“Spes sit mihi certa videndi Niliacos fontes”. Alla ricerca di un confine del mondo, sulle tracce del grande Alessandro
Recensione a: Lorenzo Braccesi, Il grande Nilo. Esploratori, turisti e conquistatori nell'antico Egitto, Laterza, Roma-Bari 2025
Monica Centanni
English abstract
Sed cum tanta meo vivat sub pectore virtus / tantus amor veri, nihil est quam noscere malim / quam fluvii causas per saecula tanta latentis / ignotumque caput. Spes sit mihi certa videndi Niliacos fontes, bellum civile relinquam (Lucano, Fars. X, 189-192).
Ma in tanto ardore che mi vive nel profondo del cuore / e in tanto amore del vero, nulla desidero sapere / più della causa delle piene di questo fiume, nascosta da secoli, / e l’ignota sorgente. Dammi sicura speranza / di vedere le fonti del Nilo, e lascerò la guerra civile (trad. di Luca Canali).
Nei versi di apertura dell’ultimo libro della Farsaglia, Lucano aveva sferrato il suo infiammato attacco contro Alessandro, il felix praedo […] terrarum fatale malum fulmenque che aveva umiliato la libertà di tutti i popoli di Grecia e di Oriente e che, se la natura non avesse messo fine alla sua follia, nella sua smania infinita di conquista si sarebbe volto verso Occidente e avrebbe “bevuto alle sorgenti del Nilo” (Fars., X, 20-52). Ma una piccola barca approda di nascosto alla reggia di Alessandria: sbarca Cleopatra “Erinni fatale […] che con il suo sistro avrebbe abbattuto il Campidoglio” (Fars., X, 56-ss.); ed è a questo punto che a un Cesare, oramai sedotto dalle malìe della regina, stanco di guerre civili e desideroso di rivolgere altrove la sua virtus e il suo amor veri, Lucano fa pronunciare i versi sulla speranza di “vedere le fonti del Nilo” – versi che ci introducono al tema, e ci fanno immergere nel clima, del libro di Lorenzo Braccesi sul “grande Nilo”, edito da Laterza nell’estate del 2025.
Ma cominciamo dalla dedica, posta in exergo al volume, che recita: “alla memoria del mio bisavolo Henry Fiorentino, primo cassiere di Suez”. Il bisavolo Henry altri non è che il primo, in ordine di comparsa, del cast di personaggi che Braccesi ha arruolato per raccontare il suo viaggio nel “grande Nilo” attraverso i secoli dell’antichità. Il cassiere H.F. sta sulla soglia di questo lavoro, personaggio tutt’affatto minore rispetto al profilo dei protagonisti, destinato per noi lettori a rimanere probabilmente del tutto oscuro: ma il nome e la professione ne fanno una comparsa utile ad agganciare la rassegna di fonti di storie, e il corteo dei personaggi che si srotolano nel volume, alla stessa vita, prima ancora che alla genealogia, del suo bisnipote, “L.B., storico dell’antichità greca e romana”.
Come leggiamo nella prima riga della Prefazione, il libro Il grande Nilo indaga sulle sorgenti del fiume e sull’immaginario che hanno generato attraverso i secoli: questi i due temi – il Nilo e il suo immaginario – i due cardini su cui si annodano e si distendono i fili della ricerca che sta dietro all’ariosa restituzione narrativa che Braccesi ci propone. Fin dalle testimonianze più antiche, lo storico cerca e trova la conferma di un’ipotesi che ha a che fare con la storia culturale prima ancora che con la geografia o la storia delle esplorazioni: dalle fonti del Nilo sgorga, insieme alla materiale polla sorgiva, l’impulso di un desiderio che anima diversi personaggi e una svariata varietà di leggende prosopografiche che, attorno ai dati storici, sono fiorite: sfila così una galleria di personaggi mossi dalla smania di esplorare quel ganglio che forse potrebbe coincidere con un punto di confine del mondo e, insieme, dalla brama di gloria di potersi intestare il primato di una scoperta che sarà procrastinata per secoli. Le fonti del Nilo ispirano, da sempre, la gara dell’inventio – una vera e propria quête che muove idee e progetti, passioni e traiettorie, prima durante e anche dopo il loro – molto tardivo – rinvenimento.
La prima traccia risale a Cambise che, stando a Diodoro, avrebbe fondato la città di Meroe, scendendo o costeggiando il corso del Nilo: al fondatore della città situata alla confluenza tra Nilo Bianco e Nilo Azzurro sarebbero – nota Braccesi – da ascrivere alcuni toponomi nubiani fra i quali il Forum Cambusis e la località chiamata Kambushija. Braccesi ricava da Diodoro un altro indizio dell’impresa di Cambise negli “alberi persici” che avrebbe fatto trapiantare dall’Etiopia all’Egitto. L’impresa espansionistica verso l’Etiopia è dettata, recitano le fonti, dall’“ira” di Cambise contro il sovrano etiope che avrebbe disdegnato i suoi doni scrive: è l’orghé – scrive Braccesi – “tipica del dispotismo orientale”.
Non rivalsa, né prepotenza dell’ira, ma un diverso sentimento anima i personaggi storici convocati nei capitoli seguenti, spinti a cercare le sorgenti del Nilo dall’impulso di tutt’altra passione. È Alessandro che dà il la: il primo a desiderare di bere alle fonti del “grande Nilo” è “il grande Alessandro”. Braccesi – sempre attento a scegliere con cura gli elementi lessicali e sintattici della sua scrittura scintillante, e insieme sorvegliata, e a valorizzare la giusta posizione delle parole – non adotta già la locuzione identificativa del personaggio, consunta dall’uso: non è “Alessandro il grande” ma “il grande Alessandro”, laddove l’intensa marcatura dell’aggettivo descrittivo premesso al nome salda il profilo di Alessandro alla denominazione parallela del “grande Nilo”, ma rende anche evidente il riconoscimento tutto personale che l’autore riserva alla grandezza del Macedone con una passione coltivata per tutta la sua vita di studioso. Tra “la storiografia dell’amore e quella dell’odio per Alessandro” che, come ci insegna Santo Mazzarino, fin dall’antichità divide gli storici, non c’è dubbio su quale sia il partito nel quale Lorenzo Braccesi si arruola. Nel capitolo dedicato, Braccesi richiama le fonti secondo cui Alessandro avrebbe spedito Callistene a scoprire le sorgenti del Nilo. Dietro c’è l’insegnamento, seguito e poi tradito, di Aristotele, rispetto al peras il limite che circoscrive concettualmente, prima che geograficamente, l’immaginazione e il disegno stesso del kosmos: “Senza limite, niente è forma: peras è causa e essenza, peras è principio” (Metaph., 1022 a). Del cosmo, limitato e armonicamente ordinato, nel Trattato sul Cosmo (dedicato proprio ad Alessandro) il filosofo aveva indicato al giovane principe un paradigma, rappresentato dalla forma e dall’ordine dell’impero persiano (De mund. 398 a). Era lo stesso Aristotele, per altro, che incitava Alessandro non solo a conquistare la gloria, ma anche ad affrontare imprese grandi, esplorando l’inesplorato:
È per questo che coloro che mettono tutto il loro impegno nell’analizzare la natura di un solo luogo, la forma di una sola città, la grandezza di un fiume, la bellezza di un monte […]. Tutti quelli che si occupano del particolare, ci dovrebbero far pena perché hanno un’anima piccina, […] perché non sono capaci di guardare alle cose grandi – il cosmo e quanto di grande è nel cosmo. Perché se esperissero la vera conoscenza, proverebbero meraviglia per essa e per nient’altro, e tutto il resto parrebbe loro piccola cosa. […] Io credo davvero che tu Alessandro, debba perseguire la ricerca e l’esplorazione di cose grandi; per te, come è per la filosofia, non vale la pena investigare su questioni da poco (De mund., 391a).
L’impresa, l’esplorazione dell’ignoto, è come la filosofia in quanto è una forma – la più autentica – di pensiero in azione, pensiero che produce mondo. È l’insegnamento di Aristotele che dà l’innesco al giovane principe per il suo viaggio, che sarà impresa e conquista di gloria, ma anche conoscenza, avventura e cerca ai confini del mondo, “meraviglia” da cui scaturisce filosofia. Alessandro mette alla prova l’idea di confine oltrepassando e trasgredendo tutti i confini possibili. Ispirato dalla sua virtus e, come sarà per il Cesare di Lucano, dall’amor veri, cercherà di inverare la meraviglia come conoscenza, in cerca, ovunque, dell’ultimo confine – anche a sud, alla scoperta dei Niliaci fontes. E non si tratta di orghé: non è, come quella di Cambise, vana curiosità, capriccio o impulso irrazionale del tiranno orientale. È pothos, inesausto desiderio di nuove mète, creativa e inarrestabile mania dionisiaca, che sborda nello spaesamento, nello smarrimento del senso del limite. Questo il desiderio che segna la rotta dell’itinerario fantasmatico di Alessandro che, stando non solo alla versione leggendaria del Romanzo di Alessandro, lo spinge a cercare in tutte le direzioni, i confini del mondo. E – ci insegna Braccesi una volta di più in questo suo libro – questo pothos, che è un nome dell’occhio aperto illimitato di Alessandro, è anche un nome del desiderio, destinato a restare inappagato, di scoprire l’ignotum caput, il punto incognito da cui ha origine il grande fiume da cui si irradiano le vene degli altri fiumi che irrigano i continenti. Il Nilo è sempre il Nilo, o forse no: nel pothos smisurato del Megalexandros, il Nilo si confonde con l’Indo e Alessandro arrivato alle sponde di quel che crede sia Oceano, secondo Massimo di Tiro, crede che un fiume si confonda con l’altro.
Nei capitoli dedicati ai vari altri attori della storia antica che si sono cimentati nell’impresa – Tolomeo Filadelfo, Giuba, Cesare, Augusto, Germanico, Caligola, Nerone, Zenobia – il filo che tiene insieme le diverse storie è l’imitatio Alexandri. Anche per la smania ad Nili de fonte bibendum – impresa che nessuno nell’antichità riuscirà a compiere – tutto ruota, tutti ruotano, intorno alla prima ‘cerca’ che è quella di Alessandro, e le loro imprese altro non sono che un capitolo postumo di quella stessa storia, fino a vagheggiare l’ipotesi che la stessa Zenobia, nella sua imitatio Cleopatrae, pensasse di arrivare alle sorgenti del Nilo. Tutti, destinati a essere sconfitti dal “mistero della natura” (così Lucano a proposito di Alessandro e poi di Cesare), sono in qualche modo “innamorati di ricordi” (e Braccesi qui riprende ancora Lucano, un testo-guida di questo lavoro). Esemplari alcuni episodi, particolarmente illuminanti, di questa catena di avventure che si snoda da Alessandro fino agli ultimi principes dell’impero romano: la tensione, che Braccesi riattiva, del sapiente Giuba II, sposo di Cleopatra Selene per il quale “la scoperta delle fonti del Nilo è occasione di gloria”. E poi, senza dimenticare Augusto e la sua, tutta particolare, declinazione della imitatio Alexandri riattivata nella forma della nuova cosmocrazia, è la favolosa, incredibile, crociera sul Nilo di Germanico e Agrippina, la coppia legata da un vero vincolo di passione, che compiono un lungo viaggio di amore e di avventura: “Il nipote di Antonio e la figlia di Giulia” vivono intensamente quella crociera sul Nilo “popolata di fantasmi”, ed è ancora l’imitatio Alexandri che muove quel desiderio e spiega la durata di quel viaggio, dato che “la permanenza egiziana di Germanico non cessa di stupirci”. Presto Germanico morirà, all’età fatidica di 33 anni, ma forse in quella crociera c’era con loro anche il piccolo Caligola che, potrebbe – ce lo suggerisce indirettamente ancora Braccesi – aver imparato da quel viaggio l’amore per le sontuose navi egizie che avrebbe ricreato a Nemi in onore della sorella-sposa Drusilla.
Questo è il limite, sconfinato e ineguagliabile, della dottrina che Braccesi mette al servizio del suo mestiere storico, quel mestiere che fin dai primi suoi contributi scientifici agli ultimi, interpreta non solo come analisi puntuale e accurata delle fonti, ma soprattutto come uso intensivo delle stesse fonti, analizzate oculatamente per costruire ipotesi di ampia portata, per aprire a nuovi orizzonti di senso che illuminino i dati grazie al brillìo dell’intelligenza ermeneutica. Non potremo più godere delle nuove conquiste del suo studio e delle aperture del suo pensiero perché questo è l’ultimo libro di Lorenzo Braccesi, pubblicato nel luglio del 2025, un mese prima della sua morte. Non avremo più la gioia e la fortuna di nutrirci delle sue ricerche e delle sue visioni. Possiamo però tornare a leggere e a studiare le centinaia di articoli e saggi, le sessanta e più monografie che, in sessant’anni di ininterrotto lavoro, il nostro maestro e amico ha pubblicato: nelle pagine che ha scritto possiamo risentire la sua voce. E di quel dono, fatto alla comunità scientifica e a tutti i lettori colti, che Braccesi ha sempre considerato il suo pubblico di elezione, possiamo far tesoro come lezione di metodo.
English abstract
Published in July 2025, one month before his death, Lorenzo Braccesi’s last book, Il Grande Nilo, explores the search for the source of the Nile, as well as the imagery associated with it in ancient times and over the centuries. These two themes are seamlessly intertwined throughout the narrative. Rather than focusing on the geography or history of exploration, Braccesi seeks and finds confirmation of a hypothesis concerning cultural history: the sources of the Nile have always inspired a quest, driving ideas, projects, and passions. The first protagonist in the search for the Nile’s sources is Alexander the Great, and the imitatio Alexandri ties the different stories together. The book’s chapters are dedicated to all the protagonists of ancient history who attempted the feat: Ptolemy Philadelphus, Juba, Caesar, Augustus, Germanicus, Caligula, Nero and Zenobia. According to Braccesi, they are all inspired by the imitatio Alexandri.
keywords | Nile’ sources; Alexander the great; imitatio Alexandri,
Per citare questo articolo / To cite this article: Monica Centanni, “Spes sit mihi certa videndi Niliacos fontes”. Alla ricerca di un confine del mondo, sulle tracce del grande Alessandro. Recensione a: Lorenzo Braccesi, Il grande Nilo. Esploratori, turisti e conquistatori nell'antico Egitto, Laterza, Roma-Bari 2025, “La Rivista di Engramma” n. 231, gennaio/febbraio 2026.
