"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

56 | aprile 2007

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Della recente fortuna editoriale di Aby Warburg

Katia Mazzucco

"Non passa anno che non si pubblichi qualcosa su Warburg!": il fugace commento udito nel corso di un seminario di storia dell’arte (seminario “Kunsthistorik”, La storia dell'arte come storia della cultura - la (in)attualità del pensiero di Aby Warburg, a cura di B. Aikema, F. Castellani, L. Corti, Scuola di Studi Avanzati di Venezia) offre lo spunto di partenza per alcune sintetiche riflessioni sulla recente fortuna critica del «famosissimo sconosciuto» Aby Warburg.

Ancora oggi il problema cruciale della prospettiva storico-artistica rispetto al pensiero e all’opera di Warburg – almeno in Italia – è rappresentato dagli esiti storici della parabola iconologica. «Fine dell'Iconologia?»: questo il titolo del paragrafo che chiude il saggio di Claudia Cieri Via Nei dettagli nascosto (1994), dedicato a una ricostruzione storica del «pensiero iconologico». Degli stessi anni è un altro saggio dedicato retrospettivamente agli studi iconologici: Iconografia e Iconologia (1992) di Michael Ann Holly. Eco warburghiana ed eco panofskiana per i titoli di questi due lavori, che tracciano un panorama generale degli studi articolato sostanzialmente sugli stessi punti nevralgici, e si mostrano utili particolarmente come riflessi del dibattito culturale italiano e statunitense – ossia il fronte della cosiddetta “New Art History”. Entrambi i saggi, giunti all’approdo del frastagliato panorama degli “studi culturali” contemporanei (gli anni Novanta del secolo scorso), conducono infine alla riflessione sull’utilità e l’opportunità di un superamento dell’empirismo dei fondatori dell’Iconologia, in favore di un corretto recupero della portata teoretica del loro pensiero e della loro opera.

In questo senso, è significativo notare che il primo tentativo italiano di mappare il panorama dei Cultural Studies, proposto da Michele Cometa in forma di Dizionario degli studi culturali (2004), si struttura su coordinate geo-storiche e sin dalle pagine dell’introduzione fa frequente riferimento alla Kulturwissenschaft di stampo tardo ottocentesco, nella declinazione metodologica offerta proprio dalle ricerche di Aby Warburg.

Questo ritorno d’interesse per la figura di Warburg si è manifestato negli ultimi anni nell’organizzazione di importanti convegni internazionali e in diverse pubblicazioni e iniziative editoriali, tutte impegnate positivimante nell’articolazione del panorama disciplinare di ricezione e critica del pensiero warburghiano.

Dall’ambito degli studi francesi viene il fondamentale disegno del profilo intellettuale di Warburg ritagliato da Didi-Hubermann sul binomio filologia-filosofia (L’image survivante. Histoire de l’art et temps des fantômes selon Aby Warburg, 2000 – si veda la recensione della traduzione italiana (2006) pubblicata in questo numero di Engramma). Accanto al lavoro di Didi-Huberman, tra i ritratti a figura intera, si segnala di Andrea Pinotti, Memorie del neutro (2001), che discute il pensiero di Warburg disegnandone le linee genealogiche a posteriori e tracciando una costellazione di concetti chiave rigorosamente discussi nell’ambito della tradizione filosofica – di stampo morfologico goethiano – e della teoria dell’arte (per un “dialogo” tra i due autori si rimanda all'intervista di Pinotti a Didi-Huberman, “il manifesto” 29 marzo 2006, disponibile anche sul sito).

Ma, degli studi d’oltralpe, si segnala anche la particolare attenzione al valore antropologico dell’opera warburghiana e alla ricerca di radici comuni – o parentele elettive – del metodo di ricerca dello studioso con il paradigma degli studi etno-antropologici. Così nei contributi in Image et anthropologie, il numero de “L'homme: Revue française d'anthropologie” (n.165, 2003) che comprende contributi di Giovanni Careri, Claude Imbert, Carlo Severi.

Su questo fronte di ricerca si inserisce il lavoro intrapreso da Benedetta Cestelli Guidi, legato soprattutto allo studio documentario e archivistico dell’esperienza di Aby Warburg nell’America “primitiva” dei villaggi Pueblo: già con la pubblicazione, in collaborazione con Nicholas Mann, del catalogo delle fotografie del viaggio (Photographs at the Frontier. Aby Warburg in America 1895-1896, 1998), e più di recente con i contributi dedicati al collezionismo etnografico di Warburg e al dialogo intellettuale con Franz Boas (“Quaderni Warburg Italia” 2-3, 2006), Cestelli Guidi contribuisce alla doverosa distinzione dell’esperienza americana di Warburg, e dei suoi frutti intellettuali e metodologici, dalla tarda e incerta rielaborazione offerta dallo stesso studioso nella conferenza del 1923 nota come Rituale del serpente (si veda la scheda editoriale).

Contro il pudore che voleva obliterare una parte centrale della biografia intellettuale di Aby Warburg – ma anche contro una tendenza al vouyerismo non sempre giustificato e funzionalizzato a un chiarimento di aspetti ombrosi di una personalità psicologicamente così fragile e complessa – si muovono recenti contributi che tentano di far luce sugli anni della crisi psichiatrica dello studioso. Già intrapresa da Philippe-Alain Michaud – con la pubblicazione di fogli preparatori alla conferenza di Kreuzlingen (in appendice a Aby Warburg et l’image en mouvement, 1998) – e Didi-Huberman – tra i primi a tentare di evidenziare l’importanza dello scambio intellettuale tra Warburg e il suo medico, Ludwig Binswanger – l’indagine sui documenti della malattia è stata portata avanti da Davide Stimilli (La guarigione infinita, 2005) attraverso la pubblicazione della corrispondenza Warburg-Binswanger – mappata da Raulff in occasione del convegno amburghese del 1990 (“Aby Warburg. Akten des internationalen Symposiums Hamburg 199”, 1991) – e di parte delle cartelle cliniche del paziente “Warburg” della Bellevue di Kreuzlingen.

Tra i segnali di questa fortuna editoriale, si evidenziano anche le pubblicazioni di atti di convegni interdisciplinari – ricordiamo i materiali del convegno romano del 2000 raccolti in Lo sguardo di Giano. Aby Warburg fra tempo e memoria (2004) e quelli del convegno senese del 1998, con i risultati di altre occasioni di ricerca su e ispirata a Warburg, pubblicati nei numeri 1 e 2-3 dei “Quaderni del Centro Warburg Italia” (2003 e 2006) – e i numeri monografici di riviste.

A vent’anni quasi esatti dalla pubblicazione del numero monografico di “aut aut” (n. 199-200, 1984) dedicato a Warburg, Davide Stimilli cura il nuovo contributo della rivista alla comprensione del pensiero warburghiano (n. 321-322, 2004, Aby Warburg. La dialettica dell’immagine – si veda la recensione pubblicata nel numero 34 di Engramma): sulla falsariga dell’impostazione agambeniana, anche questo numero pubblica importanti frammenti inediti dello studioso di Amburgo, materiale contestuale al suo lavoro – qui Osthoff e Saxl – contributi critici. E assieme al già citato numero de “l’homme”, tra i numeri monografici di periodici e riviste, si segnalano anche: “Trafic. Revue du Cinéma” (45, 2003), uno spaccato dalla prospettiva della scuola francese di storia e teoria del cinema (con i nomi, ancora, di Michaud, Didi-Huberman, Farber), con particolare attenzione alla qualità “anacronistica” del discorso storico warburghiano e alla visione simultanea esemplata nel Bilderatlas Mnemosyne; “Moderna. Semestrale di teoria e critica della letteratura” (VI, 2, (2004), 2006), che comprende tra gli altri i contributi di Salvatore Settis (la traduzione e revisione del saggio Pathos und Ethos del 1997) e di Roberto Venuti (Aby Warburg, ‘un sismografo tra le culture’).

In questo fertile caos, saggi e articoli dedicati agli aspetti più o meno “inediti” del lavoro warburghiano non si contano e difficilmente possono essere mappati. Eppure questo moltiplicarsi di titoli rappresenta una importante puntualizzazione di singolari snodi critici, storici o biografici relativi alla figura di Aby Warburg. Tra i gli ultimi e ultimissimi contributi, si segnalano almeno: il lavoro di Cornelia Zumbusch per gli “Studien” del Warburg-Haus dedicato a una precisazione del “discorso” Warburg-Benjamin, tanto discusso ma ancora sostanzialmente aperto (Wissenschaft in Bildern : Symbol und dialektisches Bild in Aby Warburg's Mnemosyne-Atlas und Walter Benjamins Passagen-Werk, 2004); l’ultimo contributo di Karen Michels (Aby Warburg. Im Bannkreis der Ideen, 2006) già autrice di numerosi articoli su Warburg e curatrice con Charlotte Schoell-Glass dei Diari della KBW (2001); i saggi, in presa diretta dal Warburg Institute Archive, di Dorothea McEwan – il cui lavoro ormai più che decennale sulla corrispondenza warburghiana ha dato tra gli ultimi frutti “Wanderstrassen der Kultur”: die Aby Warburg - Fritz Saxl Korrespondenz 1920 bis 1929 (2004) – e Claudia Wedepohl (‘Ideengeographie’. Ein Versuch zu Aby Warburg’s ‘Wanderstrassen der Kultur’, 2005); l’esemplare attenzione filologica del gruppo di ricerca Koos, Pichler, Rappl, Swoboda, manifesta nella riedizione dei materiali della mostra viennese dedicata a Mnemosyne (2006); il ritorno di Giorgio Agamben a temi warburghiani con Ninfe (2007); la ricerca sui temi dell’iconografia celebrativa fascista indagati da Warburg negli ultimi anni, commentata in un paio di articoli brevi da Jost Philippe Klenner (2007).

Come mappa di orientamento in questa fittissima trama di discussione, Björn Biester – già autore di una guida alla lettura del Tagebuch della KBW (Tagebuch der Kulturwissenschaftlichen Bibliothek Warburg 1926-1929: Annotiertes Sach-, Begriffs- und Ortsregister, 2005), ossia di un indice analitico delle voci più significative (termini di rilevo del lessico warburghiano, eventi, progetti in corso) che affianca l’indice dei nomi dell’edizione Akademie Verlag – cura con Dieter Wuttke l’aggiornamento (Aby M. Warburg. Bibliographie 1866 bis 2005, 2006) dell’ormai storico lavoro bibliografico compiuto da Wuttke nel 1995, che pubblicava anche il primo e ancora unico, benché ampiamente superato, schema del catalogo dei materiali d’archivio di Aby Warburg – catalogo approntato da Joseph Trapp, rivisto da Susanne Meurer negli anni di direzione di Nicholas Mann e ancora costantemente corretto e aggiornato da Claudia Wedepohl.

Negli ultimi anni, per fortuna, si è tornati anche a leggere Aby Warburg, la cui pur esigua opera, è ormai tradotta nelle principali lingue parlate in Occidente – e non solo. Alla tanto attesa edizione inglese del Getty (1999), hanno fatto seguito anche l' edizione spagnola (2005) basata sul modello editoriale italiano della Rinascita del paganesimo antico Bing-Cantimori – mentre attività critica in lingua spagnola, in Argentina, si segnala nel lavoro di José Emilio Burucúa (Historia, arte, cultura: de Aby Warburg a Carlo Ginzburg, 2003) – e l’articolato piano editoriale giapponese, che segue sostanzialmente il piano delle opere tedesco. Il lavoro del comitato editoriale giapponese, assieme all’interesse già manifestato per l’opera warburghiana con la mostra sull’Atlante Mnemosyne (Wako University, 2001), sembra dimostrare la spendibilità e il valore d’uso di un pensiero sulla storia della tradizione occidentale anche nel più “occidentale” dei paesi dell’estremo Oriente, dove soprattutto la storia dell’arte moderna si studia sulla base del modello storiografico e dei moduli critici europei.

Gli unici a latitare in questo fertile quadro generale sembrano dunque essere i piani editoriali dell’opera completa di Aby Warburg, pubblicata in tedesco per Akademie Verlag (diretta da Horst Bredekamp, Michael Diers, Kurt W. Forster, Nicholas Mann, Salvatore Settis, Martin Warnke) e in italiano per Nino Aragno Editore.

Ad oggi sono stati pubblicati: la ristampa della Erneuerung der heidnischen Antike del 1932, a cura di Bredekamp e Diers (1998); Der Bilderatlas MNEMOSYNE, a cura di Martin Warnke in collaborazione con Claudia Brink (2000); Tagebuch der Kulturwissenschaftlichen Bibliothek Warburg, a cura di Karen Michels e Charlotte Schoell-Glass (2001); di prossima uscita per la casa editrice berlinese è il volume curato da Uwe Fleckner e dedicato alle mostre della KBW.

L’edizione italiana segue solo in parte quella tedesca e vanta finora i titoli: Mnemosyne. L’Atlante delle immagini, a cura di Maurizio Ghelardi (2002); La rinascita del paganesimo antico e altri scritti (1889-1914), sempre a cura di Ghelardi (2004), che comprende una nuova traduzione, sulla base dei materiali d’archivio, degli scritti raccolti già in italiano nel 1966 più alcuni appunti e frammenti inediti; al volume farà seguito un secondo tomo con le opere successive al 1914 e molti testi inediti, mentre nel frattempo sono stati dati alle stampe, oltre alla corrispondenza Cassirer-Warburg (Il mondo di ieri. Lettere, 2003), un breve estratto dei diari della Biblioteca, con il titolo Diario romano (2005) e alcuni materiali documentari del viaggio americano, corredati dai contributi di Salvatore Settis e Benedetta Cestelli Guidi (Gli Hopi. La sopravvivenza dell'umanità primitiva nella cultura degli indiani dell’America del Nord, 2006).

In linea generale, rimane o irreperibile o dispersa, per chi non abbia la fortuna di soggiornare a Londra presso il Warburg Institute Archive, l’opera prodotta dallo studioso posteriore alla pubblicazione del saggio su Lutero e all’abbozzo del 1923 dedicato ai rituali degli indiani Hopi – non pensato da Warburg per le stampe. In larga parte frammentaria e incompiuta, questa produzione warburghiana vanta anche testi già riveduti dall’autore o in programma di stampa prima della sua scomparsa: è il caso di alcune conferenze, come quella dedicata a Franz Boll nel 1925 – ora pubblicata da Davide Stimilli con altri frammenti degli anni ’20 in parte già editi in “aut aut” 2004 (“Per monstra ad sphaeram”: Vortrag in Gedenken an Franz Boll und andere Schriften 1923 bis 1925, 2007) – quella del 1926 dedicata all’ “antico” nell’epoca di Rembrandt, quella del 1929 tenuta alla Biblioteca Hertziana di Roma (testi in parte editi sulla base della Tesi di Dottorato di Peter van Huisstede del 1992), e di testi brevi come quelli per i seminari – è il caso del celebre frammento su Burckhardt e Nietzsche (“aut aut” 1984, poi nel saggio Roeck sui seminari della KBW del 1991) o di quello dedicato al metodo per una “scienza della cultura” (v. questo numero di Engramma), o ancora del frammento su Manet (“aut aut”, 1984).

Il panorama degli studi su Aby Warburg – assai più difficile indicare oggi quello degli “studi warburghiani” – si presenta dunque articolato – se non frammentario – soprattutto dal punto di vista disciplinare: a torto o a ragione, Warburg viene invocato ogni qual volta si vuole identificare il padre di una (qualsiasi) “scienza senza nome”. E così, come la fama del fondamentale saggio di Agamben che porta questo titolo offusca il contesto originale dell’espressione di Robert Klein – la recensione di una pietra miliare degli studi warburghiani, Saturn and Melancholy – la generica stima dei meriti del pensiero warburghiano tende ancora oggi a impoverire la portata e il reale valore d’uso delle invenzioni warburghiane. Alla necessaria e importante articolazione disciplinare dei contributi critici su Warburg – qui solo tratteggiata – sembra corrispondere a volte anche l’affannoso tentativo di ricondurre la matrice prima del suo pensiero all’una o all’altra scienza umana: a questa “scienza senza nome” sembra a volte legittimo attribuire nomi qualsiasi.

*per i riscontri bibliografici per esteso, si rimanda alla rassegna bibliografica aggiornata in questo numero di Engramma.

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