"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

154 | marzo 2018

9788894840322

titolo

Atelier Antico

Maria Bergamo, Silvia Urbini

“Ed egli disse loro:
Per questo ogni scriba divenuto discepolo del Regno dei cieli
è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro
cose nuove e cose antiche”.
Mt 13, 52

“Estrarre dal proprio tesoro cose nuove e cose antiche": si dice che la metafora del passo evangelico citato in ex ergo sia il modo in cui la parola divina indica l'esegesi, la grande arte della tradizione religiosa di interpretare, con cura incessante, i testi e le figure contenuti nei testi sacri – un lavorio di tessitura e cucitura, un ricamo di parole a intrecciare i fili del Nuovo e dell'Antico Testamento. Modelli ritagliati, conformati alla nuove figure, o alle loro pre-figurazioni: Eva-Maria, Esodo-Pasqua, Elia-Cristo. Tipi e ‘ante-tipi’, riferimenti e confronti sottilissimi, di seta e bisso, che nei secoli i padri e i dottori della chiesa hanno intessuto, i fedeli meditato, gli artisti interpretato.

Così, si potrebbe dire, le figure e le forme dell’Antico sono un grande, vasto tesoro da cui estrarre cose vecchie e cose nuove per trasformarle, ridefinirle, riprenderle e scoprirle. Ma non solo. L’Antico infatti dispiega la sua potenza nei secoli con una carica energetica che supera religioni e significati, e la tradizione classica è più di una forma esegetica: è un gioco di citazioni e rimandi che consente di entrare in un sistema ermeneutico e culturale più complesso, di cui l’Atlante Mnemosyne di Aby Warburg è insieme un paradigma e una rappresentazione.

Per non perdersi in questo labirinto, abbiamo pensato di seguire un filo nascosto, una metafora o pretesto: un libro reso noto nel 1936 da Fritz Saxl, Il Libro del Sarto. Salvato dal “ghetto delle curiosità erudite” (così ne Il Libro del Sarto, p. 89), il manoscritto illustrato cinquecentesco conservato alla Fondazione Querini Stampalia di Venezia viene svelato proprio dall’allievo di Warburg che più ha collaborato alla creazione dell’Atlante nel suo essere un complesso dispositivo per immagini. Scrive Saxl nel saggio che lo introduce, Costumi e feste della nobiltà milanese negli anni della dominazione spagnola, “Se però ci avviciniamo al nostro libro con più umiltà, e con minori pretese, ed ascoltiamo con attenzione più partecipe quanto ha da dirci, ne potremo apprendere informazioni inattese e degne d’interesse. Anche lo storico, da buon mago, ha la sua bacchetta fatata: l’affetto, ovvero la simpatia” (Il Libro del Sarto, p. 71). Caso e strumento di un operoso laboratorio – una modalità con la quale Engramma si identifica – dove i riferimenti all’Antico che ostinatamente ritorna sono raccolti e utilizzati come teatro e specchio della realtà e dei suoi simboli.

Studio, laboratorio, fucina, bottega … l’Antico è – come gli abiti rappresentati nel manoscritto – un atelier di “modelli ripetibili e seriabili, destinati anche a storie sempre diverse, a vere e proprie ‘microstorie’, nella loro differenziata e sempre diversa fenomenologia” (Amedeo Quondam, Introduzione Il Libro del Sarto, p. 5).

Il Libro del Sarto è un repertorio della moda italiana della seconda metà del Cinquecento: uno dei più importanti ma uno dei tanti, come ci fa notare Damiano Acciarino in apertura del suo saggio De re vestiaria. Renaissance discovery of ancient clothing sull’evoluzione del costume all’antica nelle rappresentazioni teatrali del Rinascimento. Tuttavia ha un’identità più complessa. Si tratta di un montaggio di materiali figurativi eterogenei, un’officina delle forme dell’antico e del loro utilizzo, un ‘libro di modelli’ del classicismo rinascimentale. Nel volume, infatti, accanto al primo nucleo di carte dipinte che raffigurano figurini alla moda, realizzati per gli eventi ufficiali della corte milanese sotto il dominio spagnolo, furono inseriti altri materiali, disegni e stampe, pronti a soddisfare le diverse esigenze rappresentative della società delle Corti per la quale l’Antico era il paradigma di riferimento. 

Nato negli anni Quaranta del Cinquecento, il manoscritto è destinato alle committenze degli ‘Uomini illustri’, quegli stessi che, contemporaneamente, Paolo Giovio voleva raffigurati nel suo museo, rievocato da Lionello Puppi nel saggio sui ritratti di Aretino dipinti da Tiziano.

Essendo un libro di lavoro, il sarto Gian Giacomo del conte (cioè della casa del conte Renato Borromeo) annota le commissioni del suo padrone che riguardavano parate e messe in scena, come la mascherata con ‘i diezi re disperati’, pagata venti scudi d’oro, che immaginiamo come un intrecciarsi di evocative invenzioni di moda all’antica e di allestimenti. I confini delle competenze di questi artisti-artigiani erano fluidi e assai variegati: nel Libro del sarto non mancano architetture, cornici, motivi decorativi, padiglioni, insomma quei sistemi di organizzazione di uno spazio destinato alla fruizione pubblica e alla amplificazione delle sue potenzialità. In questo numero di Engramma due saggi si inoltrano in questi territori: tra filologia, scienza e magia Elisa Bastianello in Architetture dell’eco. Vincenzo Scamozzi e Athanasius Kircher alle origini della scienza acustica racconta la nascita della disciplina acustica e la sua applicazione alle architetture dei grandi edifici pubblici; la riflessione di Antonella Huber riguarda invece le strategie museografiche novecentesche di messa in scena di quel Rinascimento che scorre bidimensionale nel Libro del Sarto, come quando “a Milano nel marzo del 1954 si materializza davanti agli occhi increduli dei visitatori del rinnovato castello Sforzesco l’immagine quasi cinematografica del Rinascimento dei cavalieri di ventura”: Rinascimento magico: immagini rivissute del museo vivente.

Gli abiti dell’atelier – guerrieri, dei e figure mitiche – che popolano il Libro del Sarto, allora prendevano vita nei trionfi all’antica, nelle finte battaglie e nei tornei. Nel Cinquecento del Libro del Sarto come ora, la civiltà antica è un sistema di segni decifrabile e per questo riutilizzabile nel sistema delle arti e della loro mise en place, distillato e adattato a seconda dei tempi e dei contesti. Nella necessità ‘ostinata’ dell’umanità di avere una figura eroica e salvifica di riferimento, c’è un fascino particolare nei confronti degli dei dell’antichità i cui tratti contraddittori rappresentano per l’uomo contemporaneo uno degli elementi di più forte magnetismo: meravigliosi e mostruosi, buoni e cattivi, vittime e carnefici, vivi e morti… E questo vale tanto per gli adulti che per i bambini, come ci raccontano le Antiche storie moderne di Rita Petruccioli, illustratrice di fortunate storie mitologiche per piccoli lettori. E così come l’ambivalenza rappresenta il tratto marcante, nell’eroina cinematografica Ellen Ripley del film Alien, protagonista del saggio di Alessandro Grilli che ne ricostruisce gli antefatti mitologici in Eroismo femminile e integrazione culturale. Una genealogia gender della final girl. La natura degli dèi moderni, come gli antichi, è contemporaneamente maschile e femminile, umana e mostruosa, di eroe e di vittima.

Perché la forza dell’Antico, il motivo della sua sopravvivenza è quella di portare in sé la norma e il suo capovolgimento, quell’“energetica” che è il nucleo concettuale delle Pathosformeln warburghiane: in questo modo si può scendere giù fin nell’anima più nera del mito leggendo le storie di streghe raccontate da Sara Arosio in Grazie e disGrazie. Albrecht Dürer e l'insorgenza della rappresentazione della strega come distorsione dell'immagine delle tre Grazie e da Paolo Garbolino in Scienza e magia: Keplero, il figlio della strega. Le antiche Grazie – di quell’antichità che arriva in Nordeuropa mediata dal rinascimento fiorentino – si trasformano in terribili streghe nelle incisioni di Dürer, mentre Keplero assiste al processo per stregoneria di sua madre “in quel precario equilibrio fra un mondo, non ancora morto, abitato da forze occulte e poteri astrali, e un mondo, non ancora nato, regolato da impersonali moti meccanici”.

Nella ricerca di fili, tracce e modelli, ecco allora riapparire quei ‘fantasmi dell’antico’ evocati da Maria Grazia Ciani nella recensione al libro di Monica Centanni, che “provocano l’antico a rifiorire nel presente”, frammenti di memoria come innesti vivi di nuove e continue narrazioni.

* Il Libro del Sarto della Fondazione Querini Stampalia di Venezia, facsimile a cura di D. Davanzo Poli, Edizioni Panini, 1987

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