Ekphrasis in Italian Culture from 15th-Century Humanism to the Digital Age, edited by A. Moroncini, Firenze 2025
Daniele Bottacin
English abstract
È il 20 maggio 2023 quando Adobe – nota azienda statunitense produttrice di software per l’editing digitale – annuncia l’integrazione in Photoshop del Generative Fill, il primo tool basato sull’intelligenza artificiale. Un’innovazione storica, destinata a riscrivere in breve tempo il modus operandi di innumerevoli professionisti nel settore fotografico, pubblicitario e più generalmente artistico. Il nuovo strumento messo a disposizione degli utenti permette, con una rapidità di esecuzione sbalorditiva, di rimuovere eventuali elementi indesiderati dalla scena, sostituendoli con ‘altri’ simultaneamente elaborati e proposti dall’intelligenza generativa.
In soli due anni, l’eterogeneità e la peculiarità di utilizzi possibili nel mondo dell’editing hanno raggiunto livelli di funzionalità e accessibilità senza precedenti, rendendo universalmente fruibile l’atto ricreativo e la mise en abyme a livelli professionali. Il software oggi consente di rimuovere particolari estetici o modificarne i connotati, di implementare dettagli inesistenti o persi a causa della sfocatura, di arricchire con tonalità realistiche e ben integrate anche fotografie o filmati in bianco e nero. Si tratta di una svolta epocale, con notevoli ripercussioni di carattere comunicativo, estetico e iconografico che stanno già esercitando una notevole influenza nei rapporti fra immagine e parola, fra staticità e dinamismo, fra oggetto artistico e rappresentazione. La contemporaneità digitale induce a urgenti riflessioni sullo statuto stesso dell’arte, dell’atto creativo e ricreativo, della figura del genio filosoficamente inteso: un’urgenza che Ekphrasis in Italian Culture from 15th-Century Humanism to the Digital Age – a cura di Ambra Moroncini, uscito a Firenze nel 2025 per Franco Cesati Editore – intercetta e contribuisce ad analizzare con alcuni spunti rinvenibili già in premessa e casi di studio particolarmente significativi.
Il volume riunisce e organizza alcuni articoli e atti del convegno pubblicati fra il 2014 e il 2025, dedicati al ruolo dell’ecfrasi e alla sua evoluzione in un arco temporale compreso fra l’Umanesimo e gli anni Duemila; risulta interessante ed esaustivo sotto diversi aspetti: sociologico, antropologico, artistico, multimediale. Intendo mettere in risalto i fili conduttori dei saggi, la funzionalità dell’ordine e della struttura proposti, i tòpoi che appaiono maggiormente valorizzati ed eventuali aspetti integrabili; si auspica che questo stesso volume possa fungere da stimolo per ulteriori approfondimenti, magari dedicati agli aspetti neurocognitivi della ricezione dell’oggetto reale o alla dimensione virtuale.
L’introduzione appare ben strutturata e bilanciata: fornisce gli elementi contestuali necessari a un inquadramento storico-interpretativo dell’ecfrasi; rende noti gli obiettivi che il volume si prefigge e le caratteristiche dei casi di studio selezionati; la prospettiva adottata è principalmente diacronica e – a partire dal celeberrimo ut pictura poesis oraziano – propone una sintetica panoramica del rapporto fra immagine e parola nel corso dei secoli, ben sottolineando il graduale passaggio da una dicotomia di natura esclusiva (aut-aut) a una inclusiva (et-et). L’allargamento dei campi artistici, delle piattaforme multimediali passibili di esercizio ecfrastico si configura come primario motivo di interesse: la stessa disposizione consequenziale degli studi non risponde soltanto a una mera convenienza cronologica, ma anche a chiari vantaggi espositivi nel passaggio da descrizione ecfrastica a rappresentazione ecfrastica.
Gli indispensabili cenni storico-culturali sono seguiti da una programmatica presentazione dei singoli saggi e dei criteri di selezione: l’intento dichiarato è quello di dare spazio alle realizzazioni ecfrastiche compiute tanto dal genere maschile quanto da quello femminile, di concentrarsi sui risvolti nella letteratura di genere e nella narrativa contemporanea, di analizzarne le peculiarità nella sfera multimediale; obiettivi che, come si vedrà, possono essere considerati sostanzialmente raggiunti.
Pur non costituendo un parametro critico necessario e ineludibile in sé, reputo la progressività cronologica funzionale alla valutazione dei concetti di enargèia e di mimesis in diacronia: giunto al termine del saggio di Chiara Portesine – ultimo della raccolta – il lettore percepisce inevitabilmente l’allontanamento dalla “pictorial vividness” (9) e dall’immanenza che caratterizzano l’ecfrasi tradizionale; non di meno, è indotto a riflettere sull’enorme potenziale della stessa in contesti virtuali o pubblicitari, così pervasivi nella nostra quotidianità.
Lo studio di Rodney Lokaj rappresenta l’incipit del percorso tematico proposto: se da un lato restituisce la sensibilità umanistica verso l’ut pictura poesis oraziano, dall’altro mette in risalto la notevole modernità dell’elegia falconiana; essa consente alla tela di Mantegna non soltanto di sopravvivere, di essere annoverata nel patrimonio artistico-culturale, ma anche di veicolare una dimensione psicologica ed empatica aggiuntiva. Gli echi retorico-stilistici ovidiani, le occorrenze lessicali e verbali guidano il lettore alla produzione di una specifica immagine mentale: mediante il contatto visivo, Atalanta dimostra empatia (nel senso greco del termine) e sceglie di risparmiare il proprio spasimante dalla condanna a morte. Si tratta di una chiara dimensione psicologica che nella versione di Guido Reni, con la presenza dei pomi d’oro a catalizzare l’attenzione, risulta depotenziata. Significativo è, ai fini delle questioni di genere sollevate già in premessa, che la fonte di sensibilità psicologica ed empatica sia proprio una figura femminile: il riscatto della donna infatti – pur senza implicare o sottintendere alcuna prevaricazione dialettica sull’uomo – funge da comune denominatore con le analisi successive, dedicate rispettivamente ai Tredici canti di Moderata Fonte e all’opera di Artemisia Gentileschi. Entrambi i casi incentivano la lettura della pratica ecfrastica come mezzo di autoaffermazione, date le notevoli conseguenze sociologiche di un esercizio artistico, per tradizione, a uso esclusivo del genere maschile.
Risulta di particolare interesse l’approfondimento di Tylar Colleluori sull’entrelacement nei Tredici canti del Floridoro: la stratificazione dei livelli narrativi restituisce la variazione cosmografica e cronografica della Repubblica veneziana, le due ecfrasi geografiche consentono all’immaginazione del lettore di visualizzare simultaneamente presente diegetico, passato e presente extra-diegetico. I dispositivi retorici dell’autrice, tuttavia, possono essere considerati rilevanti non solo in sé e per sé ma anche da un punto di vista filosofico: l’autoaffermazione, l’atto di ribellione, si configura come una presa di posizione degna di nota in chiave empirista e biologica, ulteriormente argomentata in seguito con Il merito delle donne.
Lo studio di Moroncini sulla pittura di Artemisia Gentileschi conduce la parabola tematica del volume verso una tappa più esplicita in termini di sessualità e violenza, la quale risulta più carica di pathos. L’interesse per il dispositivo ecfrastico come atto di resilienza e via di ribellione mediante l’arte è testimoniato, peraltro già in copertina, col dipinto Giuditta che decapita Oloferne (ca. 1620). Particolarmente suggestiva risulta la sezione conclusiva, in cui viene ripresa la definizione autoreferenziale di “spirito di Cesare nell’anima di una donna” (72): Gentileschi non si limita a descrivere una propensione all’indipendenza, alla battaglia ideologica e alla resistenza; trasmette piuttosto un concetto molto più potente e di ampio respiro, che si serve di un’intera tradizione storico-iconografica per rendere il genere femminile assimilabile, finalmente, a una delle figure più virili ed emblematiche che la storiografia letteraria abbia conosciuto.
Proseguendo nella lettura, lo studio di Elisa Vivaldi funge da turning point per l’intero volume: le ecfrasi analizzate segnano una chiara svolta nella direzione del dinamismo, della fluidità comunicativa e dell’intermedialità. A partire dalle riflessioni dell’autrice, i saggi successivi sviluppano i temi della traducibilità (anche se sarebbe più opportuno utilizzare il termine “trasponibilità”) e della fiction. Non mancano inoltre risvolti epistemologici, etici e gnoseologici che emergono con modalità differenti da caso a caso. Vivaldi si concentra opportunamente sul principale intento dell’esercizio futurista, ovvero la creazione di un nuovo linguaggio intermediale, propedeutico a un patrimonio culturale ‘altro’ per il futuro; il movimento ha segnato una netta frattura su spazialità e temporalità rispetto alla tradizione precedente e – proprio in virtù dell’istantaneità comunicativa che caratterizza la realtà odierna – i dispositivi ecfrastici analizzati risultano quanto mai attuali. È ragionevole sostenere che questi exempla siano, da un certo punto di vista, precursori di un’iconoclastia linguistica assolutamente peculiare: le similitudini col linguaggio contemporaneo sul piano sintattico e simbolico (si pensi alle ormai onnipresenti emoticon) sono assolutamente sorprendenti.
Gli studi di Jacopo Parodi, Emiliano Zappalà e Laura Lori fanno leva sul già precedentemente citato concetto di trasponibilità, intesa come possibilità da parte dell’autore di rendere, restituire un oggetto reale attraverso i mezzi espressivi di un’altra disciplina; l’approdo a una dialettica di tipo inclusivo (et-et) è testimoniato tanto dalle posizioni di Proust: “il dovere e il compito di uno scrittore sono quelli d’un traduttore” (M. Proust, Il tempo ritrovato, in Id., Alla ricerca del tempo perduto, trad. it. di Giorgio Caproni, Torino 1991, vol. III, 696) quanto da quelle di Garboli: “si comincia a tradurre non appena si legge” (C. Garboli, L’attore senza gesti, in Id., Falbalas. Immagini del Novecento, Milano 1990, 102). Parodi propone un’analisi comparativa fra il meccanismo ecfrastico longhiano e quello proustiano rinvenibile nella Recherche; la descrizione del meccanismo dialettico “servo-padrone” costituisce un grande motivo d’interesse, uno stimolo per futuri studi di natura necessariamente interdisciplinare: considerando il dispositivo in termini hegeliani e il fatto che – come sostenuto da Garboli – possa essere “il quadro a produrre il pittore, nel momento in cui lo scrittore costituisce linguisticamente il quadro” (C. Garboli, Longhi lettore, in Storie di seduzione, Torino 2005, 160), appare opportuno indagare questa Aufhebung da un punto di vista neuroscientifico e neurocognitivo, anche con l’ausilio dell’intelligenza artificiale.
Zappalà intercetta felicemente l’ulteriore appiattimento e degenerazione – rispetto all’epoca futurista – tanto della dimensione spazio-temporale quanto del paradigma di condivisione culturale, evoluto (o involuto) sempre più verso una comunicazione orizzontale fra pari; al di là delle cause socio-politiche (crisi economiche, guerre, crescente sfiducia nella rappresentanza politica) opportunamente sottolineate, le considerazioni sull’importanza dei social network nel livellamento dei ruoli sociali appaiono sostenibili e convincenti: grazie a strumenti come le live-cam, le dirette su piattaforme come Instagram e TikTok, chiunque può agire nei panni di un giornalista, e l’egemonia dell’istantaneità rende ogni strumento di verifica antiquato, anacronistico; anche la comunicazione stessa risulta fortemente contaminata, con singoli gesti o espressioni facciali in grado di riassumere intere vicende o situazioni, pronte a spopolare per mezzo dei trend; si tratta di meccanismi degni di considerazione, se rapportati a un dibattito pubblico sempre più polarizzato e alla sfrenata diffusione di fake news.
Le riflessioni dell’autore fanno leva sulla difficoltà dell’individuo a percepire il reale come tale, e propongono descrizioni ecfrastiche di immagini contenute in romanzi come Il desiderio di essere come tutti e Reality. Cosa è successo; uno spunto rilevante all’interno del volume riguarda la presa di coscienza di doversi relazionare con una sempre più sistematica “commistione tra vero e falso” (135): una volta constatata l’eterogeneità di rappresentazioni multimediali, è possibile riattualizzare il dispositivo ecfrastico nella maniera più opportuna.
L’analisi di Sara Parisi fornisce invece, mutatis mutandis, ulteriori implicazioni sociologiche, politiche e antropologiche rispetto a quelle riscontrate in occasione dei Tredici canti del Floridoro; il tema della resilienza emotiva individuale si ripresenta in questa circostanza nei panni del nostos. Nel caso di Vincenzo Consolo, la concezione di una letteratura intimamente connessa a scopi etici si rende strumento fondamentale per una profonda riflessione antropologica; le “ecfrasi dei luoghi” (120) definite da Parisi oltrepassano i confini della mera descrizione e veicolano un’intera tradizione regionale, composta da nette divergenze storico-mitiche fra Sicilia occidentale e Sicilia orientale. In continuità con lo studio di Lori, l’ecfrasi viene presentata come strumento in grado di far emergere l’eterogeneità sociale, il conflitto tra bagaglio culturale acquisito e necessità di adattamento “altrove”. Particolarmente suggestive appaiono le immagini ecfrastiche contenute in Retablo: la vivida descrizione del paesaggio siciliano pone in stretta relazione il carattere soggettivo ed emotivo della memoria individuale con la conservazione del patrimonio linguistico e culturale collettivo.
I due studi conclusivi rappresentano casi peculiari all’interno del volume, per ragioni contenutistiche; in Contemporary Ekphrasis in Ubah Cristina Ali Farah’s Writing di Lori risiede la maggior parte dei risvolti sulla letteratura postcoloniale, mentre Musei digitali e committenze ipermoderne di Portesine integra in maniera determinante la dimensione digitale, con un approfondimento relativo al progetto Viceversa (2020).
Il primo caso ripropone e amplifica il tema della trasponibilità rapportandolo al fenomeno dell’immigrazione, di grande attualità. La danza dell’Orice si configura come un esercizio ecfrastico “translinguale, transculturale e transnazionale” (149) che può essere considerato pionieristico: indaga infatti i margini di adattabilità del dispositivo al contatto fra bagagli culturali differenti, e ciò rappresenta un ulteriore motivo di complessità. Tuttavia, i margini e le modalità di contatto translinguale possono costituire una primaria frontiera d’interesse per la generazione di studiosi ventura; le stesse fattezze della creatura ibrida di Mutu appaiono funzionali all’ideale futurista di un patrimonio ‘altro’, che trascenda tanto la staticità della pagina scritta quanto il concetto di lingua e nazione.
Differentemente, Musei digitali e committenze ipermoderne stimolerà ulteriori analisi che coinvolgano in toto la dimensione virtuale, a partire dal concetto di metaverso passando per i dispositivi di accesso alla realtà aumentata (si pensi, banalmente, agli ormai comuni visori VR); Marilina Ciaco, intervistata, sostiene di non aver voluto “tradire né aderire al quadro” ma di averlo “metabolizzato attraverso la poesia” per “prendere le mosse da esso” (176); se si ragiona in termini kantiani, l’esperimento museale organizzato dalla Casa Museo Boschi Di Stefano dimostra, da un lato, come il vertiginoso sviluppo tecnologico non abbia ancora azzerato il discrimine fra oggetto reale e rappresentazione ecfrastica; permane un residuo oggettivo, che impedisce la perfetta mimesi; d’altro canto invece, incentiva ulteriormente gli studi di natura cognitiva.
Il volume integra nella sezione finale una schematica nota riguardante l’editore e le biografie degli autori, seguita dall’indice dei nomi; una scelta opportuna, utile a recuperare i termini e i topoi rilevanti; anche la rassegna biografica appare funzionale alla luce dei diversi saggi inclusi. Considerate le premesse iniziali, gli obiettivi che questo volume si propone possono essere considerati sostanzialmente raggiunti; le principali coordinate tematiche (ruolo dell’ecfrasi nel processo di autodeterminazione femminile, evoluzione da staticità a dinamismo in diacronia, applicazioni del dispositivo per la letteratura contemporanea e di genere) risultano adeguatamente valorizzate; esso si colloca coerentemente all’interno della più recente stagione di studi ecfrastici, e fungerà senza dubbio da stimolo per i prossimi approfondimenti, magari dediti anche alla sfera pubblicitaria.
English abstract
Daniele Bottacin’s review of A. Moroncini, Ekphrasis in Italian Culture from 15th-Century Humanism to the Digital Age (Firenze, 2025) examines a wide-ranging and methodologically coherent collection that traces the evolution of ekphrasis from Renaissance Humanism to the digital era. The book offers a diachronic and interdisciplinary perspective on the relationship between word and image, moving from the Horatian ut pictura poesis to contemporary virtual and multimedia contexts. Bottacin highlights the volume’s balanced structure, its focus on gender dynamics, and its exploration of the progressive shift from static representation to dynamic transposition and intermediality. Through analyses of authors and artists such as Mantegna, Moderata Fonte, Artemisia Gentileschi, and Vincenzo Consolo, as well as studies on futurism, social media, and digital museums, the collection demonstrates how ekphrasis continues to serve as a tool of self-affirmation, interpretation, and cognitive experimentation. The reviewer underscores the book’s relevance in addressing current debates on creativity, technological mediation, and the aesthetic redefinition of the real in the age of artificial intelligence.
Keywords | Ekphrasis; Intermediality; Gender and Art; Digital Culture; Humanism to Postmodernity.
Per citare questo articolo / To cite this article: D. Bottacin, Recensione a: A. Moroncini, Ekphrasis in Italian Culture from 15th-Century Humanism to the Digital Age, Firenze 2025, “La Rivista di Engramma” n. 229 (novembre 2025).
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