"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

124 | febbraio 2015

9788898260690

titolo

Amfipoli e la cerca infinita della Tomba di Alessandro

Intervista a Valerio Massimo Manfredi

a cura di Claudia Daniotti

Il tumulo di Amfipoli

La ricerca della tomba di Alessandro è stata giustamente definita “un’ossessione” che da oltre duemila anni attraversa la cultura europea. Potentissimo strumento di rivendicazione dell’eredità del Macedone, il corpo mummificato di Alessandro riposa per secoli nel cosidetto Sema di Alessandria, meta di pellegrinaggio di principi e imperatori romani fino alle soglie del IV secolo, quando della tomba e perfino del luogo esatto in cui sorgeva si perdono completamente le tracce. Da circa due secoli si assiste periodicamente all’annuncio della scoperta di una tomba (o di un sarcofago) ritenuta essere quella perduta del grande Macedone. Se Alessandria sembra essere il luogo più ovvio in cui cercare, il sito preciso resta sfuggente e non univocamente identificato. Lo scorso aprile, la notizia del ritrovamento di un mausoleo con iscrizione recante il nome di Alessandro all’interno del ben noto sito di Kom el-Dikka, nel cuore della città, fece il giro del mondo; per essere poi prontamente messa in dubbio da una serie di incongruenze dei materiali fotografici forniti. 

Più interessante, e certamente più intrigante, è la messa in luce, annunciata alla fine di agosto, di un tumulo grandioso con tomba a camera sulla collina di Kasta alle porte di Mesolakkia, piccolo villaggio nei pressi di Amfipoli nel nord-est della Grecia. L’imponenza del manufatto, il più grande di questo genere mai ritrovato in Grecia, ha fatto subito balenare l’ipotesi che possa trattarsi della tomba di Alessandro, quella a lui destinata prima che Tolomeo si impadronisse del corpo mummificato e gli desse sepoltura ad Alessandria. Ne abbiamo parlato con Valerio Massimo Manfredi, archeologo e storico del mondo antico e autore de La tomba di Alessandro: l’enigma, Milano 2009.

Claudia Daniotti Che idea si è fatto del tumulo di Amfipoli?

Valerio Massimo Manfredi Si tratta di un tumulo gigantesco di sabbia e terriccio delimitato da un tamburo di pietra di quasi mezzo chilometro di circonferenza che gli archeologi greci stanno scavando e che ha suscitato un enorme interesse. Purtroppo, allo stato attuale dei lavori sembra che si possa prendere atto del fatto che la tomba è stata violata già nell’antichità. Difficile pronunciarsi senza aver avuto la possibilità di visitare lo scavo e prima che lo scavo stesso sia stato pubblicato. Tumuli di quelle dimensioni erano concepibili solo per tombe collettive, come quella per i caduti di Maratona o per quelli di Cheronea, onorati dal famoso leone di pietra eretto come memoriale non dei caduti Tebani, come pensava il Kromayer, ma più probabilmente di quelli Macedoni per volontà di Filippo II di Macedonia. Ma la tomba di Kasta non è del genere che abbiamo menzionato, che è tipico del V secolo a.C. Qui abbiamo i resti di cinque personaggi: due adulti maschi fra i 35 e i 45 anni; i resti di una incinerazione di un adulto, un neonato e lo scheletro di una donna sui sessant’anni d'età. Il tumulo di Amfipoli o Kasta ha destato già discussioni sulla sua cronologia ma è abbastanza probabile che risalga all’ultimo quarto del IV secolo a.C. e cioè all’epoca della morte di Alessandro. Le dimensioni esorbitanti, la bellezza straordinaria delle sculture (le due sfingi all’ingresso e le due cariatidi a braccia aperte davanti alla camera sepolcrale) fanno pensare a un personaggio di eccezionale importanza. Possiamo inoltre immaginare corredi ricchissimi, oggetti di squisita fattura come quelli trovati nella necropoli reale di Verghina e in altre tombe macedoni. È la più grande tomba che esista sul suolo ellenico e ha destato stupore in tutti gli archeologi che l’hanno visitata durante gli scavi. Quindi doveva essere stata costruita per un personaggio di rango altissimo.

Le sfingi alate all'ingresso della tomba di Amfipoli

C. D. Una parte dei materiali resi noti finora richiama alla mente immediatamente le tombe reali di Verghina, scoperte da Manolis Andronikos nel 1977; penso all’esempio in questo senso più immediato, il mosaico pavimentale del Ratto di Persefone che non può non far pensare all’analogo dipinto murale da Verghina. Quali confronti sono possibili per i materiali di Amfipoli?

V.M. M. Le sfingi alate sono sculture impressionanti per la qualità dell’esecuzione e la precisione anatomica dei corpi leonini e rappresentano la monumentalità dell’ingresso principale della tomba. Mancano le teste certamente asportate da saccheggiatori. Subito dopo c’è la prima camera con il mosaico pavimentale di Persefone rapita da Ade che richiama infatti quello della tomba di Verghina attribuita da Manolis Andronikos a Filippo II. Il tema di Persefone d’altra parte è ovvio in una tomba monumentale, essendo Persefone la Signora dell’oltretomba. A Verghina questo tema, rappresentato però frontalmente, è riprodotto sullo schienale del trono di marmo policromo della tomba detta "di Euridice", mentre in quella detta appunto "di Persefone" una pittura murale, opera di uno straordinario pittore, rappresenta il ratto della dea con un tale dinamismo e una tale carica di pathos da lasciare stupefatti. Andronikos lo identificò con Nikomachos, un artista attivo nel IV secolo. Anche la porta della camera sepolcrale a due battenti entro cornice si strova sia a Kasta che a Verghina e, se l’ipotesi di Achille Adriani sui grandi blocchi di alabastro del Cimitero Latino di Alessandria è vera, anche nella tomba da lui supposta essere di Alessandro (sulla tomba nel Cimitero Latino, si vedano, in Engramma, il saggio di Cinzia Dal Maso e, sull'"alabastro melleo" il contributo di Lorenzo Lazzarini). Per quello che si è potuto vedere finora, le principali analogie con Verghina sostanzialmente finiscono qui, se non per il fatto che i due tumuli sono molto simili per struttura e ambedue di rito macedone. È molto probabile che anche la tomba di Alessandro ad Alessandria fosse molto simile sia a quella di Kasta sia ancor più a quella di Verghina. Sappiamo che era una tomba a camera sottoscavata ("effossum [...] antrum") e sormontata da un tumulo ("extructus mons": Lucano, Pharsalia X.19 e VIII.694). Se parliamo di materiali le difficoltà aumentano perché la ceramica di Kasta è tutta ridotta in frammenti e possiamo solo dire che è di IV secolo; mentre a Verghina il corredo è stato rinvenuto quasi intatto, qui il saccheggio, avvenuto, pare, in età romana, ha portato via i corredi e disperso gli scheletri in frammenti (circa 550) anche fuori dal sarcofago. A Verghina i vasi votivi erano d’argento o d’argento dorato ed è probabile che lo fossero anche qui prima del saccheggio. Inoltre, mentre a Kasta i frammenti ceramici sono numerosissimi, a Verghina sono praticamente assenti.

A sinistra: Persefone rapita da Ade, mosaico pavimentale nella seconda camera della tomba di Amfipoli. A destra: Persefone rapita da Ade, pittura murale dalla "Tomba di Persefone", Verghina, Museo delle Tombe Reali

C. D. La cronologia della tomba e dei manufatti in essa rinvenuti resta discussa, oscillante com’è tra tra il IV secolo a.C. e il I secolo d.C., in altre parole, tra l’età ellenistica e quella romana. Questo rende non poco problematica l’indagine sui materiali. Quali strumenti possono essere d’aiuto?

V.M. M. A me sembra molto probabile che la tomba nel suo impianto originale sia di IV secolo. Gli elementi di età posteriore si possono forse spiegare con riutilizzi. L’indagine sui materiali porterà certamente nuovi elementi testimoniali: gli strumenti non mancano e nemmeno frammenti ossei di dimensioni sufficentemente grandi da consentire analisi del DNA abbastanza affidabili, mentre l’analisi del radiocarbonio nei materali organici potrà consentire datazioni sufficientemente precise, soprattutto se i resti umani appartengono alla stessa epoca o a epoche diverse. Molto dipenderà anche da come si potranno identificare, date le intrusioni e i saccheggi, per ricostruire almeno virtualmente le condizioni originali del sepolcro. 

Cariatide all'ingresso della seconda camera della tomba di Amfipoli

C. D. Il mistero più affascinante è certamente legato all’identità della persona sepolta nella tomba; dopo quello di Alessandro, si è fatto il nome della madre Olimpiade, della moglie Rossane e di un generale dell’esercito di Alessandro, addirittura Efestione. Qual è la sua impressione in merito? In quale direzione crede sia opportuno cercare?

V.M. M. Rispondere a questa domanda in assenza di pubblicazione dei materiali è indubbiamente difficile e quindi conviene andare per esclusione. Il primo escluso è Alessandro Magno. Tutte le fonti affermano che il suo corpo mummificato fu trasportato da Babilonia verso nord-ovest su un catafalco monumentale, probabilmente diretto a un porto della Fenicia o della Cilicia per essere trasportato in Grecia via mare e poi a Verghina (Aigai) via terra dove era la necropoli ancestrale dei re di Macedonia. A un certo punto Tolomeo I se ne impadronì, lo seppellì a Memfi e poi ad Alessandria, dove fu visto da molte persone per secoli. Quanto a Efestione, sappiamo che fu messo su una pira monumentale a Babilonia. Che fine abbiano fatto le sue ceneri è impossibile stabilire ma è altamente improbabile che quelle trovate all’interno della tomba siano quelle del suo corpo. Quanto a Rossane e Olimpiade, dobbiamo considerare che esiste solo uno scheletro femminile, che potrebbe essere quello di una donna sulla sessantina. Questi dati farebbero pensare alla regina madre, che poteva avere circa quegli anni quando fu assassinata per strangolamento a Pella per ordine di Cassandro, figlio di Antipatro. Secondo Pausania, Olimpiade non avrebbe avuto funerali pubblici, il che farebbe pensare che Cassandro fosse in difficoltà e temesse reazioni popolari. Anche gli uomini dell’esercito si erano rifiutati di uccidere la madre di Alessandro e questo era un messaggio importante. Una tomba così smisurata come quella di Amfipoli poteva ben essere quella della madre di un semidio grande almeno quanto l’ipocrisia di Cassandro, che in tal modo avrebbe cercato di far dimenticare al popolo e all’esercito di aver ordinato di assassinarla. Anche il luogo prescelto sarebbe significativo, lontano com’è sia da Pella, la capitale, sia da Verghina-Aigai, necropoli reale. La mancanza del corredo è irrimediabile perché solo quello forse ci avrebbe fatto capire l’identità della donna sepolta nella tomba di Kasta. Ad Alessandro IV, figlio di Alessandro Magno e nipote di Olimpiade, potrebbe invece essere attribuita la cosiddetta "Tomba del Principe" scavata da Andronikos a poca distanza dalla tomba di Filippo II a Verghina.

C. D. Fin dall’inizio i materiali emersi via via dagli scavi condotti dall’archeologa Katerina Peristeri sono stati resi noti tramite canali governativi: una connessione che sembra suggerire, come la comunità internazionale degli studiosi ha da più parti fatto notare, un interesse molto alto da parte delle autorità greche per quanto questo Amfipoli sta rivelando, particolarmente all’interno della contesa greco-macedone, di cui Engramma si è già occupato (v. Cinzia Dal Maso, La stella contesa, il nome conteso: Grecia, Macedonia e l’eredità di Alessandro il Grande). Il nome di Alessandro torna dunque ad essere usato in senso ideologico-politico, come è stato più volte nel corso dei secoli e anche all’indomani della morte nel 323 a.C.?

V.M. M. Direi di sì. Io stesso a suo tempo mi occupai di questo problema con un articolo su Il Giornale di Montanelli parecchi anni fa e per questo fui invitato a fare una conferenza a Salonicco. I Greci sono gelosissimi della loro identità e del loro territorio e vedere un paese slavo appropriarsi del simbolo della dinastia argeade li aveva mandati su tutte le furie. La strumentalizzazione del passato è praticata da molti secoli in tutte le epoche: lo è adesso e probabilmente lo sarà a lungo anche nel futuro. 

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