"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

64 | maggio 2008

9788898260096

titolo

Vero falso finto

Editoriale di Engramma 64

Giuseppe Cengiarotti, Daniele Pisani

In Innamorarsi lentamente di una Categoria, il saggio introduttivo alla recente riedizione de Il demoniaco nell’arte di Enrico Castelli (Bollati Boringhieri 2007) che riproponiamo in apertura di questo numero di "Engramma", Corrado Bologna recupera dall’oblio l’opus magnus di un eccentrico, e spesso sottovalutato, studioso, in cui l’intreccio tra campo di studio, stile di pensiero e stile di scrittura si fa a tal punto fitto da diventare inestricabile. A tale riguardo, anzi, il pensiero e la scrittura di Castelli possono essere assunti come un caso limite. Il problema posto da Il Demoniaco nell’arte tocca, tuttavia, da vicino alcuni punti tanto fondamentali quanto controversi, e sopratutto costitutivi e in quanto tali ineliminabili, di quel ‘mestiere dello storico’ su cui il presente numero di "Engramma" intende proporre una riflessione.

Come, del resto, mostra Andrea Pinotti (di recente curatore per Quodlibet di una nuova versione italiana della Grammatica storica delle arti figurative di Alois Riegl) nel secondo dei contributi qui proposti, Stile e verità. Una prospettiva riegliana, proprio nell’acquisita consapevolezza dell’impossibilità, da parte dell’arte, di raffigurare la 'cosa in sé' consiste la rivoluzione copernicana della Kunstwissenschaft riegliana. "Con ciò – come ebbe modo di osservare Arnold Hauser nella sua Filosofia della storia dell’arte – anche la natura assume un carattere storico; mutano non soltanto i mezzi della sua raffigurazione, ma mutano anche i compiti che essa pone all’arte. È dunque privo di senso parlare di stili fedeli e di stili infedeli alla natura; perché il problema non è se si è più o meno fedeli alla natura, ma che concetto ci si fa di essa. Nella storia dell’arte non si tratta dei diversi gradi della riproduzione della natura, ma dei diversi concetti della naturalezza".

Il problema che in tal modo si pone trascende di gran lunga la questione della raffigurazione, più o meno oggettiva, della realtà. A venire, infatti, messa radicalmente in discussione da Riegl è la stessa pretesa fondamentale della scienza storica positivistica, quella di poter conoscere (e quindi rappresentare) ciò che è avvenuto, per dirla ancora una volta con le parole di Ranke, “wie es eigentlich gewesen”: la pretesa, in altri termini, che esista una 'cosa in sé', che questa sia attingibile e che sia, infine, rappresentabile, e al tempo stesso che nel corso di tale processo il soggetto del riguardante non svolga alcun ruolo di condizionamento – quasi non fosse nemmeno.

Ora, questa problematica, che attraversa sin da sempre – costitutivamente, appunto – il mestiere dello storico, è oggi di un’attualità a dir poco scottante. È proprio per tale ragione che da qualche tempo il Centro studi IUAV classicA ha avviato una riflessione sulla metodologia della storia, interrogandosi in primo luogo sul rapporto che intercorre tra realtà e finzione suggerito dal sottotitolo, Vero falso finto, dell’ultimo libro di Carlo Ginzburg, Il filo e le tracce (si vedano i contributi in engramma di Giuseppe Cengiarotti e Daniele Pisani, Note a margine di: Carlo Ginzburg, Il filo e le tracce. Vero falso finto), e proseguendo con la discussione di altri volumi, editi o riediti di recente, che in vario modo hanno posto all’ordine del giorno la crucialità delle modalità di scrittura della storia; tra questi occorrerà menzionare almeno: Storia e psicanalisi di Michel de Certeau (di cui vedi una nostra lettura in questa rivista), Forme di storia di Hayden White (di cui vedi una nostra lettura in questa rivista) e Storia dell'arte e anacronismo delle immagini di Georges Didi-Huberman (di cui vedi una nostra lettura in questa stessa rivista).

La riflessione è stata condotta alla luce della convinzione che la scrittura della storia e il rapporto che essa intrattiene con la 'verità' costituiscano, oggi, non solo alcuni degli ambiti privilegiati di autoriflessione per la disciplina storica, ma anche una fondamentale posta in palio culturale e politica. Ed è proprio in questa luce che vanno intesi gli interventi pubblicati in questo numero di "Engramma": come dei passi compiuti in un percorso a più voci, niente affatto unidirezionato e dall’esito tutt’altro che scontato.

Nell’economia complessiva del numero, un ruolo chiave è infine rivestito dal contributo di Gianmario Guidarelli, Lo sguardo di Perseo. Il lavoro dello storico tra scrittura e dimensione etica in Immagini malgrado tutto di Georges Didi-Huberman, che, a partire dal controverso volume dello storico dell’arte francese, pone degli interrogativi ineludibili per chiunque faccia – comunque, e in particolare oggi – storia. Ossia: cosa può la storia dinnanzi a un evento come l’Olocausto? Cosa ne può dire? Con quale strumenti può accingersi a parlarne?

Le domande sono di particolare urgenza soprattutto alla luce dei ripetuti tentativi di negare l’Olocausto compiuti nel corso degli ultimi decenni. Ma lo sono pure nella misura in cui, in questi stessi ultimi decenni, si è sviluppata un’opposta tendenza, in prima istanza del tutto comprensibile e condivisibile, a ipostatizzare l’Olocausto, a collocarlo nel reame dell’assoluto, che si fa pericolosa in quanto, isolando nella storia umana un evento di incomparabile efferatezza, rischia di trasporlo in un piano di ‘mistica’ inconoscibilità. Quanto si desidera lasciare non detto, perché nessuna parola sarebbe in grado di dirlo adeguatamente, rischia, in altri termini, di venire trasposto in una nebulosa dimensione metastorica, paradossalmente e perversamente al di là del bene e del male, e proprio in quanto male assoluto (absolutus, ossia 'incondizionato').

Negare il diritto, rivendicato invece dai revisionisti e ancor più dai negazionisti, di proporre interpretazioni radicalmente nuove di eventi del passato, sia pur delicati e cruciali, è, allora, uno dei grandi pericoli in cui rischia di incorrere la storiografia odierna. E di pericolo, in particolare, si tratta, nella misura in cui la negazione di un tale diritto non può che fondarsi, in ultima analisi, sulla pretesa che sia necessario difendere una determinata prospettiva su di un determinato evento, ossia di essere gli unici, veri detentori del vero accesso alla verità (vedi in questa rivista il contributo di Daniele Pisani, Carlo Ginzburg e Hayden White. Riflessioni su due modi di intendere la storia). La trasposizione di un evento in una dimensione metastorica fa, in altri termini, tutt’uno con la collocazione di se stessi in una posizione che si finge super partes, e implica il ritorno a una distorta, e quasi metafisicamente fondata, idea di 'verità.

Gli interventi qui proposti ruotano, ciascuno a suo modo, intorno a tale nodo problematico. Nessuno di essi pretende di offrire una risposta univoca, così come non lo pretende la sequenza con cui vengono ora proposti. Intento del Seminario 'Vero falso finto' promosso dal Centro studi classicA di cui questo numero di "Engramma" è uno dei frutti, è piuttosto quello di riproporre all’attenzione un problema cruciale, a cui non è, a nostro giudizio, possibile né auspicabile offrire una risposta certa e sicura.

Ibrido, il mestiere dello storico non può che continuare a sottoporre se stesso a nuova interrogazione; e, oggi in particolare, fa parte dei compiti dello storico quello di farlo con la massima cura – è un suo dovere. Oltre che ibrido, il mestiere dello storico abita, tuttavia, anche nell’impossibilità di offrire una risposta definitiva – teoretica – del problema. Tra gli estremi opposti, ed entrambi da rifuggire, del disimpegno e del dogmatismo, si estende il vasto quanto dissestato terreno, sempre e comunque tutto ancora da dissodare, del suo studio e del suo problematico impegno intellettuale.

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