"La Rivista di Engramma (open access)" ISSN 1826-901X

Danae. Bagliori del mito

Editoriale di Engramma n. 178

Maddalena Bassani, Alessandra Pedersoli

Questo numero è dedicato a Mario Torelli (1937-2020) che, con la sua straordinaria capacità di analizzare e di interpretare i prodotti culturali delle società antiche, ci ha insegnato a non fermarci mai a una prima lettura del fenomeno artistico e letterario e ci ha indicato la strada per tentare di rintracciarne i committenti e dunque l’orizzonte socio-culturale in cui esso ha preso forma. Un approccio fortemente storico ma allo stesso tempo ‘caleidoscopico’, ovvero ‘engrammatico’, che continuerà ad accompagnarci e a guidarci nelle nostre ricerche.

Perché un numero dedicato al mito di Danae e alle sue rifrangenze dall’antico al contemporaneo? Il ‘pretesto narrativo’ è stato offerto da una iniziativa maturata all’interno della Fondazione Fabbri di Pieve di Soligo: l’acquisto di un dipinto attribuito ad Antonio Bellucci, che raffigura un’immagine dell’eroina argiva quale rilettura della notissima ‘serie’ di Tiziano Vecellio. Parallelamente, l’esposizione alla National Gallery di Londra delle ‘poesie’ di Tiziano per Filippo d’Asburgo, tra cui la Danae del Prado, ha costituito un’ulteriore sollecitazione per approfondire la ricerca sul mito danaico attraverso differenti punti di osservazione, che dall’Antichità, attraverso il Medioevo e il Rinascimento, giungono al XXI secolo.

Ma le due circostanze che sopra abbiamo delineato, sono state solo il primo innesco del lavoro che ha dato, come esito, questo numero monografico: rintracciare e tessere i fili della tradizione del mito di Danae ci ha condotti, da subito, a riflettere sulle peculiarità dei meccanismi di trasmissione dall’antico di un percorso tutt’altro che lineare.

L’indagine inizia dalla traduzione e dalla lettura delle fonti antiche greche e latine afferenti a Danae, proposta da Maria Grazia Ciani, che conducono il lettore alla focalizzazione dei principali elementi di questo mito e alle sue declinazioni elaborate presso gli antichi: Danae quale paradigma di chi subisce un destino apparentemente funesto ma che trova poi il proprio riscatto nell’imprevisto, ossia nella fortuna propizia; Danae quale simbolo della bramosia di ricchezza palesata nella pioggia d’oro che la feconda. Le fonti infatti tramandano diverse versioni del mitema, stratificatesi e mutate a seconda delle epoche e della componente socio-politica e culturale di riferimento. I diversi e semanticamente pregnanti usi del mito emergono con evidenza in un contributo di taglio filologico e in uno di taglio archeologico. Il saggio di Monica Centanni, sulla base di una accurata verifica dei testimoni e delle differenti edizioni dei Persiani di Eschilo, si concentra in particolare su un audace e suggestivo emendamento proposto da Martin West su un punto corrotto del testo, in base al quale sarebbe posta in evidenza la relazione di Perses, figlio di Perseo e nipote dell’argiva Danae, e il nome dei Persiani. Nel saggio di Maddalena Bassani vengono rilette alcune fonti latine che ambientano la seconda parte del mito (attinente alla conclusione del peregrinare di Danae dentro un’arca dopo un lungo viaggio fra le onde del mare) in Occidente, anziché in area greca: la risemantizzazione latina del mito sui lidi di Ardea viene ricondotta all’interno di un più ampio orizzonte archeologico e storico-antiquario di età medio-tardo repubblicana, che troverà una sua ulteriore codificazione nella Roma di Ottaviano Augusto e di Livia.

Danae è stata un soggetto prescelto anche da numerosi artisti e artigiani antichi, che hanno realizzato opere destinate a una committenza variegata. L’eroina argiva, sovente con il figlio Perseo, è infatti la protagonista di iconografie di numerosi vasi attici in un periodo compreso fra il V e il IV secolo a.C., tra i quali spicca una kylix rinvenuta in una necropoli di Spina: su di essa Mario Cesarano offre un interessante affondo, mettendo in luce non solo la fortuna che il mitema ha avuto nella ceramica attica in Grecia e in Occidente, ma anche il suo impatto nella società degli Etruschi padani, segnatamente nell’orizzonte della sfera funeraria. Di molto successivo, ma non per questo meno interessante, è invece il manufatto presentato da Gabriella Fényes, conservato ed esposto al Museo Archeologico di Aquincum (Budapest). Si tratta di una forma per dolci di età medio-imperiale di area danubiana, che si dimostra particolarmente rilevante poiché presenta una versione quasi ‘pornografica’ dell’iconografia di Danae: una versione che potrebbe peraltro rimandare a forme di autoerotismo, dal momento che i ‘goccioni’ che piovono dall’alto sulla figura femminile poco somigliano alla pioggia d’oro, ma richiamano piuttosto gli olisboi, ovvero i sex toys già in uso presso gli antichi.

È nel passaggio dall’antico all’età moderna che il mito, dall’oblio tardoantico, comincia il suo progressivo disvelamento: il saggio di Andrea Torre analizza alcune interpretazioni petrarchesche del mito della fecondazione di Danae incrociando testimonianze figurative e letterarie, seguendo il doppio filo tematico dello sguardo eccitato e della sublimazione del desiderio. Danae si affaccia al Rinascimento mantenendo un precario equilibrio ossimorico tra imago Voluptatis e imago Pudicitiae. A questo secondo filone pare da ascrivere la Danae al centro del contributo di Piermario Vescovo, dedicato alla Comedia di Danae di Baldassarre Taccone, una fabula mitologica rappresentata nel 1496 a Milano, alla corte di Ludovico il Moro.

Partendo dalla Danaë di Jan Gossaert van Mabuse, Barbara Baert affronta tematiche più squisitamente iconografiche: lo schema iconografico permette di analizzare nel dipinto la Raumlichkeit, lo spazio psico-spaziale, che contrappone le diverse nature dell’esterno ‘fecondante’ con l’interno ‘fecondato’. La figura di Danae assume (o recupera?) una connotazione smaccatamente voyeuristica con le ‘poesie’ di Tiziano per Filippo d’Asburgo: come accennato in apertura, la mostra londinese Titian. Love, Desire, Death (Londra, The National Gallery, 16 marzo 2020-17 gennaio 2021), recensita da Simona Dolari, rappresenta un evento eccezionale in quanto raccoglie sette tra le tele che raffigurano eroine seducenti e sensuali raccontate da Ovidio nelle Metamorfosi, tra cui una delle varianti di Danae (quella oggi conservata nella Wellington Collection presso la Apsley House di Londra). La fortuna del modello iconografico di Tiziano, a partire dalla versione conservata a Napoli a Capodimonte, è alla base del contributo di Lorenzo Gigante: la recente acquisizione sul mercato antiquario di un dipinto tardo barocco veneziano, attribuito ad Antonio Bellucci, offre l’opportunità di indagare la resistenza di un modello, le sue varianti e riproduzioni, ma anche di intravedere quale fosse lo sguardo al mito di Danae agli albori del Settecento.

La Danae di Tiziano di Capodimonte è tra le opere trafugate dai nazisti a Montecassino dopo l’armistizio: il Reichsmarschall Hermann Göring, che si definiva un uomo del Rinascimento (“Ich bin nun mal ein Renaissancetyp”), era un avido collezionista e nella sua tenuta di Carinhall avrà modo di raccogliere molte opere provenienti dai musei italiani. Elena Pirazzoli ricostruisce le intricate vicende che portarono il dipinto (chiuso in una cassa proprio come toccò in sorte all’eroina raffigurata) dall’Italia alla Germania e quindi, con l’intervento di Rodolfo Siviero, nuovamente in Italia.

Nel contemporaneo, in cui assistiamo a tante riletture dei miti classici, Danae non pare essere tra i soggetti in auge: praticamente nulle sono le occorrenze (esplicite o implicite) in cui il mito trova espressione nelle arti o in letteratura. C’è però un’eccezione: Carlo Sala, nel suo contributo dedicato all’opera di Vadim Zakharov per il padiglione russo alla 55. Esposizione Internazionale di arte contemporanea della Biennale di Venezia del 2013, contestualizza la figura di Danae all’interno delle dinamiche sociali ed economiche dell’oggi, invitando lo spettatore che ‘agisce’ nell’opera a riflettere sul sistema finanziario globale, sul ruolo dei mass media e sulla condizione femminile.

In questo percorso mancano tante altre Danae, e una per tutte, è una delle opere più celebri dedicate al mito di Danae: la tela di Klimt, realizzata tra il 1907 e il 1908 e ora conservata a Vienna. Ma abbiamo preferito lasciare il posto ad altre ‘storie’ meno note, che altrimenti non avrebbero trovato accoglienza. In conclusione, si tratta di un numero ricchissimo di suggestioni, alcune inedite o sconosciute, che il lettore potrà approfondire a seconda delle epoche e delle prospettive con cui intende rileggere la fabula di Danae: un’occasione per considerare i ‘bagliori del mito’ con una lente discreta, quasi attraverso un caleidoscopio metatemporale.

English abstract

The tradition of Greek mythology follows complex, sometimes difficult, paths. Not all its myths are given the same attention over time: such is the case of the story of Danaë, relatively neglected. For fear of being killed by his nephew (as prophesied by the oracle of Delphi) Acrisius, king of Argos, decided to lock his daughter in a tower. Under a golden rain, Danaë was ‘loved’ by Zeus and, in her confinement, conceived a son, Perseus. As punishment, Acrisius closed Danaë and the little Perseus in a nailed wooden box that was thrown into the sea. Mother and child saved themselves and the myth has persisted. This issue of Engramma is dedicated to the afterlife of the myth of Danaë: from Greek Antiquity to contemporary art, passing through the Medieval and Modern traditions. It includes contributions by Barbara Baert, Maddalena Bassani, Monica Centanni, Mario Cesarano, Simona Dolari, Gabriella Fényes, Lorenzo Gigante, Elena Pirazzoli, Carlo Sala, Andrea Torre, and Piermario Vescovo.

keywords | Danaë; the Classical tradition; mythology.

doi: https://doi.org/10.25432/1826-901X/2020/2021.178.0001