"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

131 | dicembre 2015

9788898260768

titolo

Editoriale. Elogio del coraggio. Khaled Al Asaad, in memoriam

Monica Centanni

English version

Non c’è cosa nella vita pari al mio amore per Palmyra.
Su questa terra ho vissuto, in questa culla ho dedicato tutti i miei sforzi
per quarantacinque anni agli scavi, ai restauri, alla pubblicazione della sua storia [...]
Sono nato vicino al Tempio di Bel – il santuario principale dedicato al dio locale.
Ho passato tutta la mia vita qui, sarebbe ridicolo e vile lasciare la città in questo momento.
Khaled Al Asaad

Un beduino, che forse fa sosta dopo essere arrivato a Tadmor dalle piste che attraversano il deserto intorno all'oasi; o forse è un abitante di Tadmor, la cittadella sorta dentro le rovine dell’antica Palmyra, l’uomo che dorme sul capitello; rannicchiato sulla pietra, la mano al volto, sembra un bambino, e non solo perché è piccolo di taglia, ma perché la sua postura è quella di un bimbo che dorme libero da paure e pensieri – che sta bene sul suo giaciglio, duro o morbido che sia. La sontuosa decorazione del capitello e, dietro, il fondale con gli imponenti resti archeologici, paradossalmente sembrano appropriati e pertinenti, l’ambiente giusto per cullare il riposo di quell’uomo: nell’attimo fissato dallo scatto fotografico le pietre sono decisamente sue.

La fotografia di Fèlix Bonfils, datata agli anni ’70 dell’800, ci restituisce l'immagine di un ‘cittadino delle rovine’, uno dei tanti abitanti che nei secoli avevano progressivamente insediato le loro case dentro il recinto del Santuario di Bel, il dio locale assimilato a Zeus o a Helios, al centro del quale, dal XII secolo, era sorta anche una piccola moschea. 

Nel 1929 la Missione archeologica francese in accordo con il governo siriano decise lo sgombero e l’evacuazione del recinto del Santuario e la demolizione nel villaggio arabo di tutte le stratificazioni architettoniche che nei secoli avevano popolato l’area del Tempio, compresa la piccola moschea. Le rovine erano sopravvissute nei secoli perché reinterpretate – il temenos del Santuario come muraglia di una cittadella; il naos come edificio per il nuovo culto – ma soprattutto perché riusate, abitate, funzionalmente utili. Gli scavi archeologici e la successiva museificazione hanno congelato per quasi un secolo l’assetto e la storia millenaria di quelle rovine: il villaggio, espulso dal recinto del Tempio, sborda occupando quasi tutta l'oasi, e il sito di Palmyra per quasi un secolo è stato il luogo di importanti campagne di scavo archeologico ma soprattutto, a seguire, mèta turistica eccellente per i viaggiatori in Medio Oriente. 

Alla fine di agosto del 2015 è arrivata la notizia, presto confermata da varie fonti e dalle testimonianze fotografiche, della distruzione del Tempio di Bel da parte dell'esercito dell'IS, monumento simbolo dell’odiato Occidente; tra agosto e ottobre sono stati distrutti o pesantemente danneggiati la via colonnata, il Tetrapylon, l’arco-porta con l’incredibile pianta disassata, eretto in età antonina in corrispondenza dell’angolo creato dal cambiamento di direzione della via carovaniera.

Il 18 agosto 2015, pochi giorni prima della distruzione del Santuario, i soldati dell’IS avevano inscenato, con macabra ferocia, la morte spettacolare di Khaled Al Asaad, l’archeologo soprintendente del sito di Palmyra che nei mesi precedenti aveva cercato di mettere in salvo quanti più reperti archeologici possibile, trasferendoli a Damasco. Interrogato da un giornalista nei giorni in cui l’IS già stava per entrare a Tadmor, Khaled Al Asaad aveva risposto, con dolce fermezza, che sarebbe stato “ridicolo e vile” abbandonare il luogo in cui era nato e al quale aveva dedicato la sua vita di cittadino e di studioso: un vero eroe civile che a 82 anni ha avuto la tremenda opportunità di consacrare con una morte memorabile la vita, dedicata alle sue – alle nostre – pietre di Palmyra. 

A Khaled Al Asaad è intitolato il contributo di Franco Cardini Non poena sed causa facit martyremche ricostruisce le vicende storiche e politiche che hanno portato alla catastrofe contemporanea. “Siti archeologici fatti saltare con l’esplosivo. Statue abbattute a colpi di piccone. Roghi di libri. Chiese, ma anche moschee e tombe di santi musulmani, devastate”: alla furia iconoclasta del radicalismo islamista e all’attacco simbolico ai monumenti, non solo occidentali, di tutti quanti sono considerati “adoratori del diavolo” è dedicato il saggio di Renzo Guolo Ideologia e furore.

In contrappunto a queste voci, Demolizioni, ricostruzioni di Paolo Fabbri ci restituisce una lettura semiotica delle rovine, nelle alterne vicende storiche e culturali che ne esaltano l’esistenza o la desistenza, ponendo l’accento sulla loro dynamis segnica, decisiva per ogni possibilità di resistenza e di sopravvivenza: il saggio è anche una introduzione al lavoro dell’archeologo, architetto semiologo siriano Manar Hassad e in particolare al suo volume Bel Palmyra Hommage, di prossima uscita in edizione italiana. 

Fluctuat nec mergitur: il motto che accompagna il Navigium Isidis che si staglia sullo stemma della città di Parigi, dà il titolo a un dittico sull’arte contemporanea, tra Oriente e Occidente: Silvia Urbini richiama la nostra attenzione sul tema del naufragio; Elena Pirazzoli sul tema della rappresentazione dell’altro (la rappresentazione delle Crociate da parte musulmana) e sui volti sfigurati dalla brutalità della guerra, proposte come inquietanti icone del tempo in cui ha il sopravvento l’impulso distruttivo dei “Figli di Marte” (v. il numero monografico di “Engramma” n. 127).

Palmyra è il paesaggio del deserto incluso e configurato in forma di città; linea di incontro tra civiltà, per secoli luogo di accoglienza di un’umanità multietnica e multiconfessionale, simbolo storico della commistione culturale tra Oriente e Occidente riflessa nella bellezza delle sue pietre diversamente scolpite. In Omaggio di Venezia a Palmyra تدمر canto per immagini, parole, suoni, presentato il 15 dicembre 2015 a Venezia, abbiamo proposto un ritratto della città colpita nei suoi uomini e nelle sue pietre dalla violenza del radicalismo dell’IS: in questo numero di “Engramma” pubblichiamo la presentazione dell'evento e un brano video dello spettacolo.

Nel novembre del 2001, a poche settimane dall’attacco del 11 settembre alle Twin Towers, pubblicavamo Occidente negli echi di guerra: “Engramma” era ancora una pubblicazione piccola e sperimentale ma l’evento investiva in pieno il campo tematico della nostra ricerca (la tradizione classica nella memoria occidentale) e ci sentivamo chiamati a creare uno spazio di pensiero che riflettesse la nostra urgenza e il nostro impegno intellettuale e civile. In sintonia con quelle ragioni abbiamo deciso ora di imbarcarci nella difficile impresa di pubblicare alcuni appunti sulla crisi epocale che sta scuotendo l’Occidente: il contributo Palmyra-Parigi: sommovimenti tellurici sulla faglia della civiltà ha coinvolto in una fervente e intensa collaborazione corale la redazione di “Engramma” e la cerchia di amici e collaboratori della Rivista.

Palmyra: un tragico avamposto del sommovimento che sta sconvolgendo la geopolitica del Mediterraneo e dell’Europa e che ha avuto nell'ultimo anno altri tragici epicentri, dall'attacco al Museo del Bardo a Tunisi, ai recenti fatti di Parigi, ma anche il dramma anonimo delle migliaia di migranti dispersi nelle acque di un Mare Nostrum trasformato nello spettrale scenario di una guerra non dichiarata tra nord e sud del mondo: in questo conflitto nel corso del 2015 sono state conteggiate (in un computo approssimativo, e certamente calcolato abbondantemente per difetto) 35.303 vittime civili – islamici, cristiani, laici – cadute per bombardamenti, guerre sul terreno, attacchi terroristici, naufragi, delle quali:

22.329 in Asia Minore (Siria, Iraq, Libano, Turchia, Yemen | a Damasco, Homs, Hama, Aleppo, Deir El Zor, Palmyra, Raqqa, Baghdad, Mosul, Ninive, Beirut, Ankara, Sana'a, Aden);
9.615 in Africa (Libia, Egitto, Tunisia, Nigeria, Camerun, Mali, Kenya, Somalia | a Tripoli, Misurata, Bengasi, Sirte, Il Cairo, Sham el Sheikh, Lagos, Maroua, Yola, Bamako, Nairobi, Malindi, Mogadiscio);
148 in Europa per attentati (Francia, Danimarca | a Parigi, Copenaghen); 
224 nel cielo del Sinai;
2987 nel Mar Mediterraneo cercando Occidente.

In questi mesi di studio e di lavoro intenso sulla vicenda di Palmyra e sul sommovimento geo-politico e culturale in atto, abbiamo percepito con evidenza che lavorare sulla memoria della tradizione occidentale significa anche richiamare continuamente il principio che assassino è chi uccide e chi distrugge, ma anche chi, distrattamente, ignora e dimentica. Abbiamo anche misurato la differenza di considerazione, la mancanza di spirito critico, con cui i media hanno trattato – e l’opinione pubblica ha recepito – il novero delle vittime civili del conflitto in atto. La retorica di cui sono oggetto le 148 vittime europee – vittime innocenti ma inconsapevoli, i cui nomi e i cui profili personali sono stati indiscretamente sbandierati nelle celebrazioni ufficiali come “eroi” – stride con il fragoroso silenzio sulle altre decine di migliaia di vittime su cui è calata subito l’oscurità dell’anonimato e presto, a seguire, la faciloneria dell’oblio. I morti, le vitime civili, sono però tutte uguali e tutte meritano la stessa attenzione. Tutte: ma se la selezione di Mnemosyne forza a ricordare un nome, per noi sarà il nome di Khaled Al Asaad.

Non poena sed causa facit martyrem: le morti di uomini e donne, adulti e bambini, avvenute a seguito dei bombardamenti su Raqqa, dell’attentato nel campus in Kenya o dell’attacco al Bataclan di Parigi, o nei naufragi sulle coste del Mediterraneo, sono altrettanto tremende ma oggettivamente inconsapevoli. Una diversa qualità di intenzione e di stile etico ha la fine di chi ha affrontato consapevolmente la morte per difendere la dignità sua e delle pietre che era incaricato di custodire. “Sarebbe ridicolo e vile andarmene da Palmyra”: le parole di Khaled Al Asaad sono semplici e perfette. E se forse è vero che, come scrisse Bertolt Brecht in Vita di Galileo, “Unglücklich das Land, das Helden nötig hat”, in questo tempo segnato dalle contraddizioni e dal conflitto abbiamo davvero bisogno di parole e di esempi eroici come quelli di cui l’archeologo di Palmyra ci ha lasciato testimonianza: di quello stile di coraggio civile che, direbbe Hannah Arendt, è "virtù politica per eccellenza", avvertiamo l’urgente necessità. 

“Unglücklich das Land, das Helden nötig hat”: ma felice è il popolo che può annoverare fra i suoi eroi l’archeologo Khaled Al Asaad.

In Praise of Courage – Khaled Al Asaad, in memoriam. Editorial

Monica Centanni

“Nothing in this life matches my love for Palmyra.
On this soil I have lived, in this cradle I have dedicated all my energies
for forty-five years to excavating and restoring her history and making it public [….]
I was born near the Temple of Bel – the main sanctuary dedicated to the local god.
I have spent my entire life here, it would be ridiculous and cowardly to leave the city at this time”.
Khaled Al Asaad

He is a Bedouin, perhaps, having a rest after arriving at Tadmur via the routes that cross the desert surrounding the oasis; or maybe the man sleeping on the capital is a resident of Tadmur, the citadel that rises within the ruins of ancient Palmyra; curled up on the boulder, his hand to his face, he looks like a child, and not just because he is small, but because his posture is that of a child sleeping free from fear and worries – happy on his resting place, whether it be hard or soft. The sumptuous decoration on the capital and, behind it, the backdrop of imposing architectural ruins seem fitting and pertinent, the right place to cradle the man to sleep: when the camera clicked, the stones were decidedly his.

The photograph taken by Fèlix Bonfils during the 1870’s shows us an image of a resident of the ruins. He is one of the many people who over the centuries gradually established their homes within the boundaries of the Sanctuary of Bel, the local god assimilated with Zeus or Helios, at the centre of which a small mosque was built in the C12th century.

In 1929, the French Archaeological Mission with the consent of the Syrian government decided to clear the area surrounding the Sanctuary, and to evacuate and demolish the Arab village and the architectural stratifications that over the centuries had been built around the area of the temple, including the small mosque. The ruins had survived the centuries because they had been re-interpreted – the sanctuary as a temenos for a walled citadel; a naos, and inner sanctum for a new cult – but also and mainly because they had been reused, occupied, and useful functions found for them. The archaeological excavations and the museumification that followed have frozen the thousand-year layout and history of those ruins. The village, removed from the boundaries of the temple, sprawled and took over the entire oasis, and for almost a century the site of Palmyra became a place where major archaeological excavations took place, becoming, in due course, an important tourist destination for travellers to the Middle East.

At the end of August 2015, news arrived and was confirmed from various sources including photographs that the Temple of Bel, a monument symbolising the much-hated West, had been destroyed by IS. Between August and October, the colonnaded street known as the Tetrapylon and the Arch gateway erected in the Antonine era, with its incredible off-axis layout that corresponds with the angle created by a change in the caravan route, had been destroyed or badly damaged.

At the end of August 2015, a few days before the Sanctuary was destroyed, IS militia organised with macabre and ferocious spectacularity the death of Khaled Al Asaad, the Director of the archaeological site of Palmyra who in previous months had tried to rescue as many artefacts as possible, transferring them to Damascus. Interviewed by a journalist when IS was already about to enter Tadmur, Khaled Al Asaad responded with gentle firmness, that it would be ridiculous and cowardly to abandon the place where he was born and to which he had dedicated his life as an individual and a scholar. With his memorable death, at the age of 82 he had the horrendous opportunity to consecrate his life to his, to our, stones of Palmyra.

It is to Khaled Al Asaad that the article Non poena sed causa facit martyrem is dedicated. It reconstructs the historical and political events leading to the present devastation. “Archaeological sites blown up with explosives. Statues demolished with pickaxes. Bonfires of books. Churches, but mosques and tombs of Muslim saints too, devastated”. Ideologia e furore (Ideology and rage), the title of the essay by Renzo Guolo, examines the iconoclastic rage of Islamist radicalism and its symbolic attacks on monuments, those of the West, but also those of all “devil worshippers”. 

As a counterpoint to these voices, Demolizioni, ricostruzioni (Demolitions, reconstructions) by Paolo Fabbri offers a semiotic reading of the ruins through the historical and cultural events that glorify their survival and demise, stressing their dynamis segnica, the dynamics of the sign, fundamental for their endurance and survival. His essay is also an introduction to the work of the Manar Hassad, the Syrian archaeologist, architect and semiologist, and in particular, his book, Bel Palmyra Hommage, soon to be published in Italian.

Fluctuat nec mergitur: the motto emblazoned on the coat of Arms of Paris that accompanies the Navigium Isidis, the Ship of Isis, lends its title to a diptych on contemporary art on East and West. Silvia Urbini, calls our attention to the theme of shipwreck; Elena Pirazzoli to the theme of representing the other (the representation of the crusades by Muslims) and to the faces disfigured by the brutality of war, offered as disquieting icons of the era in which the destructive power of the “Sons of Mars” has the upper hand. (See no. 127, a monographic edition of Engramma).

Palmyra is a desert landscape included in and configured as a city, an intersection between cultures, for centuries a place where multi-ethnic and multiconfessional civilisations were welcomed, a historical symbol of the cultural intermingling between East and West reflected in the beauty of her stones, and their sculptural diversity. In Omaggio di Venezia a Palmyra تدمر canto per immagini, parole, suoni (Venice's homage to Palmyra. A song in images, words and sounds) performed on 15 December 2015 in Venice, we offered a portrait of a city whose inhabitants and stones have been struck by the violence of IS radicalism: in this edition we publish our presentation of the event and a video clip

In November 2001, a few weeks after the attack on the Twin Towers, we published The West in echoes of war. Engramma was still a small, experimental publication but the event was entirely in keeping with the themes of our areas of study (the classical tradition in western memory), and we felt called upon to create a space for thought that reflected our determination, and intellectual and civil obligations. In keeping with this thinking, we have decided now to embark on the difficult task of publishing some notes on this epochal crisis affecting the West: the essay entitled Palmyra-Parigi: sommovimenti tellurici sulla faglia della civiltà. (Palmyra-Paris. Tremors on the fault-lines of civilization) involved the entire editorial group of Engramma, in animated and choral teamwork with friends and collaborators of the journal.

Palmyra: a tragic outpost of the violence that is throwing the geopolitics of the Mediterranean and Europe into confusion. During this last year there have been other tragic epicentres: the attack on the Bardo Museum in Tunis, the recent events in Paris, and the anonymous drama of the thousands of migrants lost in the waters of Mare Nostrum which has been turned into a ghostly setting for an undeclared war between the world’s north and south. In 2015, this conflict (in a rough calculation, which almost certainly wildly underestimates the real figure) 35,303 people - Muslim, Christian and lay – have died through bombardments, land wars, terrorist attacks and drowning, of which:

22,329 in Asia Minor (Syria, Iraq, Lebanon, Turkey, Yemen, in Damascus, Homs, Hama, Aleppo, Deir El Zor, Palmyra, Raqqa, Baghdad, Mosul, Nineveh, Beirut, Ankara, Sanaa, Aden);
9,615 in Africa (Lybia, Egypt, Tunisia, Cameroon, Mali, Kenya and Somalia, in Tripoli, Misrata, Benghazi, Sirte, Cairo, Sharm El Sheikh, Lagos, Maroua, Yola, Bamako , Nairobi, Malindi and Mogadishu;
148 in Europe through attacks (France and Denmark, in Paris and Copenhagen);
224 in the sky above Sinai;
2,987 in the Mediterranean Sea in search of the West.

In recent months, whilst concentrating our efforts on closely following events in Palmyra and the geopolitical and cultural turmoil taking place there, we have been able to clearly recognise that working on the “memory of the western tradition” also means continuously bearing in mind the principle that a murderer is certainly one who kills and destroys, but is also one who distractedly ignores or forgets. We have also considered the difference in concern, the lack of critical spirit, with which the media have handled and the public has received the rollcall of civilians who have died during the conflict. The rhetoric surrounding the 148 European victims – innocent, even if unwitting - whose names and personal details have been indiscreetly bandied about during official commemoration ceremonies as “heroes” – jars with the deafening silence surrounding the other tens of thousands of victims who have been veiled in the obscurity of anonymity, and soon afterwards, have simply fallen into oblivion. The dead, the civilian victims, are all the same, and they all deserve the same attention. All of them. However, if Mnemosyne is compelled to remember a name, for us it will be Khaled Al Asaad.

Non poena sed causa facit martyrem: the deaths of men and women, adults and children, resulting from bombarding Raqqa, the attack on the campus in Kenya and on the Bataclan in Paris, and by drownings at sea on the Mediterranean coasts, are all equally horrific and objectively unwitting. A different form of intention and ethical style defines the death of someone who consciously faces death to defend his dignity and the stones he was charged with protecting. “It would be ridiculous and cowardly for me to leave Palmyra”: Khaled Al Asaad’s words are simple and perfect. If perhaps, as Berthold Brecht writes in the Life of Galileo, it is true that “Unglücklich das Land, das Helden nötig hat", then in these times marked by contradictions and conflict we truly need heroic words and examples like those the archaeologist from Palmyra has left us evidence of. Hannah Arendt would say it is a style of civilian courage that is a “political virtue par excellence”, and which we now urgently need. 

"Unglücklich das Land, das Helden nötig hat": but happy are the people who can count among their heroes the archaeologist Khaled Al Asaad.

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