"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

166 | giugno 2019

97888948401

titolo

Ripartire dal territorio.
Dalla comunità concreta alle bioregioni

In risposta a 11 domande su Olivetti

Alberto Magnaghi*

English abstract

*Alberto Magnaghi, professore emerito di Pianificazione Territoriale, fondatore della Società Territorialista Italiana. Ha scritto con Aldo Bonomi e Paolo Revelli, Il vento di Adriano. La comunità concreta di Olivetti fra non più e non ancora (Roma 2015).

[Redazione di Engramma] Come la questione ‘territorio’ si trasforma in relazione alla socializzazione del sistema produttivo e alla nuova formazione dei valori sia economici che sociali? In quale modo architettura e urbanistica hanno influito sulla nascita del modello produttivo e sociale della Olivetti?

Incentro la mia risposta intorno alla questione ‘territorio’ che emerge in particolare da queste due domande. Per Olivetti la questione ‘territorio’ non è un problema di contesto del sistema impresa, su cui esercitare un rapporto paternalistico da company town, ma, nella sua teoria comunitaria e nella pratica della sua gestione aziendale, è l’epicentro del governo sociale della produzione che influenza in modo sostanziale il progetto politico enunciato nel testo L’ordine politico delle Comunità (Olivetti [1945] 2014).

L’attenzione estrema all’architettura e all’urbanistica, il piano della Val d’Aosta, il piano territoriale del Canavese, il ruolo attribuito all’architettura industriale in rapporto alla qualità dell’ambiente di lavoro (vedi in particolare il progetto dell’insediamento produttivo di Pozzuoli), la mobilitazione per questi piani e progetti dei migliori architetti e urbanisti dell’epoca, la presidenza dell’INU, testimoniano in Olivetti una concezione del territorio che lo impegna a trattarlo come elemento ‘generativo’ in forma integrata e olistica degli aspetti produttivi, sociali, ambientali, di governo, del modello di “comunità concreta”. Non a caso nella sua presidenza dell’INU egli sostanza la sua concezione del territorio enunciando

[...] un’idea di urbanistica al servizio di fini sovraindividuali e perciò etici, che unifica pianificazione economica e territoriale: attribuendo superiorità al “principio territoriale” rispetto a quello “funzionale”, integra nel progetto urbanistico economia e territorio. Questa integrazione richiede di fondare il progetto urbanistico sulla multidisciplinarietà: vedasi ad esempio il gruppo del Piano di Ivrea, divenuto gruppo tecnico per il coordinamento urbanistico del Canavese, formato da urbanisti, geografi, statistici, economisti agrari. Attraverso questa complessità metodologica viene formulato un progetto che, avendo come obiettivo elevare il benessere di tutto il territorio delle comunità, respinge radicalmente la visione in atto di una divaricazione fra due tipi di progettazione: “Una in proporzioni nane, per gli usi del sabato, dedicata alla bellezza, agli ideali, alla bontà, alla verità; l’altra di vaste proporzioni per la supposta utilità pratica, impastate di brutture, squallore, barbarie di nuovo conio” (intervento di Adriano Olivetti al VI Congresso INU del 1956, in Olivetti 1960) (brano completo tratto da Magnaghi 2015).

La parola ‘territorio’ assume dunque per Adriano Olivetti importanza fondativa per sostanziare l’idea di “comunità concreta”. Essa può prendere corpo in uno spazio geografico delimitato in cui si possano integrare natura e storia, città e campagna, fabbrica e società locale, entro relazioni di prossimità entro cui esercitare l’autogoverno integrato dei fattori amministrativi, economici, culturali e sindacali: autogoverno fondativo di un federalismo dal basso. Nel territorio della comunità concreta, contro il gigantismo e la centralizzazione metropolitana, si realizza il decentramento inteso come valorizzazione culturale, economica e sociale di reti di piccole città, borghi, villaggi: un impianto territoriale solidale e non gerarchico, gestito da ‘centri comunitari’ sistemi multisettoriali di piccole imprese, e indirizzato da una pianificazione economico-urbanistica integrata. In questo senso il modello olivettiano costituisce in quegli anni di maturità del fordismo un’anomalia piantata nel cuore della sua massima espressione italiana, il Piemonte della città-fabbrica della Fiat.

Richiamo in estrema sintesi tre modelli piemontesi degli anni ’50 che esemplificano bene le diverse tipologie delle relazioni tra fabbrica e territorio (la descrizione dei tre modelli è rielaborata in Bellandi, Magnani 2017):

1. Torino/Fiat, il modello fordista della città fabbrica.
In questo modello, allora dominante nei rapporti sociali di produzione, il territorio locale è trattato come mero ‘supporto tecnico’ del sistema produttivo massificato: la valorizzazione del capitale implode nel rapporto uomo/macchinario, attuando un processo di subordinazione dell’organizzazione territoriale, funzionale alla divisione del lavoro del sistema della grande fabbrica e al suo sistema riproduttivo: grandi sistemi di trasporto, grandi quartieri dormitorio, grandi siti per lo svago e cosi via (la machine à habiter di Le Corbusier), in un percorso di massificazione produttiva e riproduttiva nella struttura metropolitana centro-periferica. I territori in cui la città-fabbrica si espande nell’area metropolitana vengono sepolti, omologati e con loro le culture locali, le identità culturali, morfotipologiche, paesaggistiche, ambientali. Il modello della città-fabbrica è pervasivo: i tre turni delle fabbriche di Ottana, Marghera, Gela, richiedono la trasformazione di un pastore sardo, di un pescatore della laguna, di un contadino siciliano in tre identici operai chimici, che dormono nelle case popolari e mangiano il salame nelle bustine di plastica. La città fabbrica torinese è pervasiva su tutto il territorio: produce un grande esodo dalle montagne, prima piemontesi, poi venete, poi dal Sud.

2. Langhe/Ferrero, il modello dell’operaio contadino.
Anche in questo modello albese (che avrà uno sviluppo multinazionale), il profitto di impresa è al centro delle relazioni territoriali (in questo caso con le Langhe) e definisce la subordinazione del territorio ai fini del sistema produttivo; ma le peculiarità identitarie del territorio locale divengono opportunità di sviluppo aziendale; il territorio è ‘messo al lavoro’ con le sue cascine per la produzione delle nocciole; la cascina delle Langhe è dunque mantenuta in vita (il che pone un limite all’emigrazione a Torino/Fiat): l’operaio contadino svolge lavoro stagionale sia in fabbrica che nei campi; ogni sera un pulmino lo preleva in cascina fino in alta Langa e ve lo riporta al mattino per iniziare il lavoro dei campi dopo il turno di notte ad Alba. Si avvia qui un investimento su alcune peculiarità del patrimonio territoriale e sociale, con una anticipazione del riconoscimento del valore economico delle peculiarità del territorio locale (ambientali, produttive, sociali, comunitarie), che caratterizzerà il made in Italy dei distretti industriali.

3. Canavese /Olivetti, il modello di comunità concreta.
Nell’Ordine politico delle comunità, Adriano Olivetti enuncia il passaggio dal principio ‘funzionale’ adottato dagli altri due modelli (che richiama l’analisi, la scomposizione per parti, l’azione per settori e funzioni separate) a quello ‘territoriale’ (che richiama la sintesi, il principio olistico, in una visione sinottica). Attuando un rovesciamento del rapporto tra fabbrica e territorio, vengono affermati i principi di reciprocità fra sviluppo della tecnica e della comunità: l’autogoverno del territorio locale orienta la produzione e la tecnologia. Dal profitto, all’innovazione, al benessere sociale, il progetto sociale e politico è incentrato sull’orientare lo sviluppo dell’azienda in base allo sviluppo della comunità territoriale, facendo emergere lo spirito del luogo, i modi di vita della popolazione, della sua vita associata, della complessità del sistema produttivo locale, in primis l’agricoltura, affermando l’importanza dell’identità locale. In questa visione il territorio è interpretato come luogo dello sviluppo sociale dell’impresa, attraverso il rifiuto del modello metropolitano e la valorizzazione delle reti di piccole città e borghi, che costituiscono la principale armatura urbana italiana. Ne consegue il mantenimento di economie complesse e integrate, del rapporto città-campagna, applicato in particolare alla valorizzazione della struttura prevalentemente agricola, di piccole proprietà, di piccoli centri, di strutture sociali resistenti del territorio del Canavese.

Ma l’aspetto più importante di questo modello è che nel territorio locale è situato il primo e decisivo livello del modello di “democrazia diretta” della comunità concreta: gli abitanti/produttori costituiscono gli istituti di decisione primaria, territoriale appunto, rispetto ai livelli superiori di governo. È dalla comunità concreta nella sua dimensione locale che promana ‘dal basso’ la rappresentanza politica verso i livelli superiori. Naturalmente questo modello comunitario non è allora molto apprezzato dal PCI, impegnato principalmente nel conflitto della classe operaia con il modello fordista della Fiat.

[RE] Che legame esiste (se esiste) tra le esperienze di comunitarismo produttivo come i villaggi operai di Saltaire in Inghilterra, Mulhouse in Francia, Crespi d’Adda e Schio in Italia e l’esperienza Olivetti?

Nonostante il padre di Adriano Camillo fondatore dell’Olivetti sia più vicino a questi modelli, direi per Adriano nessun legame: il territorio dei villaggi operai otto-novecenteschi è improntato a una cultura filantropica da una parte e dall'altra a una politica di integrazione sociale (avanzata ad esempio dal Werkbund) in un modello di vita dei lavoratori gestito dall’azienda con i villaggi, le cui abitazioni sono dotate, in alcuni casi, di spazi per l’agricoltura e l’allevamento domestici; un modello contrapposto alla massificazione metropolitana, ma chiuso all’interno del sistema aziendale; il modello olivettiano riconosce il territorio di pertinenza dei lavoratori dell’azienda, nella sua preesistenza di comunità storica, ne riconosce la complessità culturale e l’autonomia socioproduttiva da cui promana il rapporto dialettico con l’azienda. Direi di più: Adriano, rendendosi conto della sproporzione fra il potere attrattivo della grande azienda Olivetti rispetto alla capacità decisionale del territorio locale, auspicata come fondativa nel suo modello politico, arriva ad attivare politiche per sminuirne la centralità: per dare corpo al suo progetto di “comunità concreta” fondata sul primato del principio territoriale, investe molto denaro, progetti e energie per fondare cooperative agricole e molte altre iniziative aziendali autonome in molti settori di piccola impressa in tutto il Canavese per contrastare l’abbandono e rafforzare la relazione fra abitanti e produttori nell’autogoverno del territorio (vedi l’intervista di Anna Marson in questo stesso numero di Engramma, dove si specificano le azioni di Adriano sul sistema produttivo del canavese che vanno a costituire un tessuto produttivo di piccole e microimprese simile a un modello distrettuale multisettoriale). L’investimento produttivo sul territorio per garantirne l’autonomia dei mondi di vita è dunque decisamente antitetico a quello di organizzare la vita riproduttiva degli operai sotto l’egida assistenziale della grande impresa.

[RE] Quali sono gli aspetti dell’attualità o inattualità di Olivetti?

Il modello territorializzato di sviluppo locale comunitario finalizzato al benessere sociale è stato sconfitto come movimento politico negli anni ’50, pur non essendo allora culturalmente isolato (Rossi Doria, Sereni, Ceriani Sebregondi, Dolci, ecc.); è ritornato come sfondo negli anni ’80, prima con la cultura economica dell’‘atmosfera produttiva’ dei distretti (legati alle peculiarità delle culture territoriali di lunga durata), poi con l’emergenza sociale della questione ambientale e dello sviluppo locale. Esso è successivamente maturato, nelle acquisizioni culturali recenti, nella forma di molteplici risposte sperimentali locali alla crisi strutturale globale: tutte accomunate dal legame profondo dei sistemi produttivi, sociali e culturali innovativi con i saperi, gli ambienti e gli stili di vita locali, ‘scavati’ dalle comunità viventi nella storia dei luoghi e reinterpretati come ricchezza patrimoniale; ancoraggio che può essere colto come una sorta di antidoto alla crisi finanziaria della globalizzazione economica, indicando strade per il superamento della crisi stessa che, proprio dal ‘ritorno al territorio’ e ai suoi beni patrimoniali riprogettati al futuro, traggono la forza dell’innovazione. È il tema trattato ampiamente dalla Società dei territorialisti/e che presiedo sia con l’“Osservatorio delle buone pratiche di sviluppo locale”, sia attraverso la rivista “Scienze del territorio”.

La concezione olistica del territorio, travolta negli anni ’50 dalle funzioni della città-fabbrica fordista, e sepolta successivamente dall’astrazione deterritorializzante della globalizzazione economico-finanziaria, registra oggi molti segni di rinascita: dai nuovi contadini che, recuperando saperi dei paesaggi rurali storici, ricostruiscono relazioni città campagna, producendo cibo e servizi ecosistemici per le città, ripopolando villaggi e borghi montani; agli abitanti delle periferie metropolitane che tessono reti di condivisione, ricostruiscono spazi pubblici e nuove forme solidali dell’abitare e del produrre; a comunità locali che reinterpretano e curano i valori patrimoniali locali per produrre e scambiare beni unici al mondo; a nuove forme di pianificazione integrata e partecipata che, sulla crescita di cittadinanza attiva e di ‘coscienza di luogo’ fondano visioni di futuro ancorate al ‘ritorno al territorio’: contratti di fiume, di lago, di paesaggio; ecomusei, osservatori locali del paesaggio, parchi agricoli multifunzionali, biodistretti e cosi via.

Faccio un solo esempio sull’attualità del pensiero ‘territorialista’ di Olivetti richiamando le ultime elaborazioni di Giacomo Becattini, economista, nel cui ultimo libro (La coscienza dei luoghi, Roma 2015) il legame di questa evoluzione storica del concetto di ‘locale’ con il ‘ritorno al territorio’ è evidente. Il territorio di Becattini non è lo spazio geografico ma un insieme di luoghi dotati di profondità storica e identità; è il luogo a educare la comunità che lo abita: il luogo inteso come insieme di giacimenti patrimoniali, sia di saperi e risorse ambientali (“la metafora del lago” dell’ultimo saggio del libro, ovvero il rapporto fra “fondi” e “flussi”, in riferimento a Georgescu-Roegen), sia di culture, stili di vita, caratteri, “bernoccoli” culturali, modelli sociali (richiamati nel saggio La lezione di Pietro Leopoldo). Richiamando direttamente Olivetti, Becattini opera un rovesciamento radicale di ruolo fra i concetti di economia, produzione e territorio; nel saggio La lunga marcia degli studi economici verso il territorio il luogo, come agente primario della trasformazione produttiva, viene sinteticamente e metaforicamente definito da Becattini “una molla caricata nei secoli”:

Molti luoghi apparentemente anodini erano molle caricate nei secoli; che, se si creavano le condizioni per la loro liberazione, potevano cambiare il volto di un paese. In breve: i pratesi, i biellesi, i carpigiani e tanti altri ceppi locali di popolazione hanno fatto qualcosa che alla maggior parte dei professori di economia appariva impossibile: l’acqua del loro know-how artigiano e delle loro culture locali si è trasformata nel vino delle esportazioni e nella joie de vivre di gruppi sociali, anche di modesta estrazione.
Ecco, questo è il territorio – una cosa profondamente diversa dallo spazio dei teorici della localizzazione e dei trasporti, in cui le distanze culturali non si possono misurare, e in cui le potenzialità di sviluppo sono nascoste nelle pieghe più inattese delle società locali. È a queste “molle caricate nei secoli” che ancoriamo un ritorno al concetto cattaneano di territorio come “realtà costruita dall’uomo”; un termine riassuntivo che permette di approfondire attraverso l’analisi comparata lo sviluppo differenziato dei luoghi (Beccattini 2015, 95).

A questa idea di territorio, a questa “molla caricata nei secoli” Beccattini attribuisce la forza di produrre non solo ricchezza ma anche felicità, che lo porta a proporre un’economia della felicità finalizzata alla soddisfazione degli interessi degli abitanti e non del profitto.

Un altro aspetto della attualità del pensiero olivettiano sulla centralità del territorio la si trova nelle recenti spinte di imprese innovative a passare dalla responsabilità sociale dell’impresa alla responsabilità socioterritoriale, nel passaggio dai distretti industriali ai distretti produttivi multisettoriali e nell’attribuire ad una molteplicità di soggetti nel territorio (e dunque al governo della domanda sociale) la formazione dei fini della produzione industriale, finalizzata al benessere sociale. E questo processo vale tanto più in un territorio in cui ci si trova di fronte ad un sistema produttivo complesso e multisettoriale, rispetto alla situazione di Ivrea rispetto al canavese in cui, come ho detto, si applicava il principio territoriale in una situazione difficile con una grande impresa presente sul mercato internazionale e su cui Adriano interviene con un progetto territoriale che anticipa lo spirito dei distretti multisettoriali integrati e addirittura le relazioni di cura ambientale presenti nei modelli di “bioregioni urbane” (Magnaghi 2014).

In ogni caso troviamo analogie, nel rapporto impresa territorio, sulla nuova forma sociale dell’impresa, se confrontiamo il modello richiamato in una conferenza della Fondazione Adriano Olivetti:

La Comunità possiede una parte del capitale azionario delle grandi e medie fabbriche, ne nomina taluni dei dirigenti principali […] compra e vende terreni e proprietà in relazione alle necessità di sviluppo tecnico della Comunità; […] assiste lo sviluppo dell’artigianato e del turismo (Zagrebelsky 2014, 29).

con le recenti ipotesi di Beccattini sulla gestione socioterritoriale dell’impresa:

[…] potremmo pensare, per esempio, a un sistema ‘bicamerale’ del cluster o distretto industriale che contempli la presenza di rappresentanti del luogo nel consiglio di amministrazione dell’impresa e di quelli dell’impresa nel consiglio politico locale (Beccattini 2015, 46).

o con esperienze di Fondazioni che affrontano contemporaneamente i fini sociali e produttivi nella gestione di ‘distretti sociali evoluti’ – un’esperienza olistica ispirata alla teoria della complessità con l’espansione del capitale sociale come vincolo alla logica del profitto; va ad esempio in questa direzione, la Fondazione “Comunità” di Messina il cui cluster riguarda: imprese profit; imprese sociali, finanza etica, rete di economie solidali (Consorzio Sole, Ecos Med); sostegno alle micro produzioni energetiche; housing sociale, polo sulle tecnologie ambientali (Fondazione Horcynus Orca); parco culturale di cooperative giovanili di soggetti deboli; network su ingegneria e architettura sostenibile; ecogastronomia; risanamento baraccopoli e campi profughi; modelli di welfare di comunità, risanamento aree di pregio archeologico e ambientale (Gaetano Giunta, presidente della Fondazione Comunità Messina: intervento al Focus Olivetti, promosso da Sattva Films Milano 2016).

Dove invece il modello di comunità concreta non è (purtroppo) affatto attuale è nelle conseguenze del modello olivettiano rispetto a forme federaliste di governo del territorio (e della società): la travolgente ondata di neocentralismo a livello regionale (con la concentrazione decisionale e la centralizzazione territoriale dei servizi nelle città e nelle aree metropolitane), a livello statuale (con le megaregioni), a livello globale (con le concentrazioni delle megacities e megaregions, fino al progetto della Grande Pechino di 140 milioni di abitanti), e la crescita interconnessa globalmente di neocittà-stato, ha spazzato via da tempo in Italia, anche da parte della Lega (rimasta unica custode di Carlo Cattaneo), qualunque ipotesi federalista. Tanto più sono scomparse quelle proposte di federalismo solidale dal basso che riprendevano le ipotesi del ‘federalismo per partecipare’ da parte della nostra “Rete del nuovo Municipio” negli anni 2000 (si tratta di una associazione nazionale attiva dal 2001 al 2009, promossa al Forum mondiale di Porto Alegre (2000), costituita da Comuni, laboratori di ricerca-azione universitari, e movimenti e associazioni locali di cittadinanza attiva, per promuovere politiche innovative di autogoverno del territorio come bene comune, all’insegna di un federalismo partecipativo e solidale per una ‘globalizzazione dal basso’).

Attualmente tutte le opposizioni “di sinistra” alle “autonomie regionali differenziate” non fanno alcun cenno a alternative federaliste, ma inneggiano all’unità del paese garantita solo dallo Stato centrale.

[RE] Come va interpretata l’idea di Comunità olivettiana rispetto al dibattito attorno al conflitto tra società e comunità che costituiva sino a poco tempo fa il fronte tra politiche di sinistra e politiche di destra?

Ancora oggi il pensiero sociologico della modernità nelle sue espressioni accademiche considera ‘comunità’ come un concetto da evitare. Eppure la maggior parte delle esperienze che affrontano sul territorio concrete iniziative per la difesa dell’ambiente, del territorio, del paesaggio, che si appropriano di spazi urbani e agricoli per l’autorganizzazione di esperienze di vita, di promozione culturale, di attività produttive autogestite, che promuovono attività produttive e di scambio a valenza etica, sociale, di mutuo soccorso e cosi via, si autodefiniscono ‘comunitarie’ per sottolineare che la ricerca di alternative alla polverizzazione sociale e alla sottrazione di poteri a abitanti e produttori da parte dei flussi globali del capitale finanziario passa proprio per la ricostruzione di legami di prossimità, di solidarietà, di re-identificazione con i luoghi che vengono riattribuiti alla parola “comunità” come dimensione politica emergente rispetto a quella di società, i cui contorni risultano sempre più sfocati.

Anche iniziative istituzionali come quella delle ‘cooperative di comunità’ promosse da Legacoop e finanziate da diverse Regioni e Comuni utilizzano il termine ‘comunità’ per denotare la presenza comune in una impresa socioproduttiva di cittadini, operatori economici, istituzioni locali. La società dei territorialisti ha titolato il suo convegno nazionale annuale tenutosi a Castel del Monte (15-17 novembre 2018) La democrazia dei luoghi: azioni e forme di autogoverno comunitario.

In questa direzione il richiamo all’idea di Comunità olivettiana, un’idea aperta che contiene il riconoscimento delle potenzialità di autogoverno del territorio da parte dei suoi abitanti/produttori, è costantemente presente nelle nostre iniziative condotte con le multiformi esperienze innovative di cittadinanza attiva e con le nuove forme di pianificazione partecipata e pattizia che citavo, che ‘striano’ in modo sempre più denso (ma ancora istituzionalmente irrilevante) il nostro territorio.

Bibliografia
  • Beccattini 2015
    G. Beccattini, La coscienza dei luoghi. Il territorio come soggetto corale, Roma 2015.
  • Bellandi, Magnaghi 2017
    M. Bellandi, A. Magnaghi, La coscienza di luogo nel recente pensiero di Giacomo Beccattini, Firenze 2017.
  • Magnaghi 2014
    A. Magnaghi (a cura di), La regola e il progetto: un approccio bioregionalista alla pianificazione territoriale, Firenze 2014.
  • Magnaghi 2015
    A. Magnaghi, Dal territorio della Comunità concreta alla globalizzazione economica e ritorno, in A. Bonomi, M. Revelli, A. Magnaghi (a cura di), Il vento di Adriano, la comunità concreta di Olivetti fra non più e non ancora, Roma 2015.
  • Olivetti [1945] 2014
    A. Olivetti, L’ordine politico delle comunità [1945], Roma-Ivrea 2014.
  • Olivetti 1960
    A. Olivetti, Città dell’uomo, Roma-Ivrea 1960.
  • Zagrebelsky 2014
    G. Zagrebelsky, Presentazione, in A. Olivetti, Le fabbriche di bene, Roma-Ivrea 2014.
English abstract

According to Alberto Magnaghi, the territory for Olivetti is what, in an integrated and holistic form, generates community in the concrete sense of all its manifold aspects: productive, social, environmental and governmental. Since it recognizes the cultural complexity and socio-productive autonomy of the territory, it differs not only from other entrepreneurial models, such as Fiat or Ferrero, but also from the nineteenth-century company towns. Taking up the ideas of Giacomo Beccattini and the activities of the Society of Territorialists, Magnaghi offers a definition of territory as “not a geographic space but a set of places with historical depth and identity”, connected to the theme of community intended as proximity, solidarity, re-identification with places, and emergent political dimension with respect to the notion of society, whose outlines are increasingly blurred. This definition, in harmony with Olivetti’s, recognizes the potential for a territory’s self-governance by its inhabitants/manufacturers.

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