"La Rivista di Engramma (online)" ISSN 1826-901X

46 | marzo 2006

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Figure di Muse, ritratti di intellettuali

Recensione a: Musa pensosa. L'immagine dell'intellettuale nell'antichità, Roma, Colosseo 19 febbraio-20 agosto 2006; catalogo a cura di Angelo Bottini, Electa, Milano 2006

Giulia Bordignon

Una elegante teoria di figure, alte sui piedistalli incorniciati dal secondo ordine di archi del Colosseo, si snoda di fronte al visitatore all'ingresso della mostra Musa pensosa. Per prima, la statua di Polimnia, la malinconica Musa che con la sua postura dà il nome all'esposizione, apre a turisti e appassionati un percorso che illustra, mediante preziose testimonianze artistiche e archeologiche, il rapporto che legava nell'antichità le figlie di Mnemosyne a coloro che oggi chiamiamo gli "intellettuali": come già è stato evidenziato in "Engramma", il gesto di Polimnia, chiusa nel suo himation e con la mano al volto, incarna con straordinaria modernità la Pathosformel della meditazione intellettuale (Pathosformeln delle MuseTavola de melancholiaParnaso celeste e terrestre – Tavola 53).

Le Muse, ispiratrici dell'incantamento musicale e del talento poetico a partire dall'innominata "diva" di Omero, nella mostra romana costituiscono delle vere e proprie figure-chiave, che offrono accesso a diversi aspetti della cultura antica. Il percorso espositivo intreccia infatti un andamento longitudinale (sul lato esterno dell'ambulacro), quasi storico-prosopografico, in cui alle figure delle Muse fanno seguito statue-ritratto di poeti e poi di filosofi, a un andamento trasversale (di collegamento al lato interno) che, richiamandosi a ciascuna Musa, ne chiarisce funzioni e ambiti di pertinenza. Troviamo ad esempio Melpomene, patrona della tragedia, accostata alle erme di Eschilo, Sofocle, Euripide, ma anche al celebre affresco pompeiano con la tragica vicenda di Medea, o al cratere di Napoli con la storia di Oreste.

Se è vero che la mostra prende l'avvio dalla tradizionale associazione tra Muse e 'mitici' cantori, in quanto legame imprescindibile e originario che conferisce un'aura di sacralità al sapere, uno degli aspetti forse più interessanti dell'esposizione è quello che illustra come tale rapporto sia venuto modificandosi nel corso dei secoli, con la progressiva autonomizzazione del mestiere dell'intellettuale: tale 'laicizzazione' pare riflettersi anche da un punto di vista fisiognomico sulle convenzioni iconografiche dei ritratti di poeti, scrittori e filosofi, dal volto 'sublime' di Omero, a quello 'idealizzato' da buon polites di Sofocle, al crudo verismo che rappresenta il nuovo ethos predicato dai filosofi ellenistici. Le Muse dunque – lungi dal restare divine e venerande garanti di ispirazione (se non nella filosofia platonica) – divengono infine 'pretesti' letterari, topoi destinati al logoramento, allegoriche personificazioni dei generi poetici.

Eppure, pare sottolineare il percorso espositivo, neppure quando alla poiesis si sostituisce la techne, quando cioè i poeti e i saggi divengono letterati e per l'appunto 'tecnici' della cultura (e la figura del filosofo-maestro presta le sue fattezze anche a Cristo), neppure allora viene meno l'importanza delle Muse: ma all'originario rapporto tra sapere e verità si sostituisce, con sempre maggior consapevolezza, una nuova equazione, che appaia conoscenza e ideologia. Nel mondo romano cultura e politica, entrambe più che mai in cerca di rappresentazione e di legittimazione, trovano all'unisono nelle figure delle Muse l'espressione più icastica e più efficacemente consolidata dalla tradizione: la mostra parrebbe 'chiudersi' con le Muse volute da Marco Fulvio Nobiliore e da Marco Emilio Lepido per celebrare, col canto e con la memoria, i propri trionfi militari. Subito dopo, Polimnia, che ci aveva accolti, ci saluta ancora con il suo gesto pensoso.

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