbero andate distrutte.

Dal documento emerge in particolare la piena soddisfazione per il tentativo, riuscito, di salvaguardare monumenti e città di particolare valore artistico tra cui Roma (ad eccezione della Chiesa di S. Lorenzo che viene distrutta dalle bombe indirizzate a colpire la stazione ferroviaria), molte città toscane e umbre, Ravenna e Urbino. Il testo intende in effetti fornire – come esplicitamente dichiarano le parole dell’Introduzione (Foreward) al volume – un resoconto di “ciò che è stato perduto” ma anche di “ciò che è salvo” del patrimonio culturale italiano: un compendio “in una certa misura rassicurante”, redatto nella forma di un elenco estremamente minuzioso di tutte le città e i paesi italiani – grandi e piccoli – in cui si trovano edifici, monumenti storici e opere del passato. Rispetto alla grande quantità di reports elencati nella pubblicazione, l’equiparazione tra grandi capolavori e opere di minore importanza, così come il resoconto bilanciato tra monumenti distrutti e monumenti conservati, sortisce l’effetto di giocare a favore del lavoro della MFAA, e permette di poter far pesare dal “lato del credito” (citiamo sempre dall’Introduzione) le città e gli edifici non danneggiati.

Dalla lettura del documento, emerge chiaramente il tentativo da parte dell’esercito alleato di evitare la distruzione di città e monumenti italiani, se non si tratta di obiettivi strategici. Questa attenzione trova conferma nelle Istruzioni del Comandante del Quartier Generale della MAAF (Mediterranean Allied Air Force) del 7 aprile 1944 (cit. in M. Gioannini, G. Massobrio, Bombardate l’Italia, Milano 2007, p. 528; si vedano la recensione del volume a cura di Marco Paronuzzi in questo numero di “Engramma” e il regesto on line delle città italiane bombardate, curato dai due autori). Scrive il Comando militare MAAF: “Obiettivo di questa istruzione è di assicurare che edifici storici e religiosi di sempiterno valore per la Civiltà nel nome della quale stiamo lottando, non siano distrutti, a meno che la loro distruzione non sia essenziale al successo delle operazioni. Le principali città sono, come segue, divise in tre categorie:

I categoria: ROMA, FIESOLE, FIRENZE, VENEZIA, TORCELLO Queste città non vanno in alcuna circostanza bombardate senza l’autorizzazione di questo Quartier Generale.

II categoria: RAVENNA, ASSISI, SAN GEMEGNANO [sic!], PAVIA, URBINO, MONTEPULCIANO, PARMA, AOSTA, TIVOLI, UDINE, GUBBIO, VOLTERRA, SPOLETO, BORGO [sic!], SAN SPOLONE [sic!], ASCOLI PICENO, COMO, PESARO, AQIA [sic!], le città della costa dalmata: SPALATO, RAGUSA: Il bombardamento non è al presente di alcuna importanza militare, dovrebbe, se possibile, essere evitato […]. Nel caso fosse ritenuto essenziale per ragioni operative […] non esitate a farlo e me ne assumerò piena responsabilità.

III categoria: PISTOIA, MODENA, BRESCIA, CREMONA, ZARA, SIENA, PISA, PADUA, VERONA, BOLOGNA, AREZZO, ORVIETO, FERRARA, VICENZA, PRATO, VITERBO, CORTONA, PIACENZA, LUCCA, RIMINI, FRASCATI, BRACCIANO, PERUGIA, ANCONA. Vi sono importanti obiettivi militari all’interno o nelle vicinanze di queste città. Questi devono essere bombardati e ogni danno che ne derivi è accettato”.

Il criterio che presiede alla stessa scelta dei centri storici italiani, all’inserimento in una categoria rispetto ad un’altra, e quindi alla graduatoria delle chanches di salvezza, è espressamente dichiarato ed è collegato alla presenza di “obiettivi militari all’interno o nelle vicinanze di queste città”. Ma si tratta di una lista che, nelle inclusioni, nelle esclusioni e nella stessa classificazione dei centri storici di pregio da preservare, in molti casi pare ispirata a criteri di valore vaghi e imprecisi, le cui ragioni oggettive per lo più sfuggono. Tragica lista, che seleziona per la salvezza Roma, Venezia e Firenze (ma anche Fiesole e Torcello!), contro Assisi, Urbino, Parma e Tivoli; che derubrica alla III categoria (“non esitate a bombardare!”) obiettivi come Pisa, Siena, Padova, Ferrara, Rimini; che ‘dimentica’, tra l’altro, Milano, Torino, Napoli e Mantova, e quindi implicitamente esclude queste, ed altre importantissime città italiane, dalle classi dei centri storici cui riservare un certo riguardo. La stessa imprecisione nella grafia dei toponimi denuncia la leggerezza e l’approssimazione della compilazione, tanto più grave dato che si tratta di ‘Istruzioni’ che, per la delicatezza del soggetto, avrebbe meritato ben altra attenzione. Si veda per tutti il nonsense “Borgo, San Spolone”: evidentemente l’inserimento nella II categoria di quello che, evidentemente, è da intendere come “Borgo San Sepolcro” è motivato da una particolare predilezione di qualche membro del Consiglio alleato per i capolavori di Piero della Francesca conservati nel piccolo borgo toscano. Ma proprio l’errore marchiano e la duplicazione del toponimo con l’indicazione degli inesistenti “Borgo” e “San Spolone”, in una comunicazione che – ricordiamo – era destinata ai bombardieri, avrebbe potuto mettere costituire un serio rischio per la stessa Madonna del Parto e per la Ressurrezione di Piero. L’impressione è che la scelta che decide della salvezza o della rovina di un centro storico italiano rispetto ad un altro sia in più di un caso affidata, non solo e non tanto a precise necessità strategiche, quanto piuttosto ad attribuzioni di valore arbitrarie e assolute, e forse anche a suggestioni e gusti soggettivi, probabilmente derivati dai ricordi personali di un ‘Viaggio in Italia’ di goethiana memoria.

Di fatto, comunque, anche questa tragica lista contribuì a legittimare la distruzione di opere “di sempiterno valore per la Civiltà”, quali, fra tutte, il Tempio Malatestiano di Rimini, il Camposanto di Pisa e gli affreschi di Andrea Mantegna di Padova: distruzioni che troviamo diligentemente registrate in Works of Art in Italy, come ineluttabile, quasi oggettivo, risultato di quella “età di Marte” (“the Age of Mars” così, nell’Introduzione) che fu il secondo conflitto mondiale.

Works of Art In Italy. Losses and Survivals in the War, compiled from War Office Reports of the British Committee on the Preservation and Restitution of Works of Art, Archives and Other Material in Enemy Hands, London 1945

testo integrale della pubblicazione in formato pdf [891kb]

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